giovedì 29 gennaio 2009

Una brutta deriva

Alla manifestazione di ieri, promossa dall'Italia dei valori, c'era uno striscione che diceva: «Napolitano dorme, l'Italia insorge».

Di Pietro ha detto che «i cittadini chiedono che si smetta di proporre leggi che violano la Costituzione», aggiungendo che «il silenzio uccide come la mafia». E si è così rivolto al capo dello Stato: «A lei che dovrebbe essere arbitro, possiamo dire che a volte il suo giudizio ci appare poco da arbitro e poco da terzo?». Poi, di fronte alla reazione del Quirinale, ha precisato che — denunciando «il silenzio che uccide» — non intendeva riferirsi al presidente della Repubblica. Insomma: una pezza peggiore del buco.

Forse, qualcuno dovrebbe spiegare al capo dell'Idv — che o non la conosce bene o pretende di stravolgerla quando non gli piacciono le leggi approvate dal Parlamento e firmate dal presidente della Repubblica — cosa dice la nostra Costituzione. Il nostro ordinamento — come tutti quelli delle democrazie liberali — è un sistema di pesi e contrappesi. I poteri — legislativo, esecutivo, giudiziario, cui si aggiungono le funzioni della Corte costituzionale e le prerogative del capo dello Stato — si contrappongono e mantengono in equilibrio il sistema, ad evitare che un potere prevalga sull'altro.

Il presidente della Repubblica non è dunque un arbitro che sbaglia un fuorigioco, ma l'autorità che può rinviare alle Camere le leggi del Parlamento per vizio di costituzionalità. Se il presidente non vi ravvisa vizi di costituzionalità non può fare altro che firmarle. In caso di rinvio alle Camere, il Parlamento le può (ri) approvare tali e quali — sfiorando un conflitto istituzionale — e, a quel punto, al presidente non resta che prenderne atto o rifiutarsi ancora di firmarle, aprendo, a sua volta, una crisi istituzionale. Spetta, infatti, alla Corte costituzionale giudicare — con parere motivato — se sono o no costituzionali, impedendone di fatto e in diritto la promulgazione.

La capacità di iniziativa che la Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica riguarda, dunque, la «forma» (giuridica), non il «contenuto» (politico) delle leggi. Il capo dello Stato può rinviare una legge al Parlamento non perché non gli piace, è ideologicamente di diverso avviso, bensì solo se vi ravvisa un vizio in punto di diritto. Lo stesso limite ha la Corte costituzionale. Se il presidente e la Corte non eccepiscono, le leggi sono legittime. Accusare il presidente di non fare l'arbitro — che è già in sé una castroneria, costituzionalmente parlando — e di firmare leggi che non dovrebbe firmare vuol dire accusarlo di violare la Costituzione, cioè di sovversione.

Giorgio Napolitano sta esercitando la sua funzione non solo in modo esemplare, con intelligenza e moderazione, che sono, poi, le sue qualità umane, oltre che politiche, ma nel pieno rispetto della Costituzione. Di Pietro — con la pretesa che il capo dello Stato si arroghi un diritto che non ha — manifesta una inclinazione autoritaria. Una brutta deriva, la sua, peraltro non estranea alla sua cultura, che qualcuno dovrebbe spiegargli. In punto di Costituzione.

Pietro Ostellino
Tratto dal quotidiano Il Corriere della Sera del 29.01.09

martedì 27 gennaio 2009

«Una decisione aberrante e ideologica»

Roberto Formigoni, presidente della Lombardia, il Tar condanna la Regione a trovare un posto per far morire Eluana Englaro di fame e di sete. Che ne pensa?
«È sconcertante che il Tribunale amministrativo regionale si occupi di un diritto indisponibile qual è il diritto alla vita. Che non può essere alla mercé di nessun tribunale».

Annullando l’ordinanza della Regione che negava la possibilità a tutto il personale sanitario di interrompere a Eluana «l’alimentazione e l’idratazione artificiale», il Tar afferma pure che «rifiutare le cure è un diritto di libertà assoluto». Come valuta questo passaggio?
«Come può decidere un’altra persona al posto mio? La volontà di Eluana di non volere vivere non è mai stata dimostrata, non c’è nessuna sua dichiarazione in questa direzione. E, quindi, questa sentenza appare ancor più inaccettabile perché la magistratura si sostituisce e fa leggi».

Il Tar sostiene poi che il rifiuto delle cure si deve applicare «sia nelle strutture pubbliche sia in quelle private» e, dettaglio non da poco, impone alla Regione Lombardia di indicare «il luogo» dove eseguire «le prestazioni» nell’esercizio «della libertà di rifiutare le cure».
«È un’altra valutazione che non è fondata sulle leggi. Non ci sono leggi dello Stato che fanno carico all’amministrazione regionale di eseguire questi compiti. Ci sono protocolli per ogni prestazione sanitaria che viene eseguita e questa è una prestazione nuova, posto che abbia fondamento, per cui non è stabilito alcun protocollo. Non si può poi sorvolare sul fatto che il modello sanitario lombardo è pure basato proprio sulla libera scelta della struttura da parte del paziente. Ecco, dunque, l’ennesimo aberrante esempio di quanto posticcia e ideologica sia la scelta politica fatta dal Tar. Lo ripeto, come si può far dipendere una decisione tanto drammatica da un rapporto tra pubbliche amministrazioni, mentre - ai sensi della Costituzione - i diritti fondamentali, tra cui quello alla vita, sono indisponibili? Non conoscono i magistrati quel che la legge attribuisce alle Regioni?»

Vuole spiegarglielo, presidente Formigoni?
«La legge attribuisce alle Regioni, tramite il servizio sanitario, il compito di assistere e curare le persone con lo scopo di guarirle. È inaccettabile che la magistratura ci attribuisca un altro compito, quello di togliere la vita. Le leggi le fa il Parlamento su delega del popolo, compito della magistratura è di far rispettare le leggi e non di farle».

Regione Lombardia presenterà ricorso?
«Per il ricorso al Consiglio di Stato ci sono sessanta giorni di tempo. Oggi, però, in giunta decideremo cosa fare per difendere le prerogative della Regioni e per difendere quelle che sono le nostre profonde convinzioni giuridiche, legislative e morali. Lo valuteremo con grande attenzione per una materia delicata che attiene ai diritti fondamentali della persona e della quale Regione Lombardia vuol essere custode osservante e vigile».

C’è una riflessione che vuole dedicare a chi vuole la morte di Eluana?
«Eluana è una persona, una donna, ha le sue fattezze, va rispettata e aiutata a vincere sulla morte. Mi rifiuto di credere che sia pietà dare la morte a un organismo vivente. È un gesto di pietà sperare contro ogni speranza e, continuare a prendersi cura di questa vita umana, come stanno facendo le suore che assistono Eluana? In Lombardia ci sono 480 persone nelle stesse condizioni, assistiti da professionisti e volontari che lavorano in silenzio, nel pieno rispetto che queste situazioni meritano e senza alcun furore mediatico e politico».

Gianandrea Zagato
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 27.01.09

Federalismo - Riforma a costo zero, ma il modello Lombardia è ancora lontano

Il ddl sul federalismo, in attesa di superare l’esame della Camera, continua a far discutere. Si è partiti con il confronto sul modello lombardo, per arrivare ad un ddl assai modificato. Il Pd si è astenuto, l’Udc ha votato contro, ma entrambi hanno sollevato il problema dei costi.

«In realtà la riforma – dice Carlo Buratti, docente di Scienza delle finanze all’Università di Padova – è a costo zero e si basa sul fatto che il ddl non attribuisce nuove funzioni a Regioni o Enti locali, ma trasferisce ad essi entrate per coprire maggiori spese che non saranno più sostenute dallo Stato. Il ddl è buono: il massimo che si poteva fare in questo contesto politico-sociale».

Il ddl sul federalismo, è stato detto da alcuni commentatori, pecca di “vaghezza” perché non determina i costi della riforma.
Il provvedimento non è per niente vago. È anzi molto ampio e molto analitico: consta di ben 27 articoli, alcuni molto lunghi. Pensiamo a deleghe importanti come quella contenuta nella legge n. 133/1999, che ha portato all’emanazione del D. lgs. n. 56/2000, il quale ha riformato profondamente la finanza delle Regioni. Quella legge attribuiva una delega, rimasta inattuata, per rendere più perequativi i trasferimenti agli Enti locali. Il tutto in poche righe. Viceversa, si potrebbe obiettare che contiene troppe cose.

Un eccesso di legislazione?
No. Ma su qualche punto il disegno di legge è fin troppo analitico. Indica soluzioni complesse, difficili da mettere in pratica.

È da notare ciò nonostante che le perplessità sui costi si sono avute anche in aula e sono state alla base delle riserve avanzate dal Pd, che ha fatto sapere a Tremonti di subordinare la collaborazione bipartisan ad una chiara definizione dei “costi”.
Su un provvedimento di questo tipo non sono definibili a priori. O meglio: il provvedimento prevede che la riforma sia a costo zero, perché dice che la pressione tributaria non può aumentare, che in prospettiva deve anzi diminuire; e dice inoltre che deve essere compatibile con i vincoli europei definiti dal patto di stabilità. Il costo zero si basa sul fatto che il ddl non attribuisce nuove funzioni a Regioni o Enti locali, ma sostituisce certe entrate con altre e perequa le risorse finanziarie fra enti “ricchi” e “poveri”. Scompaiono i trasferimenti statali, salvo quelli perequativi, e vengono sostituiti da imposte e compartecipazioni ai tributi erariali. Il saldo per il bilancio delle Stato è nullo. È una riforma che applica l’articolo 119 della Costituzione e non il 117, eliminando i trasferimenti residui verso Regioni e comuni che gravano sul bilancio dello Stato e rivedendo in parte il sistema tributario.

Cosa cambia per comuni e Regioni?
L’autonomia che avranno le Regioni e gli Enti locali non sarà molto dissimile da quella che hanno oggi, cambieranno alcune imposte ma sostanzialmente i margini di manovra rimangono quelli di adesso. In più vengono previsti alcuni meccanismi, anche molto stringenti, di controllo dei saldi di bilancio, dei costi e di quanto producono gli Enti. La costituzione di un database molto analitico permetterà di capire come sono gestiti gli Enti e di fare confronti fra enti comparabili.

Lei ha detto che l’introduzione della riforma dovrebbe essere a costo zero. Ci sono margini di incognita?
Sì, nel ddl ci sono alcuni articoli che dovrebbero comportare una spesa, per esempio quello sulla perequazione infrastrutturale. È previsto infatti che nelle aree con infrastrutturazione scarsa si facciano investimenti e questo naturalmente comporta una spesa supplementare. Ma non è detto che questo comporti un costo netto per il bilancio dello Stato, perché dal federalismo ci aspettiamo anche una riduzione di costi dovuta a maggiore efficienza nella produzione dei servizi.

Lo slogan “meno tasse” è una scommessa puramente politica o il nuovo federalismo garantirà effettivamente un calo della pressione fiscale?
Gli aspetti cruciali sono la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni e la fissazione dei costi standard, perché decideranno il livello di spesa che andremo a finanziare. Ovvio che se vogliamo tenere la riforma a costo zero, il livello di spesa standard nell’aggregato – cioè per tutti gli enti cumulativamente – non deve essere superiore a quella attuale. E così anche per comuni e province, dove la perequazione è sostanzialmente orizzontale. Se la legge sarà applicata correttamente non ci saranno incrementi di costo o saranno di misura limitata.

Dobbiamo aspettarci sorprese dalla fase transitoria, in cui le Regioni che in base alla spesa storica hanno speso di più, si troveranno ad essere svantaggiate?
Il periodo transitorio è stato ridotto a cinque anni e secondo me effettivamente è troppo breve: in altre esperienze di finanza locale viene fissato in dieci, dodici anni. Questo potrà porre problemi sia al Sud, sia in generale per quanto riguarda la necessità di “tenere il passo” nell’attuazione della riforma. Però va sottolineato che il ddl prevede per ogni Ente un processo di convergenza verso gli obiettivi: costi standard, spesa standard, etc. Se l’ente non dovesse riuscire ad adeguarsi e dovesse presentare scostamenti rilevanti tra risultati conseguiti e obiettivi prefissati, è previsto che ci sia un piano di intervento per consentire all’ente di rientrare: potrebbe prevedere un intervento, a dir la verità non precisato, da parte dello Stato, oppure l’intervento – come avviene in sanità – da parte di funzionari esperti delle Regioni allo scopo di supportare meglio la gestione delle risorse dove questa è deficitaria. È inoltre previsto espressamente che il periodo transitorio possa essere esteso per gli enti che trovino gravi difficoltà ad adeguarsi.

Qual è la sua opinione sul decreto? Ha delle perplessità?
Mi pare che complessivamente sia un buon ddl, il migliore che si potesse fare. Certo non è un federalismo di tipo canadese, o di tipo spagnolo. Direi un federalismo tutto sommato abbastanza “contenuto”.

Che cosa intende dire?
Che l’autonomia di Regioni ed Enti locali non è che aumenti di molto rispetto a quella attuale. Cambiano alcune modalità di finanziamento e viene posto un forte accento sulla perequazione. Certo ci sono molte norme che mirano a tenere sotto controllo le dinamiche di costo degli enti, ma sono norme che potevano essere introdotte anche senza il federalismo… Rispetto al modello della Lombardia, che ha fatto da modello-pilota in una prima fase, in questo modello le “ambizioni” federaliste vengono drasticamente contenute. Ma capisco che di più non si poteva fare.

Per la crisi economica che ha investito anche il nostro paese?
No, la crisi economica non c’entra nulla. È il contesto politico-sociale che non è ancora maturo per un federalismo più radicale. La diversità non piace ed è fieramente avversata dall’opposizione e in parte, e in modo più blando, da frange della maggioranza. Per cui nel federalismo sono state iniettate robuste dosi di egualitarismo, principalmente attraverso i livelli essenziali delle prestazioni che assumono un rilievo sconosciuto ad altri paesi federali, e il forte accento posto sulla perequazione rispetto ai fabbisogni standard piuttosto che sulla perequazione della capacità fiscale. Ma federalismo e uniformità sono due cose incompatibili.

Perché?
Il federalismo in se stesso presuppone che ci siano delle differenziazioni, e una riforma realmente federale può essere considerata il “prezzo” che si paga per avere una maggiore efficienza: si accetta qualche differenza in più tra territori allo scopo di incentivare l’efficienza nella gestione della cosa pubblica.

Dal punto di vista della comunicazione che è stata fatta dell’introduzione del federalismo, si è molto insistito sul fatto dei costi che “non si conoscono”, dicendo di conseguenza che “quanto al merito” il federalismo è un’incognita. Che non si può stimare, lei dice…
Io dico semplicemente che non ci si deve attendere un incremento di costi se non marginale. Mentre nel lungo termine ci si può attendere una riduzione dei costi per una maggiore generalizzata efficienza. Ma ripeto: se vengono fissati correttamente livello delle prestazioni e costi standard si è sulla buona strada per avere una riforma a costo zero o quasi. Certo che se dovessero essere fissati a livello elevato sia le prestazioni che i costi standard allora il prodotto delle due cose potrebbe dare una spesa da finanziare ben superiore a quella attuale, ma non penso proprio che si voglia andare in questa direzione.

Nonostante questo primo risultato storico, in attesa di conferma alla Camera, deve ammettere che si è diffusa una certa preoccupazione. Forse il contenere “solo” linee guida demandando l’attuazione ai decreti legislativi, non ha permesso al ddl di essere quella pietra filosofale che tutti aspettavano.
Occorre tenere bene a mente le linee su cui si muove la riforma. Sostituisce alcune entrate ad altre entrate e poi introduce sistemi di controllo e di incentivo. E se ci sarà o meno un aumento dei costi complessivi dipende dal fatto che riusciremo o meno ad avere dei risparmi su altre spese degli Enti locali o delle Regioni. Se fissiamo i costi standard in modo tale da costringere le Regioni più sprecone a spendere meno, allora ci sarà un risparmio. Il fatto è che sono tornate in circolazione alcune stime che faceva l’Isae sui costi del federalismo. Ma queste stime non hanno nulla a che vedere con i costi di cui si parla oggi in Parlamento e sulla stampa. L’Isae ha stimato il costo delle funzioni ancora da trasferire alle Regioni ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione e le ulteriori entrate tributarie da attribuire alle Regioni in sostituzione dei residui trasferimenti statali, nonché della compartecipazione Iva attribuita ai sensi del DLgs. 56/2000. Ma non sono i costi di cui parliamo adesso, e comunque nemmeno le stime fatte dall’Isae rappresentano un costo aggiuntivo per la amministrazioni pubbliche, ma solo un passaggio di risorse e di spesa, per un importo equivalente, da un livello di governo all’altro.

Intervista a Carlo Buratti
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net

Il suicidio di Hamas, da manuale

Si ha l’impressione che le anime belle europee, tipo Massimo D’Alema, stiano ancora guardando una vecchia fotografia di Hamas che lo ritrae com’era nel 1999. Le cose, però, sono molto cambiate.

Le anime belle spesso non hanno tempo per la storia. Ma per capire Hamas si deve partire dalla storia: dalla sconfitta delle armate ottomane sotto le mura di Vienna nel 1683; un esercito più forte, per uomini e mezzi, un esercito che non poteva perdere e che invece perde. Da quella sconfitta ne nascono altre, fino a quando, due secoli dopo, la maggioranza dei musulmani si trova a vivere sotto dominio coloniale europeo. Poiché il profeta Maometto aveva prospettato ai credenti un futuro di sole vittorie, il problema che ne nasce non è solo politico: è teologico. Per riprendere il titolo di un’opera dello specialista Bernard Lewis, «what went wrong?», “che cosa è andato storto?”.

L’imprevisto, dietro l’angolo
A questa domanda il mondo islamico dà due risposte. Per la prima, l’islam ha perso perché è rimasto indietro rispetto all’Europa. La cura è dunque l’occidentalizzazione: della tecnica militare, ma anche dell’amministrazione dello Stato. Per la seconda, l’islam ha al contrario perso perché troppo simile all’Europa. Alle corti dei sultani si sono importati stile e artisti europei, ma la fede si è corrotta: e l’esercito perde. Sul piano politico vince la prima linea, occidentalizzante, e Istanbul si affolla di consiglieri militari e politici occidentali, mentre la seconda lettura della crisi – quella tradizionalista – si afferma alla periferia dell’islam con personaggi come Muhammad ibn al-Wahhab (1703-1792), la cui ideologia, appunto wahhabita, è liquidata dagl’intellettuali del sultano come dottrina di beduini ignoranti. Nel secolo XX sono dunque i riformisti a gestire quasi ovunque la decolonizzazione, che si traduce nella nascita di regimi laici e nazionalisti.

Il tradizionalismo, però, non muore. I wahhabiti – alleati alla dinastia desertica dei Saud – ricevono un insperato aiuto dalla scoperta del petrolio e così diventano i chierici ufficiali dell’Arabia Saudita.

Tra la Prima e la Seconda guerra mondiale il tradizionalismo – che si occupa prevalentemente di morale – è ripensato come vera e propria ideologia politica dai Fratelli Musulmani, fondati in Egitto nel 1928 da Hasan al-Banna (1906-1949). Il fondamentalismo si oppone dunque ai regimi nazionalisti e laici – che talora cerca di rovesciare con la forza –, ma sembra ancora perdente fino a quando, nel 1979, avviene l’imprevisto. Nel mondo sciita – che pareva ai margini del movimento – i fondamentalisti vanno al potere con la rivoluzione iraniana.

L’Iran dimostra ai fondamentalisti che essi possono vincere, tanto più che molti regimi laico-nazionalisti, impopolari e corrotti, si sono legati all’Unione Sovietica. La caduta del comunismo fa venire peraltro meno tale sostegno e apre la strada al successo dei fondamentalisti in diversi Paesi, dall’Afghanistan al Sudan.

L’Iran però è insieme una risorsa e un problema. È una risorsa perché – passando sopra alla distinzione fra sciiti e sunniti – finanzia movimenti fondamentalisti più o meno in tutto il mondo. Ma è anche un problema, giacché il fondamentalismo – fin dalle origini – è radicalmente antisciita.

Figli di Fratelli, Musulmani
Nei territori palestinesi il fondamentalismo nasce propriamente con le attività di Sa’id Ramadan (1926-1995), padre del controverso intellettuale musulmano Tariq Ramadan e genero di al-Banna, che lo manda a fondare in Palestina i Fratelli Musulmani. L’organizzazione riscuote successo nelle moschee, ma dalla fine degli anni 1950 appare minoritaria rispetto al movimento laico e nazionalista di Yasser Arafat (1929-2004). Sotto la guida di Ahmad Yasin (1937-2004), i Fratelli Musulmani decidono allora di ritirarsi dalla politica, concentrandosi sulla costruzione di un imponente network di istituzioni sociali, educative e religiose.

Nel 1987 scoppia però l’Intifada e Yasin decide che per i Fratelli Musulmani è tempo di tornare alla politica, onde evitare di lasciarne la guida al partito Fatah di Arafat, troppo corrotto e laico. I Fratelli Musulmani rientrano così nell’agone politico con il nome di Hamas, acronimo dell’espressione araba che sta per “Movimento di resistenza islamica”.

Il suo successo si deve a due fattori: primo, la credibilità che negli anni del passo indietro rispetto alla politica i fondamentalisti si sono conquistati con le attività caritative e sociali; secondo, l’introduzione nel 1993 del modello – di origine sciita – degli attentati suicidi, in seguito adottato anche da Fatah.

Soldi, padroni e morte
Hamas persegue, per statuto, la distruzione dello Stato d’Israele e la rioccupazione musulmana dell’attuale territorio ebraico. Gli ebrei che non lasceranno il Medio Oriente vivranno come dhimmi, cittadini di serie B. Se questa è la tesi, Hamas ha sempre coniugato – come diceva Yasin – la poesia dell’idealismo con la prosa del realismo. Senza rinunciare al principio, quindi, e neppure agli attentati suicidi, propone ripetute “tregue” trovando interlocutori per trattative sotterranee condotte con israeliani e statunitensi, in particolare dopo la liberazione nel 1999 di Yasin dal carcere israeliano dove si trovava rinchiuso. Quest’apertura alla trattativa “treguista” spiega del resto anche le posizioni di Hamas contro Saddam Hussein (1937-2006) nella prima Guerra del Golfo del 1990 e contro al-Qa’ida dopo l’11 settembre 2001, che valgono al movimento fondamentalista il generoso sostegno dei sauditi.

L’Undici Settembre e lo scontro con al-Qa’ida sono però anche l’inizio di problemi gravi per Hamas. Attaccata, al-Qa’ida non sta a guardare e comincia a fare concorrenza ad Hamas in Medio Oriente creando organizzazioni fondamentaliste ancora più radicali. E Hamas risponde radicalizzandosi a propria volta e moltiplicando le dichiarazioni oltranziste, cosa che mina i rapporti con Riyad.

I dirigenti di Hamas si rivolgono allora all’altro grande elemosiniere del fondamentalismo internazionale: l’Iran. E gl’iraniani pagano, ma vogliono nuove offensive a colpi di missili contro Israele, il quale risponde uccidendo Yasin nel 2004. Inoltre, Teheran induce Hamas a rompere con la Giordania e con l’Egitto, anti-iraniani.

Il successo elettorale ottenuto nel 2006 – che dà ad Hamas il governo della Palestina, in coabitazione però con l’esponente di Fatah Abu Mazen, il quale resta presidente – offre l’ultima occasione per una marcia indietro. Gli Stati Uniti avviano nuove trattative non ufficiali. Se Hamas rinuncerà formalmente al proposito di distruggere Israele e al terrorismo suicida, gli Stati Uniti saranno disponibili a favorire un processo – certo lungo e faticoso – che permetterà a esponenti fondamentalisti di governare effettivamente uno Stato palestinese.

Hamas esita, ma infine decide nuovamente di seguire gl’iraniani, fornitori apparentemente inesauribili di danaro e di armi, i quali, più che amici, ora appaiono come padroni.

Ogni trattativa s’interrompe su ordine di Teheran. Anzi, i cattivi maestri iraniani consigliano di porre fine alla coabitazione con Abu Mazen nel 2007 e Hamas s’impadronisce con le armi di Gaza (a Fatah rimane la Cisgiordania), di fatto sequestrandone gli abitanti. È sempre l’Iran a consigliare alla fine del 2008 di riprendere i lanci missilistici contro Israele e a fornire gli strumenti tecnici che ne aumentano la gittata. Israele non può che reagire militarmente. Ma proprio questo vogliono gl’iraniani, che dal 2001 operano perché la trattativa sia impossibile. L’Iran non vuole la pace: solo con la guerra può infatti essere presente in una regione che – nonostante il Sud del Libano – mantiene una forte identità sunnita solo con la guerra.

Consegnandosi agli iraniani i dirigenti di Hamas hanno insomma sottoscritto un patto con il Diavolo. Hanno ricevuto molto denaro (troppo: i grandi capi di Hamas, a Damasco, appaiono non meno corrotti dei laici di Fatah), ma politicamente hanno scelto la strada di un lento suicidio. È questo che le nostre anime belle si ostinano a non capire.

Massimo Introvigne
Tratto dal settimanale Il Domenicale del 24.01.09

Gli ebrei all’attacco E il Vaticano condanna il vescovo negazionista

Non si spegne, anzi s’infiamma la polemica per le dichiarazioni negazioniste del vescovo Richard Williamson, rilanciate, non senza intenti strumentali, alla vigilia del decreto con il quale il Papa ha revocato la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani.

Il prelato aveva detto lo scorso ottobre a una tv svedese di non credere che sei milioni di ebrei siano morti nelle camere a gas né che le camere a gas siano mai esistite, e aveva concluso affermando di ritenere che gli ebrei sterminati nei campi nazisti siano stati tra i 200 e 300mila.

Il presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, Renzo Gattegna, ha dichiarato ieri: «In questo momento siamo attenti osservatori delle decisioni che la Chiesa prenderà in merito a chi sostiene tesi negazioniste. Ci auguriamo che ci sia una smentita di queste tesi che chiarisca ogni dubbio a riguardo». Gattegna ha aggiunto che «la riabilitazione» di Williamson «è un fatto interno alla Chiesa e su quello non voglio interferire ma sul negazionismo abbiamo molto da dire perché lo riteniamo un’infamia. Ci auguriamo che con la Chiesa cattolica questo sia solo un momento di difficoltà e aspettiamo un gesto positivo».

Proprio su questo argomento, Benedetto XVI è già stato più che esplicito al ritorno dal viaggio in Polonia del 2006. «Nel campo di Auschwitz-Birkenau, come in altri simili campi – aveva detto il 31 maggio di quell’anno all’udienza generale – Hitler fece sterminare oltre sei milioni di ebrei».

Di questo ha parlato ieri pomeriggio anche il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, aprendo i lavori del «parlamentino» dei vescovi italiani: «A proposito della recentissima revoca della scomunica alla Fraternità di San Pio X, mentre esprimiamo il nostro apprezzamento per l’atto di misericordia del Santo Padre, manifestiamo il dispiacere per le infondate e immotivate dichiarazioni di uno dei quattro vescovi interessati circa la Shoah; dichiarazioni peraltro rese alcuni mesi or sono e solo adesso riprese con intento strumentale; dichiarazioni già ripudiate dalla stessa Fraternità».

Una condanna delle tesi negazioniste è arrivata anche dalla Conferenza episcopale tedesca, il cui portavoce Matthias Kopp in un’intervista alla rete televisiva Zdf ha detto che «Williamson dovrà ritirare prima o poi le sue affermazioni», e ha spiegato di considerare «comprensibilissima» l’indignazione della Comunità ebraica. Intanto la procura di Regensburg ha aperto un’inchiesta per il reato di istigazione all’odio popolare nei confronti del vescovo lefebvriano.

Una risposta netta e decisa, per parte vaticana, arriva, oltre che dall’Osservatore Romano, che pubblica un articolo di Anna Foa contro il negazionismo, anche dal gesuita tedesco Peter Gumpel, relatore della causa di beatificazione di Pio XII: «Alla fine della guerra, quando gli alleati trovarono i campi di sterminio, ci fu chi stentava a credere. Poi furono mostrate le prove fotografiche, le montagne di cadaveri, e la realtà fu sotto gli occhi di tutti. Sono stati trovati i documenti relativi alla conferenza di Wannsee, che nel gennaio 1942 stabilì l’orrenda “soluzione finale”. Esiste una mole enorme di documenti e di prove sull’estensione della Shoah. Negarla è assurdo e i tentativi fatti in questo senso solitamente non provengono da storici».

«Vorrei chiedere ai negazionisti – aggiunge padre Gumpel – dove sono finiti i milioni di ebrei che vivevano in Europa? Non sono spariti nel nulla, sono stati ammazzati». Il gesuita ricorda infine che proprio Pio XII, nel famoso radiomessaggio del Natale 1942, quando lo sterminio di massa era iniziato solo da pochi mesi, parlò di «centinaia di migliaia di persone», che solo a motivo della loro «nazionalità» (e si riferiva ai polacchi) o della loro «stirpe» (e si riferiva agli ebrei) vengono destinati a «costrizioni sterminatrici». «Nessuna persona seria – conclude Gumpel – può oggi negare ciò che purtroppo è avvenuto».

Andrea Tornielli
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 27.01.09

lunedì 26 gennaio 2009

Chi si è accorto dei diritti umani violati da Hamas?

Ascoltando le notizie, che si sono rincorse nei mesi passati nella quasi totalità dell’etere televisivo, sul problema dello "Star Wars", ossia l’ombrello nucleare pianificato dai perfidi USA a minaccia dell’Europa operaia, vien da sorridere. A suo tempo, ce la dipinsero come una spada di Damocle suscettibile di concretizzare un’indistinta distruzione di massa...
Sorridere.

Perché cosa dovremmo fare dinanzi al ciarpame mediatico, riguardante il terrorismo di matrice islamista? Le notizie elargite da gran parte delle reti televisive sono riuscite a superare ogni record di partigianeria. Oltre ogni pura propaganda. Con interviste, immagini e foto costantemente a senso unico.

E allora via alla messa in onda di discorsi e proclami di gruppi come Hamas e Hezbollah.

Come se, al tempo di Ronald Reagan, la televisione avesse assunto integralmente, i testi scritti dal KGB. Certo che oggi, complici i primi archivi aperti agli studiosi, si può documentare quanto il KGB potesse contare sugli “utili idioti”.

Oggi, le quinte colonne non sono soltanto persone che agiscono per motivi ideologici. Il che darebbe comunque una parvenza di onore a questi soggetti. No.

I fiancheggiatori sono anche persone paralizzate dalla paura, dinanzi ai metodi spicci e vagamente ndranghetari adottati dalle reti islamiste. Sono persone uccise dalla paura di morire.

Non è mistero che moltissimi giornalisti, seppure non corrispondenti in medio Oriente, abbiano una certa paura nel disporre articoli sul tema islamista, dato che sono largamente alla portata delle organizzazioni terroriste, ben radicate in Europa. Gli stessi ceffi che, regolarmente, capeggiano le manifestazioni anti-occidentali ed anti-israeliane. Quelle manifestazioni che, guarda un po’, terminano con un’apoteosi di slogan nazislamisti tanto cari ai santi protettori di Hamas ed Hezbollah.

Non è forse il numero due di Hezbollah, Naim Kassem, che lo scorso Mercoledì 21 gennaio 2009 ha detto in conferenza stampa: "Stiamo discutendo una strategia di difesa nazionale, che detta delle specifiche sul ruolo della resistenza, non certo sull'abbandono delle armi ". Per chi non avesse familiarità con la semantica propria del Libano, la parola "resistenza" si riferisce ai mercenari e alla legione straniera iraniana, conosciuta come Hezbollah.

Lo stesso giorno della conferenza stampa indetta dal sant’uomo di cui sopra, Irwin Cotler, ex ministro della Giustizia canadese, professore di diritto presso l'Università Mac Gill di Montreal, ha pubblicato un articolo sul quotidiano del Quebéc “Le Lien”, dove ha argomentato un interessante tema sui diritti violati.

Un lavoro dal titolo "Gaza: sì, ci sono stati crimini di guerra", che certamente si è rivelato menù indigesto a molti verdi, “pacifinti”, ateo-islamisti, giornalisti pavidi ecc.

Il professore in questione, non certo l’ultimo arrivato, ha individuato cinque crimini di guerra, o crimini contro l'umanità, perpetrati non da parte di Israele, ma opera dello strombazzatissimo Hamas.

L'articolo si apre con un sottotitolo esplicativo: "L'ideologia di Hamas e le sue tattiche militari. Studio di casi per eccellenza sulla violazione del diritto internazionale".

Vediamolo.

Si possono osservare, dice Irwin Cotler, almeno sei violazioni dei diritti umani.

1 – Prendere deliberatamente di mira i civili, con atti suicidi, è un crimine di guerra.

2 - Spedire missili e granate utilizzando aree civili (abitazioni, scuole, ospedali...), è un crimine di guerra.

3 - Utilizzare simboli umanitari per ingannare il nemico (usando le ambulanze per il trasporto di armi o miliziani, travestirsi da medico in un ospedale, o utilizzare il logo delle Nazioni Unite o della Croce Rossa), è un reato di guerra.

4 - incoraggiare pubblicamente il genocidio (vedere la Carta di Hamas o sentire le prediche nelle moschee ben controllate da Hamas ed accoliti), è un crimine di guerra.

5 – Reclutare e formare i bambini per la guerra, oppure utilizzarli come scudi umani. è un crimine di guerra.

6 – I sistematici attacchi contro i civili operati da più di 8 anni, con un lancio indiscriminato e a “casaccio” di missili Kassam, è un crimine contro l'umanità.

Denunce simili, a parte quella coraggiosa di Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera (indovinate quando?…. mercoledì 21 gennaio) non ne ho trovate nel panorama giornalistico italiano.

Eppure ce ne sarebbe a sufficienza per apprestare una bella Norimberga contro Hamas.

Ma forse, chiediamo troppo a gente che ha fretta di dimenticare il passato.

Maurizio De Santis
Tratto dal sito
www.giustiziagiusta.info

Una decisione «molto deludente»

Una decisione "molto deludente". Così i vescovi degli Stati Uniti hanno accolto il primo provvedimento del presidente Barack Obama in tema di aborto. Un provvedimento che viene considerato un errore sulla strada della difesa della vita umana e della dignità di ogni persona.

Il neopresidente - come aveva preannunciato nel corso della campagna elettorale - ha emesso venerdì l'ordine esecutivo con il quale viene rimossa la cosiddetta Mexico City Policy, che vieta il finanziamento alle organizzazioni impegnate nella pratica e nella promozione dell'aborto nei Paesi in via di sviluppo. A Città del Messico, nel 1984, si tenne un vertice dell'Organizzazione delle Nazioni Unite sulla popolazione mondiale. In quella circostanza, l'allora presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, stabilì quella che è stata appunto definita "la dottrina di Città del Messico", rimossa da Clinton il 22 gennaio del 1993 - nell'anniversario della nota sentenza Roe vs Wade - e poi ripristinata da George W. Bush.

Ha affermato il cardinale Justin Francis Rigali, arcivescovo di Philadelphia e presidente della commissione episcopale per le attività pro-vita: "È molto deludente che il presidente Obama abbia rimosso la Mexico City Policy. Un'amministrazione che vuole ridurre gli aborti non dovrebbe convogliare fondi verso organizzazioni che realizzano e promuovono gli aborti come metodo di pianificazione delle nascite nei Paesi in via di sviluppo".

Solo pochi giorni fa il cardinale Francis Eugene George, arcivescovo di Chicago e presidente della Conferenza episcopale, aveva scritto a Obama, per chiedere che fosse mantenuta la normativa: "La Mexico City Policy - ha scritto il porporato - è stata erroneamente considerata come una restrizione agli aiuti per la pianificazione familiare. In realtà, non ha ridotto affatto tali aiuti, ma ha assicurato che i fondi non arrivassero alle organizzazioni che promuovono l'aborto invece di ridurlo. Una volta che la linea netta di divisione fra pianificazione familiare e aborto è cancellata, l'idea di usare la pianificazione per ridurre gli aborti diventa priva di significato e l'aborto tende a rimpiazzare la contraccezione".

Sulla necessità di ridurre il numero degli aborti è d'accordo la grande maggioranza dei cittadini statunitensi, circostanza questa ricordata più volte dagli stessi vescovi, che hanno assicurato al Governo la loro più ampia collaborazione riguardo alla difesa della dignità di tutte le persone e quindi in misura particolare delle più indifese e di quelle che non hanno voce. In questa prospettiva, la stessa conferenza episcopale ha accolto con ampio favore la decisione del presidente Obama di bandire la tortura: "La nostra Conferenza - ha dichiarato il vescovo di Albany, Howard James Hubbard, presidente della commissione episcopale sulla giustizia e la pace internazionali - apprezza questo provvedimento. Insieme con altri leader religiosi abbiamo fatto pressioni affinché venisse compiuto questo passo che va verso la difesa della dignità umana e che aiuta a ripristinare la posizione morale e legale degli Stati Uniti nel mondo. La messa al bando della tortura - ha aggiunto - dice molto di noi: dice chi siamo, che cosa pensiamo circa la vita e la dignità umane e cosa facciamo come nazione". Allo stesso modo, i vescovi ritengono sia qualificante difendere la vita sempre e in ogni circostanza.

In un'intervista al quotidiano italiano "Corriere della Sera" l'arcivescovo Rino Fisichella, presidente della Pontificia Accademia per la Vita ha detto: "Chiunque abbia delle responsabilità, quando inizia un cammino, dev'essere capace di valutare non solo le esigenze del proprio Paese ma anche le conseguenze che ne derivano altrove. Quanto avviene negli Usa ricade in altre parti del mondo. Per questo si deve essere capaci di ascolto, di umiltà, e magari di chiedere aiuto agli altri".

Tratto dal quotidiano L'Osservatore Romano del 25.01.09