Antonio Di Pietro è un duro, lo sanno tutti. Uno che quando dice una cosa, quella è. E se dice – come sempre ha fatto – che l'IdV non candiderà indagati nelle proprie liste, c'è da credergli.
Poi ieri leggiamo dell'annuncio della candidatura dell'indagato De Magistris nelle liste dell'IdV. Sobbalziamo. Per fortuna che lo stesso Presidente dell'Italia dei Valori si affretta a spiegare ai microfoni dell'Agr l'apparente contraddizione rispetto a quella che fino a ieri sembrava una regola aurea. "Rispettiamo gli atti dovuti della procura di Roma – ha detto l'ex PM - e affrontiamo col sorriso quel che abbiamo messo in preventivo". "Anche gli atti dovuti - ha spiegato Di Pietro - nascono quando comincia la campagna elettorale e sono sparati per attutire la notizia di una candidatura di qualità. Il tentativo e' vecchio come il cucco, e anche questo ci fa solo sorridere".
Questa sì che è una notizia: Di Pietro ritiene che l'iscrizione di De Magistris nel registro degli indagati vada messa in relazione con la candidatura dello stesso nelle liste dell'IdV? Abbiamo letto bene?
Varrebbe forse a dire che taluni atti della magistratura inquirente sarebbero influenzati, quando non addirittura indirizzati, dalle vicende politiche del Paese? Benvenuto, Onorevole Di Pietro.
E' quello che diciamo da almeno una quindicina d'anni, regolarmente registrando da parte sua una difesa ad oltranza ed a spada tratta dell'operato della magistratura, sempre, a suo dire, al di sopra di ogni sospetto. Se finalmente s'è convinto del contrario, non possiamo che darle il benvenuto ed augurarci che questa inedita chiave di lettura indirizzi anche lei nel leggere i fatti che hanno caratterizzato gli ultimi diciassette anni di vita politico-democratica del Paese.
Alessio di Carlo
Tratto dal sito www.giustiziagiusta.info
giovedì 19 marzo 2009
Istruzione - Accordo Gelmini-Formigoni: il modello lombardo fa scuola
La notizia dell’accordo tra ministero dell’Istruzione e Regione Lombardia, siglato l’altro ieri dal ministro Gelmini e dal Governatore Roberto Formigoni, ha un duplice valore:
da una parte prevede il ritiro del ricorso incrociato alla Corte Costituzionale tra Ministero della Pubblica Istruzione e Regione Lombardia sui rispettivi provvedimenti in materia di Istruzione e Formazione Professionale; ma soprattutto rilancia la prospettiva di una collaborazione tra le istituzioni regionali e ministeriali per realizzare percorsi sperimentali che rilascino il diploma tecnico al quarto anno e permettano agli studenti della Istruzione e Formazione Professionale di accedere a un quinto anno e sostenere l’esame di stato. Tutto questo ha una portata grande, realmente in grado di modificare l’assetto ormai ottuagenario della scuola superiore italiana.
Una reale chance per recuperare la dispersione
Il dare piena dignità ai percorsi di Istruzione e Formazione professionale non può esaurirsi nel riconoscimento del fatto che questi sono una modalità per l’assolvimento dell’obbligo di istruzione. Quarantamila studenti lombardi, recuperati dalla dispersione, in larga misura rimotivati e riorientati, rimangono però su un binario chiuso – dal punto di vista scolastico – finché la prospettiva di una uscita verso i livelli superiori di istruzione non diventa istituzionale, come finalmente accade per effetto dell’accordo tra il ministro Gelmini e il presidente della Regione Lombardia Formigoni.
Il sistema scolastico e formativo lombardo, possibile apripista per tutta l’Italia, ha uno strumento efficace in più per contrastare uno dei più grossi problemi che affliggono la scuola, ovvero la mancanza di una reale diversificazione di percorsi che corrispondano alla pluralità delle esigenze formative dei giovani. Spesso i ragazzi, dopo la scuola media, avvertono il bisogno di uscire dall’astrattezza del sapere disciplinare e sono attratti dal mondo del lavoro come luogo in cui mettere alla prova le proprie capacità, uscendo dall’inerzia della vita studentesca.
Una scuola della società
Il modello lombardo di istruzione e formazione professionale non nasce nel chiuso di un ministero o di un assessorato, né tanto meno dalle analisi di un centro studi. E’ un modello che è sperimentato, in una cornice normativa e regolamentare comune, da ormai più di cinque anni da centinaia di enti in tutta Lombardia: enti pubblici, come le Aziende speciali, le Agenzie formative e i Consorzi delle diverse province; enti privati storici, eredi degli ordini religiosi che hanno fatto il cattolicesimo sociale tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, oppure di quelle esperienze laiche di cui la società lombarda è ricca; enti di recente costituzione - o che hanno da pochi anni rinnovato la propria impostazione educativa - nati da esperienze di formazione professionale, di orientamento al lavoro, di accoglienza di ragazzi in difficoltà, di recupero sociale; enti legati al lavoro, o perché espressione delle parti sociali, o perché sostenuti da imprenditori o associazioni di categoria. Il fatto che sia offerto agli Istituti Professionali di Stato lombardi (170) come opzione per sperimentare un loro rinnovamento indica alla scuola statale un altro ruolo, non più articolazione di una amministrazione, ma istituzione autonoma, in un’ottica di rapporto sussidiario tra società e stato.
Una nuova sfida
La realtà dell’IeFP, in questi anni di sperimentazione, si è modificata. Comincia a farsi strada l’idea di non avere solo una funzione di assistenza sociale a situazioni difficili - che pure continuano come e più di prima ad essere accolte - ma un ruolo educativo di trasmissione di sapere e di esperienza, di cultura del lavoro. Questa trasformazione passa attraverso un lavoro di rinnovamento culturale e didattico e gestionale che non è scevro di fatiche, di empasse, di contraddizioni e di sfide per:
- accogliere e valorizzare le “intelligenze operative” dei ragazzi;
- sperimentare nuove forme di docenza, sia dal punto di vista didattico sia dal punto di vista dello status giuridico;
- creare una alleanza tra scuola e società civile che - attraverso le sue forze vive, quali quelle del mondo del lavoro - prenda responsabilmente parte all’educazione delle giovani generazioni.
Mariella Ferrante
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
da una parte prevede il ritiro del ricorso incrociato alla Corte Costituzionale tra Ministero della Pubblica Istruzione e Regione Lombardia sui rispettivi provvedimenti in materia di Istruzione e Formazione Professionale; ma soprattutto rilancia la prospettiva di una collaborazione tra le istituzioni regionali e ministeriali per realizzare percorsi sperimentali che rilascino il diploma tecnico al quarto anno e permettano agli studenti della Istruzione e Formazione Professionale di accedere a un quinto anno e sostenere l’esame di stato. Tutto questo ha una portata grande, realmente in grado di modificare l’assetto ormai ottuagenario della scuola superiore italiana.
Una reale chance per recuperare la dispersione
Il dare piena dignità ai percorsi di Istruzione e Formazione professionale non può esaurirsi nel riconoscimento del fatto che questi sono una modalità per l’assolvimento dell’obbligo di istruzione. Quarantamila studenti lombardi, recuperati dalla dispersione, in larga misura rimotivati e riorientati, rimangono però su un binario chiuso – dal punto di vista scolastico – finché la prospettiva di una uscita verso i livelli superiori di istruzione non diventa istituzionale, come finalmente accade per effetto dell’accordo tra il ministro Gelmini e il presidente della Regione Lombardia Formigoni.
Il sistema scolastico e formativo lombardo, possibile apripista per tutta l’Italia, ha uno strumento efficace in più per contrastare uno dei più grossi problemi che affliggono la scuola, ovvero la mancanza di una reale diversificazione di percorsi che corrispondano alla pluralità delle esigenze formative dei giovani. Spesso i ragazzi, dopo la scuola media, avvertono il bisogno di uscire dall’astrattezza del sapere disciplinare e sono attratti dal mondo del lavoro come luogo in cui mettere alla prova le proprie capacità, uscendo dall’inerzia della vita studentesca.
Una scuola della società
Il modello lombardo di istruzione e formazione professionale non nasce nel chiuso di un ministero o di un assessorato, né tanto meno dalle analisi di un centro studi. E’ un modello che è sperimentato, in una cornice normativa e regolamentare comune, da ormai più di cinque anni da centinaia di enti in tutta Lombardia: enti pubblici, come le Aziende speciali, le Agenzie formative e i Consorzi delle diverse province; enti privati storici, eredi degli ordini religiosi che hanno fatto il cattolicesimo sociale tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, oppure di quelle esperienze laiche di cui la società lombarda è ricca; enti di recente costituzione - o che hanno da pochi anni rinnovato la propria impostazione educativa - nati da esperienze di formazione professionale, di orientamento al lavoro, di accoglienza di ragazzi in difficoltà, di recupero sociale; enti legati al lavoro, o perché espressione delle parti sociali, o perché sostenuti da imprenditori o associazioni di categoria. Il fatto che sia offerto agli Istituti Professionali di Stato lombardi (170) come opzione per sperimentare un loro rinnovamento indica alla scuola statale un altro ruolo, non più articolazione di una amministrazione, ma istituzione autonoma, in un’ottica di rapporto sussidiario tra società e stato.
Una nuova sfida
La realtà dell’IeFP, in questi anni di sperimentazione, si è modificata. Comincia a farsi strada l’idea di non avere solo una funzione di assistenza sociale a situazioni difficili - che pure continuano come e più di prima ad essere accolte - ma un ruolo educativo di trasmissione di sapere e di esperienza, di cultura del lavoro. Questa trasformazione passa attraverso un lavoro di rinnovamento culturale e didattico e gestionale che non è scevro di fatiche, di empasse, di contraddizioni e di sfide per:
- accogliere e valorizzare le “intelligenze operative” dei ragazzi;
- sperimentare nuove forme di docenza, sia dal punto di vista didattico sia dal punto di vista dello status giuridico;
- creare una alleanza tra scuola e società civile che - attraverso le sue forze vive, quali quelle del mondo del lavoro - prenda responsabilmente parte all’educazione delle giovani generazioni.
Mariella Ferrante
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Perchè sul “fine vita” gli ex radicali sono in prima linea
Con la consueta arguzia, sul Foglio di qualche giorno fa, Giuliano Ferrara si soffermava su un dato politico apparentemente paradossale. Il dibattito sul “fine vita” ed in generale i temi della c. d. biopolitica (termine per la verità inquietante) vedono, in entrambi gli schieramenti politici, in posizione di assoluto protagonismo soggetti che hanno il comune denominatore di aver militato fra le fila del Partito Radicale.
Se, prevedibilmente, sul fronte iper – laico troviamo compattamente schierata l’attuale dirigenza radicale, sul fronte pro-life troviamo esponenti del centro - destra come Gaetano Quagliariello o Eugenia Roccella anch’essi con una formazione giovanile radicale. Ed anche la posizione di coloro che guardano ad una (improbabile) terza via ha trovato in Francesco Rutelli (già delfino del lidér maximo radicale). La stessa fronda dissenziente laica intera al PdL è capeggiata da Benedetto Della Vedova.
La circostanza è effettivamente curiosa, ma non è affatto causale e merita di essere approfondita. Per comprendere appieno le ragioni del fenomeno occorre in primo luogo sgombrare il campo da una tesi superficiale che ogni tanto fa capolino. La tesi è che la posizione della Roccella o di Quagliariello sia il frutto di un mero calcolo tattico di convenienza politica, ascrivibile alla categoria del “voltagabbanismo”. La tesi non sta in piedi per due motivi: perché non corrisponde a nessuna buona ragione pratica e perché al contrario alla base della posizione di quanti, di formazione laica, decidono di assumere sui temi “eticamente sensibili” posizioni non ortodosse rispetto al pensiero politico “laicamente corretto” vi sono solide ragioni teoriche (che naturalmente possono essere condivise o meno).
Dal punto di vista della ragion pratica, non v’è dubbio che per Quagliariello o la Roccella sarebbe stato assai più agevole guadagnare spazi politici e visibilità concentrandosi su altri filoni. Immaginiamo, infatti, che l’attivismo sui temi eticamente sensibili avrà procurato loro non pochi problemi anche all’interno del proprio schieramento, se non altro per la prevedibile diffidenza che avranno incontrato tra le fila dei politici cattolici d. o. c. che nel nostro Paese sicuramente non scarseggiano.
Ma più interessante è il piano della ragion pura. Sforzandosi di leggere i fatti della politica in modo meno superficiale, meno attento alla polemica usa e getta delle agenzie di stampa e dei quotidiani, è possibile rintracciare un forte legame fra i valori profondi della cultura liberale (della quale la vicenda radicale è stata una delle traduzioni più nobili) e le posizioni in materia di inizio e di fine vita. Temi come quello della fecondazione assistita, dell’aborto, del testamento biologico e dell’eutanasia rimandano in modo diretto al rapporto fra l’individuo e la sua capacità di autodeterminazione e lo Stato e la sua capacità di etero - determinazione. In tutti questi casi, l’attenzione verso soggetti in posizione di estrema debolezza (quali l’embrione, il feto, il soggetto gravemente handicappato o il malato terminale) altro non è se non l’ennesimo capitolo dell’eterno dramma di Antigone, del permanente conflitto fra la ragione degli individui e la Ragion di Stato. Naturalmente, in alcuni di questi casi, partendo da premesse politiche schiettamente liberali, è ben possibile dissentire dalle soluzioni di merito proposte. Ciò che non è invece accettabile è archiviare tali posizioni come rigurgiti oscurantisti o tentazioni neo – clericali.
Che le posizioni “teo - con” di politici di provenienza radicale destino stupore è forse comprensibile, ma solo da parte di chi ha una lettura statica e superficiale della vicenda radicale. Una lettura ferma agli elementi superficiali e folcloristici e che invece trascura i fattori culturali di fondo della stessa. Il vero lascito politico di Marco Pannella è stata la sua straordinaria capacità di rimanere sempre fedele ai propri principi anche quando ciò comporta una vera e propria sovversione dell’ordine linguistico consolidato, dei luoghi comuni del politicamente corretto. Del resto, non era proprio Pierpaolo Pasolini, grande poeta comunista, ad invitare i “compagni radicali” ad essere sempre “semplicemente voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili”.
Antonio Mambrino
Tratto dal sito www.loccidentale.it
Se, prevedibilmente, sul fronte iper – laico troviamo compattamente schierata l’attuale dirigenza radicale, sul fronte pro-life troviamo esponenti del centro - destra come Gaetano Quagliariello o Eugenia Roccella anch’essi con una formazione giovanile radicale. Ed anche la posizione di coloro che guardano ad una (improbabile) terza via ha trovato in Francesco Rutelli (già delfino del lidér maximo radicale). La stessa fronda dissenziente laica intera al PdL è capeggiata da Benedetto Della Vedova.
La circostanza è effettivamente curiosa, ma non è affatto causale e merita di essere approfondita. Per comprendere appieno le ragioni del fenomeno occorre in primo luogo sgombrare il campo da una tesi superficiale che ogni tanto fa capolino. La tesi è che la posizione della Roccella o di Quagliariello sia il frutto di un mero calcolo tattico di convenienza politica, ascrivibile alla categoria del “voltagabbanismo”. La tesi non sta in piedi per due motivi: perché non corrisponde a nessuna buona ragione pratica e perché al contrario alla base della posizione di quanti, di formazione laica, decidono di assumere sui temi “eticamente sensibili” posizioni non ortodosse rispetto al pensiero politico “laicamente corretto” vi sono solide ragioni teoriche (che naturalmente possono essere condivise o meno).
Dal punto di vista della ragion pratica, non v’è dubbio che per Quagliariello o la Roccella sarebbe stato assai più agevole guadagnare spazi politici e visibilità concentrandosi su altri filoni. Immaginiamo, infatti, che l’attivismo sui temi eticamente sensibili avrà procurato loro non pochi problemi anche all’interno del proprio schieramento, se non altro per la prevedibile diffidenza che avranno incontrato tra le fila dei politici cattolici d. o. c. che nel nostro Paese sicuramente non scarseggiano.
Ma più interessante è il piano della ragion pura. Sforzandosi di leggere i fatti della politica in modo meno superficiale, meno attento alla polemica usa e getta delle agenzie di stampa e dei quotidiani, è possibile rintracciare un forte legame fra i valori profondi della cultura liberale (della quale la vicenda radicale è stata una delle traduzioni più nobili) e le posizioni in materia di inizio e di fine vita. Temi come quello della fecondazione assistita, dell’aborto, del testamento biologico e dell’eutanasia rimandano in modo diretto al rapporto fra l’individuo e la sua capacità di autodeterminazione e lo Stato e la sua capacità di etero - determinazione. In tutti questi casi, l’attenzione verso soggetti in posizione di estrema debolezza (quali l’embrione, il feto, il soggetto gravemente handicappato o il malato terminale) altro non è se non l’ennesimo capitolo dell’eterno dramma di Antigone, del permanente conflitto fra la ragione degli individui e la Ragion di Stato. Naturalmente, in alcuni di questi casi, partendo da premesse politiche schiettamente liberali, è ben possibile dissentire dalle soluzioni di merito proposte. Ciò che non è invece accettabile è archiviare tali posizioni come rigurgiti oscurantisti o tentazioni neo – clericali.
Che le posizioni “teo - con” di politici di provenienza radicale destino stupore è forse comprensibile, ma solo da parte di chi ha una lettura statica e superficiale della vicenda radicale. Una lettura ferma agli elementi superficiali e folcloristici e che invece trascura i fattori culturali di fondo della stessa. Il vero lascito politico di Marco Pannella è stata la sua straordinaria capacità di rimanere sempre fedele ai propri principi anche quando ciò comporta una vera e propria sovversione dell’ordine linguistico consolidato, dei luoghi comuni del politicamente corretto. Del resto, non era proprio Pierpaolo Pasolini, grande poeta comunista, ad invitare i “compagni radicali” ad essere sempre “semplicemente voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili”.
Antonio Mambrino
Tratto dal sito www.loccidentale.it
mercoledì 18 marzo 2009
Perché con la Robin tax il Pd è caduto nel ridicolo
Dario Franceschini, con la sua trovata da Robin Hood del Pd è caduto nel ridicolo. Dopo avere inventato 4 miliardi di nuove spese per ammortizzatori sociali con un sussidio generale ai disoccupati, che avrebbe come copertura la lotta all’evasione fiscale e l’utilizzo di plusvalenze della Cassa Depositi e Prestiti, adesso ha escogitato una Robin tax “sui ricchi “, consistente in una addizionale all’Irpef, del 2 per cento che dovrebbe dare 0, 5 miliardi di euro, che i comuni e le non profit di tutta Italia erogherebbero ai poveri.
Poiché il 2 per cento su coloro che nella dichiarazione dei redditi denunciano oltre 120 mila euro annui dà solo 0, 5 miliardi, Franceschini dovrebbe capire che non si tratta di una “tassa sui ricchi”, ma solo su di colletti bianchi pubblici e privati, per una parte dei loro redditi, in quanto gli altri redditi sono tassati con trattenute secche alla sorgente o stanno nelle società di comodo e nei fondi di investimento nei paradisi fiscali. Con 60 milioni di italiani, 500 milioni distribuiti pro capite diventano di 8, 30 euro per abitante. Posto che i poveri fossero il 5 per cento degli abitanti si tratterebbe di venti volte 8, 3 euro per povero, cioè di 166 euro annui per ciascuno: 13 euro al mese, al lordo dei costi di gestione.
Franceschini non ha specificato chi applicherebbe questa addizionale: lo stato, le Regioni o le Province? I “ricchi” tassati si concentrano in alcune grandi città del Nord e a Roma in quanto si tratta dei dirigenti delle amministrazioni pubbliche, delle banche, delle grandi imprese che ivi risiedono. Invece i “poveri” spesso vivono o sopravvivono altrove. Così se l’addizionale fosse delle Regioni o addirittura dei comuni a cui compete la spesa, ci sarebbe una grande ingiustizia, perché molti comuni di molte regioni non riceverebbero sullo o quasi.
Se lo stato applicasse l’addizionale per darla ai comuni, con quale criterio lo dovrebbe fare? Se distribuisse questo mezzo miliardo ai comuni, in base al loro reddito pro capite presunto, ciò comporterebbe 8 mila 300 euro per i comuni di mille abitanti con un costo amministrativo sproporzionato, trattandosi di oltre 8 mila comuni. Rivoli di denaro sparpagliati, di improbabile gestione e impossibile controllo.
Dunque il piano di Robin Hood di Franceschini fa fiasco. E lui è reduce da un fiasco ipotetico ancora maggiore. Infatti la copertura dei 4 miliardi di assegni ai disoccupati da lui proposta consisteva nella lotta all’evasione (senza dire con quali strumenti tecnici e verso quali aree di evasione), nel prelievo sul patrimonio della Cassa Depositi e Prestiti che serve per finanziare gli investimenti degli enti locali e nelle opere pubbliche gestite dalle imprese, con la finanza di progetto per darli ai disoccupati. I quali, riducendo il credito all’investimento aumenterebbero.
La Marcegaglia, presidente della Confindustria chiede “soldi veri”contro la crisi e il Pd annuisce "ma i soldi veri” per rilanciare la nostra economia non sono quelli del governo, che non si può indebitare oltre un certo limite. Sono nelle famiglie e nelle imprese, nei fondi europei per l’Italia. Si tratta di mobilitarli con un aiuto limitato della finanza pubblica utilizzando stanziamenti per investimenti già a bilancio e con una azione dello stato che riguarda soprattutto il suo compito di regolatore e di garante delle iniziative valide di lungo termine. E ciò viene fatto con ì due grandi piani di investimento del governo, rivolti al sistema di mercato: quello riguardante la casa di Berlusconi consistente nell’aumento delle cubature degli edifici esistenti e nella autocertificazione delle licenze a costruire e quello delle grandi opere. Due piani che non comportano nuovi oneri per il bilancio pubblico, che riguardano investimenti e non consumi, e hanno entrambi una grande valenza sociale.
Emma Marcegaglia che si trovava a Palermo avrebbe dovuto pronunciarsi per l’immediata operatività del piano grandi opere e quindi del progetto del Ponte sullo stretto, un investimento di 7 miliardi di euro basato sulla finanza di progetto delle imprese che comporta solo una quota limitata di spesa pubblica. E avrebbe dovuto accompagnarvi la richiesta di accelerare la Tav da Lione a Torino e da Milano a Trieste e da Milano a Genova finanziata in gran parte dalle Ferrovie dello stato, e dall’Unione europea. Ci sono altre opere per il Sud e le Isole che possono essere cofinanziate dai privati, dai fondi dell’Unione europea e dall’operatore pubblico senza nuovi stanziamenti di bilancio. Emma Marcegaglia non ne ha parlato, ma si è pronunciata a favore del “piano casa”. Berlusconi dà una risposta corretta agli assistenzialismi. Da un lato le grandi opere, gestite dalle grandi imprese e riguardanti le infrastrutture di cui l’Italia ha bisogno finanziate in parte dallo stato, sul suo bilancio, in parte dall’Unione europea, in parte dal credito sulla base dei futuri ricavi dell’investimento. Dall’altro lato le piccole opere di edilizia abitativa gestite dalle piccole e medie imprese assieme alle famiglie, mobilitando il loro risparmio, al fine di ridurre il problema della casa. Questi due grandi canali di rilancio dell’investimento contengono grandi messaggi positivi riguardanti un futuro migliore in un periodo in cui la fiducia nel futuro diminuisce.
Si consideri il Ponte sullo stretto. Tutta la discussione ora verte sul fatto se i pedaggi del traffico che vi passerà, di auto, autocarri, autobus, treni basterà a ripagarlo. Il costo dell’opera per le imprese viene ridotto dal fatto che al termine di 30 anni la società che la costruisce e la gestirà, avrà dallo stato che ne diverrà proprietario un pagamento del 50 per cento del suo costo storico in moneta di costante potere d’acquisto. Ciò comporta che il costo dell’ammortamento si dimezza. Lo stato la ridarà in concessione. Certamente, allora il provento del traffico sarà maggiore, quindi l’impegno futuro dello stato può essere aumentato al 100 per cento del valore di costo dell’opera che esso recupererà con una nuova sua concessione di gestione. Così voce di costo per ammortamento per l’impresa che gestirà il Ponte si annulla. Quindi basterà un utile netto sui costi di esercizio del 3 per cento in termini reali, 210 milioni annui, per rendere l’iniziativa conveniente. Al ricavo andranno anche due contributi pubblici che non implicano un nuovo costo per il bilancio statale: una sovvenzione sostitutiva di quella che verrà meno delle navi traghetto e un’altra sostituiva del contributo alle Ferrovie dello stato per il traghetto dei suoi treni.
Ad Emma Marcegaglia presidente degli industriali, in gran parte del Nord, la problematica del Sud sembra importare poco. Ma a Dario Franceschini segretario del più grande partito di sinistra dovrebbe competere la problematica economica, sociale di tutta l’Italia. Ha proposto in due settimane, 4, 5 miliardi di nuove spese per assegni ai disoccupati, e ai poveri. Ma la parola “Mezzogiorno”, non la ha mai pronunciata. Gli squilibri regionali, per lui non sono squilibri sociali. Non pensa alle prospettive di sviluppo economico e turistico che si possono creare collegando la Sicilia alla Calabria, in una unica grande regione mediterranea, ai posti di lavoro che si generano in questo modo, agli sviluppi tecnologici che la attuazione di questo progetto può suscitare. E il fatto che il piano anticrisi di Berlusconi, oltre ché per mobilitare il risparmio e il lavoro serva per la casa delle famiglie e ne mobiliti il risparmio per tale scopo, sembra importargli poco. Eppure la famiglia è la principale unità sociale. E la casa è il centro di questa socialità, fondata sul diritto di proprietà.
Francesco Forte
Tratto dal sito www.loccidentale.it
Poiché il 2 per cento su coloro che nella dichiarazione dei redditi denunciano oltre 120 mila euro annui dà solo 0, 5 miliardi, Franceschini dovrebbe capire che non si tratta di una “tassa sui ricchi”, ma solo su di colletti bianchi pubblici e privati, per una parte dei loro redditi, in quanto gli altri redditi sono tassati con trattenute secche alla sorgente o stanno nelle società di comodo e nei fondi di investimento nei paradisi fiscali. Con 60 milioni di italiani, 500 milioni distribuiti pro capite diventano di 8, 30 euro per abitante. Posto che i poveri fossero il 5 per cento degli abitanti si tratterebbe di venti volte 8, 3 euro per povero, cioè di 166 euro annui per ciascuno: 13 euro al mese, al lordo dei costi di gestione.
Franceschini non ha specificato chi applicherebbe questa addizionale: lo stato, le Regioni o le Province? I “ricchi” tassati si concentrano in alcune grandi città del Nord e a Roma in quanto si tratta dei dirigenti delle amministrazioni pubbliche, delle banche, delle grandi imprese che ivi risiedono. Invece i “poveri” spesso vivono o sopravvivono altrove. Così se l’addizionale fosse delle Regioni o addirittura dei comuni a cui compete la spesa, ci sarebbe una grande ingiustizia, perché molti comuni di molte regioni non riceverebbero sullo o quasi.
Se lo stato applicasse l’addizionale per darla ai comuni, con quale criterio lo dovrebbe fare? Se distribuisse questo mezzo miliardo ai comuni, in base al loro reddito pro capite presunto, ciò comporterebbe 8 mila 300 euro per i comuni di mille abitanti con un costo amministrativo sproporzionato, trattandosi di oltre 8 mila comuni. Rivoli di denaro sparpagliati, di improbabile gestione e impossibile controllo.
Dunque il piano di Robin Hood di Franceschini fa fiasco. E lui è reduce da un fiasco ipotetico ancora maggiore. Infatti la copertura dei 4 miliardi di assegni ai disoccupati da lui proposta consisteva nella lotta all’evasione (senza dire con quali strumenti tecnici e verso quali aree di evasione), nel prelievo sul patrimonio della Cassa Depositi e Prestiti che serve per finanziare gli investimenti degli enti locali e nelle opere pubbliche gestite dalle imprese, con la finanza di progetto per darli ai disoccupati. I quali, riducendo il credito all’investimento aumenterebbero.
La Marcegaglia, presidente della Confindustria chiede “soldi veri”contro la crisi e il Pd annuisce "ma i soldi veri” per rilanciare la nostra economia non sono quelli del governo, che non si può indebitare oltre un certo limite. Sono nelle famiglie e nelle imprese, nei fondi europei per l’Italia. Si tratta di mobilitarli con un aiuto limitato della finanza pubblica utilizzando stanziamenti per investimenti già a bilancio e con una azione dello stato che riguarda soprattutto il suo compito di regolatore e di garante delle iniziative valide di lungo termine. E ciò viene fatto con ì due grandi piani di investimento del governo, rivolti al sistema di mercato: quello riguardante la casa di Berlusconi consistente nell’aumento delle cubature degli edifici esistenti e nella autocertificazione delle licenze a costruire e quello delle grandi opere. Due piani che non comportano nuovi oneri per il bilancio pubblico, che riguardano investimenti e non consumi, e hanno entrambi una grande valenza sociale.
Emma Marcegaglia che si trovava a Palermo avrebbe dovuto pronunciarsi per l’immediata operatività del piano grandi opere e quindi del progetto del Ponte sullo stretto, un investimento di 7 miliardi di euro basato sulla finanza di progetto delle imprese che comporta solo una quota limitata di spesa pubblica. E avrebbe dovuto accompagnarvi la richiesta di accelerare la Tav da Lione a Torino e da Milano a Trieste e da Milano a Genova finanziata in gran parte dalle Ferrovie dello stato, e dall’Unione europea. Ci sono altre opere per il Sud e le Isole che possono essere cofinanziate dai privati, dai fondi dell’Unione europea e dall’operatore pubblico senza nuovi stanziamenti di bilancio. Emma Marcegaglia non ne ha parlato, ma si è pronunciata a favore del “piano casa”. Berlusconi dà una risposta corretta agli assistenzialismi. Da un lato le grandi opere, gestite dalle grandi imprese e riguardanti le infrastrutture di cui l’Italia ha bisogno finanziate in parte dallo stato, sul suo bilancio, in parte dall’Unione europea, in parte dal credito sulla base dei futuri ricavi dell’investimento. Dall’altro lato le piccole opere di edilizia abitativa gestite dalle piccole e medie imprese assieme alle famiglie, mobilitando il loro risparmio, al fine di ridurre il problema della casa. Questi due grandi canali di rilancio dell’investimento contengono grandi messaggi positivi riguardanti un futuro migliore in un periodo in cui la fiducia nel futuro diminuisce.
Si consideri il Ponte sullo stretto. Tutta la discussione ora verte sul fatto se i pedaggi del traffico che vi passerà, di auto, autocarri, autobus, treni basterà a ripagarlo. Il costo dell’opera per le imprese viene ridotto dal fatto che al termine di 30 anni la società che la costruisce e la gestirà, avrà dallo stato che ne diverrà proprietario un pagamento del 50 per cento del suo costo storico in moneta di costante potere d’acquisto. Ciò comporta che il costo dell’ammortamento si dimezza. Lo stato la ridarà in concessione. Certamente, allora il provento del traffico sarà maggiore, quindi l’impegno futuro dello stato può essere aumentato al 100 per cento del valore di costo dell’opera che esso recupererà con una nuova sua concessione di gestione. Così voce di costo per ammortamento per l’impresa che gestirà il Ponte si annulla. Quindi basterà un utile netto sui costi di esercizio del 3 per cento in termini reali, 210 milioni annui, per rendere l’iniziativa conveniente. Al ricavo andranno anche due contributi pubblici che non implicano un nuovo costo per il bilancio statale: una sovvenzione sostitutiva di quella che verrà meno delle navi traghetto e un’altra sostituiva del contributo alle Ferrovie dello stato per il traghetto dei suoi treni.
Ad Emma Marcegaglia presidente degli industriali, in gran parte del Nord, la problematica del Sud sembra importare poco. Ma a Dario Franceschini segretario del più grande partito di sinistra dovrebbe competere la problematica economica, sociale di tutta l’Italia. Ha proposto in due settimane, 4, 5 miliardi di nuove spese per assegni ai disoccupati, e ai poveri. Ma la parola “Mezzogiorno”, non la ha mai pronunciata. Gli squilibri regionali, per lui non sono squilibri sociali. Non pensa alle prospettive di sviluppo economico e turistico che si possono creare collegando la Sicilia alla Calabria, in una unica grande regione mediterranea, ai posti di lavoro che si generano in questo modo, agli sviluppi tecnologici che la attuazione di questo progetto può suscitare. E il fatto che il piano anticrisi di Berlusconi, oltre ché per mobilitare il risparmio e il lavoro serva per la casa delle famiglie e ne mobiliti il risparmio per tale scopo, sembra importargli poco. Eppure la famiglia è la principale unità sociale. E la casa è il centro di questa socialità, fondata sul diritto di proprietà.
Francesco Forte
Tratto dal sito www.loccidentale.it
Fine vita, domani in aula Berlusconi s'impegna: «Mai eutanasia di Stato»
«Non saremo mai d’accordo con chi vuole l’eutanasia di Stato». Lo ha assicurato il premier Silvio Berlusconi, intervenendo domenica telefonicamente al convegno di Rete Italia a Riva del Garda. Dunque a pochi giorni dall’avvio (domani) nell’aula del Senato del dibattito sul fine vita il presidente del Consiglio ribadisce una posizione netta, pur ricordando che la libertà di coscienza fa parte del bagaglio culturale del Pdl. Il 'no' all’eutanasia deve essere comunque «un punto assolutamente chiaro». Ricordando la vicenda di Eluana Englaro, il premier ha affermato: «È fuori di dubbio, che siamo per la vita, siamo contro l’eutanasia. Siamo convinti che il vuoto normativo in materia di fine vita non possa essere lasciato all’interpretazione, spesso contraddittoria, dei tribunali e della magistratura, ma che questo vuoto debba essere colmato con un provvedimento che introduca norme di civiltà, nel rispetto di tutti».
«Un no chiaro all’eutanasia», ha commentato il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni nell’intervento a conclusione della convention di Rete Italia, ricordando anche le affermazioni fatte dal premier in materia di famiglia, di quoziente familiare, di persona, di sostegno all’educazione libera. «Berlusconi ha detto – ha spiegato Formigoni – che la natura del Pdl vuole essere la natura di un partito che fa riferimento forte, convinto, ad alcuni valori, non astratti, perché vuole che la sua politica parli di questi valori. È un partito che vuole, con gli atti politici che fa, dimostrare il proprio essere incarnato dentro que- sto universo di bisogni, di aspirazioni e di speranze degli uomini e delle donne del nostro tempo».
Anche per il capogruppo del Pdl a Palazzo Madama, Maurizio Gasparri, le parole di Berlusconi sono state «chiare e impegnative». Gasparri, nel suo intervento al convegno di Rete Italia, ha ricordato «la drammatica giornata del 9 febbraio» nella quale Eluana Englaro morì. Quando nella seduta del Senato ne arrivò la notizia, il capogruppo del Pdl fece delle affermazioni che gli provocarono le critiche dello stesso leader storico del suo partito, Gianfranco Fini. Gasparri parlò di «un caso di eutanasia», sul quale «peseranno per sempre le firme messe e le firme non messe», respingendo anche l’invito a rispettare il silenzio del Quirinale. «Ripensandoci alcune settimane dopo – ha detto il capogruppo pdl domenica a Riva del Garda – dico le stesse cose, perché anche se si guida un gruppo parlamentare, si fa il militante di un’idea e di valori. E noi quella notte abbiamo difeso i valori della vita contro l’ipocrisia di alcune istituzioni, e li difenderemo in Parlamento nei prossimi giorni. È un atto di militanza che continueremo». Intanto il sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, garantisce che al confronto in Senato il Pdl si presenterà compatto: «Non c’è incertezza di posizioni ed in aula ci sarà compattezza rispetto ai punti fondamentali. Quando si parla di libertà di coscienza si dice qualcosa di ovvio e che, trattandosi di temi etici, va riconosciuta; non si tratta però di 'anarchia etica', e questo perché il Pdl ha una posizione in merito definita e non 'prevalente' come per il Pd».
Pier Luigi Fornari
Tratto dal quotidiano Avvenire del 17.03.2009
«Un no chiaro all’eutanasia», ha commentato il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni nell’intervento a conclusione della convention di Rete Italia, ricordando anche le affermazioni fatte dal premier in materia di famiglia, di quoziente familiare, di persona, di sostegno all’educazione libera. «Berlusconi ha detto – ha spiegato Formigoni – che la natura del Pdl vuole essere la natura di un partito che fa riferimento forte, convinto, ad alcuni valori, non astratti, perché vuole che la sua politica parli di questi valori. È un partito che vuole, con gli atti politici che fa, dimostrare il proprio essere incarnato dentro que- sto universo di bisogni, di aspirazioni e di speranze degli uomini e delle donne del nostro tempo».
Anche per il capogruppo del Pdl a Palazzo Madama, Maurizio Gasparri, le parole di Berlusconi sono state «chiare e impegnative». Gasparri, nel suo intervento al convegno di Rete Italia, ha ricordato «la drammatica giornata del 9 febbraio» nella quale Eluana Englaro morì. Quando nella seduta del Senato ne arrivò la notizia, il capogruppo del Pdl fece delle affermazioni che gli provocarono le critiche dello stesso leader storico del suo partito, Gianfranco Fini. Gasparri parlò di «un caso di eutanasia», sul quale «peseranno per sempre le firme messe e le firme non messe», respingendo anche l’invito a rispettare il silenzio del Quirinale. «Ripensandoci alcune settimane dopo – ha detto il capogruppo pdl domenica a Riva del Garda – dico le stesse cose, perché anche se si guida un gruppo parlamentare, si fa il militante di un’idea e di valori. E noi quella notte abbiamo difeso i valori della vita contro l’ipocrisia di alcune istituzioni, e li difenderemo in Parlamento nei prossimi giorni. È un atto di militanza che continueremo». Intanto il sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, garantisce che al confronto in Senato il Pdl si presenterà compatto: «Non c’è incertezza di posizioni ed in aula ci sarà compattezza rispetto ai punti fondamentali. Quando si parla di libertà di coscienza si dice qualcosa di ovvio e che, trattandosi di temi etici, va riconosciuta; non si tratta però di 'anarchia etica', e questo perché il Pdl ha una posizione in merito definita e non 'prevalente' come per il Pd».
Pier Luigi Fornari
Tratto dal quotidiano Avvenire del 17.03.2009
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martedì 17 marzo 2009
Ecco i soldi veri stanziati dal governo per famiglie, aziende e lavoratori
“Il pacchetto di aiuti dell’Italia è un risposta adeguata alla recessione e le misure sono in linea con il programma europeo”. Così lunedì 7 marzo l’Ecofin, il consiglio dei ministri economici dell’Unione europea, promuoveva a pieni voti quanto fatto fino ad allora dal governo per combattere la crisi. Di più: lo additava ad esempio ad altri paesi perché l’Italia ha destinato le sue risorse su le tre direttrici di famiglie, ammortizzatori sociali ed imprese, anziché impegnare capitali dei contribuenti in un’incerta opera di nazionalizzazione di banche e assicurazioni, come invece Gran Bretagna, Francia e Germania.
Questa dovrebbe essere una risposta al presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, che nel fine settimana ha reclamato dal governo “soldi veri” per le aziende e l’economia. Che i soldi veri ci sono, la Marcegaglia lo sa benissimo, anche perché il più delle volte ha partecipato personalmente assieme alle parti sociali alla stesura dei provvedimenti, condividendoli. Certo, il presidente della Confindustria si rivolge in queste occasioni alla platea dei suoi iscritti, alle prese con la crisi e con il credito bancario. In un certo senso fa la sua parte.
Al solito il segretario del Pd Dario Franceschini ha cercato di saltare sul treno (sbagliato) delle parole della Marcegaglia per rispolverare il suo vecchio slogan “molte promesse, niente soldi”. Se la leader della Confindustria recita il suo ruolo di pungolo al governo – immediatamente accontentata da Silvio Berlusconi, che la vedrà domani – Franceschini, come sempre, mente.
Non sarà male, in ogni caso, fornire l’elenco aggiornato dei “soldi veri” stanziati finora dal governo. In soli quattro mesi.
• Ammortizzatori: 21 miliardi. Per il biennio 2009-2010 il governo ha messo a disposizione 21 miliardi di euro. Di questi, 12 miliardi sono a copertura degli ammortizzatori “ordinari”: quelli compresi nel bilancio dello Stato e destinati alla cassa integrazione ordinaria e straordinaria. A questi si devono aggiungere altri 8 miliardi (4 nel 2009, altrettanti nel 2010) destinati ad ammortizzatori sociali “in deroga”. Cioè, per tutte quelle categorie che – tradizionalmente – erano escluse da assegni di copertura sociale: a cominciare dai lavoratori atipici e dai precari. Non solo. Nell’ultimo consiglio dei ministri il governo ha ulteriormente irrobustito con un altro miliardo l’assegno per i precari a cui non viene rinnovato il contratto, raddoppiando dal 10 al 20% dell’ultima retribuzione l’indennità in assenza di lavoro; e ha concesso ai cassintegrati di svolgere lavori saltuari (fino a 3.500 euro) in aggiunta alla cassa integrazione. Un assieme di norme che va a beneficio dei lavoratori, ma che evidentemente consente anche di ridurre la pressione sociale sulle aziende.
• Imprese: 11 miliardi. A sostegno diretto delle aziende è stato creato – presso la presidenza del Consiglio – un Fondo destinato all’economia reale. Si tratta di 9 miliardi pronta cassa alimentato con i soldi originariamente destinati alle aree sottoutilizzate, in carico ad ogni singolo ministero, e che rischiavano di andare persi. Non solo: il governo ha erogato, già da metà febbraio, 2 miliardi di euro come bonus rottamazione di auto, elettrodomestici, mobili, elettronica. Il tutto in una logica anche di ricambio ecologico. I primi effetti si sono visti con gli incentivi per l’auto: il mercato ha fatto registrare un aumento di vendite già nel’ultima parte del mese, mentre a marzo dovrebbe, dopo molti mesi, tornare completamente positivo.
• Famiglie: 8 miliardi. Fin dal manifestarsi della crisi (fine 2008) il governo ha stanziato prima 7 miliardi, poi un altro miliardo, destinati: alla carta acquisti, o social card, per i meno abbienti e gli anziani; al bonus fiscale (fino a 2.500 euro) per i nuclei a basso reddito e con disabili a carico; agli sconti per l’iscrizione dei bambini agli asili nido; ai crediti d’imposta per l’acquisto di prodotti dell’infanzia (latte in polvere e pannolini); al rinnovo della detraibilità fiscale di una serie di consumi sociali, come l’abbonamento ai mezzi pubblici.
• Infrastrutture: 18 miliardi. Nel complesso il governo ha sbloccato (anche con l’impegno dei privati) risorse per 17,8 miliardi di euro. Dieci miliardi destinati per l’ammodernamento e potenziamento della rete stradale e autostradale, dalla Pedemontana lombarda alla Salerno-Reggio Calabria alla statale Jonica. Il resto distribuito nel rafforzamento delle infrastrutture ferroviarie (Alta velocità, 2,75 miliardi); metropolitane (1,5 miliardi); Ponte sullo Stretto (1,3 miliardi); edilizia scolastica (un miliardo); salvaguardia della laguna di Venezia (800 milioni); l’edilizia carceraria (200 milioni); i sistemi idrici meridionali (150 milioni). Si tratta anche qui di soldi veri: i cantieri si apriranno entro sei mesi. Ed a chi dubita o si attarda in facili ironie, basterà ricordare il precedente del Passante di Mestre: dopo decenni di discussioni inconcludente, il precedente governo di centrodestra ne ha avviato i lavori nel 2005, e poco più di quattro anni dopo, un mese fa con Berlusconi, lo ha inaugurato perfettamente funzionante.
• Edilizia: 1,5 miliardi. Il piano casa varato assieme alle regioni vale 550 milioni, ma potrebbe risultare molto più ampio a seconda di quanti vorranno utilizzarlo. Come è noto si tratta da una parte di far ripartire l’edilizia popolare, dall’altra di consentire l’aumento di cubature, nel rispetto dei piani paesaggistici e senza abusi, in percentuali dal 20 al 30% a seconda che si usino tecnologie ecologiche e di risparmio energetico. In più è stato reso permanente l’abbattimento al 10% dell’Iva sulle costruzioni.
• Soldi al credito: 12 miliardi. Traduciamo così i Tremonti bond. Il meccanismo è semplice: il governo compra dalle banche che ne fanno richiesta obbligazioni da loro emesse remunarandole intorno al 7,5%. In cambio gli istituti di credito si obbligano a fornire una serie di garanzie alle aziende ai privati: dai fidi e prestiti per le imprese (sui quali i prefetti vigileranno in collaborazione con Bankitalia), alla sospensione temporanea della rata del mutuo per chi si trovi in cassa integrazione o in disoccupazione. Che non si tratti di “soldi alle banche”, come ha cercato di far credere la sinistra, ma di soldi veri al sistema produttivo lo dimostra l’iniziale incertezza con cui gli istituti di credito hanno aderito all’iniziativa. Non desiderando perdere i loro privilegi, specie in tema di prestiti, hanno atteso il da farsi, finché il Banco Popolare ha rotto il fronte prenotando 1,45 miliardi, in gran parte che consentiranno il salvataggio della Banca Italease (e relativi clienti). Altrettanto, per importi diversi, si accingono a fare Intesa SanPaolo, Unicredit, Mps ed altri.
• Straordinari e contratti. A questo elenco, finora pari a 71,5 miliardi di “soldi veri”, si possono aggiungere i fondi messi a disposizione dal governo per il finanziamento del nuovo modello contrattuale, definito dalla Confindustria “una conquista per le imprese e per i lavoratori”, e che invece è stato bocciato dalla Cgil. Si tratta dell’articolazione del contratto su vari i livelli; il governo interviene detassando gli straordinari ed i premi di produzione fino a 3.500 euro, tetto che potrà essere aumentato con la ripresa. Importo? Almeno 500 milioni.
• Garanzie su depositi, mutui e obbligazioni. Fin dall’inizio della crisi il governo ha assunto su di sé, cioè sullo Stato, la garanzia sui depositi in conto corrente di ogni cittadino, fino ad un importo di 103.000 euro per ogni singolo intestatario. Garantite anche le obbligazioni ed i pronti contro termine espresse in titoli pubblici. Garantita la rata dei mutui, che in sostanza non potrà eccedere, per quelli a tasso variabili, l’interesse complessivo (spread compreso) del 4%. La Banca d’Italia ha messo a disposizione 40 miliardi di euro per il riacquisto dalle banche di titoli tossici in cambio di titoli ad elevata qualità. Questi fondi non li conteggiamo: ma, se caso mai occorresse, ci sono.
• L’Italia ha fatto più degli altri governi. Conclusione “l’Italia ha finora erogato 45 miliardi di euro, e con i fondi europei già impegnati si raggiunge, nel triennio 2008-2010, gli 80 miliardi di euro”. La fonte? Repubblica di oggi. Fonte non sospetta, diremmo. Vediamo quanto hanno messo sul piatto gli altri paesi: Germania 81 miliardi, Spagna 61, Francia 29, Gran Bretagna 23. Parte di quanto speso dai nostri partner, però, comprende i fondi serviti al salvataggio delle banche, cioè ad intervenire direttamente nel loro capitale (non è il caso della Gran Bretagna, che li conteggia a parte: si tratta di ben 200 miliardi). Certo, sono cifre distanti dai 660 miliardi previsti finora dal piano Obama. Ma la crisi è nata neli Usa, là si sono persi mutui e case, l’industria automobilistica è al crack, non esiste l’assistenza sanitaria per tutti. E non esiste neppure la certezza che il piano Obama funzioni. Tornando a noi: si chiedono “soldi veri”. Eccoli: veri, anzi “verissimi”.
Tratto dal sito www.mauriziolupi.it
Questa dovrebbe essere una risposta al presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, che nel fine settimana ha reclamato dal governo “soldi veri” per le aziende e l’economia. Che i soldi veri ci sono, la Marcegaglia lo sa benissimo, anche perché il più delle volte ha partecipato personalmente assieme alle parti sociali alla stesura dei provvedimenti, condividendoli. Certo, il presidente della Confindustria si rivolge in queste occasioni alla platea dei suoi iscritti, alle prese con la crisi e con il credito bancario. In un certo senso fa la sua parte.
Al solito il segretario del Pd Dario Franceschini ha cercato di saltare sul treno (sbagliato) delle parole della Marcegaglia per rispolverare il suo vecchio slogan “molte promesse, niente soldi”. Se la leader della Confindustria recita il suo ruolo di pungolo al governo – immediatamente accontentata da Silvio Berlusconi, che la vedrà domani – Franceschini, come sempre, mente.
Non sarà male, in ogni caso, fornire l’elenco aggiornato dei “soldi veri” stanziati finora dal governo. In soli quattro mesi.
• Ammortizzatori: 21 miliardi. Per il biennio 2009-2010 il governo ha messo a disposizione 21 miliardi di euro. Di questi, 12 miliardi sono a copertura degli ammortizzatori “ordinari”: quelli compresi nel bilancio dello Stato e destinati alla cassa integrazione ordinaria e straordinaria. A questi si devono aggiungere altri 8 miliardi (4 nel 2009, altrettanti nel 2010) destinati ad ammortizzatori sociali “in deroga”. Cioè, per tutte quelle categorie che – tradizionalmente – erano escluse da assegni di copertura sociale: a cominciare dai lavoratori atipici e dai precari. Non solo. Nell’ultimo consiglio dei ministri il governo ha ulteriormente irrobustito con un altro miliardo l’assegno per i precari a cui non viene rinnovato il contratto, raddoppiando dal 10 al 20% dell’ultima retribuzione l’indennità in assenza di lavoro; e ha concesso ai cassintegrati di svolgere lavori saltuari (fino a 3.500 euro) in aggiunta alla cassa integrazione. Un assieme di norme che va a beneficio dei lavoratori, ma che evidentemente consente anche di ridurre la pressione sociale sulle aziende.
• Imprese: 11 miliardi. A sostegno diretto delle aziende è stato creato – presso la presidenza del Consiglio – un Fondo destinato all’economia reale. Si tratta di 9 miliardi pronta cassa alimentato con i soldi originariamente destinati alle aree sottoutilizzate, in carico ad ogni singolo ministero, e che rischiavano di andare persi. Non solo: il governo ha erogato, già da metà febbraio, 2 miliardi di euro come bonus rottamazione di auto, elettrodomestici, mobili, elettronica. Il tutto in una logica anche di ricambio ecologico. I primi effetti si sono visti con gli incentivi per l’auto: il mercato ha fatto registrare un aumento di vendite già nel’ultima parte del mese, mentre a marzo dovrebbe, dopo molti mesi, tornare completamente positivo.
• Famiglie: 8 miliardi. Fin dal manifestarsi della crisi (fine 2008) il governo ha stanziato prima 7 miliardi, poi un altro miliardo, destinati: alla carta acquisti, o social card, per i meno abbienti e gli anziani; al bonus fiscale (fino a 2.500 euro) per i nuclei a basso reddito e con disabili a carico; agli sconti per l’iscrizione dei bambini agli asili nido; ai crediti d’imposta per l’acquisto di prodotti dell’infanzia (latte in polvere e pannolini); al rinnovo della detraibilità fiscale di una serie di consumi sociali, come l’abbonamento ai mezzi pubblici.
• Infrastrutture: 18 miliardi. Nel complesso il governo ha sbloccato (anche con l’impegno dei privati) risorse per 17,8 miliardi di euro. Dieci miliardi destinati per l’ammodernamento e potenziamento della rete stradale e autostradale, dalla Pedemontana lombarda alla Salerno-Reggio Calabria alla statale Jonica. Il resto distribuito nel rafforzamento delle infrastrutture ferroviarie (Alta velocità, 2,75 miliardi); metropolitane (1,5 miliardi); Ponte sullo Stretto (1,3 miliardi); edilizia scolastica (un miliardo); salvaguardia della laguna di Venezia (800 milioni); l’edilizia carceraria (200 milioni); i sistemi idrici meridionali (150 milioni). Si tratta anche qui di soldi veri: i cantieri si apriranno entro sei mesi. Ed a chi dubita o si attarda in facili ironie, basterà ricordare il precedente del Passante di Mestre: dopo decenni di discussioni inconcludente, il precedente governo di centrodestra ne ha avviato i lavori nel 2005, e poco più di quattro anni dopo, un mese fa con Berlusconi, lo ha inaugurato perfettamente funzionante.
• Edilizia: 1,5 miliardi. Il piano casa varato assieme alle regioni vale 550 milioni, ma potrebbe risultare molto più ampio a seconda di quanti vorranno utilizzarlo. Come è noto si tratta da una parte di far ripartire l’edilizia popolare, dall’altra di consentire l’aumento di cubature, nel rispetto dei piani paesaggistici e senza abusi, in percentuali dal 20 al 30% a seconda che si usino tecnologie ecologiche e di risparmio energetico. In più è stato reso permanente l’abbattimento al 10% dell’Iva sulle costruzioni.
• Soldi al credito: 12 miliardi. Traduciamo così i Tremonti bond. Il meccanismo è semplice: il governo compra dalle banche che ne fanno richiesta obbligazioni da loro emesse remunarandole intorno al 7,5%. In cambio gli istituti di credito si obbligano a fornire una serie di garanzie alle aziende ai privati: dai fidi e prestiti per le imprese (sui quali i prefetti vigileranno in collaborazione con Bankitalia), alla sospensione temporanea della rata del mutuo per chi si trovi in cassa integrazione o in disoccupazione. Che non si tratti di “soldi alle banche”, come ha cercato di far credere la sinistra, ma di soldi veri al sistema produttivo lo dimostra l’iniziale incertezza con cui gli istituti di credito hanno aderito all’iniziativa. Non desiderando perdere i loro privilegi, specie in tema di prestiti, hanno atteso il da farsi, finché il Banco Popolare ha rotto il fronte prenotando 1,45 miliardi, in gran parte che consentiranno il salvataggio della Banca Italease (e relativi clienti). Altrettanto, per importi diversi, si accingono a fare Intesa SanPaolo, Unicredit, Mps ed altri.
• Straordinari e contratti. A questo elenco, finora pari a 71,5 miliardi di “soldi veri”, si possono aggiungere i fondi messi a disposizione dal governo per il finanziamento del nuovo modello contrattuale, definito dalla Confindustria “una conquista per le imprese e per i lavoratori”, e che invece è stato bocciato dalla Cgil. Si tratta dell’articolazione del contratto su vari i livelli; il governo interviene detassando gli straordinari ed i premi di produzione fino a 3.500 euro, tetto che potrà essere aumentato con la ripresa. Importo? Almeno 500 milioni.
• Garanzie su depositi, mutui e obbligazioni. Fin dall’inizio della crisi il governo ha assunto su di sé, cioè sullo Stato, la garanzia sui depositi in conto corrente di ogni cittadino, fino ad un importo di 103.000 euro per ogni singolo intestatario. Garantite anche le obbligazioni ed i pronti contro termine espresse in titoli pubblici. Garantita la rata dei mutui, che in sostanza non potrà eccedere, per quelli a tasso variabili, l’interesse complessivo (spread compreso) del 4%. La Banca d’Italia ha messo a disposizione 40 miliardi di euro per il riacquisto dalle banche di titoli tossici in cambio di titoli ad elevata qualità. Questi fondi non li conteggiamo: ma, se caso mai occorresse, ci sono.
• L’Italia ha fatto più degli altri governi. Conclusione “l’Italia ha finora erogato 45 miliardi di euro, e con i fondi europei già impegnati si raggiunge, nel triennio 2008-2010, gli 80 miliardi di euro”. La fonte? Repubblica di oggi. Fonte non sospetta, diremmo. Vediamo quanto hanno messo sul piatto gli altri paesi: Germania 81 miliardi, Spagna 61, Francia 29, Gran Bretagna 23. Parte di quanto speso dai nostri partner, però, comprende i fondi serviti al salvataggio delle banche, cioè ad intervenire direttamente nel loro capitale (non è il caso della Gran Bretagna, che li conteggia a parte: si tratta di ben 200 miliardi). Certo, sono cifre distanti dai 660 miliardi previsti finora dal piano Obama. Ma la crisi è nata neli Usa, là si sono persi mutui e case, l’industria automobilistica è al crack, non esiste l’assistenza sanitaria per tutti. E non esiste neppure la certezza che il piano Obama funzioni. Tornando a noi: si chiedono “soldi veri”. Eccoli: veri, anzi “verissimi”.
Tratto dal sito www.mauriziolupi.it
lunedì 16 marzo 2009
Superare l’antinomia laici-cattolici
Nel Pdl la leadership di Silvio Berlusconi non è in discussione, ma le regole del gioco sì. A porre il problema della democrazia nel nuovo partito è il governatore della Lombardia Roberto Formigoni, in vista dell’imminente congresso. «Il vascello ha un capitano e il partito sarà presidenziale – ha detto ieri – ma deve essere anche aperto, partecipato, democratico». A partire dalle candidature: «la classe dirigente sia decisa dalla base». Anche l’elezione del leader, ha specificato, dovrà avvenire con un voto e potrebbe persino essere segreto se, ha soggiunto, «per assurdo vi fosse una candidatura alternativa». A chi poi sta pensando di spostare al 2014 i congressi locali, il presidente lombardo manda a dire: «cinque anni di sospensione della democrazia mi sembrano un po’ troppi. Ne basta uno». È dunque un Formigoni che difende la democrazia dei numeri e delle preferenze – «vogliamo reintrodurle nelle elezioni italiane » – quello che a Riva del Garda ha chiesto al Pdl di celebrare i congressi «a tutti i livelli » entro dodici mesi. L’obiettivo è contarsi e superare gli equilibri concordati per la fusione tra Forza Italia e An. Unanime su questa linea Rete Italia, la quasi-corrente che qui chiamano «coordinamento di amici» e che è un forum di amministratori e deputati di ispirazione cristiana, in cerca di uno spazio dove discutere di sussidiarietà e liste elettorali, ma anche dei consigli d’amministrazione delle Ferrovie Nord e dell’arcipelago Fiera. Il parterre ha un baricentro lombardo e quindi, se il futuro del Pdl è importante, il rapporto con la Lega lo è di più. Ecco allora Formigoni rispolverare la «collaborazione competitiva » che fu tra Dc e Psi, condannare l’ambizione leghista di essere «partito di lotta e di governo» ma anche blandire il Carroccio «da cui dobbiamo imparare molto, per quanto riguarda la presenza sul territorio, la militanza e la disponibilità dei parlamentari e dei ministri ad ascoltare la gente. Da noi questo non succede sempre». La stoccata non vale per i ministri «amici» di Rete Italia, come Maurizio Sacconi, che ieri è stato chiamato a tracciare l’identikit del Pdl: sarà «pragmatico» ma si incardinerà sulla centralità della persona, «in sé e nelle sue relazioni, perché la persona isolata non esiste, è un’astrazione», ha aggiunto senza curarsi di chi, nella maggioranza, la pensa in modo diametralmente opposto. Il nuovo partito «realizzerà il superamento dell’antinomia tra laici e cattolici, basandosi su una definizione di una nuova e più alta laicità che non può non includere i valori cristiani ». D’accordo con lui il ministro degli esteri Franco Frattini, per il quale «non basta una sommatoria» tra cultura laica e cristiana. O, per dirla con il vicepresidente del Parlamento europeo Mario Mauro (candidato da Berlusconi all’europresidenza per la prossima legislatura), «non è una questione di sincretismo ». Della ricerca di una nuova laicità aveva parlato venerdì il cardinale Scola; sull’ispirazione cristiana del Pdl ha insistito Formigoni, per dire che «non c’è nulla da ricercare: abbiamo assunto la carta dei valori del Partito popolare europeo». La vicenda di Eluana, ha aggiunto il governatore, «ha evidenziato una cosa: Berlusconi non ha ascoltato i sondaggi, ma ha risposto all’istinto cristiano che è in lui». Sacconi, dal canto suo, ha definito il caso Englaro una «prova da sforzo decisiva» per il Pdl, ricordando le tensioni in Consiglio dei ministri: «Guai se non avessimo fatto quelle scelte. Avremmo riprodotto la distinzione tra laici e cattolici e ci sarebbe stata la nascita di un movimento politico già vecchio». La convention si chiude oggi con l’ìntervento dei ministri Gelmini, Alfano e Fitto e del sindaco di Roma Alemanno. Berlusconi telefonerà. Sacconi alla convention di Rete Italia: un partito pragmatico. Formigoni all’attacco: il Popolo della libertà sia aperto e democratico. La classe dirigente dovrà essere decisa dalla base. Reintrodurre le preferenze.
Paolo Viana
Paolo Viana
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