venerdì 23 gennaio 2009

Di Pietro, quante bugie in diretta Nega pure che il figlio è indagato

Difende Cristiano arrivando a dire che «non è imputato di niente», nonostante la notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati da parte della Dda è stata confermata dalla Procura di Napoli. Specifica in che modo è venuto a sapere che l’ex provveditore Mautone si era infilato in guai giudiziari. Tiene duro, a parole, sulla linea del «non c’è figlio che tenga», e a Michele Santoro che gli chiede come mai Cristiano non si è dimesso dal suo posto di consigliere provinciale, Antonio Di Pietro per un secondo perde le staffe e quasi urla: «E come presidente del partito io che devo fare? Prenderlo a randellate?».

Non è una serata facile quella che va in onda su Raidue, di fronte alle telecamere di Annozero, per Antonio Di Pietro. Che nei suoi interventi sfiora alcuni dei temi al centro delle domande che il Giornale gli rivolge da settimane. A cominciare dal «mistero» della talpa che avrebbe avvertito Di Pietro dell’esistenza di un’indagine a carico dell’ex provveditore alle opere pubbliche di Campania e Molise, Mario Mautone. Di Pietro sostenne inizialmente di aver subodorato qualcosa. Tanto che, a inizio dicembre, disse di aver trasferito il funzionario a Roma nell’estate 2007 non appena ebbe le «prime avvisaglie» dell’inchiesta. Ha quindi accusato il Giornale di ostinarsi a non capire che non c’era alcun mistero o talpa, ma che aveva saputo dei guai di Mautone «dalle agenzie di stampa». Che ovviamente non fecero parola dell’inchiesta, ancora segretissima. L’ultimo colpo di scena, quello rivelato ai magistrati della Dda di Napoli e meglio specificato ieri sera nel programma di Santoro, è che Di Pietro avrebbe «ricostituito» l’ufficio Alta sorveglianza delle grandi opere togliendo «politici trombati e raccomandati» e mettendo 18 finanzieri comandati da un capitano delle fiamme gialle. Che avrebbero non solo raccolto rumors sufficienti a decidere per il trasferimento di Mautone, ma anche, dopo il trasloco, «atti ufficiali trasmessi alle procure competenti». È andata così? Se sì, il leader Idv dovrebbe però spiegare il perché delle tante versioni diverse fornite in precedenza.

C’è poi la vicenda del figlio. Di Pietro quasi lo «rinnega», «recitando» in tv le intercettazioni di «un insieme di persone che si chiamano tra loro» (molti dei quali politici Idv, come Americo Porfidia, anche se lui omette il dettaglio) nell’estate 2007, cercando una via per arrivare al ministro e impedire il trasferimento di Mautone. Nella «drammatizzazione» il leader Idv per dimostrarsi irricattabile dice: «Come si fa a ricattare quello (ossia Di Pietro, ndr)? Mi porta davanti ai carabinieri! Il figlio non ci parla manco col padre». È una specie di florilegio delle intercettazioni. Ma la «parte» dell’incomunicabilità padre-figlio è ricostruzione artistica made in Tonino: l’intercettazione a cui si è ispirato è quella tra Mautone e Porfidia, con il primo che chiede al politico se è il caso di chiedere l’aiuto di Cristiano per evitare il trasferimento e il secondo che dice «io so che il padre non lo tiene molto in considerazione al figlio». Per la Dia, poi, è sospetta la tempistica tra la fine delle conversazioni tra Mautone e Cristiano Di Pietro (che chiedeva raccomandazioni e informazioni sui contratti di forniture per le caserme) e una serie di strane attività di Antonio Di Pietro che risulterebbero dalle indagini. Il leader Idv avrebbe convocato i suoi uomini per chiedergli di lasciare fuori Cristiano perché «troppo esposto». Ma di questo Di Pietro in tv non fa cenno.

E poi, come detto, quando Santoro lo incalza sulle intercettazioni del delfino, Di Pietro si scalda, dice che «non c’è figlio che tenga», che fanno bene i Pm a indagare su un errore «se penalmente rilevante». E condanna anche la «valutazione a monte sull’opportunità e la trasparenza» dell’operato del figlio. «Per questo ha lasciato l’Idv», chiude. Però Santoro aggiunge: «Ma non il posto». Tonino alza il tono di voce, «Non ha ricevuto avviso di garanzia e non è imputato di niente», dice paonazzo, concludendo che «il problema non sono gli errori che possono capitare a chi fa politica» ma «se si fa finta di non vedere, se non si prendono provvedimenti». E quando Mantovano gli chiede conto delle accuse di camorra all’Idv Campano, Di Pietro sfiora la lite. E la serataccia finisce. Senza gloria per Tonino.

Massimo Malpica
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 23.01.09

avaglio, quei sorrisi complici tra amnesie e sbagli di date

Rieccolo. Dopo il pistolotto iniziale di Santoro, quello di Travaglio: finalmente ci parlerà dell’inchiesta giudiziaria più importante del Paese, quella orribilmente denominata «Magnanapoli» e sulla quale Travaglio, sempre informatissimo, si è finalmente informato: sino a venerdì scorso, al Corriere della Sera e alla Stampa, diceva «Non conosco le carte, non so nulla di quest’inchiesta».

Ora conosce, ora sa: e, dopo una breve ricostruzione già letta sui giornali di un mese fa, eccoti il fulcro di tutto il pistolotto: il ruolo di Alfredo Vito nelle inchieste napoletane del 1993, però, quand’era parlamentare della Dc. Parla di questo, il cabarettista. Legge delle carte di 16 anni fa. Gigioneggia. E, un po’ sottotono, saluta.

Volte in cui il cabarettista del Travaglino ha nominato Di Pietro padre, o anche figlio: zero. Volte in cui ha nominato Mauro Mautone, uomo di Di Pietro, arrestato a Napoli, quello a cui il Dipietrino chiedeva favori: zero. Volte in cui ha nominato gli altri esponenti dell’Italia dei Valori coinvolti nell’inchiesta: zero.

Anno: zero.

L’Ugo Intini di Antonio Di Pietro interverrà nuovamente alle 22. 20, leggendo degli appunti sfasati dalla discussione che si stava facendo. Fa dei nomi: Marini, Gambale, Romeo, Lusetti, Rutelli. Mautone no. Di Pietro no. Parla della selezione delle candidature, identico discorso fatto in precedenza da Di Pietro. Nessuna domanda, neppure, sulla selezione delle candidature dell’Italia dei Valori e relativi indagati.

Ma non c’è niente di strano. Mentre «Magnanapoli» prendeva forma, infatti, Travaglio s’occupava d’ogni cosa fuorché di quella. Solo a metà dicembre, quando uscivano un paio di intercettazioni e Cristiano Di Pietro preannunciava le proprie dimissioni, Travaglio riusciva finalmente a scrivere che «è giunta notizia delle dimissioni di Di Pietro junior dall’Idv per un paio di semplici raccomandazioni: un gesto di grande dignità». Le dimissioni senza dimissioni: davvero dignitosissime, visto che il Dipietrino ha mantenuto la carica di consigliere provinciale e quindi lo stipendio. Sul blog di Travaglio, tuttavia, circolano idee ficcanti: «Deve essere il collegio dei probiviri dell’Italia dei Valori a esaminare il caso di Cristiano Di Pietro», scrive Peter Gomez. Dettaglio: l’Italia dei Valori non ha nessun collegio dei probiviri, come il Giornale fa notare il giorno dopo. Travaglio ne prenderà atto in un’intervista al Corsera: «Serve un collegio di probiviri, un bel plotoncino di cerberi con i controcoglioni». Lo ripete alla Stampa. Lo dice a tutti: tranne, durante Annozero, a Di Pietro.

Figurarsi. Piuttosto: la campagna del Giornale su Di Pietro, secondo Travaglio, è spazzatura: lui in quei giorni, scrive di questo: «Il Giornale gli ha dedicato titoloni in 17 prime pagine su 21, mentre in Italia e nel mondo accadeva di tutto». Che cosa, per esempio? Andiamo ad arguirlo dagli argomenti che Travaglio trattava in quei giorni: l’alba di un nuovo fascismo (a margine della querelle giudiziaria Salerno-Catanzaro), ovviamente De Magistris, la vera storia della seconda Repubblica (stragi organizzate da Forza Italia e dalla mafia), polemiche col collega Pierluigi Battista e col professor Angelo Panebianco, dati farlocchi sulle intercettazioni, e persino qualche parola su Gaza e sulla Palestina, pur di tacere del suo Tonino amatissimo. La campagna del Giornale è spazzatura: però, il 17 gennaio, intervistato dal Corriere, eccolo dire che «Di Pietro si è comportato bene con la modifica dello Statuto». E già, perché chi gliel’ha fatto cambiare lo Statuto? La campagna di quale giornale? Ma chi se ne frega. Il problema, scriveva Travaglio, è questo: «È bastato Di Pietro che toccasse il 15% in Abruzzo, e collezionasse 1 milione di firme contro la legge Alfano, perché Il Giornale di famiglia scatenasse una campagna forsennata». Il problema è l’Abruzzo, non la Campania dove Di Pietro è stato sentito per tre ore anche per via di suo figlio, che è indagato. E il 16 gennaio, mentre tutti i giornali sparano la notizia del figliuolo indagato, di che scrive Travaglio? Del processo Andreotti. Su Cristiano, niente. Come ieri sera. Però dice alla Stampa: «Io non confondo chi ha preso mazzette, che è un reato, con una semplice raccomandazione» Quindi Cristiano non doveva dimettersi anche da consigliere provinciale? «Non c’è niente di penalmente rilevante». Ah. Non c’è niente. Cioè: Cristiano Di Pietro è indagato per corruzione e abuso d’ufficio e turbativa d’asta, altri del partito sono indagati, suo padre intanto è stato interrogato per tre ore ed è uscito sfiancato, i sondaggi dell’Italia dei Valori ne stanno risentendo: ma Travaglio non è informato. «Di Pietro sta facendo un figurone» assicura Travaglio nello stesso giorno. Questo signore, , parla nella tv del servizio pubblico ed è pagato da voi.

Tratto dal quotidiano Il Giornale del 23.01.09

Riforma della Giustizia: il nostro modello

La giustizia è uno dei punti-chiave su cui la maggioranza è andata "in blocco", perché alla determinazione di Berlusconi nel varare al più presto una riforma assolutamente indispensabile - come ha confermato un autorevole personaggio quale l'ex presidente della Consulta Annibale Marini - si sono contrapposte le resistenze degli alleati e la controproposta avanzata in solitario dal presidente della Camera. Ma la bozza-Alfano è pronta e ha l'obiettivo di garantire finalmente una vera parità tra accusa e difesa, come richiede il processo accusatorio. Il disegno di legge posto ieri sera al vaglio della coalizione è composto da una ventina di articoli e sarà probabilmente portato venerdì in consiglio dei ministri.

Ecco i punti principali:

• La riforma prevede l'assolutà parità tra accusa e difesa, cioè la separazione delle carriere di giudice e pubblico ministero. Per centrare l'obiettivo di rendere pari il pm che accusa con il cittadino che si difende attraverso l'avvocato occorre che il giudice sia terzo, sia davvero equidistante tra le parti. In questi anni la parità non c'è stata, giudice e pubblico ministero fanno infatti parte dello stesso ordine e c'è quindi un oggettivo sbilanciamento. Dunque, pm e giudici devono essere articolati in due carriere completamente diverse. Anche i concorsi dovrebbero essere diversi. È la Costituzione che prevede la parità tra accusa e difesa.

• L'intercettazione è uno strumento indispensabile per le indagini, ma la Costituzione lo definisce come un mezzo eccezionale. Dunque la riforma è necessaria e urgente. La via maestra per limitare le intercettazioni è quella di consentirle solo per completare mezzi di prova già acquisiti. Esempio: il pm che chiede l'autorizzazione deve indicare altre fonti di prova già acquisite sulla commissione del reato.

• Polizia giudiziaria e pm: entrambi svolgono le indagini preliminari nell'ambito delle rispettive attribuzioni, con la specifica che la pg prende di propria iniziativa e riceve notizia dei reati, mentre il pm riceve solo notizia dei reati. In altre parole, il pm potrà solo ricevere la "notizia crimini" (non solo dalla pg ma anche attraverso le denunce dei privati) senza più poter aprire fascicoli sullo spunto di articoli di giornale o di una confidenza privata. Inoltre, la pg continua a svolgere "di propria iniziativa" le attività d'indagine senza dover dipendere in tutto dai magistrati.

• Il governo intende intervenire anche sul Consiglio superiore della Magistratura. Un intervento conseguente alla separazione delle attività del pm da quelle del giudice. Cambierà il numero dei componenti dell'organo di autogoverno della magistratura e ci saranno interventi sul funzionamento della sezione disciplinare del Consiglio stesso.

• Saranno ampliate le indagini difensive, con l'accompagnamento coattivo davanti all'avvocato "Perry Mason" della persona in grado di riferire circostanze utili all'attività investigativa ma che non si è presentato senza addurre un legittimo impedimento.

• Sarà esteso il diritto alla prova prevedendo il diritto dell'imputato all'esame e al controesame di testimoni, periti, consulenti tecnici e imputati in procedimenti connessi nelle stesse condizioni.

• Sono previste modifiche al codice di procedura penale per scandire con più certezza i termini delle indagini.

• Ci saranno criteri più certi per determinare il giudice territorialmente competente se non è individuabile il luogo in cui è stato commesso il reato.

Tratto dal sito www.mauriziolupi.it

giovedì 22 gennaio 2009

La strana Italia «obamiana» di chi è pro e contro gli Usa

Di fronte alla possente dimostrazione di unità che arriva da Washington, l'Italia se ne sta un po' attonita: con il suo modesto bipolarismo, il suo velleitario bipartitismo, le sue polemiche quotidiane, le liti da cortile.

Il sistema americano, con l'elezione di Obama, ha offerto una prova straordinaria di vitalità. Da noi le riforme, come è noto, languono da anni. La Seconda Repubblica è poco più che una buona intenzione. Il disegno di legge sul federalismo fiscale ha cominciato il suo cammino al Senato, ma i dubbi irrisolti e le incertezze diffuse sono tutt'altro che irrilevanti.

Di tanto in tanto si accenna al modello presidenziale: lo ha fatto Berlusconi poche settimane fa. Ma l'impressione è che pochi abbiano assimilato il complesso meccanismo di pesi e contrappesi che caratterizza il sistema americano, sperimentato in oltre due secoli di storia.

Detto questo, forse nessun paese occidentale è «obamiano» come l'Italia. La destra lo è per pragmatismo, in quanto amica dell'America: Berlusconi è stato un fedele amico di Bush e intende esserlo del nuovo presidente. La sinistra lo è con uno slancio retorico ed emotivo mai visto in precedenza. Il primo «obamiano» è naturalmente Veltroni. Ma è l'intera sinistra, anche la più estrema e anti-americana, ad aver «adottato» Barack. Sulla base dell'assunto che ispirava ieri il titolo di "Liberazione", il giornale di Rifondazione nella versione post-Bertinotti: «L'altra America alla prova».

È il punto di fondo - quasi ideologico - che continua ad accendere l'entusiasmo di tutti gli «obamiani» d'Italia. Alla Casa Bianca ora c'è il rappresentante dell'«altra America», opposta a quella di Bush. Per un attimo (non si sa quanto lungo) si può essere al tempo stesso anti-americani e amici degli Stati Uniti. Magari sperando in fondo al cuore che l'eletto sia l'uomo del declino americano.

La destra non ha particolari aspettative sul nuovo presidente. Si augura che garantisca una certa continuità con i tradizionali capisaldi della politica estera di Washington: magari deponendo i fermenti «neo-con» che hanno segnato gli anni di Bush. Ma la destra guarda con scetticismo alla vocazione «multilaterale» di cui è accreditato Obama. La sinistra si aspetta invece che la nuova Casa Bianca apra un'era di pace, con fiducia assoluta nelle qualità carismatiche del presidente. Il francese Sarkozy, che non appartiene alla sinistra ma è uomo pronto di riflessi, non ha perso tempo: «Non vedo l'ora di lavorare con lui per cambiare il mondo».

Ma come? L'Afghanistan sarà «la guerra di Obama» continuano a ripetere gli assistenti del nuovo presidente. Ma un sondaggio appena pubblicato dal "Financial Times" dimostra che le opinioni pubbliche degli alleati europei (dalla Germania alla Gran Bretagna, dalla Francia all'Italia) sono per ora contrarie a inviare altri soldati a Kabul. In Italia esiste un 53 per cento di contrari, meno che in Germania dove la percentuale arriva al 60.

«La nostra nazione è in guerra» ha ricordato Obama nel discorso inaugurale. Presto egli vorrà mettere alla prova il sentimento degli europei. Verificheremo allora lo spessore della passione filo-obamiana. L'altro giorno sulle rive del Mar Rosso Berlusconi ha offerto la disponibilità militare italiana per controllare i confini di Gaza. Una mossa abile, un segnale che a Washington è stato notato.

Stefano Folli
Tratto dal quotidiano Il Sole 24 Ore del 21.01.09

Gaza Accuse a Hamas «Noi usati come scudi»

«Andatevene, andatevene via di qui! Volete che gli israeliani ci uccidano tutti? Volete veder morire sotto le bombe i nostri bambini? Portate via le vostre armi e i missili», gridavano in tanti tra gli abitanti della striscia di Gaza ai miliziani di Hamas e ai loro alleati della Jihad islamica. I più coraggiosi si erano organizzati e avevano sbarrato le porte di accesso ai loro cortili, inchiodato assi a quelle dei palazzi, bloccato in fretta e furia le scale per i terrazzi alti.

Ma per lo più la guerriglia non dava ascolto a nessuno. «Traditori. Collaborazionisti di Israele. Spie di Fatah, codardi. I soldati della guerra santa vi puniranno. E in ogni caso morirete tutti, come noi. Combattendo gli ebrei sionisti siamo tutti destinati al paradiso, non siete contenti di morire assieme?». E così, urlando furiosi, abbattevano porte e finestre, si nascondevano ai piani alti, negli orti, si barricavano vicino a ospedali, scuole, edifici dell'Onu.

«I miliziani di Hamas cercavano a bella posta di provocare gli israeliani. Erano spesso ragazzini, 16 o 17 anni, armati di mitra. Non potevano fare nulla contro tank e jet. Sapevano di essere molto più deboli. Ma volevano che sparassero sulle nostre case per accusarli poi di crimini di guerra», sostiene Abu Issa, 42 anni, abitante nel quartiere di Tel Awa. «Praticamente tutti i palazzi più alti di Gaza che sono stati colpiti dalle bombe israeliane, come lo Dogmoush, Andalous, Jawarah, Siussi e tanti altri, avevano sul tetto le rampe lanciarazzi, oppure punti di osservazione di Hamas. Li avevano messi anche vicino al grande deposito Onu poi andato in fiamme. E lo stesso vale per i villaggi lungo la linea di frontiera poi più devastati dalla furia folle e punitiva dei sionisti», le fa eco la cugina, Um Abdallah, 48 anni. Usano i soprannomi di famiglia. Ma forniscono dettagli ben circostanziati.

Trionfa la paura di Hamas e imperano i tabù ideologici alimentati da un secolo di guerre. Chi racconta una versione diversa dalla narrativa imposta dalla «muqawama» (la resistenza) è automaticamente un «aamil», un collaborazionista e rischia la vita.

Aiuta però il recente scontro fratricida tra Hamas e Olp. «La censura non è un fatto nuovo, tra le società arabe manca la tradizione culturale dei diritti umani. Avveniva sotto il regime di Arafat che la stampa venisse perseguitata. Con Hamas è peggio», sostiene Eyad Sarraj, noto psichiatra della Striscia. E c'è un altro dato che sta emergendo sempre più evidente visitando cliniche, ospedali e le famiglie delle vittime del fuoco israeliano. Il loro numero appare molto più basso dei quasi 1. 300 morti, oltre a circa 5. 000 feriti, riportati da Hamas. «I morti potrebbero essere tra 500 e 600. Per lo più ragazzi tra i 17 e 23 anni reclutati da Hamas, che li ha mandati letteralmente al massacro», ci dice un medico dello Shifa, il più grande ospedale di Gaza. Un dato confermato anche dai giornalisti locali: «Hamas commette un vecchio errore. Perché insistono nel gonfiare le cifre delle vittime? Strano tra l'altro che le organizzazioni non governative straniere le riportino senza verifica. Alla fine la verità potrebbe venire a galla».

Come si è giunti a queste cifre? «Prendiamo il caso del massacro della famiglia Al Samoun del quartiere di Zeitun. Quando le bombe hanno colpito le loro abitazioni hanno riportato che avevano avuto 31 morti. E così sono stati registrati dagli ufficiali del ministero della Sanità di Hamas. Ma poi, quando i corpi sono stati effettivamente recuperati, la somma totale è raddoppiata a 62 e così sono al computo dei bilanci totali», spiega Masoda Al Samoun di 24 anni.

È sufficiente visitare qualche ospedale per capire che i conti non tornano. Molti letti sono liberi all'Ospedale Europeo di Rafah. Lo stesso vale per il Nasser di Khan Yunis. Solo 5 letti dei 150 dell'Ospedale privato Al-Amal sono occupati. A Gaza City è stato evacuato lo Wafa, bombardato da Israele a fine dicembre. L'istituto è noto per essere una roccaforte di Hamas.

Lo Al Quds è stato a sua volta colpito la seconda settimana di gennaio. Lo racconta Magah al Rachmah, 25 anni, abitante a poche decine di metri dal complesso sanitario. «I miliziani si erano rifugiati soprattutto nel palazzo dell'amministrazione. Usavano le ambulanze e avevano costretto autisti e infermieri a togliersi le uniformi con i simboli dei paramedici, così potevano sfuggire ai cecchini israeliani». Tutto ciò ha ridotto di parecchio il numero di letti disponibili. Pure, lo Shifa resta ben lontano dal registrare il tutto esaurito. Sembra fossero invece pieni i suoi sotterranei. «Hamas vi aveva nascosto la stanza degli interrogatori per i prigionieri di Fatah», dicono i militanti del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina.

È stata una guerra nella guerra questa tra Fatah e Hamas. Le organizzazioni umanitarie locali, per lo più controllate dall'Olp, raccontano di «almeno una ventina di esecuzioni, casi di tortura, rapimenti nelle ultime tre settimane» perpetrati da Hamas.

Uno dei casi più noti è quello di Achmad Shakhura, 47 anni, abitante di Khan Yunis. Era stato rapito per ordine del capo della polizia locale di Hamas, Abu Abdallah Al Kidra, quindi torturato, gli sarebbe stato strappato l'occhio sinistro, e infine ucciso il 15 gennaio.

Lorenzo Cremonesi
Tratto dal quotidiano Il Corriere della sera del 22.01.09

«Per Barack la sfida più difficile ma non tocchi la vita umana»

Il vescovo di San Marino ha seguito la cerimonia di Washington: rappresenta il cambiamento. Però la Chiesa si opporrà ai suoi programmi sull’aborto

«Mi auguro davvero che il nuovo presidente degli Stati Uniti sia in grado di rispondere pienamente alle attese del popolo americano e non prenda decisioni che toccano la sacralità della vita, perché non c’è niente che possa valere il prezzo della dignità della persona e del suo diritto ad esistere».

Monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino e Montefeltro, ha seguito alcuni momenti dell’insediamento di Barack Obama. E con il Giornale commenta le notizie che rimbalzano dagli States e, secondo i giornali d’oltreoceano, dallo stesso entourage del presidente: Obama tra i primi atti si appresterebbe a finanziare nuovamente le Ong (organizzazioni non governative) che si occupano di pianificazione familiare nei Paesi in via di sviluppo e che prevedono, tra i loro progetti, anche l’aborto. Finanziamenti sospesi da Bush nel 2006. In campagna elettorale Obama aveva annunciato che tra le prime azioni del suo governo ci sarebbero stati dei provvedimenti in materia di aborto e proprio oggi, 36º anniversario della sentenza della corte Suprema che legalizzò l’interruzione di gravidanza, il neo-presidente potrebbe abolire nuovamente le misure restrittive introdotte dal suo predecessore.

Monsignor Negri, «L’Osservatore Romano» ha paragonato l’arrivo di un presidente afroamericano alla Casa Bianca alla caduta del Muro di Berlino. Che cosa ne pensa?
«Mi ha colpito l’entusiasmo e la partecipazione popolare all’insediamento di Barack Obama, per quei tratti che ho potuto seguire. Una larga parte del popolo americano ritiene che quest’uomo sia in grado di portare un cambiamento e di affrontare le sfide difficili, direi epocali, che l’America e il mondo devono affrontare. Credo che per farlo servano equilibrio, intelligenza, forza di carattere e grande capacità di collaborazione, al di là di scelte ideologiche che dovrebbero appartenere al passato».

Tra i primi atti del nuovo presidente ci si attende la cancellazione di alcune misure anti-aborto prese da George Bush...
«Aspettiamo le sue prime mosse. Personalmente mi auguro che avendo di fronte problemi enormi, come la recessione economica, la crisi finanziaria, la povertà che aumenta, l’instabilità del mondo, non sia l’aborto in cima ai suoi pensieri. In ogni caso, che lo faccia domani o tra due anni, la sostanza non cambia e io spero che non lo faccia. Anche se il contesto culturale dal quale Obama proviene e al quale sembra far riferimento è purtroppo proclive a decisioni di carattere radicale e progressista, che tendono a razionalizzare e manipolare i problemi umani in senso tecno-scientifico».

Non c’è dubbio però che sia stato votato anche per questo, non crede?
«Credo sia stato votato per un cambiamento, ma non che questo cambiamento consista nel mettere in discussione l’intangibilità della vita umana: sarebbe un segnale molto negativo. Per una persona autenticamente cattolica la difesa della vita rappresenta uno di quei valori non negoziabili. La difesa della vita, dal suo sorgere fino al suo compimento, dovrebbe essere il cuore della politica. I vescovi degli Stati Uniti hanno parlato di speranza e hanno offerto a Obama la loro cooperazione, per affrontare le emergenze del Paese, ma hanno anche chiarito, ovviamente, che la Chiesa si opporrà alle decisioni che mirano a espandere la possibilità dell’aborto».

Sul finanziamento alle Ong che prevedono anche l’aborto nei loro programmi di pianificazione familiare nei Paesi in via di sviluppo che cosa pensa?
«Purtroppo nel Terzo Mondo si è avallata la soppressione di tantissime vite umane, si sono fatte sterilizzazioni di massa. Non credo sia questa la via da seguire. Mi sembra che Benedetto XVI nel suo messaggio per la Giornata mondiale della pace l’abbia spiegato chiaramente. La povertà viene spesso messa in correlazione con lo sviluppo demografico. Lo sterminio di milioni di bambini non nati, in nome della lotta alla povertà, costituisce l’eliminazione dei più poveri tra gli esseri umani. Negli ultimi tre decenni sono uscite dalla povertà popolazioni caratterizzate da un notevole incremento demografico».

Andrea Tornielli
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 22.01.09

mercoledì 21 gennaio 2009

Il primo discorso di Obama da presidente

Cari concittadini, mi trovo qui oggi con l'umiltà per il compito che è davanti a noi. Ringrazio il presidente Bush per il servizio alla Nazione.

Quarantatre americani hanno giurato prima di noi. Il compito che mi è stato affidato viene dal sacrificio dei nostri antenati. Il fatto che siamo nel mezzo di una crisi è ben noto, la Nazione è in guerra. I dati della crisi sono ben noti a tutti noi ed è una situazione figlia di avidità e irresponsabilità. Si apre una nuova era di responsabilità. Le sfide che dobbiamo affrontare sono reali, gravi e numerose.

Useremo le tecnologie, costruiremo ciò che serve e creeremo posti di lavoro. Gli Stati Uniti annienteranno lo spettro del surriscaldamento del pianeta e ridaranno alla scienza la sua giusta collocazione.

Sappiate questo Americani, tutti i problemi saranno affrontati. Siamo qui oggi perchè abbiamo scelto la speranza sulla paura. Abbiamo deciso di dire basta alle false prmesse. restiamo una nazione giovane. Ma è il momento di mettere da parte le cose infantili. Bisogna rimboccarsi le maniche per ricostruire l'America, perchè dovunque guardiamo c'è lavoro da fare. A partire da oggi dobbiamo rimetterci in moto per rifare l'America. Servono scelte coraggiose, ci vorrà tempo, non sarà facile, ma ce la faremo.
Ci sono alcuni che mettono in dubbio la portata delle nostre ambizioni. Hanno la memoria corta, perchè hanno dimenticato ciò che ha già fatto questo Paese.

Per la sicurezza respingiamo la falsa alternativa tra ideali e sicurezza. I nostri padri hanno steso una carta con i diritti per tutti. L'America è una nazione per ciascun uomo, donna, bambino che cerchi un futuro di opportunità. Siamo pronti a guidare il mondo di nuovo.

Siamo più uniti di prima, più forti di prima per affrontare e battere il terrorismo. Al mondo musulmano: cerchiamo un modo per andare avanti basato sul rispetto reciproco e sul reciproco interesse. Ai leader che cercano di dare le colpe all'Occidente, sappiate che il vostro popolo vi giudicherà per quello che farete. Ai popoli delle nazioni povere: c'impegnamo a lavorare con voi per dar da mangiare a tutti. E alle altre nazioni, diciamo che non possiamo più permetterci di vedere questa povertà. Il mondo è cambiato e noi dobbiamo cambiare con lui.

Sessant'anni fa un nero non sarebbe stato servito in un bar. Oggi può pronunciare il discorso più solenne. Dio bendeica gli Stati Uniti d'America.

Il mito dimezzato

Crisi, tasse, questione araba. Tra ripensamenti e silenzi, a cinque giorni dall’inizio del mandato, il presidente che cavalca il sogno del cambiamento rischia già di rivelarsi un quasi Bush III

Dodici giorni. Barack Obama ha atteso quasi due settimane prima di rilasciare una dichiarazione, peraltro tutt’altro che epocale sotto il profilo politico, sul conflitto nella Striscia di Gaza. «C’è solo un presidente alla volta», ripeteva ogni giorno ai reporter in cerca di novità Robert Gibbs, portavoce del nuovo inquilino della Casa Bianca. Eppure la consegna al silenzio ha avuto le sue eccezioni. Molte. Difficile mettere in fila e tenere il conto degli annunci, dei “major speech”, degli interventi radiofonici e delle conferenze stampa per parlare di economia, crisi, recessione, pacchetto di aiuti (stimulus) per la ripresa.
Obama sa che nove americani su dieci sono più preoccupati dal portafoglio che dalle armi che rimbombano in Medio Oriente. Quando in questi primi quattordici giorni del 2009 si è trattato di dialogare con il Congresso per dare corpo al pacchetto di incentivi per il rilancio dell’economia, Obama e i suoi erano in prima fila. Mentre la regola del «c’è un presidente alla volta» è stata applicata per tutto il resto, crisi internazionali in primis, dal Pakistan a Gaza. Legittimo, in totale sintonia con la Costituzione. In fondo giusto e comprensibile. Le vicende interne si possono influenzare in qualche modo; quelle internazionali sfuggono più rapidamente (e drammaticamente) al controllo di un’autorità esterna. Anche se abita a Washington e ha l’appeal del primo presidente nero della storia statunitense. «Obama non ha potere – ha spiegato Graham Allison, docente di politica ad Harvard – perché mai avrebbe dovuto restare invischiato in questa storia?».

Meglio volare basso
Ma se anche un giornale non certo ostile al nuovo leader Usa come il Washington Post, ha parlato con un certo fastidio di «cherrypicking» (letteralmente “scelta delle ciliegie”) sulle questioni sulle quali impegnarsi e su quelle invece da lasciare totalmente nelle mani di Bush, forse è lecito chiedersi perché mai Obama abbia preferito volare basso e tenersi lontano – almeno pubblicamente – dalla contesa.
Notava il New York Times che in fondo Obama non ha ancora una tattica autonoma per il Medio Oriente. Anzi, l’approccio di Bush verso Gerusalemme (dalla luce verde ai raid alla richiesta di cessate il fuoco purché non si ritorni allo status quo ante conflitto), è da lui condiviso. E questa sarebbe una bella mazzata per quanti (ancora molti) sono convinti che la bacchetta magica di Obama rimetterà sui binari giusti le cose in Terra Santa. Convinti del potere taumaturgico di Barack lo sono probabilmente gli attivisti Usa filo-palestinesi che hanno manifestato a fine dicembre sotto l’abitazione di Obama alle Hawaii chiedendogli impegno per far cessare le ostilità in Medio Oriente.
In realtà basterebbe scorrere le dichiarazioni e rileggere i di-scorsi tenuti dal 44esimo presidente durante la campagna elettorale per rendersi conto che l’idea del “change”, splendida trovata del marketing politico seppur sostenuta da reali intenzioni, non regge al confronto del pragmatismo. Dote che gli americani, repubblicani o democratici essi siano, hanno storicamente dimostrato di possedere in quantità industriali. E che pure Obama in questi due mesi di transizione, ma anche nel testa a testa con McCain, ha sfoderato in dosi massicce. Non si spiegherebbero altrimenti la convinzione di proseguire e di estendere l’offensiva militare in Afghanistan; il raffreddamento dei piani di ritiro dall’Iraq; l’aumento degli investimenti per il Pentagono e le dichiarazioni (in estate) filo israeliane. John Bolton, l’ex ambasciatore Usa all’Onu e vicino a Dick Cheney, sul Wall Street Journal ha addirittura parlato di Obama come un Bush III per quanto concerne l’Iran. Anche sul fronte interno in fondo Obama ha mostrato artigli e idee ben salde: a fronte di un aumento del peso del governo federale nell’economia, il presidente eletto ha giurato che taglierà la spesa pubblica, ridurrà le tasse ai meno abbienti e soprattutto eliminerà i programmi federali costosi e inutili. Anche qui più pragmatismo che ideologia.
è come se Barack Obama nei due anni di viaggio verso il 1600 di Pennsylvania Avenue avesse studiato da presidente. E la cosa sta preoccupando non poco una larga fetta di suoi elettori (gli americani), suoi innamorati (la stragrande maggioranza degli europei) e tutta quella rete di associazioni e porzioni della società civile che in lui aveva intravisto la speranza che l’America avrebbe cambiato strada, persino mutato pelle, tornando agli “splendori” degli anni Novanta.
Il deficit di comprensione sta nel fatto che Obama è sempre stato percepito in contrapposizione a Bush, il “bene” contro il “male” nell’aneddotica comune. Siccome la realtà ha più sfumature di grigio che confini netti, Obama deluderà molti adepti. Soprattutto quelli che vorrebbero invertire la rotta Usa, nei confini di casa e nel mondo, in modo radicale. Difficile che su molti temi delicati Obama torni a indossare la maschera del condottiero idealista senza macchia.

L’ora delle scelte
Perché lo Studio Ovale “pesa”. La scrivania del presidente degli Stati Uniti impone scelte spesso dolorose e impopolari. Improntate più al pragmatismo che ai sogni, magari ben ammantato in discorsi e frasi evocative. Obama ha costruito in 22 mesi di campagna elettorale una straordinaria macchina per la comunicazione. Quei piloti, da David Axelrod a Robert Gibbs, saranno con lui alla Casa Bianca. E la macchina, c’è da giurarci, continuerà a funzionare senza intoppi.
Martedì 20 gennaio a mezzogiorno sul palco allestito vicino alla scalinata del Campidoglio, Barack Obama giurerà come 44esimo presidente Usa pronunciando la formula di rito con la mano poggiata sulla Bibbia che usò Lincoln. La sera stessa solo la sua voce conterà. E nascondersi dietro il paravento, bruciacchiato e in brandelli, rappresentato da Bush non sarà più possibile. Obama andrà a fare i conti con la realtà. Quella che è. Che impone scelte, non solo iperboli di speranza e sogni di cambiamento. E avrà bisogno di portare a casa risultati verificabili, di instaurare un buon rapporto con il Congresso e persino con i repubblicani, minoranza rumorosa ma comunque in grado di bocciare le iniziative su alcuni temi della Casa Bianca.
Il professor G. Calvin Mackenzie del Colby College del Maine ha spiegato a Tempi che «nel breve termine Obama potrà contare su una fiducia quasi incondizionata da parte dell’America. Ma poi la gente si metterà a guardare i fatti e li giudicherà». Tenendo solo in parte conto delle promesse elettorali, spiega l’analista. «Abbiamo la memoria corta. La campagna elettorale è finita. Certo che slogan come ritiro dall’Iraq e dialogo con l’Iran risuoneranno per molto tempo. Ma la gente vuole fatti e risultati. Questo conta». E se l’economia – aggiunge Mackenzie – non ricomincerà a marciare spedita in breve tempo, «la fiducia che molti americani pongono in Obama svanirà». Alla faccia del sogno di cambiamento.

Alberto Simoni
Tratto dal settimanale Tempi

Obama, il mito e la realtà

Partner bipolare e dito sul grilletto.Come sempre, grazie a Dio, è l’America

«Annuit Coeptis». «Novus Ordo Seclorum». Un nuovo ordine mondiale è stato approvato dalla divinità onniveggente. Sono due scritte intorno alla piramide che compare sul dorso dei biglietti americani da un dollaro. Il caso vuole che la figura di Barack Obama, il nuovo brand con cui l’America si presenta al mondo, sia stata avvicinata all’immagine coniata sul dorso del dollaro dal presidente Roosevelt. In effetti un nuovo ordine sembrerebbe arridere al neo presidente degli Stati Uniti. Un ordine messianico, da quarta egloga virgiliana, carico di speranza, di cieli nuovi e di terre nuove. Mai i riti per l’investitura del presidente americano furono così tonitruanti e densi di simbolismo come quelli che hanno accompagnato il primo nero in cima al mondo. Le celebrazioni di Washington sono state un film in 3D, da godersi con gli occhialini dell’ottimismo mediatico più sperticato. Folle oceaniche. Concerti rock. Hollywood con le lacrime agli occhi. Martin Luther King e un sontuoso scialle in velluto e raso di seta per la nonna africana di Barack. Una messa cantata con tutti i registri della retorica: speranza, sogno, pace, fede, promessa di un’America che ripulirà la faccia del pianeta dalle ingiustizie (e speriamo anche da una certa spazzatura concepita proprio tra le piramidi degli occhioveggenti della finanza creativa). Dopo di che inizia il tran tran. Con la potente democratica Hillary Clinton a segretario di Stato. E il potente repubblicano Robert Gates alla difesa. Dopo di che, ecco cosa dice Obama alle attese della sinistra europea di “multipolarismo” e di un’“America che non farà il gendarme del mondo”. «L’America non può risolvere le crisi senza il mondo, e il mondo non può risolverle senza l’America. Il nostro resterà il più forte corpo armato del pianeta». Partner bipolare perfetto e dito sul grilletto. Come sempre, grazie a Dio, è l’America.

Editoriale del settimanale Tempi

Un'Europa troppo laicista per difendere i cristiani

In Europa sono poche le voci che si levano in difesa delle comunità cristiane perché pregiudizi nati da atteggiamenti di laicismo deteriore vengono sbandierati come espressioni di normale laicità. Lo sottolinea in un’intervista a “L’Osservatore Romano” il vicepresidente del Parlamento europeo, Mario Mauro, nominato rappresentante personale della presidenza dell’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) per la promozione della tolleranza e la lotta al razzismo e alla xenofobia, “con particolare riguardo alla discriminazione contro i cristiani e i membri di altre religioni”. L’impegno cui ora è chiamato il politico italiano s’inserisce nella più ampia missione dell’Osce, che - come evidenzia egli stesso - “è stata la prima organizzazione internazionale a comprendere che la promozione della libertà religiosa, come degli altri diritti umani, giova alla sicurezza e alla stabilità internazionale”.

Come mai l’Osce ha sentito l’esigenza di nominare un rappresentante contro la discriminazione, in particolare contro i cristiani?
In realtà la questione è stata sollevata nel 2004, quando su sollecitazione di alcuni Paesi partecipanti è stato messo bene in chiaro che, anche se nessun problema politico si risolve con la religione, è soprattutto vero che nessun problema politico può essere risolto andando contro la religione. Questo dato, visto il peso che oggi ha nella nostra società la considerazione pubblica dell’esperienza della fede, ha reso opportuna un’azione tesa a far comprendere quello che affermava Giovanni Paolo II, molti anni fa, in tempi non sospetti: cioè che la libertà religiosa non è una libertà come le altre, ma una sorta di cartina al tornasole delle altre libertà.

Il presidente Giorgio Napolitano in più occasioni - come nell’intervista a “L’Osservatore Romano”, pubblicata nel numero dell’11 ottobre scorso - ha auspicato con forza la protezione delle comunità cristiane. La sua voce, però, sembra isolata nel panorama internazionale. Perché?
Rispetto alle comunità cristiane che vivono soprattutto nelle aree al di fuori dell’Osce vi è una tendenza a far coincidere, in maniera quasi immaginifica, comunità cristiana e Occidente. Questo fatto, evidentemente, detta i tempi e i modi di un atteggiamento politico verso comunità che sostanzialmente vengono considerate espressioni colonialistiche. Un esempio. In molte realtà mediorientali cristianesimo e Occidente sono identificati, quando invece in quei Paesi le comunità cristiane hanno origini ben più antiche delle attuali maggioranze religiose. Nel contesto dei Paesi aderenti all’Osce, e in particolare in quelli occidentali, la difficoltà ad avere un atteggiamento comparabile a quello del presidente Napolitano nasce invece da un pregiudizio sedimentatosi negli anni, che viene sbandierato come laico, e che finisce invece per essere un aspetto di un laicismo deteriore.

Quali sono le aree in Europa dove la situazione dei cristiani e dei seguaci di altre religioni è particolarmente difficile?
Se pensiamo all’Europa largamente intesa, è evidente che le realtà più problematiche sono rintracciabili nell’area caucasica e dei Paesi dell’est, come pure in certe situazioni di discriminazione di alcune zone dell’Unione europea. Tuttavia, mentre nei Paesi dell’ex blocco comunista il problema coincide per lo più con i tempi e i modi di restituzione di beni appartenenti alle comunità religiose di quei Paesi, nelle nazioni dell’Unione europea ci troviamo in presenza di discriminazioni, probabilmente più sottili - ma comunque più consistenti - che riguardano il diritto di considerare l’espressione della fede come un fattore di vita pubblica, e non semplicemente come un fatto privato.

Come s’inseriscono in questo contesto i concetti di secolarismo e relativismo?
Siamo portati spesso a pensare che secolarismo e relativismo servano a combattere l’intolleranza. Ma se dimentichiamo che l’elemento religioso agisce nell’uomo come fattore potente di realizzazione della propria umanità, rischiamo noi stessi di scadere in un atteggiamento di intolleranza. E questo è un fatto di non poco conto, che condiziona il rapporto tra le religioni.

In Europa si può parlare di fenomeni di xenofobia?
Credo di sì. Le difficoltà legate alle grandi migrazioni degli ultimi anni hanno generato in alcune situazioni fenomeni di vera e propria xenofobia. In questo senso, il contributo che le istituzioni possono dare a qualunque livello, sia locale che internazionale, ha come elemento strategico la strada maestra dell’educazione. È questa, del resto, è una delle priorità indicate dalla presidenza greca dell’Osce, che sollecita un piano di educazione ai diritti umani.

Ritiene quindi che la lotta contro la xenofobia e il razzismo possa partire dalla scuola?
Senz’altro. Basti pensare che in una città come Milano, oggi, in una scuola media su venti alunni per classe, dieci o dodici sono di etnie diverse: è dunque evidente che vi sono le condizioni per educare alla convivenza civile.

Quali saranno le sue competenze e strategie di intervento, anche alla luce del suo precedente impegno nel Parlamento europeo?
In questi anni ho dedicato il mio lavoro al tema della libertà religiosa, della piena espressione delle prerogative legate alla libertà religiosa, del dialogo fra le religioni. Facendo tesoro di questa esperienza, lavorerò in piena sintonia con gli altri due rappresentanti personali della presidenza greca, competenti per la lotta all’antisemitismo e per la lotta alle discriminazioni nei confronti dei musulmani.

Gabriele Nicolò
Tratto dal quotidiano L'Osservatore Romano del 16.01.09

Eluana - Le tappe di una battaglia politica condotta a suon di sentenze

Con l’iscrizione del ministro Sacconi nel registro degli indagati da parte della Procura di Roma si chiude nel modo più surreale un altro capitolo della tragica vicenda di Eluana Englaro. Vediamo di fare il punto della situazione.

La lunga battaglia giudiziaria di Beppino Englaro sembrava essere arrivata al termine lo scorso luglio, con il decreto della Corte di Appello di Milano che autorizzava la sospensione della nutrizione ed alimentazione artificiale, descrivendo con dovizia di particolari le modalità, i criteri e i dettagli di tipo medico con cui tale interruzione si poteva effettuare, specificando che ciò avvenisse “in hospice o altro luogo di ricovero confacente”.

Ed è intorno a questi due punti che si è arenata la faccenda: l’autorizzazione e il luogo. Parlare di “istanza di autorizzazione all'interruzione del trattamento di sostegno vitale artificiale”, significa che, appunto, tale interruzione si può effettuare, ma nessuno è costretto a farlo, tantomeno il Servizio Sanitario Nazionale. E l’espressione “luogo confacente” non indica necessariamente le cliniche o case di cura del Servizio Sanitario Nazionale, pubbliche o private che siano.

In altre parole, il decreto della Corte di Appello permette, ma non obbliga a staccare il sondino: chiunque si offra lo fa perché se ne assume la responsabilità personale e morale, non certo perché si tratta di un ordine che va eseguito.

I responsabili degli hospice, dal canto loro, non hanno apprezzato di essere stati chiamati in causa dai giudici: è noto che queste strutture si occupano di malati terminali, mentre Eluana non lo è (se la donna stesse per morire, tutta la faccenda non avrebbe motivo di essere). Per questo motivo hanno buone ragioni nel rifiuto a ricoverarla.

L’atto di indirizzo del ministro Sacconi, quindi, rivolto al Servizio Sanitario Nazionale, non confligge direttamente con la sentenza dei giudici, ma si pone su un altro piano: oltre che ad un parere del Comitato Nazionale di Bioetica (il massimo organismo consultivo in materia, che dipende direttamente dalla Presidenza del Consiglio), si rifà ad una Convenzione Internazionale delle Nazioni Unite, quella per i diritti dei disabili, che l’Italia ha firmato nel marzo 2008 e che è stata approvata dal Consiglio dei Ministri il 28 novembre scorso.

Il comma F dell’art. 25, quello citato nell’atto di indirizzo, che vieta la sospensione di idratazione ed alimentazione ai disabili, è stato inserito nel testo della Convenzione dopo la morte di Terry Schiavo, proprio per evitare che orrori del genere si ripetessero.

Denunciare di violenza privata aggravata il ministro Sacconi, che ha solo invitato le regioni ad applicare una convenzione internazionale nel nostro paese, è quanto di più ridicolo si possa fare, oltre che un grave errore nei confronti dell’opinione pubblica: dove sarebbe la violenza privata aggravata nell’atto di indirizzo e nella seguente frase, pronunciata da Sacconi e segnalata come uno scandalo nella denuncia dei radicali: “se ci fossero comportamenti difformi da quei princìpi (dell’atto di indirizzo ndr) determinerebbero inadempienze, con le conseguenze probabilmente immaginabili”? Questa sarebbe una frase minacciosa, violenta, un diktat tale da chiamare in causa il diritto penale (perché questo significa l’iscrizione nel registro degli indagati)? E’ bene spiegare che la Procura della Repubblica avrebbe potuto archiviare il caso, e non procedere contro Sacconi. Ha invece deciso di proseguire mascherandosi dietro “l’atto dovuto”.

Con questa denuncia, i radicali hanno valutato che valesse la pena chiedere ancora una volta l’appoggio dei magistrati, perché quando non si hanno armi politiche, quando non si riesce a creare il consenso, quando gli elettori hanno espulso dal parlamento chi ha sostenuto posizioni laiciste, non resta che rivolgersi alla magistratura. Un tempo c’era il povero mugnaio che, di fronte alla prepotenza del re di Prussia, aveva esclamato: “Ci sarà pure un giudice a Berlino!”. Oggi i radicali denunciano un ministro che cerca solo di applicare una normativa internazionale a tutela dei disabili e di salvare una vita umana, facendo un ragionamento un po’ diverso: vuoi che non ci sia un giudice di parte, a Berlino?

Assuntina Morresi
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net

martedì 20 gennaio 2009

Quel che resta di Walter

Giovedì 15 gennaio un lettore della Stampa, Silvio Montiferrari, ha scritto una lettera a Lucia Annunziata per dire che a fronte di un mio «sconsolato articolo» sulla mancata fusione tra le componenti che hanno dato vita al Pd, «sabato 25 ottobre 2008 a Roma c’era il popolo dell’Ulivo (ora il Pd) con le sue mille bandiere».

Francamente sconsolante mi pare la tendenza che si avverte nel leader del Pd Veltroni e in tanti suoi sostenitori a non vedere la realtà per quella che è, non come si vorrebbe che fosse, confondendo la propaganda con la politica. Proprio ascoltando Walter in quella manifestazione ho avuto conferma di quel che ho scritto su questo giornale. A mio avviso la domanda centrale che bisogna farsi è questa: cosa resta della strategia indicata da Veltroni, al Lingotto di Torino, di volere, costi quel che costi, un partito a «vocazione maggioritaria» e un sistema politico bipartitico, archiviando l’Ulivo e la coalizione prodiana di centrosinistra, fondata essenzialmente sull’antiberlusconismo?

A mio avviso non resta più nulla. Intanto dopo il Lingotto il Pd si alleò con il partito personale di Di Pietro, il quale, grazie alla campagna veltroniana del voto utile, poté superare lo sbarramento del 4 per cento. Successivamente, grazie a quell’avallo e alla spregiudicata e concorrenziale politica di Di Pietro, abbiamo visto transitare elettori del Pd verso l’Italia dei Valori. Questo dato ci dice che nella base elettorale del Pd resiste un equivoco politico tra quelle che sono le posizioni di Di Pietro e quelle che dovrebbero essere del partito di Veltroni. Ma, il dato politico centrale è che all’interno del Pd maturava il convincimento che la «vocazione maggioritaria» era solo una vocazione senza riscontri con la realtà, poiché il partito perdeva consensi e si determinava un evidente isolamento. Anche perché, dopo le elezioni, uno dei dati per cui si poteva prefigurare una riforma politica bipolarista, cioè un’intesa tra Pd e il partito di Berlusconi, non si era realizzato. Anzi la conflittualità tra i due poli si manifestava come in passato.

Ecco infatti D’Alema che parla di «amalgama mancato nel Pd» e della ricerca di alleanze guardando a Casini. Ecco Rutelli e molti altri che pensano a un partito di centro più robusto, alleato del Pd. Ecco Parisi che considera un errore la fine dell’Ulivo e delle alleanze a sinistra che si erano realizzate con il governo Prodi. Potremmo continuare. E intanto il Pd è paralizzato perché le strategie sulle alleanze definiscono anche i contenuti della politica sui temi che sono all’ordine del giorno: basta ricordare il testo sulla giustizia messo insieme da D’Alema e Casini. Non Di Pietro!

Ma c’è stato anche un fatto politico con cui il gruppo dirigente del Pd ha archiviato la strategia del partito a vocazione maggioritaria. Infatti nei giorni scorsi si è svolta una riunione dei «capicorrente senza correnti» del Pd in cui si è discussa della possibilità di modificare la legge per le elezioni europee insieme con Berlusconi, introducendo un consistente sbarramento senza preferenze. In quella sede Veltroni ha dovuto prendere atto che il tentativo di riproporre il bipartitismo coatto, grazie alla legge elettorale anche se la politica va in direzione opposta, è abortito.

A questo punto a me pare che la crisi del Pd (nei sondaggi di Mannheimer è al 23 per cento) va anzitutto ricercata nella crisi di una strategia che è rimasta solo come slogan propagandistico. Veltroni infatti non prende atto di un dato politico ormai evidente a tutti e non indica una strada diversa. Dire, come ha detto a Ballarò, che anche i grandi partiti europei registrano nei voti e nei sondaggi degli alti e bassi è un’assurdità. Quei partiti hanno un amalgama antico e consolidato e una strategia verificata negli anni. Far finta di niente non è una politica. E se non si chiarisce il punto il Pd rischia un’implosione distruttiva. Prendere atto della realtà e dire se e come modificarla dovrebbe essere la regola di chi guida un partito. O no?

Emanuele Macaluso
Tratto dal quotidiano La Stampa del 20.01.09