In relazione al dibattito intorno a una legge sul fine vita, Comunione e Liberazione condivide le ragioni più volte espresse dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, e rese ancora più attuali dopo la morte di Eluana Englaro: «Il vero diritto di ogni persona umana, che è necessario riaffermare e garantire, è il diritto alla vita che infatti è indisponibile. Quando la Chiesa segnala che ogni essere umano ha un valore in se stesso, anche se appare fragile agli occhi dell’altro, o che sono sempre sbagliate le decisioni contro la vita, comunque questa si presenti, vengono in realtà enunciati principi che sono di massima garanzia per qualunque individuo» (Prolusione al Consiglio permanente della Cei, 26 gennaio 2009).
Lo stesso Benedetto XVI, nell’Angelus del 1° febbraio 2009, ha ricordato che «la vera risposta non può essere dare la morte, per quanto “dolce”, ma testimoniare l’amore che aiuta ad affrontare il dolore e l’agonia in modo umano».
Per questo, di fronte alle polemiche suscitate da ambienti laici e anche da cattolici, restano per noi valide le preoccupazioni del cardinale Bagnasco e della Cei sulla necessità di «una legge sul fine vita, resasi necessaria a seguito di alcune decisioni della giurisprudenza. Con questa tecnica si sta cercando di far passare nella mentalità comune una pretesa nuova necessità, il diritto di morire, e si vorrebbe dare ad esso addirittura la copertura dell’art. 32 della Costituzione».
Chi si impegna in politica secondo ragione può trarre da queste preoccupazioni della Chiesa uno sguardo più vero alla vita degli uomini, nel difficile compito di servire il bene comune.
l’ufficio stampa di CL
Milano, 26 febbraio 2009.
venerdì 27 febbraio 2009
Il «fine vita» e la ragion politica: laici, cattolici e dissidenti
L'uscita pubblica di Giuseppe Pisanu, favorevole al «buon senso» quando si tratta di compiere le scelte estreme che concludono la vita, ha fatto meno rumore di quanto meriterebbe.
Si tratta di un cattolico e di una figura autorevole: un ex ministro dell'Interno ancora collocato nel recinto del Popolo della Libertà, sia pure in una posizione personale. Tra l'altro le sue parole ricordano da vicino quelle pronunciate giorni fa da Giulio Andreotti: quasi a rivendicare l'antica autonomia della politica, tratto distintivo della Dc nella sua storia migliore.
Si è detto, a proposito di Pisanu, che una rondine non fa primavera e nel complesso la posizione del centrodestra è raffigurata tuttora come compatta dietro al ddl Calabrò. Semmai c'è chi ritiene il testo della legge troppo morbido o troppo ambiguo nella difesa della vita rispetto alle manovre parlamentari. Non a caso un gruppo di parlamentari del Pdl, tra cui Francesco Cossiga, si chiede se non ci sia qualcuno che sta tentando a tutti i costi di introdurre una forma di eutanasia nel nostro ordinamento.
Può darsi quindi che a destra la posizione «laica» di Pisanu costituisca davvero un'estrema minoranza. Tuttavia l'impressione è che non sia così. La linea liberale, contraria a un'invasione massiccia della legge nelle decisioni individuali e favorevole, in sostanza, a lasciare le cose come stanno, è più diffusa di quanto non si creda. Solo che non emerge e forse non emergerà mai, dal momento che Berlusconi è fermo nel sostenere il valore politico del testamento biologico così come è delineato nel ddl della maggioranza.
È una battaglia, come è noto, cominciata con il caso Eluana: gode del pieno sostegno della Chiesa ratzingeriana e non c'è dubbio che il presidente del Consiglio la porterà fino in fondo. Affinché a destra emergano dissensi significativi, non solo dei casi di coscienza, occorre quanto meno che i dubbi sulla costituzionalità della legge Calabrò, affacciati da Ignazio Marino e da altri nel centrosinistra, siano molto argomentati e insistiti. E con ogni probabilità non basterebbe nemmeno questo.
Del resto, che la posta in gioco sia tutta politica, lo si vede da quello che succede nel Partito Democratico. Lì Francesco Rutelli ha rivendicato il suo diritto al dissenso «perché non sono di sinistra». Gli è stata riconosciuta da Anna Finocchiaro la piena dignità della sua posizione, che non merita di essere qualificata tout court come prova generale di scissione.
Tuttavia il punto di fondo è che il nuovo Partito Democratico, alla ricerca di un'identità più chiara, sta accentuando il suo profilo laico. Sotto questo aspetto, la presenza al vertice di cattolici «adulti» come Franceschini e Rosy Bindi serve a dare maggiore credibilità a questa operazione. C'è invece un segmento minoritario, appunto quello che fa riferimento a Rutelli, che rischia di trovarsi sempre più a disagio in un partito deciso a restringere i confini della libertà di coscienza quando si tratta di temi bioetici così impegnativi.
In questo clima, la lettera aperta su Micromega del Pd degli intellettuali e scienziati laici, primo fra tutti Umberto Veronesi, non è solo un invito ai dirigenti del Pd perché evitino pasticci e contraddizioni. È soprattutto un richiamo all'impossibilità di mediazioni etico-politiche con la destra sul testo Calabrò. Un argomento a cui il Partito Democratico odierno sembra più sensibile che in passato.
Stefano Folli
Tratto dal quotidiano Il Sole 24 Ore del 26.02.2009
Si tratta di un cattolico e di una figura autorevole: un ex ministro dell'Interno ancora collocato nel recinto del Popolo della Libertà, sia pure in una posizione personale. Tra l'altro le sue parole ricordano da vicino quelle pronunciate giorni fa da Giulio Andreotti: quasi a rivendicare l'antica autonomia della politica, tratto distintivo della Dc nella sua storia migliore.
Si è detto, a proposito di Pisanu, che una rondine non fa primavera e nel complesso la posizione del centrodestra è raffigurata tuttora come compatta dietro al ddl Calabrò. Semmai c'è chi ritiene il testo della legge troppo morbido o troppo ambiguo nella difesa della vita rispetto alle manovre parlamentari. Non a caso un gruppo di parlamentari del Pdl, tra cui Francesco Cossiga, si chiede se non ci sia qualcuno che sta tentando a tutti i costi di introdurre una forma di eutanasia nel nostro ordinamento.
Può darsi quindi che a destra la posizione «laica» di Pisanu costituisca davvero un'estrema minoranza. Tuttavia l'impressione è che non sia così. La linea liberale, contraria a un'invasione massiccia della legge nelle decisioni individuali e favorevole, in sostanza, a lasciare le cose come stanno, è più diffusa di quanto non si creda. Solo che non emerge e forse non emergerà mai, dal momento che Berlusconi è fermo nel sostenere il valore politico del testamento biologico così come è delineato nel ddl della maggioranza.
È una battaglia, come è noto, cominciata con il caso Eluana: gode del pieno sostegno della Chiesa ratzingeriana e non c'è dubbio che il presidente del Consiglio la porterà fino in fondo. Affinché a destra emergano dissensi significativi, non solo dei casi di coscienza, occorre quanto meno che i dubbi sulla costituzionalità della legge Calabrò, affacciati da Ignazio Marino e da altri nel centrosinistra, siano molto argomentati e insistiti. E con ogni probabilità non basterebbe nemmeno questo.
Del resto, che la posta in gioco sia tutta politica, lo si vede da quello che succede nel Partito Democratico. Lì Francesco Rutelli ha rivendicato il suo diritto al dissenso «perché non sono di sinistra». Gli è stata riconosciuta da Anna Finocchiaro la piena dignità della sua posizione, che non merita di essere qualificata tout court come prova generale di scissione.
Tuttavia il punto di fondo è che il nuovo Partito Democratico, alla ricerca di un'identità più chiara, sta accentuando il suo profilo laico. Sotto questo aspetto, la presenza al vertice di cattolici «adulti» come Franceschini e Rosy Bindi serve a dare maggiore credibilità a questa operazione. C'è invece un segmento minoritario, appunto quello che fa riferimento a Rutelli, che rischia di trovarsi sempre più a disagio in un partito deciso a restringere i confini della libertà di coscienza quando si tratta di temi bioetici così impegnativi.
In questo clima, la lettera aperta su Micromega del Pd degli intellettuali e scienziati laici, primo fra tutti Umberto Veronesi, non è solo un invito ai dirigenti del Pd perché evitino pasticci e contraddizioni. È soprattutto un richiamo all'impossibilità di mediazioni etico-politiche con la destra sul testo Calabrò. Un argomento a cui il Partito Democratico odierno sembra più sensibile che in passato.
Stefano Folli
Tratto dal quotidiano Il Sole 24 Ore del 26.02.2009
Medioevo - Identità e appartenenza, gli ingredienti di una civiltà viva
«Tu sei per te stesso il primo e l’ultimo. Nella ricerca della salvezza nessuno ti è più fratello di te stesso e tu sei figlio unico di tua madre». Con queste pesanti parole intorno al 1140, Bernardo di Chiaravalle suggeriva a papa Eugenio III in quale prospettiva affrontare l’ardua missione di guida della Chiesa.
Secondo il santo abate cistercense questo incarico non poteva prescindere dalla propria libertà e responsabilità individuale e aveva nel proprio io l’ultimo tribunale. Uno tra i più geniali studiosi della cultura e della mentalità del medioevo, Peter von Moos, ha recentemente definito queste espressioni come una delle più radicali formulazioni della coscienza individuale nell’età di mezzo.
L’uomo medievale, come le fonti ce lo trasmettono, non fu un individuo privo di volontà e di libertà, completamente assorbito dalla dimensione comunitaria e in balia di difficili circostanze. Non fu, però, nemmeno una personalità totalmente indipendente, sviluppata solo in se stessa, a prescindere dall’ambiente che lo circondava e con capacità espressive del tutto autonome. Gli interessi individuali da una parte e quelli sociali dall’altra, il processo di formazione dell’individuo e la costruzione della comunità, in epoca pre-moderna spesso non costituirono alcuna contraddizione, ma risultarono in una relazione di incremento reciproco.
Prendiamo ad esempio un elemento che caratterizzò fortemente la mentalità del medioevo, quello della salvezza ultraterrena. Era d’uso molto comune fin dai primi secoli che anche i laici, fossero essi soldati, mercanti, signori o semplici artigiani, si affidassero alle preghiere delle comunità religiose, che incessantemente, giorno e notte, intercedevano per loro presso Dio. Tale pratica era particolarmente sentita nei momenti cruciali della vita di un uomo o di una donna; non soltanto in prossimità della morte, ma anche in occasione di viaggi rischiosi, missioni militari, pellegrinaggi, eventi temibili. Questa forma di memoria aveva una dimensione prettamente comunitaria, ossia tutta la comunità religiosa pregava per tutti i fedeli laici che ad essa si affidavano. Essa possedeva però anche una forte componente individuale. Sono giunti fino a noi infatti centinaia di antichissimi codici ricolmi ognuno di migliaia di nomi di singole persone che avevano espressamente richiesto, in vita e in morte, un ricordo solo ed esclusivamente per loro. Queste fonti ci testimoniano come le commemorazionifossero valide ogni volta per un’unica persona, e non per un gruppo o per una comunità nel suo complesso. Ogni membro di una fraternità di preghiere doveva di conseguenza essere rappresentato dal suo proprio nome. Egli voleva che il suo nome fosse scritto e pronunciato, fosse presente insomma. E questo perché le pratiche commemorative potevano raggiungere soltanto singole anime. La salvezza era conseguita attraverso una comunità che era la Chiesa, ma ognuno si trovava solo di fronte a Dio.
Questo modo di pensare, frutto della tarda antichità, in cui la tradizione classica si era fusa con il cristianesimo, permeò tutta la mentalità medievale, anche nella sua dimensione più laica. Tra XII e XIII secolo, ad esempio, ci sono giunti in forma scritta trattati di pace e di alleanza tra città e comuni in cui furono dettagliatamente elencati centinaia di nomi di capi famiglia che singolarmente, uno per uno, avevano giurato di mantenere quegli accordi, facendo apporre il proprio nome sul documento.
Nella forma identitaria una dimensione collettiva e una dimensione individuale erano inscindibilmente connesse. Come sostiene ancora Von Moos, a partire dall’espressione religiosa che si é poi diffusa un tutti gli ambiti della vita, l’identità di gruppo risultò il frutto di una educazione e di un consenso individuale verso una tradizione. Non esisteva l’uomo astratto, ma tanti uomini, simili e allo stesso tempo unici, che formavano una comunità. Questo potrebbe essere un suggerimento che giunge dal medioevo al dibattito attuale intorno all’identità. La formazione di un’identità di gruppo non può prescindere da una adesione personale. Il resto ha pericolosamente a che fare con la propaganda gestita dal potere dominante di turno.
Guido Cariboni
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Secondo il santo abate cistercense questo incarico non poteva prescindere dalla propria libertà e responsabilità individuale e aveva nel proprio io l’ultimo tribunale. Uno tra i più geniali studiosi della cultura e della mentalità del medioevo, Peter von Moos, ha recentemente definito queste espressioni come una delle più radicali formulazioni della coscienza individuale nell’età di mezzo.
L’uomo medievale, come le fonti ce lo trasmettono, non fu un individuo privo di volontà e di libertà, completamente assorbito dalla dimensione comunitaria e in balia di difficili circostanze. Non fu, però, nemmeno una personalità totalmente indipendente, sviluppata solo in se stessa, a prescindere dall’ambiente che lo circondava e con capacità espressive del tutto autonome. Gli interessi individuali da una parte e quelli sociali dall’altra, il processo di formazione dell’individuo e la costruzione della comunità, in epoca pre-moderna spesso non costituirono alcuna contraddizione, ma risultarono in una relazione di incremento reciproco.
Prendiamo ad esempio un elemento che caratterizzò fortemente la mentalità del medioevo, quello della salvezza ultraterrena. Era d’uso molto comune fin dai primi secoli che anche i laici, fossero essi soldati, mercanti, signori o semplici artigiani, si affidassero alle preghiere delle comunità religiose, che incessantemente, giorno e notte, intercedevano per loro presso Dio. Tale pratica era particolarmente sentita nei momenti cruciali della vita di un uomo o di una donna; non soltanto in prossimità della morte, ma anche in occasione di viaggi rischiosi, missioni militari, pellegrinaggi, eventi temibili. Questa forma di memoria aveva una dimensione prettamente comunitaria, ossia tutta la comunità religiosa pregava per tutti i fedeli laici che ad essa si affidavano. Essa possedeva però anche una forte componente individuale. Sono giunti fino a noi infatti centinaia di antichissimi codici ricolmi ognuno di migliaia di nomi di singole persone che avevano espressamente richiesto, in vita e in morte, un ricordo solo ed esclusivamente per loro. Queste fonti ci testimoniano come le commemorazionifossero valide ogni volta per un’unica persona, e non per un gruppo o per una comunità nel suo complesso. Ogni membro di una fraternità di preghiere doveva di conseguenza essere rappresentato dal suo proprio nome. Egli voleva che il suo nome fosse scritto e pronunciato, fosse presente insomma. E questo perché le pratiche commemorative potevano raggiungere soltanto singole anime. La salvezza era conseguita attraverso una comunità che era la Chiesa, ma ognuno si trovava solo di fronte a Dio.
Questo modo di pensare, frutto della tarda antichità, in cui la tradizione classica si era fusa con il cristianesimo, permeò tutta la mentalità medievale, anche nella sua dimensione più laica. Tra XII e XIII secolo, ad esempio, ci sono giunti in forma scritta trattati di pace e di alleanza tra città e comuni in cui furono dettagliatamente elencati centinaia di nomi di capi famiglia che singolarmente, uno per uno, avevano giurato di mantenere quegli accordi, facendo apporre il proprio nome sul documento.
Nella forma identitaria una dimensione collettiva e una dimensione individuale erano inscindibilmente connesse. Come sostiene ancora Von Moos, a partire dall’espressione religiosa che si é poi diffusa un tutti gli ambiti della vita, l’identità di gruppo risultò il frutto di una educazione e di un consenso individuale verso una tradizione. Non esisteva l’uomo astratto, ma tanti uomini, simili e allo stesso tempo unici, che formavano una comunità. Questo potrebbe essere un suggerimento che giunge dal medioevo al dibattito attuale intorno all’identità. La formazione di un’identità di gruppo non può prescindere da una adesione personale. Il resto ha pericolosamente a che fare con la propaganda gestita dal potere dominante di turno.
Guido Cariboni
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
giovedì 26 febbraio 2009
Intervista al cardinale Angelo Scola: don Luigi Giussani e il genio cristiano dell’esperienza umana
«Don Luigi Giussani è stato un genio dell’educazione, capace di un pensiero originale - io lo definisco “sorgivo” - che lo portava non solo a mettere a frutto una notevole messe di letture, ma soprattutto a interpretare in maniera autentica l’esperienza elementare dell’uomo. Ciò gli ha consentito di affascinare centinaia di migliaia di persone di ogni generazione, e in maniera particolare i giovani».
Così il patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, ricorda col Riformista la grande figura di uomo di Chiesa che fu don Luigi Giussani, fondatore del movimento di Comunione e liberazione, scomparso il 22 febbraio di quattro anni fa. L’occasione per ricordare Giussani la offre l’intenso volume che Massimo Camisasca, superiore generale della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo e per anni portavoce di Cl in Vaticano, ha dedicato al prete brianzolo: Don Giussani. La sua esperienza di Dio e dell’uomo (San Paolo, 165 pag. - 14 euro).
Eminenza, Camisasca narra dei luoghi dove si è formata la vocazione di Giussani. Anche lei viene dalla diocesi di Milano. Quale tratto di Giussani testimonia maggiormente la sua milanesità?
«Lo straordinario senso della concretezza e la forza della solidarietà, il gusto naturale del senso cristiano della vita, l’apertura a 360 gradi per un confronto instancabile con chiunque».
Giussani ha cominciato il suo movimento nella scuola. E da subito ha dato un respiro missionario al movimento mandando i suoi giovani in tutto il mondo. Quale contributo principale ha da dare il Comunione e liberazione alla Chiesa oggi?
«Secondo me il movimento di Comunione e liberazione deve continuare, come mi pare stia facendo, a documentare in modo persuasivo, attraverso la testimonianza personale e comunitaria, la “convenienza” umana di aderire al fatto di Cristo. E farlo in tutti gli ambienti dell’umana esistenza, dove gli uomini sono chiamati a vivere: la scuola, l’università, la fabbrica, i quartieri, il mondo dell’economia, della cultura e della politica, ecc.
Si tratta di un compito affascinante da svolgere in tutti i paesi del mondo, soprattutto quando lo domandano le Chiese e i loro vescovi».
Nella Chiesa si sente spesso parlare del problema delle crisi delle vocazioni. In Cl, come in tanti movimenti ecclesiali del post-Concilio, queste non mancano. Qual è il segreto del fiorire delle vocazioni? Come la Chiesa può affrontare con praticità questo problema?
«È uno solo: concepire la vita stessa come vocazione ed educare appassionatamente a questo.
Prima di parlare del cosiddetto “stato di vita”, cioè il matrimonio o la consacrazione, bisogna educare i giovani a percepire l’esistenza di tutti i giorni come una chiamata di Dio alla mia libertà per la mia felicità, il mio compimento. Solo così i giovani possono trovare l’energia per dedicarsi a Dio o per un autentico matrimonio. Se intendo la vita prima di tutto come vocazione, sarà poi facile - leggendo i segni oggettivi che sempre lo Spirito manda - capire la forma vocazionale specifica per me. La Chiesa in Italia come altrove deve superare una “pastorale vocazionale” separata, prevalentemente legata a tecniche psicopedagogiche o a sterili biblicismi. Deve edificare comunità giovanili veramente aperte, abbattendo tutti i bastioni, riconoscendo che, dopo Gesù, la terra santa è tutto il mondo. Ci saranno allora giovani che, godendo della bellezza della vita in Cristo, potranno dire ai compagni “Vieni e vedi”, come fece Gesù con i primi discepoli».
Che posizione ricopriva per Giussani la liturgia nella vita del movimento?
«Era centrale, ma assolutamente sobria. In un certo senso ha riproposto a tutto il movimento l’esperienza straordinaria che visse nel seminario milanese di Venegono, abitato allora da più di mille persone, dove la liturgia ambrosiana, di una bellezza straordinaria nei suoi inni e testi, era curata con assidua essenzialità.
A questo don Giussani aggiunse anche una passione speciale per il canto gregoriano e polifonico, ma seppe anche valorizzare canti che taluni giovani, particolarmente dotati, incontrando il movimento, furono capaci di creare. Penso a Claudio Chieffo, per esempio.
Mi impressionava sempre l’attenzione che don Luigi Giussani dedicava a preparare la santa messa: discuteva con il capo del coro, equilibrava il canto del popolo con quello meditativo, mirava ad una liturgia essenziale, ma profondamente radicata nella tradizione, a tal punto che non aveva bisogno di richiamarci alla partecipazione alla santa messa quotidiana, perché era un avvenimento di bellezza che si imponeva da sé».
Giussani definì la politica «passione per l’uomo». Camisasca scrive che non aveva una visione negativa del potere. Ma, insieme, ricorda che dal cosiddetto Movimento Popolare (un Movimento di esplicito impegno politico) Cl è passato alla Compagnia delle Opere (un impegno più sociale). Che significato ha a suo avviso questa evoluzione?
«Don Luigi Giussani era un grande realista, aveva il senso del concreto ed aveva percepito con chiarezza che il potere è inevitabile perché la sua radice è antropologica. Tutti hanno potere, anche il neonato sulla mamma e viceversa, come si comprende dallo scambio di un sorriso tra i due.
Anche la valenza pubblica e politica del potere era tesa per Giussani alla relazione di riconoscimento positivo che è alla base della vita personale e sociale.
Un giudizio sul passaggio dal Movimento Popolare alla Compagnia delle Opere richiederebbe un’analisi approfondita, troppo lunga e complessa da sviluppare in questa intervista. Per come l’ho capita io, che non ho potuto seguire la nascita e la crescita della Compagnia delle Opere, essendo diventato Vescovo, ebbe origine dall’intuizione che bisognava abbandonare una concezione ideologica della politica a favore di una pratica del bene comune. Si trattava di una importante intuizione. Penso a Jacques Maritain che, quando contribuì alla scrittura della Carta dei Diritti dell’Uomo, rilevò che il problema primario in una società plurale non è mettersi d’accordo sulle mondo-visioni, ma far leva sul bene pratico dell’essere insieme, sulla base del quale confrontarsi, e non viceversa.
Da questo punto di vista il Movimento Popolare poteva rischiare l’ideologia e, là dove c’è l’ideologia, il condizionamento dell’egemonia, favorita dal potere politico, è più facile.
Però ci furono certamente intuizioni di valore nell’esperienza del Movimento Popolare che meriterebbero di essere ripensate e forse recuperate oggi».
Camisasca ricorda che gli ultimi anni di vita Giussani li visse convivendo col Parkison. Si può parlare anche nei suoi confronti di «purificazione»?
«Certamente. Ricordo la cura con cui passava ore sul breviario del giorno o la passione con cui voleva dialogare su temi come la Trinità e la Santissima Vergine, per ricordare solo alcuni dei miei ultimi dialoghi con lui.
Sicuramente egli è stato chiamato negli anni finali a un distacco da sé e dalla sua grande opera che ha tutti i tratti della santità.
Paradossalmente (ma è il paradosso dell’inscindibile legame tra croce e resurrezione) fu questa la strada dell’approfondirsi misterioso e doloroso della sua paternità nei confronti del popolo che aveva suscitato. “Nessuno genera se non è generato” ripeteva spesso don Giussani. Mi piace leggere nel suo abbandono progressivo al volto buono del Mistero - per usare una sua intensa espressione - segnato dalla mortificazione delle sue eccezionali capacità espressive, un intensificarsi della sua energia generativa, della sua paternità».
Quando ha conosciuto Giussani? Cosa ricorda della prima volta che lo ha visto?
«La prima volte che lo vidi fu nel 1958, quando a Lecco durante la Settimana Santa la Gioventù Studentesca, ancora legata all’Azione Cattolica di Roma, invitò i giovani liceali ad alcuni incontri di preparazione alla Pasqua. Mi ricordo che ci andai su grande insistenza di un mio compagno di scuola che vinse le mie resistenze. Non amavo molto la Gioventù Studentesca, perché mi sembrava un luogo adatto ai miei compagni quasi tutti di estrazione “borghese”, piuttosto che a me.
Don Luigi Giussani tenne una splendida lezione sulla “gioventù come tensione” e per la prima volta percepii un accento diverso nel considerare il rapporto tra Cristo e la mia vita. Io, infatti, avevo perso questo nesso: la mia fede era stanca, la mia pratica passiva. I miei interessi si erano spostati - sulla scia dell’impegno socialista massimalista di mio padre - sulla politica e sulla letteratura russa e americana.
Ma quel giorno, quando sentii don Giussani parlare così, ebbi un fremito, e cominciai a guardare a Cristo in maniera diversa».
Paolo Rodari
Tratto dal sito www.ilriformista.it
Così il patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, ricorda col Riformista la grande figura di uomo di Chiesa che fu don Luigi Giussani, fondatore del movimento di Comunione e liberazione, scomparso il 22 febbraio di quattro anni fa. L’occasione per ricordare Giussani la offre l’intenso volume che Massimo Camisasca, superiore generale della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo e per anni portavoce di Cl in Vaticano, ha dedicato al prete brianzolo: Don Giussani. La sua esperienza di Dio e dell’uomo (San Paolo, 165 pag. - 14 euro).
Eminenza, Camisasca narra dei luoghi dove si è formata la vocazione di Giussani. Anche lei viene dalla diocesi di Milano. Quale tratto di Giussani testimonia maggiormente la sua milanesità?
«Lo straordinario senso della concretezza e la forza della solidarietà, il gusto naturale del senso cristiano della vita, l’apertura a 360 gradi per un confronto instancabile con chiunque».
Giussani ha cominciato il suo movimento nella scuola. E da subito ha dato un respiro missionario al movimento mandando i suoi giovani in tutto il mondo. Quale contributo principale ha da dare il Comunione e liberazione alla Chiesa oggi?
«Secondo me il movimento di Comunione e liberazione deve continuare, come mi pare stia facendo, a documentare in modo persuasivo, attraverso la testimonianza personale e comunitaria, la “convenienza” umana di aderire al fatto di Cristo. E farlo in tutti gli ambienti dell’umana esistenza, dove gli uomini sono chiamati a vivere: la scuola, l’università, la fabbrica, i quartieri, il mondo dell’economia, della cultura e della politica, ecc.
Si tratta di un compito affascinante da svolgere in tutti i paesi del mondo, soprattutto quando lo domandano le Chiese e i loro vescovi».
Nella Chiesa si sente spesso parlare del problema delle crisi delle vocazioni. In Cl, come in tanti movimenti ecclesiali del post-Concilio, queste non mancano. Qual è il segreto del fiorire delle vocazioni? Come la Chiesa può affrontare con praticità questo problema?
«È uno solo: concepire la vita stessa come vocazione ed educare appassionatamente a questo.
Prima di parlare del cosiddetto “stato di vita”, cioè il matrimonio o la consacrazione, bisogna educare i giovani a percepire l’esistenza di tutti i giorni come una chiamata di Dio alla mia libertà per la mia felicità, il mio compimento. Solo così i giovani possono trovare l’energia per dedicarsi a Dio o per un autentico matrimonio. Se intendo la vita prima di tutto come vocazione, sarà poi facile - leggendo i segni oggettivi che sempre lo Spirito manda - capire la forma vocazionale specifica per me. La Chiesa in Italia come altrove deve superare una “pastorale vocazionale” separata, prevalentemente legata a tecniche psicopedagogiche o a sterili biblicismi. Deve edificare comunità giovanili veramente aperte, abbattendo tutti i bastioni, riconoscendo che, dopo Gesù, la terra santa è tutto il mondo. Ci saranno allora giovani che, godendo della bellezza della vita in Cristo, potranno dire ai compagni “Vieni e vedi”, come fece Gesù con i primi discepoli».
Che posizione ricopriva per Giussani la liturgia nella vita del movimento?
«Era centrale, ma assolutamente sobria. In un certo senso ha riproposto a tutto il movimento l’esperienza straordinaria che visse nel seminario milanese di Venegono, abitato allora da più di mille persone, dove la liturgia ambrosiana, di una bellezza straordinaria nei suoi inni e testi, era curata con assidua essenzialità.
A questo don Giussani aggiunse anche una passione speciale per il canto gregoriano e polifonico, ma seppe anche valorizzare canti che taluni giovani, particolarmente dotati, incontrando il movimento, furono capaci di creare. Penso a Claudio Chieffo, per esempio.
Mi impressionava sempre l’attenzione che don Luigi Giussani dedicava a preparare la santa messa: discuteva con il capo del coro, equilibrava il canto del popolo con quello meditativo, mirava ad una liturgia essenziale, ma profondamente radicata nella tradizione, a tal punto che non aveva bisogno di richiamarci alla partecipazione alla santa messa quotidiana, perché era un avvenimento di bellezza che si imponeva da sé».
Giussani definì la politica «passione per l’uomo». Camisasca scrive che non aveva una visione negativa del potere. Ma, insieme, ricorda che dal cosiddetto Movimento Popolare (un Movimento di esplicito impegno politico) Cl è passato alla Compagnia delle Opere (un impegno più sociale). Che significato ha a suo avviso questa evoluzione?
«Don Luigi Giussani era un grande realista, aveva il senso del concreto ed aveva percepito con chiarezza che il potere è inevitabile perché la sua radice è antropologica. Tutti hanno potere, anche il neonato sulla mamma e viceversa, come si comprende dallo scambio di un sorriso tra i due.
Anche la valenza pubblica e politica del potere era tesa per Giussani alla relazione di riconoscimento positivo che è alla base della vita personale e sociale.
Un giudizio sul passaggio dal Movimento Popolare alla Compagnia delle Opere richiederebbe un’analisi approfondita, troppo lunga e complessa da sviluppare in questa intervista. Per come l’ho capita io, che non ho potuto seguire la nascita e la crescita della Compagnia delle Opere, essendo diventato Vescovo, ebbe origine dall’intuizione che bisognava abbandonare una concezione ideologica della politica a favore di una pratica del bene comune. Si trattava di una importante intuizione. Penso a Jacques Maritain che, quando contribuì alla scrittura della Carta dei Diritti dell’Uomo, rilevò che il problema primario in una società plurale non è mettersi d’accordo sulle mondo-visioni, ma far leva sul bene pratico dell’essere insieme, sulla base del quale confrontarsi, e non viceversa.
Da questo punto di vista il Movimento Popolare poteva rischiare l’ideologia e, là dove c’è l’ideologia, il condizionamento dell’egemonia, favorita dal potere politico, è più facile.
Però ci furono certamente intuizioni di valore nell’esperienza del Movimento Popolare che meriterebbero di essere ripensate e forse recuperate oggi».
Camisasca ricorda che gli ultimi anni di vita Giussani li visse convivendo col Parkison. Si può parlare anche nei suoi confronti di «purificazione»?
«Certamente. Ricordo la cura con cui passava ore sul breviario del giorno o la passione con cui voleva dialogare su temi come la Trinità e la Santissima Vergine, per ricordare solo alcuni dei miei ultimi dialoghi con lui.
Sicuramente egli è stato chiamato negli anni finali a un distacco da sé e dalla sua grande opera che ha tutti i tratti della santità.
Paradossalmente (ma è il paradosso dell’inscindibile legame tra croce e resurrezione) fu questa la strada dell’approfondirsi misterioso e doloroso della sua paternità nei confronti del popolo che aveva suscitato. “Nessuno genera se non è generato” ripeteva spesso don Giussani. Mi piace leggere nel suo abbandono progressivo al volto buono del Mistero - per usare una sua intensa espressione - segnato dalla mortificazione delle sue eccezionali capacità espressive, un intensificarsi della sua energia generativa, della sua paternità».
Quando ha conosciuto Giussani? Cosa ricorda della prima volta che lo ha visto?
«La prima volte che lo vidi fu nel 1958, quando a Lecco durante la Settimana Santa la Gioventù Studentesca, ancora legata all’Azione Cattolica di Roma, invitò i giovani liceali ad alcuni incontri di preparazione alla Pasqua. Mi ricordo che ci andai su grande insistenza di un mio compagno di scuola che vinse le mie resistenze. Non amavo molto la Gioventù Studentesca, perché mi sembrava un luogo adatto ai miei compagni quasi tutti di estrazione “borghese”, piuttosto che a me.
Don Luigi Giussani tenne una splendida lezione sulla “gioventù come tensione” e per la prima volta percepii un accento diverso nel considerare il rapporto tra Cristo e la mia vita. Io, infatti, avevo perso questo nesso: la mia fede era stanca, la mia pratica passiva. I miei interessi si erano spostati - sulla scia dell’impegno socialista massimalista di mio padre - sulla politica e sulla letteratura russa e americana.
Ma quel giorno, quando sentii don Giussani parlare così, ebbi un fremito, e cominciai a guardare a Cristo in maniera diversa».
Paolo Rodari
Tratto dal sito www.ilriformista.it
«Dottrina sociale un patrimonio per la politica»
Il suo Appello ai «liberi e forti», che proprio nel 2009 compie 90 anni, conserva intatta la propria validità per la comunità ecclesiale italiana. Ma «a nessuno venga in mente di tirare per la giacchetta don Sturzo», in merito alla costituzione di un nuovo partito cattolico. Lo hanno ribadito ieri il vescovo di Ivrea monsignor Arrigo Miglio, presidente del Comitato scientifico-organizzatore delle Settimane sociali, e i vertici dell’organismo della Cei, presentando a Roma il Seminario che si terrà a Caltagirone (tema: “Senza pregiudizi né preconcetti”), venerdì prossimo, 27 febbraio, proprio in memoria dell’anniversario 'tondo' dell’Appello e come avvio del percorso che culminerà nella prossima Settimana sociale, in programma nell’autunno del 2010.
«Il discorso sul partito unico – ha notato monsignor Miglio in risposta ad una specifica domanda – è legato a contingenze storiche: ciò che, invece, è permanente è l’impegno dei fedeli laici e di tutta la comunità ecclesiale a servizio del paese del bene comune». Perciò, ha precisato il vescovo, «il nostro impegno è far crescere questa coscienza in tutta la comunità ecclesiale, a partire dalla consapevolezza che la dottrina sociale della Chiesa non è ancora diventato patrimonio comune. Cosa faranno poi i laici non spetta a noi dirlo».
Quello di un eventuale partito unico dei cattolici non è stato l’unico spunto di attualità di una conferenza stampa che, se ha ribadito la volontà degli organizzatori del Seminario di Caltagirone di guardare al don Sturzo sacerdote e quindi alla sua attività pastorale oltre che politica, non ha potuto fare a meno di confrontarsi con la cronaca di questi giorni.
Alcuni giornalisti hanno chiesto, ad esempio, la posizione del Comitato delle Settimane sociali sulla questione delle ronde. «Tutto dipende dall’atteggiamento che intendiamo adottare verso gli immigrati» è stata la risposta di monsignor Miglio. «A me sembra – ha quindi spiegato – che non possiamo allontanarci da due parole come accoglienza e legalità. Tutto il resto va calibrato sul rispetto di questi due principi». Sul tema dell’immigrazione, infatti, «c’è il dovere dell’accoglienza umanitaria, ma c’è anche il discorso del bisogno, che il nostro Paese ha, di una certa presenza di immigrati». E pur sottolineando la necessità di sicurezza e di legalità, il vescovo di Ivrea ha invitato a «non alimentare le paure». Monsignor Miglio ha anche citato il «bel gesto» del vescovo di Bucarest, che ieri ha inviato una lettera al cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, in cui condanna gli atti criminosi dei quali si sono macchiati alcuni cittadini rumeni, ribadisce la dignità del popolo rumeno e ringrazia la Chiesa italiana per la sua attenzione agli immigrati. «Vorrei dire anche la mia sofferenza – ha concluso sull’argomento – per il coinvolgimento ingiusto di tutta la comunità romena».
Altro tema di attualità toccato nell’incontro con i giornalisti la crisi economica e in particolare la proposta di nazionalizzare le banche. «La società civile è composta da tanti soggetti, le banche sono uno di questi, e se diventasse opportuna una presenza maggiore dello Stato non dimentichiamoci che la società civile è molto più vasta e possiamo ugualmente essere contrari allo statalismo», ha risposto il presente del Comitato delle Settimane sociali. Anche il sociologo Luca Diotallevi, vicepresidente dell’organismo (presente alla conferenza stampa insieme con Edoardo Patriarca, segretario dello stesso Comitato), ha ricordato che per la Dottrina sociale della Chiesa «il bene comune è perseguito dall’impresa e lo Stato non può sostituirsi in modo permanente». Il problema, per Diotallevi, è che oggi, a livello mondiale, «chi non ha saputo regolare pretende di avere le carte in regola per dirigere».
In generale, comunque, l’appuntamento di Caltagirone (del quale qui a fianco riportiamo il programma) intende «raccogliere e di rilanciare di don Sturzo soprattutto il messaggio che esorta all’impegno dei laici». La sua, ha sottolineato Diotallevi, «è anzitutto una lezione spirituale, acquisendo la quale si può corrispondere all’invito, lanciato del Papa a Cagliari, per un rinnovamento della presenza pubblica dei cattolici nel nostro Paese».
Mimmo Muolo
Tratto dal quotidiano Avvenire del 25.02.2009
«Il discorso sul partito unico – ha notato monsignor Miglio in risposta ad una specifica domanda – è legato a contingenze storiche: ciò che, invece, è permanente è l’impegno dei fedeli laici e di tutta la comunità ecclesiale a servizio del paese del bene comune». Perciò, ha precisato il vescovo, «il nostro impegno è far crescere questa coscienza in tutta la comunità ecclesiale, a partire dalla consapevolezza che la dottrina sociale della Chiesa non è ancora diventato patrimonio comune. Cosa faranno poi i laici non spetta a noi dirlo».
Quello di un eventuale partito unico dei cattolici non è stato l’unico spunto di attualità di una conferenza stampa che, se ha ribadito la volontà degli organizzatori del Seminario di Caltagirone di guardare al don Sturzo sacerdote e quindi alla sua attività pastorale oltre che politica, non ha potuto fare a meno di confrontarsi con la cronaca di questi giorni.
Alcuni giornalisti hanno chiesto, ad esempio, la posizione del Comitato delle Settimane sociali sulla questione delle ronde. «Tutto dipende dall’atteggiamento che intendiamo adottare verso gli immigrati» è stata la risposta di monsignor Miglio. «A me sembra – ha quindi spiegato – che non possiamo allontanarci da due parole come accoglienza e legalità. Tutto il resto va calibrato sul rispetto di questi due principi». Sul tema dell’immigrazione, infatti, «c’è il dovere dell’accoglienza umanitaria, ma c’è anche il discorso del bisogno, che il nostro Paese ha, di una certa presenza di immigrati». E pur sottolineando la necessità di sicurezza e di legalità, il vescovo di Ivrea ha invitato a «non alimentare le paure». Monsignor Miglio ha anche citato il «bel gesto» del vescovo di Bucarest, che ieri ha inviato una lettera al cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, in cui condanna gli atti criminosi dei quali si sono macchiati alcuni cittadini rumeni, ribadisce la dignità del popolo rumeno e ringrazia la Chiesa italiana per la sua attenzione agli immigrati. «Vorrei dire anche la mia sofferenza – ha concluso sull’argomento – per il coinvolgimento ingiusto di tutta la comunità romena».
Altro tema di attualità toccato nell’incontro con i giornalisti la crisi economica e in particolare la proposta di nazionalizzare le banche. «La società civile è composta da tanti soggetti, le banche sono uno di questi, e se diventasse opportuna una presenza maggiore dello Stato non dimentichiamoci che la società civile è molto più vasta e possiamo ugualmente essere contrari allo statalismo», ha risposto il presente del Comitato delle Settimane sociali. Anche il sociologo Luca Diotallevi, vicepresidente dell’organismo (presente alla conferenza stampa insieme con Edoardo Patriarca, segretario dello stesso Comitato), ha ricordato che per la Dottrina sociale della Chiesa «il bene comune è perseguito dall’impresa e lo Stato non può sostituirsi in modo permanente». Il problema, per Diotallevi, è che oggi, a livello mondiale, «chi non ha saputo regolare pretende di avere le carte in regola per dirigere».
In generale, comunque, l’appuntamento di Caltagirone (del quale qui a fianco riportiamo il programma) intende «raccogliere e di rilanciare di don Sturzo soprattutto il messaggio che esorta all’impegno dei laici». La sua, ha sottolineato Diotallevi, «è anzitutto una lezione spirituale, acquisendo la quale si può corrispondere all’invito, lanciato del Papa a Cagliari, per un rinnovamento della presenza pubblica dei cattolici nel nostro Paese».
Mimmo Muolo
Tratto dal quotidiano Avvenire del 25.02.2009
Rifiuto delle cure, principio morale? No, è lo smarrimento del laicismo moderno
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge: così la Costituzione italiana all’articolo 32, secondo comma.
Per molti commentatori, questo comma dovrebbe indurci a prendere atto che la Costituzione intende riconoscere un diritto umano fondamentale, quello al rifiuto delle cure. Ma si tratta di un’interpretazione che oramai molti commentatori ritengono troppo ristretta: a loro avviso, partendo dallo stesso articolo costituzionale, si dovrebbe arrivare ad ammettere che la persona, oltre al diritto di rifiutare qualsiasi terapia, sarebbe titolare di un diritto, 'di spessore costituzionale', all’autodeterminazione in materia sanitaria. Né ci si ferma qui, nel leggere un testo, come si è visto molto sobrio e molto breve, che è stato ritenuto per decenni dai costituzionalisti semplicemente come un argine contro indebiti, pur se improbabili, atti invasivi della medicina. Si sta infatti ormai giungendo, partendo da quella breve formula costituzionale, a vedere nel rifiuto delle cure, e quindi perfino in quel rifiuto che può ineluttabilmente portare alla morte, 'il caposaldo della stessa soggettività morale' (si veda l’incredibile articolo di Rodotà su Repubblica del 22 febbraio, a pagina 25). Poiché da tutte le parti si esorta a non confondere il diritto con la morale e meno che mai con la religione, penso che sia forse giunto il momento di rimettere le cose al loro posto, cominciando a chiamarle con il loro nome. Se si vuole esaltare il rifiuto delle cure come scelta di libertà, si rifletta prima di quale tipo di libertà si sta parlando. Mettiamo da parte situazioni strazianti ed eccezionali, nelle quali la stessa libertà di autodeterminarsi da parte di una persona può far nascere dubbi fondati: se il rifiuto delle cure è un diritto fondamentale di libertà, esso può essere, anzi, andrebbe esercitato con fredda lucidità, con irremovibile determinazione, col minimo di emotività. Di quale libertà, allora, stiamo parlando, se non della libertà di chiudersi in se stessi, di interrompere le relazioni con gli altri, di fuoriuscire dal mondo delle relazioni e degli affetti? È una dimensione della libertà, questa, che possiede un connotato freddo, tragico e solitario. Non c’è dubbio che abbiamo il dovere di rispettarla. Ma non c’è nemmeno da dubitare che abbiamo anche, e nello stesso tempo, il diritto di biasimarla, in quanto, ripetiamolo, lucida, fredda, irremovibile. Se infatti esiste un caposaldo della stessa soggettività morale questo non consiste nella freddezza, ma nel calore; non nella chiusura, ma nell’apertura; non nel dire di no al mondo, ma nel dirgli di sì, non nel sottrarsi, ma nel chiedere l’abbraccio dell’altro. Il senso morale implica posporre i propri interessi e le proprie esigenze ai bisogni e alle necessità altrui, fino all’estremo del sacrificio di sé. Non c’è alcun dubbio che il diritto esige molto, molti di meno dagli uomini: esso legittima anche comportamenti e pratiche egoistiche, purché innocue per il prossimo. Qui però sta appunto la differenza tra diritto e morale: quello che il diritto, nella sua freddezza, non osa e non può pretendere, la morale osa invece pretenderlo, anzi lo esige. Il diritto è custode dell’equilibrio delle relazioni, della simmetria nei rapporti, del bilanciamento degli interessi; l’etica, al contrario, aborre sottili equilibri e prudenti ponderazioni. Essa mi insegna che, se l’altro ha un’esigenza, io, se sono in grado, ho il dovere di aiutarlo a soddisfarla. Forse, in cambio, otterrò la gratitudine di colui per il quale mi sono operato; forse in cambio otterrò invece indifferenza e a volte perfino ostilità.
Calcoli del genere sono psicologicamente inevitabili, tanto quanto moralmente irrilevanti, perché l’etica è in primo luogo positività e assoluta gratuità. Che il laicismo contemporaneo arrivi a vedere in quella tragica forma di negatività che è il rifiuto delle cure un principio, anzi, il principio stesso della morale, dimostra a sufficienza lo smarrimento di tanta parte del sentire comune di oggi.
Uno smarrimento tanto più grave in quanto, invece di concretizzarsi in atteggiamenti di dubbio, di esitazione, di prudenza, paradossalmente dà luogo ad atteggiamenti di fredda determinazione, come la determinazione di chi ritiene doveroso offrire a chi vuole uscire da questo mondo tutti i conforti di una raffinata medicina, capace sì di curare, ma anche di rendere 'dolcissima' la morte (come appunto si è ritenuto che potesse e dovesse essere la morte di Eluana). Porre la freddezza della tecnica al servizio di una volontà di non essere più: qui il richiamo alla soggettività morale e all’omaggio che dovremmo prestarle non c’entra proprio nulla. Questo è lo specifico connotato del nichilismo moderno.
Francesco D'Agostino
Tratto dal quotidiano Avvenire del 25.02.2009
Per molti commentatori, questo comma dovrebbe indurci a prendere atto che la Costituzione intende riconoscere un diritto umano fondamentale, quello al rifiuto delle cure. Ma si tratta di un’interpretazione che oramai molti commentatori ritengono troppo ristretta: a loro avviso, partendo dallo stesso articolo costituzionale, si dovrebbe arrivare ad ammettere che la persona, oltre al diritto di rifiutare qualsiasi terapia, sarebbe titolare di un diritto, 'di spessore costituzionale', all’autodeterminazione in materia sanitaria. Né ci si ferma qui, nel leggere un testo, come si è visto molto sobrio e molto breve, che è stato ritenuto per decenni dai costituzionalisti semplicemente come un argine contro indebiti, pur se improbabili, atti invasivi della medicina. Si sta infatti ormai giungendo, partendo da quella breve formula costituzionale, a vedere nel rifiuto delle cure, e quindi perfino in quel rifiuto che può ineluttabilmente portare alla morte, 'il caposaldo della stessa soggettività morale' (si veda l’incredibile articolo di Rodotà su Repubblica del 22 febbraio, a pagina 25). Poiché da tutte le parti si esorta a non confondere il diritto con la morale e meno che mai con la religione, penso che sia forse giunto il momento di rimettere le cose al loro posto, cominciando a chiamarle con il loro nome. Se si vuole esaltare il rifiuto delle cure come scelta di libertà, si rifletta prima di quale tipo di libertà si sta parlando. Mettiamo da parte situazioni strazianti ed eccezionali, nelle quali la stessa libertà di autodeterminarsi da parte di una persona può far nascere dubbi fondati: se il rifiuto delle cure è un diritto fondamentale di libertà, esso può essere, anzi, andrebbe esercitato con fredda lucidità, con irremovibile determinazione, col minimo di emotività. Di quale libertà, allora, stiamo parlando, se non della libertà di chiudersi in se stessi, di interrompere le relazioni con gli altri, di fuoriuscire dal mondo delle relazioni e degli affetti? È una dimensione della libertà, questa, che possiede un connotato freddo, tragico e solitario. Non c’è dubbio che abbiamo il dovere di rispettarla. Ma non c’è nemmeno da dubitare che abbiamo anche, e nello stesso tempo, il diritto di biasimarla, in quanto, ripetiamolo, lucida, fredda, irremovibile. Se infatti esiste un caposaldo della stessa soggettività morale questo non consiste nella freddezza, ma nel calore; non nella chiusura, ma nell’apertura; non nel dire di no al mondo, ma nel dirgli di sì, non nel sottrarsi, ma nel chiedere l’abbraccio dell’altro. Il senso morale implica posporre i propri interessi e le proprie esigenze ai bisogni e alle necessità altrui, fino all’estremo del sacrificio di sé. Non c’è alcun dubbio che il diritto esige molto, molti di meno dagli uomini: esso legittima anche comportamenti e pratiche egoistiche, purché innocue per il prossimo. Qui però sta appunto la differenza tra diritto e morale: quello che il diritto, nella sua freddezza, non osa e non può pretendere, la morale osa invece pretenderlo, anzi lo esige. Il diritto è custode dell’equilibrio delle relazioni, della simmetria nei rapporti, del bilanciamento degli interessi; l’etica, al contrario, aborre sottili equilibri e prudenti ponderazioni. Essa mi insegna che, se l’altro ha un’esigenza, io, se sono in grado, ho il dovere di aiutarlo a soddisfarla. Forse, in cambio, otterrò la gratitudine di colui per il quale mi sono operato; forse in cambio otterrò invece indifferenza e a volte perfino ostilità.
Calcoli del genere sono psicologicamente inevitabili, tanto quanto moralmente irrilevanti, perché l’etica è in primo luogo positività e assoluta gratuità. Che il laicismo contemporaneo arrivi a vedere in quella tragica forma di negatività che è il rifiuto delle cure un principio, anzi, il principio stesso della morale, dimostra a sufficienza lo smarrimento di tanta parte del sentire comune di oggi.
Uno smarrimento tanto più grave in quanto, invece di concretizzarsi in atteggiamenti di dubbio, di esitazione, di prudenza, paradossalmente dà luogo ad atteggiamenti di fredda determinazione, come la determinazione di chi ritiene doveroso offrire a chi vuole uscire da questo mondo tutti i conforti di una raffinata medicina, capace sì di curare, ma anche di rendere 'dolcissima' la morte (come appunto si è ritenuto che potesse e dovesse essere la morte di Eluana). Porre la freddezza della tecnica al servizio di una volontà di non essere più: qui il richiamo alla soggettività morale e all’omaggio che dovremmo prestarle non c’entra proprio nulla. Questo è lo specifico connotato del nichilismo moderno.
Francesco D'Agostino
Tratto dal quotidiano Avvenire del 25.02.2009
Bio-Testamento, istruzioni per l’uso
Il decisionismo mostrato da Dario Franceschini è durato lo spazio di due giorni. Sulla questione del testamento biologico, dove il neoletto segretario aveva garantito l’unità del Pd su una linea laicista, oggi c’è il dissenso non solo dell’ala teodem del partito,
ma anche della capogruppo in commissione Sanità, Dorina Bianchi, di cattolici come Beppe Fioroni, e soprattutto di Francesco Rutelli.
• Rutelli cerca il dialogo con il Pdl. Il capo della Margherita ha presentato, a sorpresa, quattro emendamenti alla proposta di legge della maggioranza che di fatto spaccano il Pd e vanno contro le direttive di Franceschini. Le proposte di Rutelli ruotano intorno al problema dell’alimentazione e idratazione artificiali e della durata della Dat, la Dichiarazione anticipata di trattamento, cioè le volontà scritte del paziente. “L’emendamento di Rutelli non è molto distante dalla nostra legge e si muove nella stessa logica” ha commentato Quagliariello, vicecapogruppo del Pdl al Senato.
• Alimentazione e nutrizione “sostegno vitale”. Così come il Pdl, Rutelli chiede che alimentazione e nutrizione forzata siano considerate non forme di accanimento terapeutico ma sostegno vitale da garantire al paziente. E dunque “non possano essere oggetto” del testamento biologico. Nelle fasi terminali della vita, e qualora l’ammalato sia incapace di intendere e di volere, possono tuttavia essere affidate ad una comune valutazione tra il medico curante ed il fiduciario del paziente; con la decisione ultima affidata al medico.
• No all’eutanasia. È un passo avanti importante del leader della Margherita, il partito dal quale proviene anche l’ormai laicista Franceschini. “Non deve essere la porta per introdurre l’eutanasia” afferma ancora Quagliariello. “Ma la nostra non è una legge chiusa. L’essenziale è stabilire che nelle nostre strutture non si può morire di fame e di sete”.
• Le due linee del Pd. Dopo molte esitazioni, infatti, il Pd si era schierato su una linea che lasciava di fatto molte possibilità proprio all’eutanasia. E questo nonostante la sostituzione, in commissione Sanità, del capogruppo Ignazio Marino (favorevole all’eutanasia) con Dorina Bianchi, che all’eutanasia è contraria. Ma poi anche la Bianchi si è detta in dissenso con quanto sta emergendo tra i Democratici, dopo l’elezione di Franceschini e sulla scia delle ripetute esternazioni di Beppino Englaro, il padre di Eluana.
• Il caso Englaro. Eluana non aveva mai lasciato alcuna volontà scritta; se ne era sempre fatto interprete il padre Beppino. In base a queste interpretazioni, ed in assenza di una legge, la Corte di cassazione aveva autorizzato la fine dell’alimentazione. Beppino aveva chiesto, dopo la morte della figlia, di essere lasciato in pace. Ma subito dopo ha prevalso in lui la volontà di trasformare la propria dolorosa esperienza in una battaglia politica. Ex socialista, poi radicale, Beppino Englaro è intervenuto negli ultimi giorni in trasmissioni tv ed anche, in collegamento telefonico, alla manifestazione dell’estrema sinistra in piazza Farnese a Roma “contro l’ingerenza della Chiesa”. Englaro si è scagliato contro il progetto del centrodestra: “Gli italiani non si faranno imporre una legge del genere, siamo pronti al referendum”.
• Che cosa propone la maggioranza. La proposta del Pdl sulla “fine della vita”, presentata in Parlamento, prevede due punti qualificanti.
1) Il riconoscimento della volontà dell’individuo, e solo la sua, di rifiutare ogni forma di accanimento teraputico, da esprimere attraverso un documento da depositare presso un notaio;
2) Il fatto che l’alimentazione artificiale non sia accanimento terapeutico, perché lo Stato non può far morire nessuno di fame e di sete, neppure su sua volontà.
• Che cosa oppone il Pd. Come abbiamo detto, molte oscillazioni tra i Democratici. Ma alla fine era emersa una sintesi molto politica e poco umanitaria, che teneva unite le correnti di maggioranza del partito, e sostenuta anche dai radicali. E cioè: “alimentazione artificiale come sostegno vitale da assicurare sempre al paziente, tranne il caso in cui la sospensione sia espressamente oggetto del testamento biologico”; “eliminazione della figura del notaio”; e testamento biologico “non obbligatorio ma vincolante”. Di fatto, una non-legge, che lascia aprte tutte le possibilità di interpretazioni.
• Che cosa prevede l’Europa. Non c’è alcuna legislazione comunitaria. Solo la “Convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina” ratificata ad Oviedo nel 2001. Essa raccomanda che “un intervento nel campo della salute non può essere effettuato se non dopo che la persona interessata abbia dato consenso libero e informato; l’interessato può ritirare il proprio consenso in qualsiasi momento; allorquando, secondo la legge, un maggiorenne a causa di un handicap mentale, di una malattia o di un motivo similare, non ha la capacità di dare il consenso ad un intervento, questo non può essere effettuato senza l’autorizzazione del suo rappresentante, di un’autorità o di una persona o di un organo designato dalla legge; l’autorizzazione può in qualsiasi momento essere ritirata nell’interesse della persona interessata”.
• In linea con la proposta del Pdl. Come si vede la Convenzione di Oviedo fissa molti paletti per conciliare il no all’accanimento terapeutico con il no all’eutanasia. Soprattutto pone ogni decisione, in modo formale, nella responsabilità della persona interessata, o di un suo rappresentante legalmente riconosciuto dalla legge.
• La legge francese. L’Europa tuttavia ha finora legiferato in ordine sparso. In Francia è il medico a decidere (con una consultazione collegiale con altri pari grado) se interrompere trattamenti terapeutici che configurino accanimento terapeutico o abbiano il solo effetto del mantenimento in vita artificiale. Questo in assenza di volontà dell’interessato. Se esse sono presenti, e sono antecedenti ad almeno tre anni dalla perdita di conoscenza, prevalgono sulla decisione del medico.
• La prassi tedesca. La Germania non ha ancora affrontato esplicitamente il testamento biologico né il tema del trattamento dei malati incurabili. Una prassi giudiziaria consolidata affida però ad una decisione scritta del paziente ogni eventuale decisione in merito.
• La prassi inglese. Anche in Gran Bretagna il testamento biologico non è espressamente previsto dalla legge. La giurisprudenza accetta tuttavia due cose: che i medici si astengano dall’accanimento terapeutico dopo essersi consultati con i familiari dell’ammalato; che in caso di disposizioni scritte del paziente si accerti che esse siano riferibili soltanto a lui e siano state prese nella piena facoltà di intendere e di volere.
• La legge olandese. Di fatto i Paesi Bassi sono gli unici a prevedere forme di eutanasia e di “assistenza al suicidio”, in base ad un testamento biologico redatto consapevolmente da un adulto e, nel caso di minorenni oltre i 12 anni, con il consenso dei genitori.
• Negli Usa. Non esiste testamento biologico né alcun trattamento uniforme tra i diversi stati sulla fine della vita. Come ha dimostrato il caso di Terry Schiavo, la materia è oggetto di battaglie legali tra diversi gradi di giudizio statale e federale.
Di norma, nessun medico può sospendere le terapie – anche se si configurano come accanimento – contro la volontà non solo del paziente, ma anche dei parenti diretti (nell’ordine, il coniuge, i figli e i genitori).
• Conclusioni. Come si vede, su questa dolorosa materia, due soli paesi europei – Francia e Olanda – hanno finora approvato leggi sul testamento biologico. Più restrittiva la prima, addirittura sconfinante nell’eutanasia la seconda. Altrove ci si affida legalmente alle decisioni della magistratura, spesso drammaticamente in contrasto tra loro. L’esperienza più nota è la battaglia negli Usa nel caso di Terry Schiavo. In tutto il mondo, però, le volontà esplicite della persona prevalgono su quelle della medicina. Dunque non c’è alcun ritardo dell’Italia, come sostengono sinistra e laicisti. C’è la volontà del governo di affrontare un tema complesso, che certo non porta facili consensi, senza indulgere alla propaganda, ma conciliando scienza e coscienza.
Tratto dal sito www.mauriziolupi.it
ma anche della capogruppo in commissione Sanità, Dorina Bianchi, di cattolici come Beppe Fioroni, e soprattutto di Francesco Rutelli.
• Rutelli cerca il dialogo con il Pdl. Il capo della Margherita ha presentato, a sorpresa, quattro emendamenti alla proposta di legge della maggioranza che di fatto spaccano il Pd e vanno contro le direttive di Franceschini. Le proposte di Rutelli ruotano intorno al problema dell’alimentazione e idratazione artificiali e della durata della Dat, la Dichiarazione anticipata di trattamento, cioè le volontà scritte del paziente. “L’emendamento di Rutelli non è molto distante dalla nostra legge e si muove nella stessa logica” ha commentato Quagliariello, vicecapogruppo del Pdl al Senato.
• Alimentazione e nutrizione “sostegno vitale”. Così come il Pdl, Rutelli chiede che alimentazione e nutrizione forzata siano considerate non forme di accanimento terapeutico ma sostegno vitale da garantire al paziente. E dunque “non possano essere oggetto” del testamento biologico. Nelle fasi terminali della vita, e qualora l’ammalato sia incapace di intendere e di volere, possono tuttavia essere affidate ad una comune valutazione tra il medico curante ed il fiduciario del paziente; con la decisione ultima affidata al medico.
• No all’eutanasia. È un passo avanti importante del leader della Margherita, il partito dal quale proviene anche l’ormai laicista Franceschini. “Non deve essere la porta per introdurre l’eutanasia” afferma ancora Quagliariello. “Ma la nostra non è una legge chiusa. L’essenziale è stabilire che nelle nostre strutture non si può morire di fame e di sete”.
• Le due linee del Pd. Dopo molte esitazioni, infatti, il Pd si era schierato su una linea che lasciava di fatto molte possibilità proprio all’eutanasia. E questo nonostante la sostituzione, in commissione Sanità, del capogruppo Ignazio Marino (favorevole all’eutanasia) con Dorina Bianchi, che all’eutanasia è contraria. Ma poi anche la Bianchi si è detta in dissenso con quanto sta emergendo tra i Democratici, dopo l’elezione di Franceschini e sulla scia delle ripetute esternazioni di Beppino Englaro, il padre di Eluana.
• Il caso Englaro. Eluana non aveva mai lasciato alcuna volontà scritta; se ne era sempre fatto interprete il padre Beppino. In base a queste interpretazioni, ed in assenza di una legge, la Corte di cassazione aveva autorizzato la fine dell’alimentazione. Beppino aveva chiesto, dopo la morte della figlia, di essere lasciato in pace. Ma subito dopo ha prevalso in lui la volontà di trasformare la propria dolorosa esperienza in una battaglia politica. Ex socialista, poi radicale, Beppino Englaro è intervenuto negli ultimi giorni in trasmissioni tv ed anche, in collegamento telefonico, alla manifestazione dell’estrema sinistra in piazza Farnese a Roma “contro l’ingerenza della Chiesa”. Englaro si è scagliato contro il progetto del centrodestra: “Gli italiani non si faranno imporre una legge del genere, siamo pronti al referendum”.
• Che cosa propone la maggioranza. La proposta del Pdl sulla “fine della vita”, presentata in Parlamento, prevede due punti qualificanti.
1) Il riconoscimento della volontà dell’individuo, e solo la sua, di rifiutare ogni forma di accanimento teraputico, da esprimere attraverso un documento da depositare presso un notaio;
2) Il fatto che l’alimentazione artificiale non sia accanimento terapeutico, perché lo Stato non può far morire nessuno di fame e di sete, neppure su sua volontà.
• Che cosa oppone il Pd. Come abbiamo detto, molte oscillazioni tra i Democratici. Ma alla fine era emersa una sintesi molto politica e poco umanitaria, che teneva unite le correnti di maggioranza del partito, e sostenuta anche dai radicali. E cioè: “alimentazione artificiale come sostegno vitale da assicurare sempre al paziente, tranne il caso in cui la sospensione sia espressamente oggetto del testamento biologico”; “eliminazione della figura del notaio”; e testamento biologico “non obbligatorio ma vincolante”. Di fatto, una non-legge, che lascia aprte tutte le possibilità di interpretazioni.
• Che cosa prevede l’Europa. Non c’è alcuna legislazione comunitaria. Solo la “Convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina” ratificata ad Oviedo nel 2001. Essa raccomanda che “un intervento nel campo della salute non può essere effettuato se non dopo che la persona interessata abbia dato consenso libero e informato; l’interessato può ritirare il proprio consenso in qualsiasi momento; allorquando, secondo la legge, un maggiorenne a causa di un handicap mentale, di una malattia o di un motivo similare, non ha la capacità di dare il consenso ad un intervento, questo non può essere effettuato senza l’autorizzazione del suo rappresentante, di un’autorità o di una persona o di un organo designato dalla legge; l’autorizzazione può in qualsiasi momento essere ritirata nell’interesse della persona interessata”.
• In linea con la proposta del Pdl. Come si vede la Convenzione di Oviedo fissa molti paletti per conciliare il no all’accanimento terapeutico con il no all’eutanasia. Soprattutto pone ogni decisione, in modo formale, nella responsabilità della persona interessata, o di un suo rappresentante legalmente riconosciuto dalla legge.
• La legge francese. L’Europa tuttavia ha finora legiferato in ordine sparso. In Francia è il medico a decidere (con una consultazione collegiale con altri pari grado) se interrompere trattamenti terapeutici che configurino accanimento terapeutico o abbiano il solo effetto del mantenimento in vita artificiale. Questo in assenza di volontà dell’interessato. Se esse sono presenti, e sono antecedenti ad almeno tre anni dalla perdita di conoscenza, prevalgono sulla decisione del medico.
• La prassi tedesca. La Germania non ha ancora affrontato esplicitamente il testamento biologico né il tema del trattamento dei malati incurabili. Una prassi giudiziaria consolidata affida però ad una decisione scritta del paziente ogni eventuale decisione in merito.
• La prassi inglese. Anche in Gran Bretagna il testamento biologico non è espressamente previsto dalla legge. La giurisprudenza accetta tuttavia due cose: che i medici si astengano dall’accanimento terapeutico dopo essersi consultati con i familiari dell’ammalato; che in caso di disposizioni scritte del paziente si accerti che esse siano riferibili soltanto a lui e siano state prese nella piena facoltà di intendere e di volere.
• La legge olandese. Di fatto i Paesi Bassi sono gli unici a prevedere forme di eutanasia e di “assistenza al suicidio”, in base ad un testamento biologico redatto consapevolmente da un adulto e, nel caso di minorenni oltre i 12 anni, con il consenso dei genitori.
• Negli Usa. Non esiste testamento biologico né alcun trattamento uniforme tra i diversi stati sulla fine della vita. Come ha dimostrato il caso di Terry Schiavo, la materia è oggetto di battaglie legali tra diversi gradi di giudizio statale e federale.
Di norma, nessun medico può sospendere le terapie – anche se si configurano come accanimento – contro la volontà non solo del paziente, ma anche dei parenti diretti (nell’ordine, il coniuge, i figli e i genitori).
• Conclusioni. Come si vede, su questa dolorosa materia, due soli paesi europei – Francia e Olanda – hanno finora approvato leggi sul testamento biologico. Più restrittiva la prima, addirittura sconfinante nell’eutanasia la seconda. Altrove ci si affida legalmente alle decisioni della magistratura, spesso drammaticamente in contrasto tra loro. L’esperienza più nota è la battaglia negli Usa nel caso di Terry Schiavo. In tutto il mondo, però, le volontà esplicite della persona prevalgono su quelle della medicina. Dunque non c’è alcun ritardo dell’Italia, come sostengono sinistra e laicisti. C’è la volontà del governo di affrontare un tema complesso, che certo non porta facili consensi, senza indulgere alla propaganda, ma conciliando scienza e coscienza.
Tratto dal sito www.mauriziolupi.it
Spagna: la nuova legge sull'aborto va contro la libertà di coscienza
Jaén - La nuova legge sull'aborto che il Governo spagnolo vuole approvare rappresenta una vessazione nei confronti dei professionisti sanitari e “risponde unicamente a motivi ideologici”, afferma in una nota l'Associazione Nazionale per la Difesa del Diritto all'Obiezione di Coscienza (ANDOC).
L'ANDOC è nata a Granada nel 2001 per difendere l'obiezione di coscienza dei farmacisti che la Giunta dell'Andalusia voleva costringere a vendere la pillola abortiva. Attualmente ha come missione fondamentale quella di difendere l'obiezione di coscienza del personale sanitario, e agisce anche in settori come l'istruzione e la pena di morte.
Nella nota, l'associazione afferma che il disegno di legge “vuole far cedere” i professionisti sanitari contrari all'aborto, costringendoli “al dilemma di piegarsi a un'ideologia o farsi carico delle conseguenze lavorative o professionali corrispondenti”.
“La situazione attuale dei medici spagnoli non offre troppe scappatoie, dato che la maggior parte di loro è impiegata nella sanità pubblica”, avverte l'ANDOC.
Con la nuova legge, la considerazione dell'aborto cambia totalmente, perché quello che prima era un “crimine depenalizzato” passa ad essere “un diritto che si può esercitare entro certi termini temporali”.
Questo, osserva la nota, presuppone una pressione aggiuntiva contro il personale sanitario, che prima poteva rifiutarsi di effettuare aborti senza dover invocare l'obiezione di coscienza. Con la nuova legge, visto che l'aborto viene considerato “un atto medico esigibile”, l'obiettore “si trova in una situazione di eccezione”.
Oltre a questo, l'ANDOC denuncia che il Governo ha falsato il dibattito della Sottocommissione, visto che attualmente “non esiste un'obiezione di coscienza istituzionale, ma la maggior parte dei medici e del personale ausiliare individualmente, per motivi legali (basati su sentenze), scientifici o etici, rifiuta di partecipare a un aborto”.
“Sarebbe auspicabile che i promotori di questa legge si chiedessero, onestamente, se la 'svalutazione dell'aborto' si deve solo agli 'ostacoli' rappresentati dai medici obiettori o dalla mancanza di sostegno delle Comunità Autonome o piuttosto al fatto che provoca un danno alla donna, pone fine a una vita umana, impoverisce moralmente una società e incentiva un'attività sordida come il traffico dell'aborto”, afferma la nota.
Contraddice la Costituzione
L'ANDOC avverte che la base legale utilizzata per promuovere la legge “contraddice l'ordinamento costituzionale e manca di giustificazioni etiche, mediche e sociali”, oltre a rispondere “esclusivamente a motivi ideologici”.
L'associazione ricorda che la menzione dei “diritti riproduttivi” è “estranea alle grandi Dichiarazioni dei Diritti internazionali accettate da tutti i Paesi” e che i riferimenti a questi diritti “appaiono in alcuni documenti internazionali approvati senza il consenso generale”.
La Costituzione spagnola, inoltre, “stabilisce, da un lato, che la vita umana è un processo continuo che inizia con la gestazione e che termina con la morte”, dall'altro che l'obiezione di coscienza è, in questo caso, “un diritto costituzionale che per il suo esercizio non ha bisogno di una regolamentazione specifica”.
L'aborto, afferma l'associazione, “entra in conflitto con l'etica del medico, che ha come primo dovere prendersi cura della vita umana (articolo 4 del Codice di Etica Medica)” e “obbliga molti medici a procedere contro ciò che vedono e sperimentano quotidianamente nel loro lavoro: che nel grembo di una donna incinta c'è qualcuno, non qualcosa”.
L'ANDOC chiede infine ai professionisti del settore sanitario di “ribadire la loro vocazione di servizio alla vita, soprattutto dei più deboli e bisognosi, e difendere con i fatti le loro libertà e dignità professionali”.
Imma Alvarez
Tratto dal sito www.zenit.org
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
L'ANDOC è nata a Granada nel 2001 per difendere l'obiezione di coscienza dei farmacisti che la Giunta dell'Andalusia voleva costringere a vendere la pillola abortiva. Attualmente ha come missione fondamentale quella di difendere l'obiezione di coscienza del personale sanitario, e agisce anche in settori come l'istruzione e la pena di morte.
Nella nota, l'associazione afferma che il disegno di legge “vuole far cedere” i professionisti sanitari contrari all'aborto, costringendoli “al dilemma di piegarsi a un'ideologia o farsi carico delle conseguenze lavorative o professionali corrispondenti”.
“La situazione attuale dei medici spagnoli non offre troppe scappatoie, dato che la maggior parte di loro è impiegata nella sanità pubblica”, avverte l'ANDOC.
Con la nuova legge, la considerazione dell'aborto cambia totalmente, perché quello che prima era un “crimine depenalizzato” passa ad essere “un diritto che si può esercitare entro certi termini temporali”.
Questo, osserva la nota, presuppone una pressione aggiuntiva contro il personale sanitario, che prima poteva rifiutarsi di effettuare aborti senza dover invocare l'obiezione di coscienza. Con la nuova legge, visto che l'aborto viene considerato “un atto medico esigibile”, l'obiettore “si trova in una situazione di eccezione”.
Oltre a questo, l'ANDOC denuncia che il Governo ha falsato il dibattito della Sottocommissione, visto che attualmente “non esiste un'obiezione di coscienza istituzionale, ma la maggior parte dei medici e del personale ausiliare individualmente, per motivi legali (basati su sentenze), scientifici o etici, rifiuta di partecipare a un aborto”.
“Sarebbe auspicabile che i promotori di questa legge si chiedessero, onestamente, se la 'svalutazione dell'aborto' si deve solo agli 'ostacoli' rappresentati dai medici obiettori o dalla mancanza di sostegno delle Comunità Autonome o piuttosto al fatto che provoca un danno alla donna, pone fine a una vita umana, impoverisce moralmente una società e incentiva un'attività sordida come il traffico dell'aborto”, afferma la nota.
Contraddice la Costituzione
L'ANDOC avverte che la base legale utilizzata per promuovere la legge “contraddice l'ordinamento costituzionale e manca di giustificazioni etiche, mediche e sociali”, oltre a rispondere “esclusivamente a motivi ideologici”.
L'associazione ricorda che la menzione dei “diritti riproduttivi” è “estranea alle grandi Dichiarazioni dei Diritti internazionali accettate da tutti i Paesi” e che i riferimenti a questi diritti “appaiono in alcuni documenti internazionali approvati senza il consenso generale”.
La Costituzione spagnola, inoltre, “stabilisce, da un lato, che la vita umana è un processo continuo che inizia con la gestazione e che termina con la morte”, dall'altro che l'obiezione di coscienza è, in questo caso, “un diritto costituzionale che per il suo esercizio non ha bisogno di una regolamentazione specifica”.
L'aborto, afferma l'associazione, “entra in conflitto con l'etica del medico, che ha come primo dovere prendersi cura della vita umana (articolo 4 del Codice di Etica Medica)” e “obbliga molti medici a procedere contro ciò che vedono e sperimentano quotidianamente nel loro lavoro: che nel grembo di una donna incinta c'è qualcuno, non qualcosa”.
L'ANDOC chiede infine ai professionisti del settore sanitario di “ribadire la loro vocazione di servizio alla vita, soprattutto dei più deboli e bisognosi, e difendere con i fatti le loro libertà e dignità professionali”.
Imma Alvarez
Tratto dal sito www.zenit.org
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
mercoledì 25 febbraio 2009
Intervista a Lupi: "Rimettiamo le persone al centro della politica"
L’onorevole Maurizio Lupi è, tra l’altro, fondatore dell’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà. Un’esperienza di dialogo e condivisione tra le parti nel segno della ricerca del bene comune. Il nostro giornale lavora per il riconoscimento e la comprensione culturali e quindi politici tra centrodestra e centrosinistra.
E volentieri ospitiamo una voce come quella di Lupi che di questo ci parla. Con un caposaldo ideale: il capitale umano come risorsa primaria nella quale investire.
Onorevole Lupi, nel 2003 ha fondato l’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà. Di cosa si tratta esattamente?
“L’Intergruppo è innanzitutto uno spazio di discussione e di lavoro sui problemi concreti del Paese, al di là e forse anche al di sopra della dialettica politica, spesso in Italia anche troppo aspra, che divide maggioranza e opposizione. L’esperienza dell’Intergruppo dimostra che è possibile, oltre che necessario, un dialogo franco tra maggioranza e opposizione che abbia al centro il bene comune, che è possibile una convergenza non solo politica, ma anche culturale, quando ci si confronta su temi di interesse comune”.
Alla luce dell’attività del gruppo, quali sono i risultati concreti ottenuti finora?
“Sono note le battaglie sostenute negli anni passati dall’Intergruppo, ad oggi continuano ad aderire numerosissimi parlamentari, siamo a quota 320, di entrambi gli schieramenti politici. Ricordo in particolare l’approvazione della legge delega in materia di impresa sociale, la legge 80, inserita nel decreto sulla competitività, nota come la “Più dai meno versi” e l’introduzione del 5 per mille”.
Pensa che l’Intergruppo possa dare un contributo vero e operativo in un momento di crisi e d incertezze come questo, ma soprattutto in una fase così segnatamente caratterizzata da scontri e barricate politiche tra gli opposti schieramenti?
“L’esperienza dell’Intergruppo è stata un contributo alla fondazione di un bipolarismo mite, capace di cercare e sviluppare politiche condivise. Il bipolarismo, in termini di efficacia e di trasparenza del sistema, è una conquista; ma tanto meglio lo si difende quanto più non si traduce in un ritorno alla guerra ideologica. Dialogare non significa, d’altronde, annullare la propria identità, perché senza identità non può esserci dialogo”.
Non è cosa da tutti i giorni vedere esponenti politici di opposte vedute seduti allo stesso tavolo per una costruzione comune. Oltre al rapporto professionale l’Intergruppo si è configurato come un’occasione di conoscenza e scambio?
“Certamente. E’ possibile una convergenza non solo politica, ma anche culturale, quando ci si confronta su temi di interesse comune. Durante gli incontri ufficiali organizzati, a cui hanno preso parte esponenti nazionali ed internazionale di economia esterni al mondo partitico, attori istituzionali e corpi intermedi della società civile, si sono affrontati temi come welfare, ambiente, federalismo ed educazione. L’attività scientifica e di ricerca che supporta l’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà in questi incontri è affidata alla Fondazione per la Sussidiarietà della quale è presidente Giorgio Vittadini. Nel 2006 si è presentata l’occasione di collaborare con un network di fondazioni e associazioni di prestigio - ne cito solo alcune - come le fondazioni Magna Carta, Italianieuropei, Farefuturo e Mezzogiorno Europa e le associazioni Glocus, NENS, AREL. Il valore aggiunto di un gruppo di lavoro così variegato ha permesso di ottenere risultati di qualità politica e soprattutto culturali, dimostrando a più riprese che un dialogo non è solo possibile ma doveroso. Su temi d’attualità politica ed economica, penso al federalismo fiscale come alla crisi economica, l’Intergruppo ha sempre cercato e continuerà ad apportare un contributo di riflessione ed analisi il più eterogeneo possibile”.
Don Luigi Giussani parlava di “una politica che deve favorire uno Stato veramente laico, cioè al servizio della vita sociale”. Allora come e in che misura il principio di Sussidiarietà, a cui l’intergruppo si ispira, può contribuire nella società reale?
“Ciò che può salvare l’Italia da un possibile declino è un’inversione di tendenza rispetto al passato, che ponga l’investimento in capitale umano al centro della vita economica, sociale e politica.
Tutto ciò che costituisce una scommessa sulla conoscenza, sulla ricerca, sull’innovazione, sulla qualità; passa per la valorizzazione del capitale sociale e del lavoro. La sussidiarietà riporta al centro la persona, e noi da lì vogliamo ripartire. Un esempio per tutti: la “battaglia” del 5 per mille intrapresa dall’Intergruppo è l’emblema di una libertà del cittadino che può essere applicata, ed è per questo che se ne propone la stabilizzazione”.
Marco Fattorini
Tratto dal sito www.ilpolitico.it
E volentieri ospitiamo una voce come quella di Lupi che di questo ci parla. Con un caposaldo ideale: il capitale umano come risorsa primaria nella quale investire.
Onorevole Lupi, nel 2003 ha fondato l’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà. Di cosa si tratta esattamente?
“L’Intergruppo è innanzitutto uno spazio di discussione e di lavoro sui problemi concreti del Paese, al di là e forse anche al di sopra della dialettica politica, spesso in Italia anche troppo aspra, che divide maggioranza e opposizione. L’esperienza dell’Intergruppo dimostra che è possibile, oltre che necessario, un dialogo franco tra maggioranza e opposizione che abbia al centro il bene comune, che è possibile una convergenza non solo politica, ma anche culturale, quando ci si confronta su temi di interesse comune”.
Alla luce dell’attività del gruppo, quali sono i risultati concreti ottenuti finora?
“Sono note le battaglie sostenute negli anni passati dall’Intergruppo, ad oggi continuano ad aderire numerosissimi parlamentari, siamo a quota 320, di entrambi gli schieramenti politici. Ricordo in particolare l’approvazione della legge delega in materia di impresa sociale, la legge 80, inserita nel decreto sulla competitività, nota come la “Più dai meno versi” e l’introduzione del 5 per mille”.
Pensa che l’Intergruppo possa dare un contributo vero e operativo in un momento di crisi e d incertezze come questo, ma soprattutto in una fase così segnatamente caratterizzata da scontri e barricate politiche tra gli opposti schieramenti?
“L’esperienza dell’Intergruppo è stata un contributo alla fondazione di un bipolarismo mite, capace di cercare e sviluppare politiche condivise. Il bipolarismo, in termini di efficacia e di trasparenza del sistema, è una conquista; ma tanto meglio lo si difende quanto più non si traduce in un ritorno alla guerra ideologica. Dialogare non significa, d’altronde, annullare la propria identità, perché senza identità non può esserci dialogo”.
Non è cosa da tutti i giorni vedere esponenti politici di opposte vedute seduti allo stesso tavolo per una costruzione comune. Oltre al rapporto professionale l’Intergruppo si è configurato come un’occasione di conoscenza e scambio?
“Certamente. E’ possibile una convergenza non solo politica, ma anche culturale, quando ci si confronta su temi di interesse comune. Durante gli incontri ufficiali organizzati, a cui hanno preso parte esponenti nazionali ed internazionale di economia esterni al mondo partitico, attori istituzionali e corpi intermedi della società civile, si sono affrontati temi come welfare, ambiente, federalismo ed educazione. L’attività scientifica e di ricerca che supporta l’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà in questi incontri è affidata alla Fondazione per la Sussidiarietà della quale è presidente Giorgio Vittadini. Nel 2006 si è presentata l’occasione di collaborare con un network di fondazioni e associazioni di prestigio - ne cito solo alcune - come le fondazioni Magna Carta, Italianieuropei, Farefuturo e Mezzogiorno Europa e le associazioni Glocus, NENS, AREL. Il valore aggiunto di un gruppo di lavoro così variegato ha permesso di ottenere risultati di qualità politica e soprattutto culturali, dimostrando a più riprese che un dialogo non è solo possibile ma doveroso. Su temi d’attualità politica ed economica, penso al federalismo fiscale come alla crisi economica, l’Intergruppo ha sempre cercato e continuerà ad apportare un contributo di riflessione ed analisi il più eterogeneo possibile”.
Don Luigi Giussani parlava di “una politica che deve favorire uno Stato veramente laico, cioè al servizio della vita sociale”. Allora come e in che misura il principio di Sussidiarietà, a cui l’intergruppo si ispira, può contribuire nella società reale?
“Ciò che può salvare l’Italia da un possibile declino è un’inversione di tendenza rispetto al passato, che ponga l’investimento in capitale umano al centro della vita economica, sociale e politica.
Tutto ciò che costituisce una scommessa sulla conoscenza, sulla ricerca, sull’innovazione, sulla qualità; passa per la valorizzazione del capitale sociale e del lavoro. La sussidiarietà riporta al centro la persona, e noi da lì vogliamo ripartire. Un esempio per tutti: la “battaglia” del 5 per mille intrapresa dall’Intergruppo è l’emblema di una libertà del cittadino che può essere applicata, ed è per questo che se ne propone la stabilizzazione”.
Marco Fattorini
Tratto dal sito www.ilpolitico.it
«Il suicidio non diventi mai un diritto»
«Non possiamo dar vita a una legge sul testamento biologico che sancisca il diritto di suicidarsi». Lo ha sostenuto, parlando ai microfoni di Radio24, il sotosegretario al Welfare Eugenia Roccella, replicando a distanza a Beppino Englaro, ospite della stessa trasmissione radiofonica.
Englaro ha attaccato a fondo la proposta di testamento biologico della maggioranza e del governo: «Mi chiedo se chi sta facendo la legge si rende conto della scientificità di quello che sta legiferando». E, ribadendo che non ha alcuna intenzione di entrare in politica, si è espresso a favore della «libertà di cura e di terapia fino alle conseguenze più estreme». Non si tratta di eutanasia, ha tenuto a precisare, «ma ogni cittadino deve essere libero di chiedere la libertà di cura e se anche io fossi l’unico a pensarla in questo modo, credo di avere comunque il diritto di farlo». E, dunque, no ai limiti sull’idratazione e la nutrizione: «Deve escludersi che il diritto all’autodeterminazione terapeutica del paziente incontri un limite allorché consegua un sacrificio del bene vita. O andiamo verso la costituzionalità delle leg- gi o verso l’imposizione coattiva dello Stato etico».
La replica di Eugenia Roccella non si è fatta attendere: «Se diventasse diritto di legge la facoltà di suicidarsi, non potremmo più bloccare chi vuole suicidarsi e la società cambierebbe volto. Possiamo fare qualunque cosa del nostro corpo, anche praticare l’autolesionismo – ha spiegato – ma certo non possiamo chiedere il diritto di farlo». Sul caso Eluana, la Roccella ha ribadito che «non c’era alcuna volontà esplicita» espressa dalla giovane. E ha attaccato la gestione della vicenda: «Non parlo della volontà del padre – ha precisato il sottosegretario – ma del protocollo applicato in quel caso, in condizioni di confine tra legalità e illegalità, costituendo una sorta di isola extraterritoriale nel sistema sanitario nazionale, con la copertura degli enti locali e con l’accordo della Procura». Roccella ha spiegato che «il ministero in quel caso non poteva fare nulla di più: ha mandato gli ispettori, che hanno consegnato i rapporti in cui si rilevavano tutti i profili di irregolarità a Procura ed enti locali, che sarebbero potuti intervenire». Il sottosegretario ha aggiunto: «Quando penso a questa morte solitaria di disidratazione e denutrizione mi a me sembra ai confini con la tortura di Stato.
Perché questa tortura, questo protocollo è stato applicato grazie alla sentenza». Non sono mancate critiche alla magistratura: dietro quelle sentenze «Dietro le sentenze c’è una linea interpretativa molto precisa, non voglio dire un disegno, che conduce da qualche parte. Io non vorrei affidare la mia vita a un giudice, preferisco affidarla a una legge che metta dei paletti e mi dia assicurazioni». Come in quel caso, ha citato, di un uomo francese «malato di Alzheimer che si dimenticava di mangiare e bere ed è stato ritenuto una persona che aveva deciso di morire. Così è stato lasciato morire in una struttura pubblica».
Eugenia Roccella
Tratto dal quotidiano Avvenire del 25.02.2009
Englaro ha attaccato a fondo la proposta di testamento biologico della maggioranza e del governo: «Mi chiedo se chi sta facendo la legge si rende conto della scientificità di quello che sta legiferando». E, ribadendo che non ha alcuna intenzione di entrare in politica, si è espresso a favore della «libertà di cura e di terapia fino alle conseguenze più estreme». Non si tratta di eutanasia, ha tenuto a precisare, «ma ogni cittadino deve essere libero di chiedere la libertà di cura e se anche io fossi l’unico a pensarla in questo modo, credo di avere comunque il diritto di farlo». E, dunque, no ai limiti sull’idratazione e la nutrizione: «Deve escludersi che il diritto all’autodeterminazione terapeutica del paziente incontri un limite allorché consegua un sacrificio del bene vita. O andiamo verso la costituzionalità delle leg- gi o verso l’imposizione coattiva dello Stato etico».
La replica di Eugenia Roccella non si è fatta attendere: «Se diventasse diritto di legge la facoltà di suicidarsi, non potremmo più bloccare chi vuole suicidarsi e la società cambierebbe volto. Possiamo fare qualunque cosa del nostro corpo, anche praticare l’autolesionismo – ha spiegato – ma certo non possiamo chiedere il diritto di farlo». Sul caso Eluana, la Roccella ha ribadito che «non c’era alcuna volontà esplicita» espressa dalla giovane. E ha attaccato la gestione della vicenda: «Non parlo della volontà del padre – ha precisato il sottosegretario – ma del protocollo applicato in quel caso, in condizioni di confine tra legalità e illegalità, costituendo una sorta di isola extraterritoriale nel sistema sanitario nazionale, con la copertura degli enti locali e con l’accordo della Procura». Roccella ha spiegato che «il ministero in quel caso non poteva fare nulla di più: ha mandato gli ispettori, che hanno consegnato i rapporti in cui si rilevavano tutti i profili di irregolarità a Procura ed enti locali, che sarebbero potuti intervenire». Il sottosegretario ha aggiunto: «Quando penso a questa morte solitaria di disidratazione e denutrizione mi a me sembra ai confini con la tortura di Stato.
Perché questa tortura, questo protocollo è stato applicato grazie alla sentenza». Non sono mancate critiche alla magistratura: dietro quelle sentenze «Dietro le sentenze c’è una linea interpretativa molto precisa, non voglio dire un disegno, che conduce da qualche parte. Io non vorrei affidare la mia vita a un giudice, preferisco affidarla a una legge che metta dei paletti e mi dia assicurazioni». Come in quel caso, ha citato, di un uomo francese «malato di Alzheimer che si dimenticava di mangiare e bere ed è stato ritenuto una persona che aveva deciso di morire. Così è stato lasciato morire in una struttura pubblica».
Eugenia Roccella
Tratto dal quotidiano Avvenire del 25.02.2009
La terza via di Rutelli sulla bioetica sbarra la strada a Franceschini
Sarà che, come dicono alcuni suoi compagni di partito, «ha fatto una buona scuola da piccolo», con i radicali di Marco Pannella. Sarà che negli anni ha più volte dimostrato la propria abilità nell’uscire dall’angolo.
Fatto sta che a sorpresa, in 24 ore, Francesco Rutelli è riuscito ad escogitare una sorta di uovo di Colombo che lo ha messo al centro del dibattito feroce in corso sul testamento biologico. Aprendo contraddizioni nel suo schieramento e anche nella maggioranza, e ritagliandosi - in un Pd che si sposta a sinistra col nuovo segretario - un nuovo ruolo di contraltare centrista e di mediazione con la maggioranza.
E ora l’emendamento Rutelli rischia di diventare per molti la sola via di uscita dal muro contro muro tra proibizionisti ad oltranza e liberal, cattolici fondamentalisti e laici. Mandando all’aria la traballante mediazione interna messa faticosamente insieme dal Pd, che ieri è tornata nuovamente in alto mare costringendo il segretario Dario Franceschini ad accorrere al Senato.
La soluzione Rutelli, che ricalca la «linea Panebianco» sostenuta dal Corriere della Sera, propone in pratica di non intervenire con divieti né legalizzazioni: «L’ultima parola su alimentazione e idratazione e altri tipi di cure non può spettare al giudice né al sacerdote né al parlamentare, ma al medico, sentiti i familiari e il fiduciario», spiega.
L’emendamento, presentato in solitario e all’ultimo minuto, ha raccolto consensi trasversali e causato sconquassi nel Pd. Applausi sono arrivati da Casini («Un atto di coraggio») a Capezzone («Un metodo che va apprezzato») a Formigoni («Giusta direzione»), fino al Pd Giorgio Tonini: «Nel merito, mi pare una posizione migliore della nostra. E se la maggioranza, magari per far dispetto a noi, la accoglie, credo che l’Italia gliene sarà grata».
Ieri Rutelli ha tenuto una conferenza stampa dai toni bellicosi, anzi «incavolati», come lui stesso ha detto, con tanto di pugni battuti sul tavolo. Se la è presa l’Unità, che lo ha accusato di «spaccare il Pd», ma parlava a nuora perché suocera, ossia lo stato maggiore del partito, intendesse: «È intollerabile e indecente presentare la mia posizione in modo distorto e falso, spacciandola per la posizione di chi vuole ingraziarsi il clero o vuole provocare una scissione nel Pd. È una deriva che deve finire». Il partito, è il messaggio a Franceschini, deve «garantire effettiva pari dignità alle diverse opinioni, e attivarsi perché non avvengano queste distorsioni delle posizioni di un parlamentare che ha fatto il suo dovere e cercato una soluzione. A meno che - e non voglio pensarlo - su alcune materie ci sia una linea obbligatoria, bulgara».
A Franceschini è toccato correre subito ai ripari, da un lato spalleggiando la capogruppo al Senato Anna Finocchiaro, già esasperata dall’ammutinamento di Dorina Bianchi, improvvidamente messa a guidare le truppe Pd in commissione Sanità e che invece fa la dissidente. E dall’altro tendendo la mano a Rutelli per spegnere la polemica prima che divampi, con Paola Binetti che già strilla che il Pd «vuole legittimare il suicidio assistito» e Beppe Fioroni che contesta la «posizione prevalente» difesa dal segretario e dice: «Non può diventare un vincolo». E con tutta l’ala cattolica che, al momento del voto, potrebbe disertare l’emendamento ufficiale del Pd e confluire su quello di Rutelli. Franceschini dunque benedice l’iniziativa di Rutelli: «È da rispettare fino in fondo e non bisogna leggerla come una manovra politica». E se l’è presa con chi «ha la passione di rappresentare su ogni tema una spaccatura del Pd», che invece «su un tema così delicato come il testamento biologico è largamente unanime su 14 punti su 15». Peccato che il quindicesimo, sull’alimentazione forzata, sia quello fondamentale.
Laura Cesaretti
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 25.02.2009
Fatto sta che a sorpresa, in 24 ore, Francesco Rutelli è riuscito ad escogitare una sorta di uovo di Colombo che lo ha messo al centro del dibattito feroce in corso sul testamento biologico. Aprendo contraddizioni nel suo schieramento e anche nella maggioranza, e ritagliandosi - in un Pd che si sposta a sinistra col nuovo segretario - un nuovo ruolo di contraltare centrista e di mediazione con la maggioranza.
E ora l’emendamento Rutelli rischia di diventare per molti la sola via di uscita dal muro contro muro tra proibizionisti ad oltranza e liberal, cattolici fondamentalisti e laici. Mandando all’aria la traballante mediazione interna messa faticosamente insieme dal Pd, che ieri è tornata nuovamente in alto mare costringendo il segretario Dario Franceschini ad accorrere al Senato.
La soluzione Rutelli, che ricalca la «linea Panebianco» sostenuta dal Corriere della Sera, propone in pratica di non intervenire con divieti né legalizzazioni: «L’ultima parola su alimentazione e idratazione e altri tipi di cure non può spettare al giudice né al sacerdote né al parlamentare, ma al medico, sentiti i familiari e il fiduciario», spiega.
L’emendamento, presentato in solitario e all’ultimo minuto, ha raccolto consensi trasversali e causato sconquassi nel Pd. Applausi sono arrivati da Casini («Un atto di coraggio») a Capezzone («Un metodo che va apprezzato») a Formigoni («Giusta direzione»), fino al Pd Giorgio Tonini: «Nel merito, mi pare una posizione migliore della nostra. E se la maggioranza, magari per far dispetto a noi, la accoglie, credo che l’Italia gliene sarà grata».
Ieri Rutelli ha tenuto una conferenza stampa dai toni bellicosi, anzi «incavolati», come lui stesso ha detto, con tanto di pugni battuti sul tavolo. Se la è presa l’Unità, che lo ha accusato di «spaccare il Pd», ma parlava a nuora perché suocera, ossia lo stato maggiore del partito, intendesse: «È intollerabile e indecente presentare la mia posizione in modo distorto e falso, spacciandola per la posizione di chi vuole ingraziarsi il clero o vuole provocare una scissione nel Pd. È una deriva che deve finire». Il partito, è il messaggio a Franceschini, deve «garantire effettiva pari dignità alle diverse opinioni, e attivarsi perché non avvengano queste distorsioni delle posizioni di un parlamentare che ha fatto il suo dovere e cercato una soluzione. A meno che - e non voglio pensarlo - su alcune materie ci sia una linea obbligatoria, bulgara».
A Franceschini è toccato correre subito ai ripari, da un lato spalleggiando la capogruppo al Senato Anna Finocchiaro, già esasperata dall’ammutinamento di Dorina Bianchi, improvvidamente messa a guidare le truppe Pd in commissione Sanità e che invece fa la dissidente. E dall’altro tendendo la mano a Rutelli per spegnere la polemica prima che divampi, con Paola Binetti che già strilla che il Pd «vuole legittimare il suicidio assistito» e Beppe Fioroni che contesta la «posizione prevalente» difesa dal segretario e dice: «Non può diventare un vincolo». E con tutta l’ala cattolica che, al momento del voto, potrebbe disertare l’emendamento ufficiale del Pd e confluire su quello di Rutelli. Franceschini dunque benedice l’iniziativa di Rutelli: «È da rispettare fino in fondo e non bisogna leggerla come una manovra politica». E se l’è presa con chi «ha la passione di rappresentare su ogni tema una spaccatura del Pd», che invece «su un tema così delicato come il testamento biologico è largamente unanime su 14 punti su 15». Peccato che il quindicesimo, sull’alimentazione forzata, sia quello fondamentale.
Laura Cesaretti
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 25.02.2009
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martedì 24 febbraio 2009
Giussani - Socci: quello sguardo è ancora presente
Spesso ai miei figli ho desiderato parlare degli occhi di don Giussani. Del suo sguardo. Perché gli amici di Gesù finiscono per somigliargli, per avere lo stesso cuore e lo stesso sguardo. Noi abbiamo potuto accorgercene.
La nostra generazione ha avuto questa sfacciata fortuna. Questa Grazia. Noi che abbiamo potuto ascoltare don Giussani, conoscerlo, parlarci. Guardarlo parlare. Noi che ci siamo sentiti guardare, uno per uno, ognuno – anche fra altri diecimila – in una maniera esclusiva, che abbracciava la mia anima, la tua anima. Con una stima indomabile in noi che stava insieme a una infinita misericordia. Il suo sguardo diceva a ciascuno di noi: “io sono con te!”. Era veramente con me, più di me stesso. Mi avrebbe difeso contro il mondo intero. Anzi, mi ha difeso contro il mondo intero. Ha scommesso su di me anche dopo mille miei errori. Mi ha abbracciato dopo mille cadute. (E come lui anche i suoi figli, i miei fratelli, lo fanno). Questo è quello che si percepiva. E che abbiamo visto con i nostri occhi. E che continua ad accadere.
E pensando al suo sguardo e al suo volto mi viene in mente quando raccontava certi episodi del Vangelo. Li avevi letti tante volte, li avevi sentiti una miriade di volte, ma con lui succedeva una cosa strana: li faceva accadere. Lì, davanti ai tuoi occhi. Ti sembrava di vederli, ti sembrava di sentirli per la prima volta. Ti sembrava che lui li avesse visti. Che lui ci fosse quel giorno con Gesù.
Viene in mente, pensando a don Giussani, ciò che Hauviette – nel “Mistero della carità” di Péguy – diceva a Giovanna d’Arco: «Tu vedi. Tu vedi. Quello che sappiamo, noi altri, tu lo vedi. Quello che c’insegnano, a noi altri, tu lo vedi. Il catechismo, tutto il catechismo, e la chiesa, e la messa, tu non lo sai, tu lo vedi, e la tua preghiera non la dici, non la dici soltanto, tu la vedi. Per te non ci sono settimane. E non ci sono giorni. Non ci sono giorni nella settimana; e non ore nella giornata. Tutte le ore per te suonano come la campana dell’Angelus. Tutti i giorni sono domeniche e più che domeniche e le domeniche più che domeniche».
La generazione dei nostri figli non ha visto lo sguardo che ha incantato e fatto fiorire la nostra giovinezza. Io mi sono sentito dire: “beati voi”. E’ vero. Beati.
Anche la Giovanna d’Arco di Péguy, pensando a coloro che poterono vedere Gesù, dice così: «Felici coloro che bevevano lo sguardo dei tuoi occhi». E dice ancora: «Voi avete visto il colore dei suoi occhi; avete udito il suono delle sue parole. Voi avete udito il suono stesso della sua voce. Come dei fratelli minori vi siete rifugiati nel calore, nel tepore del suo sguardo. Vi siete riparati, vi siete messi al coperto al riparo della bontà del suo sguardo. Di voi stessi ebbe pietà davanti a quella folla. Gesù, Gesù, ci sarai mai così presente».
“Egli è qui”, così Madre Garvaise risponde a questo grido di Giovanna. E anche attraverso il volto dei santi Gesù raggiunge ogni generazione. Nei secoli. Attraverso lo sguardo, il volto, la voce di don Giussani ci ha raggiunto lo sguardo, il volto, la voce di Gesù. E si vive per questo. Per vedere ogni giorno, di nuovo, il suo sguardo che “ebbe pietà di noi”. Per risentirlo parlare e accadere. Oggi proprio come allora. Come don Gius ripeteva sempre, con le parole di Moelher: «Io credo che non potrei più vivere se non lo sentissi più parlare».
Ma “Egli è qui”.
Antonio Socci
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
La nostra generazione ha avuto questa sfacciata fortuna. Questa Grazia. Noi che abbiamo potuto ascoltare don Giussani, conoscerlo, parlarci. Guardarlo parlare. Noi che ci siamo sentiti guardare, uno per uno, ognuno – anche fra altri diecimila – in una maniera esclusiva, che abbracciava la mia anima, la tua anima. Con una stima indomabile in noi che stava insieme a una infinita misericordia. Il suo sguardo diceva a ciascuno di noi: “io sono con te!”. Era veramente con me, più di me stesso. Mi avrebbe difeso contro il mondo intero. Anzi, mi ha difeso contro il mondo intero. Ha scommesso su di me anche dopo mille miei errori. Mi ha abbracciato dopo mille cadute. (E come lui anche i suoi figli, i miei fratelli, lo fanno). Questo è quello che si percepiva. E che abbiamo visto con i nostri occhi. E che continua ad accadere.
E pensando al suo sguardo e al suo volto mi viene in mente quando raccontava certi episodi del Vangelo. Li avevi letti tante volte, li avevi sentiti una miriade di volte, ma con lui succedeva una cosa strana: li faceva accadere. Lì, davanti ai tuoi occhi. Ti sembrava di vederli, ti sembrava di sentirli per la prima volta. Ti sembrava che lui li avesse visti. Che lui ci fosse quel giorno con Gesù.
Viene in mente, pensando a don Giussani, ciò che Hauviette – nel “Mistero della carità” di Péguy – diceva a Giovanna d’Arco: «Tu vedi. Tu vedi. Quello che sappiamo, noi altri, tu lo vedi. Quello che c’insegnano, a noi altri, tu lo vedi. Il catechismo, tutto il catechismo, e la chiesa, e la messa, tu non lo sai, tu lo vedi, e la tua preghiera non la dici, non la dici soltanto, tu la vedi. Per te non ci sono settimane. E non ci sono giorni. Non ci sono giorni nella settimana; e non ore nella giornata. Tutte le ore per te suonano come la campana dell’Angelus. Tutti i giorni sono domeniche e più che domeniche e le domeniche più che domeniche».
La generazione dei nostri figli non ha visto lo sguardo che ha incantato e fatto fiorire la nostra giovinezza. Io mi sono sentito dire: “beati voi”. E’ vero. Beati.
Anche la Giovanna d’Arco di Péguy, pensando a coloro che poterono vedere Gesù, dice così: «Felici coloro che bevevano lo sguardo dei tuoi occhi». E dice ancora: «Voi avete visto il colore dei suoi occhi; avete udito il suono delle sue parole. Voi avete udito il suono stesso della sua voce. Come dei fratelli minori vi siete rifugiati nel calore, nel tepore del suo sguardo. Vi siete riparati, vi siete messi al coperto al riparo della bontà del suo sguardo. Di voi stessi ebbe pietà davanti a quella folla. Gesù, Gesù, ci sarai mai così presente».
“Egli è qui”, così Madre Garvaise risponde a questo grido di Giovanna. E anche attraverso il volto dei santi Gesù raggiunge ogni generazione. Nei secoli. Attraverso lo sguardo, il volto, la voce di don Giussani ci ha raggiunto lo sguardo, il volto, la voce di Gesù. E si vive per questo. Per vedere ogni giorno, di nuovo, il suo sguardo che “ebbe pietà di noi”. Per risentirlo parlare e accadere. Oggi proprio come allora. Come don Gius ripeteva sempre, con le parole di Moelher: «Io credo che non potrei più vivere se non lo sentissi più parlare».
Ma “Egli è qui”.
Antonio Socci
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
L’ultimo affondo di Zapatero sull’aborto
Mercoledì scorso la Camera dei Deputati ha approvato le conclusioni sulla riforma della legge sull’aborto. Il titolo del documento è molto chiaro: “Conclusioni della Sottocommissione sulla riforma della legge sull’interruzione volontaria della gravidanza nel quadro di una norma sui diritti e la salute sessuale e riproduttiva”.
Lo scorso mese di dicembre il governo ha presentato un Piano dei Diritti Umani in cui si parlava del diritto delle donne che abortivano alla riservatezza nei casi in cui era depenalizzato. Sono passati solo due mesi e già si parla dell’aborto (in realtà si utilizza l’espressione Interruzione Volontaria della Gravidanza, IVG) come di un diritto.
«Oggi - dice il testo approvato - la IVG deve essere analizzata anche alla luce del diritto delle donne a godere della sessualità e a decidere riguardo alla maternità; tale diritto si trova, inoltre, legato ai diritti e alle libertà riconosciuti dalla Costituzione».
Le raccomandazioni della Camera portano a una legge con presupposti e termini temporali che renderanno in pratica possibile un aborto libero. Il progetto che verrà presto approvato dall’Esecutivo raccoglierà letteralmente queste raccomandazioni.
Contrariamente a ciò che prevede la Costituzione cui ci si richiama e contrariamente alla giurisprudenza costituzionale raccolta nella sentenza 53/1985, l’aborto si trasforma in un diritto soggettivo che ha a che fare con la salute. «Non siamo - dice il testo - di fronte a un conflitto tra due diritti fondamentali; gli unici diritti fondamentali sono quelli delle donne».
La soggettivizzazione assoluta dei diritti, che già non riconosce alcun vincolo, tradizione o evidenza, sfocia nella cultura della morte. Ma non contento di questo, il gruppo socialista e i suoi soci del Governo raccomandano di «ricondurre la pratica dell’IVG al regime ordinario, in cui si riconosce alle minori la capacità di decidere autonomamente a partire dai 16 anni».
Permettere alle ragazze di 16 anni di abortire senza il consenso dei genitori significa che lo Stato espropria la paternità. Espropria i genitori e, soprattutto, le figlie, in un momento drammatico, di una relazione decisiva, imponendo la solitudine. È il vecchio sogno del potere: individui soli facilmente manipolabili.
Fernando De Haro
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Lo scorso mese di dicembre il governo ha presentato un Piano dei Diritti Umani in cui si parlava del diritto delle donne che abortivano alla riservatezza nei casi in cui era depenalizzato. Sono passati solo due mesi e già si parla dell’aborto (in realtà si utilizza l’espressione Interruzione Volontaria della Gravidanza, IVG) come di un diritto.
«Oggi - dice il testo approvato - la IVG deve essere analizzata anche alla luce del diritto delle donne a godere della sessualità e a decidere riguardo alla maternità; tale diritto si trova, inoltre, legato ai diritti e alle libertà riconosciuti dalla Costituzione».
Le raccomandazioni della Camera portano a una legge con presupposti e termini temporali che renderanno in pratica possibile un aborto libero. Il progetto che verrà presto approvato dall’Esecutivo raccoglierà letteralmente queste raccomandazioni.
Contrariamente a ciò che prevede la Costituzione cui ci si richiama e contrariamente alla giurisprudenza costituzionale raccolta nella sentenza 53/1985, l’aborto si trasforma in un diritto soggettivo che ha a che fare con la salute. «Non siamo - dice il testo - di fronte a un conflitto tra due diritti fondamentali; gli unici diritti fondamentali sono quelli delle donne».
La soggettivizzazione assoluta dei diritti, che già non riconosce alcun vincolo, tradizione o evidenza, sfocia nella cultura della morte. Ma non contento di questo, il gruppo socialista e i suoi soci del Governo raccomandano di «ricondurre la pratica dell’IVG al regime ordinario, in cui si riconosce alle minori la capacità di decidere autonomamente a partire dai 16 anni».
Permettere alle ragazze di 16 anni di abortire senza il consenso dei genitori significa che lo Stato espropria la paternità. Espropria i genitori e, soprattutto, le figlie, in un momento drammatico, di una relazione decisiva, imponendo la solitudine. È il vecchio sogno del potere: individui soli facilmente manipolabili.
Fernando De Haro
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Primi schiaffi a Franceschini Nel Pd è già «il vicedisastro»
Vicedisastro, punto. E meno male che aveva esordito chiedendo agli «amici» di partito una moratoria sulle interviste e sugli improperi a mezzo stampa.
Ma intanto Dario arriva nella stanza dei bottoni, e si porta dietro una nuova tribù: se non un nuovo vento, perlomeno una brezza di new entry e rimescolamenti nella nomenklatura di Largo del Nazareno. Certo, ieri mattina, aprendo La Stampa di Torino, Dario Franceschini ha iniziato la sua prima settimana da leader del Partito democratico, ritrovandosi incollata sulla pelle quella definizione geniale, politicamente scorretta e feroce, partorita dall’«Obama italiano» (Time dixit) Mattia Renzi: «Hanno eletto il vicedisastro». Segue spiegazione, consegnata alla penna di Francesca Schianchi, con un sillogismo non meno caustico: «Io non avrei votato per Dario: se Veltroni è stato un disastro, non si elegge un vicedisastro». Capita, certo.
Peccato che nello stesso giorno, sia tornato a tuonare il signore della Laguna, alias Massimo Cacciari: «Che Dio accolga coloro che vogliono perdere!», ha esordito il sindaco di Venezia, grande irriducibile bastiancontrario della sinistra italiana. Dopodiché si è concesso una raffica di sciabolate niente male: «Franceschini era la soluzione più scontata - dice - e anche la peggiore. Almeno le primarie avrebbero creato un po’ di movimento anche se non sarebbero andate assolutamente bene. L’unica soluzione era il congresso. Ma così hanno deciso... pace all’anima loro». Non solo: «Certo che un partito chiamato a decidere il leader tra Franceschini e Parisi rasenta il ridicolo».
Insomma, Franceschini parte dalla sua città, esibendo i primi assaggi del suo nuovo portafoglio mediatico, portando sotto i riflettori mediatici nazionali una bella figura, quella di suo padre, con il dettaglio curioso di quella Costituzione d’epoca, ben conservata in una copia originale e ingiallita della Gazzetta ufficiale. Però un attimo dopo, l’onda d’urto del mal di pancia lo investe. Questa volta passando attraverso il sorriso ironico di Emma Bonino: «Ovviamente uno si lascia sempre la possibilità di vedere come si muove, ma per quanto siano stati pochissimi i rapporti avuti fino ad ora con Franceschini, non mi pare brillantissimo». E poi, con una critica politica più articolata: «Dell’assemblea del Pd ho avuto invece l’impressione che l’esigenza fosse di chiudere in fretta la partita, di trovare una soluzione qualunque perché rimangono tutta una serie di non detti che poi ha ribadito Parisi sul perché delle dimissioni di Veltroni». Ancora Mattia Renzi, come un caterpillar: «Se l’unica alternativa a Franceschini è Parisi, il rappresentante dell’ala nostalgica, quella che accende il cero a San Romano, è normale che Dario prenda mille voti...». Già, Parisi. Ieri un fuori onda del segretario rivelava di averlo aiutato a raccogliere le firme, per farne l’opposizione di sua maestà. E l’ex ministro della Difesa lo punzecchiava: «Dal “ma anche” si passa al “sì però”». Visto il clima, Franceschini come primo passo ha cercato di smuovere le acque provando a dare un segnale sull’economia: «Indennità di disoccupazione per tutti - ha detto al Tg1 delle 20 - aumentare gli stipendi più bassi, non dimenticarsi di chi da solo non ce la fa».
E intanto, nel Pd, salgono improvvisamente le quotazioni del Franceschini Boys, una famiglia in parte storica e in parte acquisita. Al fianco del novo leader, come un’ombra, c’è il fedelissimo Piero Martino: portavoce, consigliere politico e molto di più. Quasi miracolato alle politiche con un seggio in Sicilia, Martino si prepara a diventare un nuovo Bettini: più potente, più discreto, e sicuramente più magro. Un altro grande emergente è Roberto Di Giovanpaolo, altro compagno di battaglie antiche, ai tempi dei giovani democristiani. Il nucleo di ferro della squadra, infatti si cementa fra i govani dello scudocrociato, intorno alla rivista che Franceschini diresse, Settantasei. E che prendeva il suo nome, in una logica quasi apostolica, dall’anno dell’ascesa di Benigno Zaccagini alla segreteria. C’era già, in quel gruppo, un giovanissimo Marione Adinolfi, il blogger che fino a ieri era il capofila dei dissidenti, e che oggi - per le sue doti di polemista coriaceo - potrebbe diventare la punta di lancia della squadra di mischia franceschiana. Sempre dalla Dc e dal Ppi viene un altro fedelissimo, il deputato Francesco Saverio Garofani (che di Adinolfi è l’essatto opposto, un doroteo antropologico). Dal mondo dell’Azione cattolica viene una pasionaria bionda, Chiara Geloni, oggi vicedirettrice di Europa (la più giovane del gruppo). E dal comune ceppo postdemitiano arriva invece la ministra ombra Pina Picierno. Dal gruppo dei giovani popolari - la seconda generazione franceschiana - arriva anche il ghost writer del neo segretario, Gianluca Lioni: un quadro intellettuale sardo che è stato al vertice dei giovani della Margherita. Mentre acquisiti dalla diaspora prodiana sono un giovane deputato come Alberto Lo Sacco (che mosse in primi passi al fianco di Marina Magistrelli) e l’ex ulivista Gianclaudio Bressa. Più grandi, ma sempre fidatissimi, sono uomini come Giorgio Merlo e Antonello Soro. Certo il tic curioso del neosegretario, nel discorso di investitura, era il continuo correre con la mano a tirarsi su i pantaloni. Che sia dimagrito per lo stress? Di sicuro fra le doti di Franceschini c’è una certa coriaceità: non sarà facile vedergli calare i pantaloni. Perché sarà pure vicedisastro, certo. Ma nessuno finora ha ricordato che il suo idolo, «Zac» era stato eletto come segretario di transizione. Rimase in carica quattro anni. Se solo potesse replicare, Dario ci metterebbe la firma subito.
Luca Telese
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 24.02.2009
Ma intanto Dario arriva nella stanza dei bottoni, e si porta dietro una nuova tribù: se non un nuovo vento, perlomeno una brezza di new entry e rimescolamenti nella nomenklatura di Largo del Nazareno. Certo, ieri mattina, aprendo La Stampa di Torino, Dario Franceschini ha iniziato la sua prima settimana da leader del Partito democratico, ritrovandosi incollata sulla pelle quella definizione geniale, politicamente scorretta e feroce, partorita dall’«Obama italiano» (Time dixit) Mattia Renzi: «Hanno eletto il vicedisastro». Segue spiegazione, consegnata alla penna di Francesca Schianchi, con un sillogismo non meno caustico: «Io non avrei votato per Dario: se Veltroni è stato un disastro, non si elegge un vicedisastro». Capita, certo.
Peccato che nello stesso giorno, sia tornato a tuonare il signore della Laguna, alias Massimo Cacciari: «Che Dio accolga coloro che vogliono perdere!», ha esordito il sindaco di Venezia, grande irriducibile bastiancontrario della sinistra italiana. Dopodiché si è concesso una raffica di sciabolate niente male: «Franceschini era la soluzione più scontata - dice - e anche la peggiore. Almeno le primarie avrebbero creato un po’ di movimento anche se non sarebbero andate assolutamente bene. L’unica soluzione era il congresso. Ma così hanno deciso... pace all’anima loro». Non solo: «Certo che un partito chiamato a decidere il leader tra Franceschini e Parisi rasenta il ridicolo».
Insomma, Franceschini parte dalla sua città, esibendo i primi assaggi del suo nuovo portafoglio mediatico, portando sotto i riflettori mediatici nazionali una bella figura, quella di suo padre, con il dettaglio curioso di quella Costituzione d’epoca, ben conservata in una copia originale e ingiallita della Gazzetta ufficiale. Però un attimo dopo, l’onda d’urto del mal di pancia lo investe. Questa volta passando attraverso il sorriso ironico di Emma Bonino: «Ovviamente uno si lascia sempre la possibilità di vedere come si muove, ma per quanto siano stati pochissimi i rapporti avuti fino ad ora con Franceschini, non mi pare brillantissimo». E poi, con una critica politica più articolata: «Dell’assemblea del Pd ho avuto invece l’impressione che l’esigenza fosse di chiudere in fretta la partita, di trovare una soluzione qualunque perché rimangono tutta una serie di non detti che poi ha ribadito Parisi sul perché delle dimissioni di Veltroni». Ancora Mattia Renzi, come un caterpillar: «Se l’unica alternativa a Franceschini è Parisi, il rappresentante dell’ala nostalgica, quella che accende il cero a San Romano, è normale che Dario prenda mille voti...». Già, Parisi. Ieri un fuori onda del segretario rivelava di averlo aiutato a raccogliere le firme, per farne l’opposizione di sua maestà. E l’ex ministro della Difesa lo punzecchiava: «Dal “ma anche” si passa al “sì però”». Visto il clima, Franceschini come primo passo ha cercato di smuovere le acque provando a dare un segnale sull’economia: «Indennità di disoccupazione per tutti - ha detto al Tg1 delle 20 - aumentare gli stipendi più bassi, non dimenticarsi di chi da solo non ce la fa».
E intanto, nel Pd, salgono improvvisamente le quotazioni del Franceschini Boys, una famiglia in parte storica e in parte acquisita. Al fianco del novo leader, come un’ombra, c’è il fedelissimo Piero Martino: portavoce, consigliere politico e molto di più. Quasi miracolato alle politiche con un seggio in Sicilia, Martino si prepara a diventare un nuovo Bettini: più potente, più discreto, e sicuramente più magro. Un altro grande emergente è Roberto Di Giovanpaolo, altro compagno di battaglie antiche, ai tempi dei giovani democristiani. Il nucleo di ferro della squadra, infatti si cementa fra i govani dello scudocrociato, intorno alla rivista che Franceschini diresse, Settantasei. E che prendeva il suo nome, in una logica quasi apostolica, dall’anno dell’ascesa di Benigno Zaccagini alla segreteria. C’era già, in quel gruppo, un giovanissimo Marione Adinolfi, il blogger che fino a ieri era il capofila dei dissidenti, e che oggi - per le sue doti di polemista coriaceo - potrebbe diventare la punta di lancia della squadra di mischia franceschiana. Sempre dalla Dc e dal Ppi viene un altro fedelissimo, il deputato Francesco Saverio Garofani (che di Adinolfi è l’essatto opposto, un doroteo antropologico). Dal mondo dell’Azione cattolica viene una pasionaria bionda, Chiara Geloni, oggi vicedirettrice di Europa (la più giovane del gruppo). E dal comune ceppo postdemitiano arriva invece la ministra ombra Pina Picierno. Dal gruppo dei giovani popolari - la seconda generazione franceschiana - arriva anche il ghost writer del neo segretario, Gianluca Lioni: un quadro intellettuale sardo che è stato al vertice dei giovani della Margherita. Mentre acquisiti dalla diaspora prodiana sono un giovane deputato come Alberto Lo Sacco (che mosse in primi passi al fianco di Marina Magistrelli) e l’ex ulivista Gianclaudio Bressa. Più grandi, ma sempre fidatissimi, sono uomini come Giorgio Merlo e Antonello Soro. Certo il tic curioso del neosegretario, nel discorso di investitura, era il continuo correre con la mano a tirarsi su i pantaloni. Che sia dimagrito per lo stress? Di sicuro fra le doti di Franceschini c’è una certa coriaceità: non sarà facile vedergli calare i pantaloni. Perché sarà pure vicedisastro, certo. Ma nessuno finora ha ricordato che il suo idolo, «Zac» era stato eletto come segretario di transizione. Rimase in carica quattro anni. Se solo potesse replicare, Dario ci metterebbe la firma subito.
Luca Telese
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 24.02.2009
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