giovedì 5 marzo 2009

Che delusione, signor Beppino

Per tante volte, giustamente, un sacrosanto silenzio l’ha chiesto lui. Adesso, dovrebbe trovare la forza di imporlo anche a se stesso.

Di concederselo, come un calmo e pacifico riposo, dopo tanti anni di clamori e di furori. Invece Beppino Englaro non si placa: da quel silenzio che in diversi momenti ha drammaticamente preteso, continua ad uscire in modo volontario e provocatorio. Come se non gli bastasse l’immane catasta di citazioni, di codici, di udienze, di ricorsi, di pronunciamenti, come se non ne avesse fin sopra i capelli di esperti, di perizie e di azzeccagarbugli: niente, per il suo dopo-Eluana ha scelto ancora carte bollate. Querelerà quelli che l’hanno definito assassino per ricavarne risarcimenti in denaro. Ovviamente, non c’è bieco cinismo, non c’è niente di spregevole nella finalità dell’azione: tutti abbiamo capito benissimo che i soldi eventualmente incassati non entreranno nei suoi conti bancari, nessuno - neppure i più avvelenati avversari - oserebbe insinuare questo, tutti cioè credono ciecamente che andranno a finanziare una fondazione nel nome di Eluana, per sostenere battaglie di civiltà. Ma nemmeno il nobile scopo riesce a spazzare via da questa nuova mossa un senso gelido di fastidio.

Per tutto quello che ha passato, che ha subìto, che gli è toccato, Beppino ha sempre raccolto la compassione, il più nobile dei sentimenti, di tutta una nazione. A parte qualche demente ultrà, componente fisiologica in qualunque corpo sociale, tutti hanno quanto meno compreso, immedesimandosi, gli stati d’animo e le devastazioni di questa incredibile vicenda familiare. Anche coloro che hanno combattuto dall’altra parte, comunque in nome del principio, non hanno mai calpestato l’aspetto umano e intimo della prova. I toni si sono alzati, le parole si sono inasprite, la polemica è persino degenerata in squallido schiamazzo da trivio, qualche volta. Ma troppa passione, troppa angoscia, troppa emozione ha sollevato la storia di Eluana, perché si potesse pensare che sessanta milioni di italiani, tutti quanti impassibili, restassero allineati e composti alla finestra, in attesa degli eventi. Da questo punto di vista, vale la pena ripeterlo: in generale, al netto di dementi e degenerazioni, la lunga agonia di Eluana è servita all'Italia per guardarsi dentro, per ragionarci sopra, per riscoprire una volta tanto la sua sopita capacità di pensiero.

Dopo le esequie, sembrava logico e doveroso dare un certo seguito, in un certo modo, al penoso epilogo. La discussione sul testamento biologico, un dovere primario e assoluto - fra tante chiacchiere - per la nostra classe politica, appare finora la risposta più edificante a una simile prova. Eppure, a Beppino non basta. Manifestare, come da Fabio Fazio, tutta la sua opposizione ad un progetto di legge che non condivide sta nel suo pieno diritto. Magari contrasta con la pretesa di silenzio che ha più volte avanzato, ma resta nel suo pieno diritto. Diversa, molto diversa, la scelta di avviare un’altra guerra mondiale dentro i palazzi di giustizia, a colpi di querele. Se è un modo per continuare la battaglia nel nome di Eluana, ha tutte le sembianze del modo più sgradevole. Da Eluana potrebbe scaturire un flusso di buone idee e di nobili sentimenti: così si finisce nuovamente nella bassa macelleria degli insulti, dei veleni e delle carognate. Per quanto benefico sia lo scopo finale, non è questo il dopo-Eluana che merita Eluana. Cosa se ne fa, la creatura che tutti abbiamo amato, di una fondazione fondata sul rancore?

È fin troppo evidente che dietro la mossa di Beppino ci sia la solerte e indefessa consulenza degli avvocati. Brava gente, gli avvocati: finché fanno gli avvocati. Finché esercitano la nobile professione dei tecnici giudiziari. Ma molti di loro, quando si accende un riflettore, quando fiutano l’aroma della notorietà, non esitano un attimo a inventarsi consiglieri, promotori, sobillatori. Vivono in un mondo tutto loro, pensano che con un codice si possa regolare agevolmente la complessa materia chiamata vita. Sembra di sentirli. Beppino, amico caro, hai tutte le ragioni del mondo. Ti hanno offeso e diffamato. Dammi retta: preparo un dossier e li facciamo neri.

Consiglio per consiglio, caro Beppino: può pure darsi che dopo lunghe e cruente battaglie legali, dentro e fuori i tribunali, in quel tritacarne che ormai ben conosce, alla fine lei vinca e si porti a casa un gruzzolo per la fondazione. Ma a quale prezzo? Voleva il silenzio, avrà un’altra guerra. Nella precedente, almeno, ha sempre sostenuto di parlare in nome di Eluana, rimasta senza voce. Permetta il dubbio: anche questa volta, davvero, può dire d’essere Eluana?

Cristiano Gatti
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 05.02.2009

La Cgil stoppa la via sussidiaria di Brescia

Mettersi di traverso alla realtà è il mestiere che preferisce. La Cgil è fatta così. A Brescia si è rinnovato il rito. L’amministrazione cittadina con il sindaco Adriano Paroli in testa, promuove un bonus bebè (mille euro per i figli nati nel 2008 da coppie italiane o miste, residenti a Brescia da almeno cinque anni e con un reddito massimo di 40.000 euro).

La Cgil insorge, sostenendo che la mossa è discriminatoria in quanto penalizza gli extracomunitari. Il sindacato di Epifani ricorre al Tribunale del lavoro. Risultato: la delibera viene bloccata; in buona sostanza la sentenza si pronuncia a favore del ricorso sostenuto dalla sigla sindacale massimalista presentato da quattro famiglie originarie d Bangladesh, Sri-Lanka, Algeria e Pakistan. Insomma, il provvedimento va esteso a tutti. Paroli naturalmente non ci sta. La sua iniziativa vuole essere una risposta specifica a problemi specifici secondo il principio di sussidiarietà (come lo sportello stranieri o badanti) che non ha nulla di discriminatorio verso gli extracomunitari, «si voleva rispondere con un gesto concreto alla scarsa natalità delle coppie italiane che adesso è sotto l’1 per cento. Un tempo si sarebbe parlato di sentenza politica», spiega a Tempi il sindaco. Paroli non può far altro che ritirare la delibera in quanto i fondi stanziati (1 milione e 350mila euro accantonati in bilancio per il bonus) non sarebbero stati sufficienti a coprire la totalità della domanda. A quel punto, tolta la delibera, anche il secondo pronunciamento del 21 febbraio da parte dello stesso Tribunale, conferma il primo giudizio. Morale? Bonus per nessuno. «Si è persa un’occasione, un’opportunità di offrire alle giovani coppie un qualcosa di concreto. Peccato. Ancora una volta sono prevalse logiche al ribasso che alla prova dei fatti hanno portato a togliere», aggiunge Paroli.

Enzo Manes
Tratto dal settimanale Tempi del 04.02.2009

Sul maestro unico le solite bugie della sinistra

Con la chiusura delle iscrizioni alla scuola elementare sono subito riprese, più violente che mai, le polemiche sulla riforma Gelmini.

Scaduti a fine febbraio i termini per le iscrizioni, sono stati diffusi dal ministero i risultati di un sondaggio effettuato sulle scelte operate dalle famiglie sull'orario scolastico della scuola elementare, che prevedeva una scelta tra maestro unico (24 ore) o maestro prevalente (27, 30 o 40 ore). Dopo mesi di polemiche e falsità, alla fine le famiglie italiane hanno scelto e a settembre i bambini della prima elementare si troveranno in gran parte (56%) nelle classi a 30 ore, con percentuali minori (3%) per le 24 ore, (7%) per le 27 ore, mentre il tempo pieno (le 40 ore con due maestri è stato scelto dal 34%. Immediatamente le solite cassandre dei sindacati e del Pd, con l'ex ministro Fioroni in prima fila, invece di arrendersi all'evidenza, hanno iniziato a sparare a zero sulla riforma e a strillare il solito «al lupo, al lupo!» con l'unico scopo di creare inutili allarmismi e paure assolutamente ingiustificate nelle famiglie italiane.

I fatti sono stati ancora una volta travisati ad arte e la scelta delle 30 ore e del tempo pieno da parte delle famiglie è stata addirittura millantata dalla sinistra come un referendum contro il ministro Gelmini ed una bocciatura del suo decreto e dell'introduzione del maestro unico. Come sempre, si tratta di polemiche strumentali, prive di ogni fondamento, e di una lettura a dir poco distorta e strabica dei dati emersi dal sondaggio. Il quadro orario scelto dalle famiglie, infatti, non rappresenta affatto una bocciatura del maestro unico, visto che il maestro unico di riferimento esiste indipendentemente dal quadro orario scelto dalle famiglie ed era previsto già dall'inizio sia nelle 24, che nelle 27 e nelle 30 ore. Il Pd dimostra ancora una volta la sua assoluta cecità e la caparbia ostinazione nel voler negare la razionalizzazione che è stata fatta delle risorse a disposizione e le maggiori opportunità di scelta oraria garantite ed offerte dal governo per venire incontro alle esigenze delle singole famiglie. Inoltre, come promesso sin dall'inizio dal governo, il tempo pieno non è stato affatto cancellato, ma verrà anzi rafforzato proprio grazie all'incremento delle risorse a seguito dei tagli e dei risparmi generati dalla riforma stessa.

Ormai neanche più gli studenti sembrano credere alle bugie e alle campagne ideologiche portate avanti dalla sinistra: lo dimostra il flop di tutte le più recenti manifestazioni studentesche anti-Gelmini rimaste semideserte, ultima in ordine di tempo il «surfing day» di qualche giorno fa, che ha visto una scarsissima partecipazione di studenti e ha dimostrato in modo chiaro ed evidente che l'Onda si è definitivamente sgonfiata. Ormai non c'è più niente da dimostrare. Non servono ulteriori conferme circa il fallimento di una protesta dai caratteri squisitamente politici. Gli studenti l'hanno capito e hanno scelto di fare, ancora una volta, ciò che è meglio per loro: andare a scuola. A dimostrazione che i cambiamenti al sistema formativo portati avanti dal governo Berlusconi sono stati ben accolti da chi vive realmente la scuola, cioè i giovani con le loro famiglie.

Francesco Pasquali
Tratto dal sito
www.ragionpolitica.it

mercoledì 4 marzo 2009

Franceschini stia attento a fare proposte populiste,...

È un cattivo segnale l’ingresso a vele spiegate del Pd nell’arena del populismo deciso e messo in opera da Dario Franceschini con la sua proposta “un assegno di disoccupazione per tutti”. Purtroppo è il segno di quale debolezza di pensiero possa manifestarsi ormai ai vertici delle classi dirigenti dell’opposizione. Perché la linea non è affatto partorita da Franceschini, né dalla vecchia o dalla nuova segreteria del Pd. Il neoleader del partito si è limitato a far proprio e a rilanciare in grande stile, come sua prima proposta politica di rilievo, quanto da oltre sei mesi lo stato maggiore della Voce. info pestava e ripestava nel suo mortaio. Gli economisti raccolti intorno a Tito Boeri, Pietro Garibaldi e Francesco Giavazzi da mesi ripetono che al governo Berlusconi non bisognava dar quartiere, chiedendogli innanzitutto una riforma organica degli ammortizzatori sociali tesa a dare piena copertura a tutti. Secondo il pensiero economico che da un paio d’anni ha ormai stravinto nel circuito dell’informazione italiana (visto che non solo Repubblica, ma anche Corriere della Sera, Stampa e spesso il Sole 24 Ore ne lanciano commenti ed analisi), la riforma stessa una volta a regime sarebbe in pratica gratis cioè autopagantesi – naturalmente, si sorvola, però, su fatto che questa autosostenibilità avverrebbe con maggiori contributi versati, quando il problema italiano è di abbassarli – e costerebbe solo 4 o 5 miliardi di euro nel periodo transitorio.

È una sciocchezza, perché estendere in via generalista la copertura a tutti dipenderebbe naturalmente da “quale” copertura, ma se si adottasse la proporzione che oggi vale per la Cig straordinaria nella manifattura, in un anno come purtroppo ormai si profila il 2009, il costo a carico della fiscalità generale potrebbe schizzare abbondantemente sopra il punto di Pil. Non solo. La proposta viene avanzata sapendo bene quale sarebbe il suo vero effetto immediato: accendere uno scontro al calor bianco tra governo e Cgil sui requisiti della copertura generalista, sul suo ammontare e sulla sua durata.

La proposta non è affatto un esercizio teorico di economisti votati al bene, bensì innanzitutto una scaltra trovata politica volta a indicare alla sinistra come più agevolmente tesaurizzare la protesta sociale. Consentendo, in seconda battuta, al neosegretario del Pd di scavalcare a sinistra buona parte dello stesso stato maggiore delle diverse correnti interne, che lo hanno inchiodato alla poltrona di Walter Veltroni immaginando fosse un re travicello buono solo a incassare la sconfitta alle elezioni europee e amministratrive, per poi ritrarsi buono buono. Il terzo difetto sostanziale della proposta è che essa non è stata avanzata mentre il governo rimaneva con le mani in mano, inerte dinanzi al picco di nuovi disoccupati, lasciandoli al loro destino se “scoperti”. L’esecutivo, a fine 2008, ha infatti finanziato un accrescimento del fondo ad hoc per un miliardo di euro, poi ha promosso e realizzato un grande accordo con le Regioni per destinare altri 8 miliardi alla copertura di disoccupati nella piccola impresa, che erano sprovvisti di coperture. Ed è proprio questo accordo, sottoscritto anche da presidenti di regioni “rosse”, che è andato per traverso a molti nel Pd, e ha indotto alla fine Franceschini a giocare la carta della demagogia.

Per parte mia, capisco Giulio Tremonti e Maurizio Sacconi che preferiscono monitorare di mese in mese gli effetti della crisi, tenendosi pronti semmai a nuove deroghe estensive per la copertura degli effetti della disoccupazione a chi oggi è sprovvisto di tutele, ma senza infilarsi in dibattiti generali su riforme di struttura avversate dalla Cgil, prima ancora del Pd. Occhio che a parlare della possibilità di uno scambio organico tra l’assegno di disoccupazione a tutti e una seria riforma delle pensioni, nel Pd sono stati pochissimi, come Nicola Rossi e a mezza bocca Enrico Letta. Gli altri, a cominciare da Pierluigi Bersani, tacciono perché la Cgil è contraria. Se proprio dobbiamo pensare a riforme organiche, allora bisognerebbe che il governo spiazzasse tutti e dicesse: caro Pd, io ti faccio una bella riforma della fiscalità mettendo la famiglia al centro di tutto, con sgravi quanto meno alla francese. Scopriremmo allora, con ogni probabilità, che il Pd risponderebbe che le emergenze sono ben altre…

Oscar Giannino
Tratto dal settimanale Tempi del 03.03.2009

Quella stanca voglia dei laicisti di scivolare dentro i vecchi steccati

Vinceranno i guelfi o vinceranno i ghibellini, nella partita che ha per oggetto l’approvazione di una legge sulla fine della vita umana?

Se impostiamo così la questione, come sempre più di frequente sembra che avvenga, una cosa sola è certa: chiunque vinca, sarà la bioetica a perdere, perché le ripugna ridurre nei confini soffocanti dell’ideologia questioni come l’autodeterminazione, l’accanimento, l’abbandono terapeutico, il destino della medicina nell’età della tecnica. Spiace perciò dover prendere atto dell’acredine e perfino dell’aggressività con cui molti laicisti (ma non tutti!) cercano di riportare il dibattito sorto a seguito della vicenda Englaro alla stanca, esasperante e infondata conflittualità tra cattolici e laici. È indubbio che i temi legati alle questioni giuridiche sulla fine della vita umana sono di quelli che dividono: non dividono però per ragioni confessionali, ma per la diversa valutazione della configurazione etica che vengono ad assumere nel mondo d’oggi le trionfanti tecniche biomediche. Questo è il cuore del problema ed è un problema strettamente bioetico e non religioso, come dimostra il fatto che in bioetica ogni riferimento alla Scrittura, ai dogmi, ai Concili, al magistero della Chiesa viene sempre dopo un buon uso della comune e condivisa ragione morale.

E valga il vero. Non perché sia ripugnante alterare il progetto di Dio sulle sue creature che si deve dire di no all’eugenetica, ma per la rischiosissima alterazione dell’eguaglianza alla nascita tra gli uomini che essa porta inevitabilmente con sé. Non perché sia sacra a Dio, non per compiacere i credenti, la vita va difesa nelle moderne democrazie, ma perché è indispensabile limitare il potere biopolitico dello Stato.

Non perché si voglia difendere col codice penale il proprio credo religioso (questa è l’affermazione, quasi offensiva, che fa Nadia Urbinati su 'Repubblica' del 2 marzo) che si deve dire di no a qualsiasi forma, esplicita o implicita, di eutanasia, ma perché questo no sta alla base della plurisecolare, laicissima medicina ippocratica e del principio di garanzia che la sostiene. La laicità non consiste nel ridurre lo Stato a mero e freddo garante formale della coesistenza sociale, ma nel riconoscergli tra le tante funzioni quella preminente di garantire un’etica pubblica oggettiva e condivisa, che ha la sua sostanza in un fermo sì alla tutela dei diritti umani e in un no, altrettanto fermo, alla pena di morte, al commercio di organi, alle mutilazioni sessuali, a qualsiasi manipolazione non terapeutica del corpo umano, anche se liberamente volute da persone adulte, informate e consenzienti, pienamente in grado di autodeterminarsi.

In questo senso deve muoversi una buona legge sul fine vita. Tutti, cattolici e laici, devono battersi perché in essa non vengano a confondersi la sfera del diritto e quella della religione (il 'reato' con il 'peccato').

Ma tra le due sfere, che vanno tenute accuratamente separate, c’è quella della bioetica e questa sfera, investendo problemi di relazionalità sociale, non può essere messa tra parentesi o venir ridotta al formalismo del diritto, soprattutto da parte di uno Stato democratico. Ha ragione la Urbinati quando ripete (peraltro stancamente) che la democrazia non può presumersi infallibile, né può pretendere di possedere certezze assolute. È giustissimo che la democrazia sia portata a dubitare costantemente di se stessa e sia sempre pronta a ritornare sui suoi passi. Se è doveroso dubitare sempre della fondatezza del nostro modo di pensare il bene, non si è però legittimati a dubitare che il bene esista e a rinunciare ad ogni impegno per realizzarlo. A meno di non volersi riconoscere come nichilisti. Temo però che per molti laicisti le cose stiano davvero così, anche se non vogliono ammetterlo esplicitamente.

Francesco D'Agostino
Tratto dal quotidiano Avvenire del 03.03.2009

E Canal Plus scagiona Berlusconi

Soltanto quanto viene pronunciato a microfoni aperti dovrebbe fare fede, non i sussurri o la loro interpretazione, tanto più quando la traduzione linguistica potrebbe ingenerare confusione.

E’ vero che Silvio Berlusconi ha spesso smentito o corretto anche registrazioni ufficiali dei suoi interventi, ma questa volta risulta davvero difficile sostenere che abbia pronunciato all’orecchio di Nicolas Sarkozy la frase «C’est moi qui t’ai donné ta femme» (io ti ho dato la tua donna), con allusione greve alle origini italiane di Carla Bruni.

La battuta, durante la conferenza stampa con il presidente francese Sarkozy al termine del vertice Italia-Francia della scorsa settimana, ha fatto il giro del mondo, innescato polemiche sull’esuberanza linguistica del presidente del Consiglio e fatto piovere su Berlusconi accuse di machismo, al punto che due eurodeputate del Pd (Anna Paola Concia e Donata Gottardi) hanno portato il caso alla Corte europea di Strasburgo, con l’accusa di offesa ripetuta alla dignità delle donne.

Ma se si riascolta più volte la registrazione, separando le parole con l’aiuto dei tecnici del suono, la frase effettivamente detta da Berlusconi a Sarkozy, in lingua francese e un po’ distante dal microfono, risulta in tutta evidenza un’altra: «Tu sais que j’ai etudiè à la Sorbonne» (tu sai che ho studiato alla Sorbona), come del resto aveva subito precisato l’ufficio stampa di Palazzo Chigi, smentendo la trasmissione di Canal Plus che ha colto l’occasione della battutaccia per eleggere in diretta Berlusconi il «relou de l’année», definizione idiomatica di difficile traduzione, che starebbe per «uomo più greve dell’anno».

Il corrispondente del Corriere della Sera è stato invitato ieri a riascoltare la registrazione e a darne un’interpretazione. La domanda fondamentale è: la parola «donna» può essere scambiata per Sorbona? Dato che in francese il nome della famosa università parigina si scrive con due enne, per il gioco degli accenti può suonare effettivamente come «donna». L’intento di Yann Barthes, il giornalista autore della trasmissione, era (ed è ancora, anche se il programma è stato rinviato) di confermare l’interpretazione iniziale, ritornando così sulla polemica con maggiori supporti tecnici e linguistici. Ma l’«accanimento sonoro» conforta l’impressione che la registrazione non possa dare adito a ulteriori equivoci. Tanto più che la frase di Berlusconi s’inserisce nel momento ufficiale della conferenza stampa in cui Sarkozy stava dando notizia degli accordi bilaterali in materia di scambi culturali e di istruzione firmati dal ministro Mariastella Gelmini e dal suo omologo francese Xavier Dercos. E’ infatti a questo punto che Berlusconi ricorda di aver studiato alla Sorbona.

Interrogato sull’argomento, Barthes non ritratta e non conferma. «Abbiamo ascoltato la conferenza stampa ed eravamo sicuri di ciò che abbiamo sentito. Stiamo continuando a lavorare sulla registrazione e torneremo sull’argomento». Insomma, almeno per ora, niente scuse né imbarazzi. In attesa di un «grand jury» del suono, è il caso di smentire una famosa battuta di Giulio Andreotti: «A pensare male si fa peccato, ma ci si azzecca». Non è sempre così.

Massimo Nava
Tratto dal quotidiano Il Corriere della Sera del 04.03.2009

martedì 3 marzo 2009

FINE VITA/ Perché dire sì a una legge

A vederla da questa parte dell’oceano, la discussione italiana pro o contro la legge sul testamento biologico sembra davvero incomprensibile e del tutto priva di senso “storico”.

Noi (dico, noi europei), figli di Hobbes e Rousseau, continuiamo ad avere l’idea che la legge debba essere la verità (la volontà generale), mentre qui (negli Stati Uniti) i figli di Locke e Madison hanno l’idea che la legge non può essere la verità, la legge è una sistemazione pratica che diamo ai problemi comuni, it is all but sacred.

In Italia resiste ancora l’idea che i miei diritti “sono” quello che dice la legge… ma nazismo, fascismo, stalinismo non ci hanno insegnato nulla? In quei regimi - solo sessant’anni fa - delle leggi (proprio così) hanno tolto agli uomini il diritto più elementare: la vita e la sua dignità; per questo abbiamo “inventato” i diritti umani, le costituzioni.

Non riesco a capire, quindi, come ci si possa opporre all’ idea di una legge sul testamento biologico se non per questo profondo difetto di senso storico e realismo pratico.

Proprio perché faccio il professore di diritto, so che non posso poggiare la mia speranza né la mia moralità sul diritto. Nessuna legge può sostituire la mia responsabilità e nessun sistema può essere così perfetto da rendere inutile essere buono, come dice Eliot.

Ma è altrettanto evidente che in Italia oggi abbiamo un problema. È chiaro che l’ideale sarebbe non avere leggi o che “lo Stato meno entra in queste cose e meglio è”. È chiaro che dovrebbe bastare il consenso informato e lasciare tutto al rapporto medico-famiglia-paziente.

Ma tutti questi principi, sebbene così chiari, non sono stati sufficienti a impedire la decisione su Eluana. E la decisione su Eluana lascia tutte le persone ragionevoli insoddisfatte. Lascia insoddisfatto chi, come me, ritiene che l’autonomia della persona sia un diritto inviolabile (proprio così: sono contro quella decisione in nome dell’autodeterminazione di Eluana!) e i giudici di Milano hanno chiaramente violato l’autonomia di Eluana “presumendo” la sua volontà.

Ma a ben vedere dovrebbe essere insoddisfatto anche chi è d’accordo con i giudici milanesi, semplicemente perché un diverso giudice (casomai abruzzese) potrebbe decidere all’opposto (soprattutto se provasse ad applicare i principi posti dalla Corte di Cassazione che invitavano a una ben diversa valutazione dei fatti).

Il punto è tutto qui: vogliamo lasciare all’arbitrio, al cosiddetto forum shopping (mi scelgo il giudice territoriale competente sulla base del suo orientamento: sta già succedendo, guardate il tribunale di Firenze sulle questioni riguardanti la procreazione assistita), alla decisione caso per caso, la scelta su queste vicende? (E non fatemi ricordare la scena tragicomica di Pinocchio – il capolavoro del “socialista liberale” Collodi - e del suo giudice “scimmione” che, commosso per il caso del burattino, sentenzia: «È vero, hai perfettamente ragione e per questo… ti condanno!»).

Secondo punto incomprensibile nella discussione. Tipico delle discussioni italiane: se parli male del Milan vuol dire che sei dell’ Inter… ma chi l’ha detto? Dire che occorre una legge non vuol dire che bisogna produrre una regolazione minuta e dettagliata di cosa si deve o non si deve fare: non stiamo regolando come costruire una centrale nucleare (dove, in effetti, converrebbe non rimanere nel vago), stiamo disciplinando un aspetto della vita in cui è ben più ampia la terra “incognita” che quella “cognita”.

Penso, quindi, a una legge di principi, una legge “alveo”, non a una legge “fiume”. Una legge che fissi, come si suol dire, alcuni “paletti”, alcune definizioni e poi lasci lo spazio applicativo all’autonoma capacità normativa e alla responsabilità degli altri soggetti coinvolti, in primis i medici.

Questo secondo me dev’essere il principio cardine: sussidiarietà normativa. Non una legge che disegni da zero l’intera normativa, ma una legge che stabilisca alcuni standards minimi: che renda vincolanti per tutti alcuni principi del Codice di deontologia medica, che fissi alcune definizioni - ad esempio, accanimento terapeutico, stato terminale, cure palliative, trattamenti di sostegno vitale, abbandono clinico - e che rinvii al Codice di deontologia medica tutte le questioni di dettaglio e la responsabilità disciplinare, mentre rinvii, al codice penale e al codice civile le altre responsabilità.

Guardando le pur diverse posizioni, mi pare che alcuni di questi “paletti” fondamentali potrebbero trovare un ampio consenso nel pieno rispetto della nostra Costituzione. Uno. La tutela della vita e della salute dei pazienti con le terapie adeguate senza distinzioni di età, di sesso, di etnia, di religione, di condizione sociale, di qualità della vita attuale e futura, di disabilità e di grado di coscienza del paziente. Due. Il divieto di trattamenti - positivi e omissivi - finalizzati a provocare la morte del paziente. Tre. Il divieto di accanimento terapeutico e il consenso informato. Quattro. L’autonomia e la responsabilità del medico nella programmazione, nella scelta e nell’applicazione di diagnosi e di terapie. Cinque. L’obbligo del medico di considerare, nel rispetto della sua autonomia (punto 4), le volontà e i desideri espressi dal paziente anche in precedenza.

Su questi punti, e sugli altri che riterrà, il Parlamento discuta e alla fine prenda una decisione; laicamente consapevole che sarà una decisione discutibile, limitata e approssimativa e quindi, perfettibile, modificabile o abrogabile… ma non per questo abdichi alla sua responsabilità.

Andrea Simoncini
Tratto dal sito
www.ilsussidiario.net

Il Sud insegna: la politica dei sussidi non paga

Quando Barack Obama sarà in Italia per il G8, farebbe bene a prendersi un paio di giorni. Dovrebbe noleggiare un’auto, mettersi alla guida e iniziare un giro del Mezzogiorno. E con lui, dovrebbero andare tutti i leader politici dei paesi industrializzati, compresi quelli italiani, e compresi quelli meridionali che però vivono nella realtà ovattata degli inviti a cena, dei tagli di nastri e dei ricevimenti ufficiali. All’indomani del vertice straordinario di Bruxelles – che per ora ha deciso di non decidere, per l’impossibilità di mettere d’accordo i governi dell’Ue – sarebbe anzi auspicabile una missione europea: che le scelte siano individuali (come pare) o concertate (come sarebbe preferibile), una gita del genere sarebbe istruttiva e aiuterebbe a prevenire errori costosi.

Perché questo sarebbe utile? Perché molte delle politiche che vengono oggi proposte in funzione anticiclica – gran parte di quello che va sotto il nome di “stimolo” – sono poco più che una stanca riproduzione delle politiche di aiuto al Sud Italia, che per decenni hanno tentato, attraverso l’erogazione di aiuti, di risollevare le sorti di quella parte del paese e di ridurre il divario col Nord produttivo. Come ha raccontato Paolo Bricco sul Sole 24 Ore, “dal 1951 a oggi, a valori attualizzati, in media ogni anno la spesa complessiva, composta dalle infrastrutture e dalle agevolazioni, è stata di 6, 12 miliardi di euro: in tutto 342, 5 miliardi. Ogni anno tra lo 0, 5 e l’1 per cento del Pil. Di questa cifra, un terzo è andato alle agevolazioni agli investimenti delle imprese: 114, 8 miliardi”. Con la stessa cifra, si sarebbero potuti realizzare 23 ponti sullo Stretto di Messina. Questa esperienza dovrebbe insegnare qualcosa: un disastro durato più di mezzo secolo non può essere spiegato solo ricorrendo alla categoria della furbizia italica né a quella degli “uomini sbagliati”. Un fallimento così generalizzato e così continuativo dice solo una cosa: che lo strumento è inappropriato.

Gli aiuti allo sviluppo – compresi quelli di natura transitoria in funzione anticiclica – non funzionano per almeno tre ordini di ragioni. In primo luogo, essi presuppongono che un set di criteri burocratici o amministrativi sia più efficiente del mercato nell’allocare le risorse. Questo si scontra con un limite teorico: l’allocazione efficiente delle risorse dipende dalla disponibilità di informazioni. In un mercato libero, le informazioni – in particolare sulla scarsità relativa di beni e servizi e, dunque, sul rapporto tra domanda e offerta attuali e attese nel futuro – sono sintetizzate dal prezzo. Un prezzo in aumento è indice di scarsità, un prezzo in discesa segnala abbondanza, e questo indirizza gli investimenti laddove sono realmente necessari. Un processo di selezione centralizzato, necessariamente, “perde” almeno alcune di queste informazioni, e non può non condurre a decisioni inefficienti. Quindi, non sempre i finanziamenti vanno ai soggetti davvero meritevoli, e quando lo fanno è solo perché l’esito del mercato viene mimato. C’è, poi, una questione pratica: nel mondo reale, non solo l’allocazione politicizzata delle risorse è inefficiente, ma è anche distorta dalle sensibilità individuali delle persone preposte a gestire queste enormi masse finanziarie, per non dire del rischio endemico di corruzione. La corruzione è, nel settore pubblico, un problema più vasto che nel settore privato, poiché essa non ha altra sanzione che quella (relativamente poco probabile) di essere scoperti. Gli extra costi generati dalla corruzione, che nel settore privato riverberano in una relativa perdita di competitività, nel settore pubblico vengono “spalmati” sulla massa dei contribuenti. Infine, quando il meccanismo degli aiuti cessa di essere episodico ma entra far parte del “normale” funzionamento delle cose (come nel mezzo secolo di assistenzialismo al Sud), esso scatena un effetto a valanga sulla società: la creatività di individui e imprese non è più orientata, o comunque lo è in misura inferiore, a soddisfare la domanda dei consumatori, ma ad accaparrarsi aiuti pubblici, soddisfacendo requisiti burocratici. Le forze innovative, insomma, non agiscono a favore del progresso, ma si incanalano nel fiume dei sussidi. La ricchezza non viene più creata: è distrutta. Cogliere questo tema è assolutamente fondamentale per il futuro del Mezzogiorno, come mostrano – tra gli altri – Nicola Rossi (senatore Ds) nel suo “Mediterraneo del nord”, e Piercamillo Falasca e Carlo Lottieri in “Come il federalismo fiscale può salvare il Mezzogiorno”.

Se, dunque, l’evidenza delle conseguenze negative della spesa pubblica al Sud insegna qualcosa, ora è il momento di trarre le fila. Gli investimenti statali non solo non hanno aiutato lo sviluppo, ma hanno addirittura promosso la stagnazione, hanno creato quella zona grigia in cui le organizzazioni malavitose hanno prosperato e si sono ingrassate. Tentare di tamponare oggi la crisi con le stesse misure, difficilmente ci aiuterà a uscirne. Ha perfettamente ragione, dunque, Massimo Baldini, quando evidenzia le perplessità degli economisti americani di fronte alle ingenti spese pubbliche previste nello stimolo di Obama, mentre “più opportuna è la parte dedicata al taglio delle imposte”. Purtroppo, l’inquilino della Casa Bianca non ha in mente una reale riduzione delle pressione fiscale, quanto una sua redistribuzione. Inoltre, il suo obiettivo è sostenere i consumi, più che rilanciare la crescita economica (cosa che richiederebbe, anzitutto, la ricostituzione di un cuscinetto di risparmio privato e un minore indebitamento pubblico). La spesa è politicamente più sexy, e consente agli uomini politici, americani ed europei, di fare favori atteggiandosi a salvatori della patria. Iniettare fiducia e ostentare sicurezza è naturalmente importante. Fare le cose giuste ed evitare quelle inutili o sbagliate, però, è indispensabile.

Carlo Stagnaro
Tratto dal quotidiano Il Secolo XIX del 02.03.2009

Il relativismo spingerà l’Inghilterra al suicidio. Per fortuna ci sono i neocon

Se un neocon americano è qualcuno convinto che lo sforzo bellico degli Usa non è mai abbastanza, un inglese – ovvero un “brit-neocon” – di solito è d’accordo al cento per cento.

Secondo il ministro-ombra della difesa inglese, il "tory" Liam Fox, nell’ultimo decennio l’esercito inglese si è indebolito per colpa dei tagli di Blair e Brown. Questa politica ha causato non poche sofferenze ai soldati di Sua Maestà in Iraq e Afghanistan. “Non è un’ipotesi – sottolinea Fox – è un fatto”.

I neocon inglesi credono che, primo, gli interessi della Gran Bretagna sono egregiamente serviti dall’attuale egemonia americana nel mondo; secondo, che bisogna lasciare la realpolitik nelle mani della sinistra, in cambio di una politica estera fondata su principi e valori etici; terzo, che vada superata la logica dell’interesse nazionale; quarto, che la rule of law può essere esportata ovunque; quinto, che le tasse vanno abbassate sempre anche quando c’è la crisi.

Una forza militare europea? Sarebbe solo il doppione di un esercito che c'è già e si chiama Nato. L’allargamento verso Polonia e Ungheria? Altrettanto inutile. I neocon londinesi sono anti-europeisti e non sopportano quelli che definiscono sprezzantemente “Michael Moore conservative”, cioè i conservatori troppo morbidi che pensano di vincere le elezioni scimmiottando il blairismo, o peggio ancora opponendosi alla Guerra al Terrore. L'atlantismo non può essere messo in discussione, così come una stretta alleanza con lo stato di Israele – che sta vivendo “una tragedia” lunga decenni.

David Cameron, il candidato conservatore alla successione di Brown, favorito in molti sondaggi, ha parlato di "etica della politica" ed è stato giudicato un “interventista liberale” dai ricercatori dell’Henry Jackson Society di Cambridge. Forse è una definizione un po’ troppo esagerata per Cameron - che una volta ha detto esplicitamente "Io non sono un neoconservatore" - ma certamente non per Liam Fox che ha incontrato George W. Bush e il suo mago elettorale Karl Rove.

In un’intervista rilasciata di recente, Fox ha detto di temere l’evoluzione della crisi iraniana. Se Teheran riuscisse a dotarsi dell’arma atomica, “l’Iran non avrebbe bisogno di attaccare direttamente Israele, gli basterebbe passare qualche bomba sporca ai suoi scudieri di Hamas”. Se governassero quelli come Fox, gli inglesi non esiterebbero a intervenire contro questa minaccia.

Sono politici ma anche intellettuali. Come Douglas Murray, un giovane commentatore che deve la sua celebrità al saggio Neoconservatism: why we need it, in cui indaga sul midollo della società occidentale. Murray scrive per il Sunday Times e il New York Sun ma è anche andato in onda sulla BBC, su Sky e Fox. Dirige il think-tank "Centre for Social Cohesion".

Secondo Murray, il neoconservatorismo è "vitale in questo momento storico" e ciò che lo differenzia dal liberalismo moderno è l'idea che la forza possa essere usata per scopi positivi. Non solo, se viene usata in modo appropriato, la forza serve a rafforzare i valori liberal-democratici. Questa è la differenza sostanziale con i conservatori tradizionali, che mettono in conto l'uso della forza ma non si fidano di concetti come il "cambio di regime" o il "nation-building".

Murray non è solo un fiero avversari del jihadismo, ma anche del relativismo che alligna nelle giovani menti degli occidentali, un relativismo "disastroso" perché toglie il coraggio di difendere la propria nazione dalle minacce del futuro. "Negare l'ovvia supremazia dei valori liberal-democratici su quelli, mettiamo, dei Taliban - conclude Murray - non è una dimostrazione di generosità culturale, ma una prova di nichilismo". E questo nichilismo potrebbe rivelarsi un suicidio della società inglese.

Bernardino Ferrero
Tratto dal sito www.loccidentale
.it

Crisi. Casini: «Senza coperture credibili la proposta di Franceschini è solo uno spot»

Senza coperture credibili, la proposta del leader del Pd Dario Franceschini di dare un assegno di disoccupazione ai lavoratori non garantiti rischia di essere soltanto uno spot.

Ne è convinto il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, che spiega: " Il recupero dell'evasione fiscale è una copertura figurata, ormai bisogna sentire cose ben più impegnative, bisogna avere il coraggio non solo di fare proposte, ma di proporre soluzioni concrete".

"Noi - prosegue Casini- le abbiamo avanzate, pensiamo che oggi il tema ineludibile sia la riforma della pensioni".

"In Italia - insiste l'ex presidente della Camera. le piccole-medie imprese non avranno grande beneficio dai Tremonti bond, perché il costo dei Tremonti bond per lo Stato e per le banche è così alto che non si avranno grandi benefici nell'erogazione del credito da parte delle banche, per cui c'è il problema delle piccole-medie imprese e delle famiglie italiane che non ce la fanno più a reggere situazioni di questo tipo, e di coloro che perdono il lavoro. Ma la soluzione - ribadisce- è anche quella di indicare le coperture, perché se non abbiamo coperture credibili e serie, le ipotesi che si avanzano sono spot. Noi riteniamo che oggi in Italia e' il momento della verità e della responsabilità".

Tratto da www.liberal.it