venerdì 13 marzo 2009

RETE ITALIA:FORMIGONI, MAURO E BERLUSCONI A RADUNO NAZIONALE 13-15/ MARZO

Al via venerdì la seconda edizione del raduno nazionale di Rete Italia.
Dal 13 al 15 marzo 2009 a Riva del Garda (Tn) si alterneranno incontri, riflessioni e interventi su riforme, cammino verso il Popolo della Libertà, ruolo di cattolici e laici negli schieramenti politici italiani.
Gli incontri a Riva del Garda saranno preceduti, venerdì 13 marzo, dalla lectio magistralis 'Chiesa e politica oggi: spunti per un giudizio' tenuta dal patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola.
Sabato 14 marzo 2009 e' previsto l'intervento di Roberto Formigoni, presidente di Regione Lombardia e vicepresidente nazionale di Forza Italia. Nel corso dei due giorni si alterneranno nel palacongressi di Riva del Garda il ministro Maurizio Sacconi, il ministro Franco Frattini, il ministro Angelino Alfano, il ministro Raffaele Fitto, il ministro Mariastella Gelmini, il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, il vicepresidente del Parlamento Europeo Mario Mauro, l'onorevole Giancarlo Abelli (vicecoordinatore nazionale di Forza Italia), il presidente del gruppo Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto, il presidente del gruppo Pdl al Senato Maurizio Gasparri e il sindaco di Roma Gianni Alemanno.
Domenica 15 marzo e' previsto l'intervento del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Rete Italia, nata nel 2006 da un'iniziativa di Roberto Formigoni, Mario Mauro, Maurizio Lupi e Giancarlo Abelli, è presente oggi in molte regioni italiane dove promuove momenti di confronto tra amministratori e territorio, favorendo lo scambio di esperienze e la diffusione della sussidiarietà come motore dell'iniziativa politica. Rete Italia ha sviluppato un'attenzione particolare ai più giovani come testimonia il successo della scuola di formazione politica che in due anni ha radunato oltre 900 iscritti ai suoi seminari.

Don Carrón (Cl): «La crisi? È un’emergenza educativa»

«L’emergenza e­ducativa in atto non ri­guarda solo la scuola, ma è soprattutto una crisi dell’u­mano. Che si documenta nella passività di tanti giova­ni, quasi incapaci di interes­sarsi a qualcosa in modo du­raturo, e nella stanchezza, nella solitudine, nello scetti­cismo di adulti che non san­no cosa offrire come rispo­sta».

Don Julián Carrón, presi­dente della Fraternità di Co­munione e Liberazione, ha parlato a 2000 persone nel Palasport di Imola per un corso organizzato dalla dio­cesi e introdotto dal vescovo Tommaso Ghirelli. Carrón parte da una citazione di Al­beroni: «Negli ultimi vent’anni molti sociologi e­rano convinti che nella so­cietà post­moderna spariscono non solo le ideologie ma tutte le certezze e lo stesso 'principio di non con­traddizio­ne', per cui non dobbia­mo più de­cidere se è vero questo o quello: so­no veri tutti e due. Ades­so tutto questo è messo alla prova. Per­ché vedia­mo la fatica della nostra società a tra­smettere la ragione del vive­re, cioè a introdurre al reale le nuove generazioni».

Per descrivere il primo segno dell’emergenza, il disinte­resse, il relatore richiama un articolo di Pietro Citati sugli eterni adolescenti: «Preferi­scono restare passivi, vivono avvolti in un misterioso tor­pore. Non amano il tempo. L’unico loro tempo è una se­rie di attimi che non vengo­no mai legati in una catena o organizzati in una storia». «La ferita in questi giovani – rispondeva poco tempo do­po Eugenio Scalfari – è stata la perdita dell’identità e del­la memoria, la ferita è stata la noia che ha ucciso il tem­po, la storia, le passioni e le speranze». Chiosa don Carrón: «Prima si impegna- no per fare perdere ai giova­ni l’identità e poi si lamen­tano che non che l’hanno più».

Il presidente della Fraternità di Cl boccia anche i rimedi proposti da Umberto Galim­berti a proposito della «ge­nerazione del nulla». «Poiché la ragione illuministica – os­serva – non è in grado di de­stare l’interesse, Galimberti propone di tornare ai greci, immaginando una sorta di misura al pensiero illimita­to. Ma proprio questa misu­ra si dimostra sconfitta per­ché la passività aumenta». Senza interesse «si fa strada il nichilismo richiamato da Augusto Del Noce. Quello di oggi è un nichilismo gaio, senza inquietudine. Si po­trebbe addirittura definirlo della soppressione dell’'in­quieto cor meo' agostinia­no. Questa è la disumaniz­zazione. Come una sorta di indeboli­mento del desiderio.

Non si trova una risposta all’esigenza di totalità; allora soc­combiamo alla menzo­gna del rela­tivismo ». Chi potrà contribuire alla sfida dell’emer­genza edu­cativa? «Chi ha qualcosa da offrire – risponde Carrón –. È un’occasio­ne bellissi­ma anche per la Chiesa. Soprattutto se accetterà di approfondire la natura del cristianesimo, che non è soltanto un insieme di verità o di regole ma la verità diventata carne. Solo se i concetti diventeranno carne e sangue nei testimoni si po­trà ridestare la vita dal tor­pore offrendo un significato che ci consenta di affronta­re tutto. Anche la crisi eco­nomica ». Chi sia in grado di offrire un’ipotesi che riem­pia la vita di fascino potrà a­vere qualche chance nel fu­turo, conclude il relatore: «O­ra non è un’ideologia a deci­dere, ma il vaglio dell’espe­rienza. Siamo in un mo­mento, da una parte terribi­le e dall’altra affascinante, dove a nessuno viene rispar­miata la verifica del signifi­cato del vivere».

Stefano Andrini
Tratto dal quotidiano Avvenire del 12.03.2009

Primo, recuperare a sinistra: la strategia del Pd è chiara

Non deve stupire che Umberto Bossi abbia giudicato con qualche favore la proposta di Dario Franceschini: aumentare l'Irpef nel 2009 ai redditi più alti, una sorta di «una tantum» per destinare maggiori risorse al sostegno dei ceti poveri. Sarebbe sembrato strano il contrario.

La Lega, autentico partito «popolare», in questi anni è cresciuta guadagnando consensi in molte direzioni, ma si è giovata in particolare della crisi della sinistra al Nord. È evidente che non intende rinunciare a questo spazio. Ora la strategia del Partito democratico post-veltroniano consiste proprio nel recuperare l'elettorato di sinistra. Un elettorato disperso, disilluso, frastornato dalle difficoltà economiche. Franceschini e il gruppo dirigente ex diessino dietro di lui si muovono con una determinazione da ultima spiaggia verso tale obiettivo. S'intende, è un sentiero stretto: ma oggi è l'unico praticabile. «Far piangere» un po' i ricchi - come recitava uno sfortunato slogan di Rifondazione nel 2006 - in vista di ritrovare un legame con una base sociale in fuga.

Si tratta di demagogia, come ha subito commentato il Pdl? È la garanzia che il Pd «resterà dieci anni all'opposizione», come ha chiosato Capezzone? Difficile dirlo. È ovvio che Franceschini - e con lui i Bersani e i D'Alema - non pensano di rubare voti a Berlusconi su questo terreno. La loro priorità è invece impedire che l'emorragia dei consensi continui: a vantaggio di Di Pietro, di una estrema sinistra in grado di superare la barriera del 4 per cento alle europee, e naturalmente del grande partito dell'astensione.

C'è una sensibile differenza tra un risultato del 22 per cento e uno del 28-29. Il primo caso equivale a uno scenario drammatico per il centro-sinistra: sarebbe difficile scommettere sul futuro del Pd così come lo conosciamo oggi. Il secondo consente invece di ricostruire, specie se accompagnato dalla riconquista di qualche città importante, a cominciare da Bologna e Firenze. Tutto è appeso a un filo, ma è l'unico margine di manovra dei democratici con la crisi economica che si aggrava.

In fondo è proprio D'Alema a denunciare gli «errori» di Veltroni e a elogiare il nuovo segretario che si muove nel più sicuro solco dell'identità socialdemocratica. Il che non significa che regni l'armonia nel nuovo Pd, come testimoniano le significative frizioni sulla scelta del presidente Rai. Dove è chiaro che il «patto di sindacato» diessino non gradisce troppo l'autonomia di cui ha tentato di dar prova il leader ex democristiano.

I voti però si prendono o si perdono sui problemi reali, non certo sulla gestione della Rai. Ed è qui che Bossi mostra verso le proposte della sinistra un'attenzione sconosciuta al resto della maggioranza. Si capisce: la Lega ha bisogno di tenere a bada il Pd senza mortificarlo. Un'opposizione troppo debole non sarà un rischio agli occhi di Berlusconi, ma lo è per Bossi. Equivale a destabilizzare il quadro generale della politica e compromette il cammino della riforma federalista. Inoltre - ed è un vecchio tema - Bossi non gradisce lo strapotere di Berlusconi e punta a limitarlo per quanto è possibile. Dopodiché l'apertura della Lega a sinistra conosce confini precisi. Lo abbiamo visto nel «no» immediato all'ipotesi di accorpare il voto amministrativo e il referendum elettorale. Un'altra idea di Franceschini, ma qui la Lega difende se stessa. E non sente ragioni.

Stefano Folli
Tratto dal qutidiano Il Sole 24Ore del 12.03.09