venerdì 16 gennaio 2009

MAURO: "NOMINA OSCE RICONOSCIMENTO PER LAVORO SU LIBERTÀ RELIGIOSA"

Vienna - 15/1/2009 - Il Vicepresidente del Parlamento europeo, On. Mario Mauro, è stato nominato stamani Rappresentante personale della Presidenza dell’OSCE contro razzismo, xenofobia e discriminazione, con particolare riferimento alla discriminazione dei cristiani. L’OSCE è un’Organizzazione internazionale a cui appartengono 56 Stati a peino titolo. Numerosi altri Paesi sono suoi Partners per la Cooperazione. “L'OSCE si propone fra l’altro di promuovere la presenza e l'effettivo contributo delle comunità religiose alla vita pubblica degli stati aderenti, garantendo la loro specifica identità e riconoscendo il loro fondamentale contributo per la società. L’OSCE infatti è stata forse la prima Organizzazione internazionale a comprendere che la promozione della libertà religiosa, come degli altri diritti umani, giova alla sicurezza e alla stabilità internazionale." - commenta Mauro - "Questa nomina riconosce il lavoro svolto anche in Parlamento sulla scia dei risultati conseguiti in questi anni in cui ho ricoperto la carica di Vicepresidente del Parlamento europeo con delega ai rapporti con le chiese e le altre comunità religiose, non da ultimo la Risoluzione in cui per la prima volta si chiedeva di mettere fine alla persecuzione dei cristiani nel mondo" - "sarà mio sforzo costante adoperarmi per continuare la battaglia per sconfiggere l’intolleranza e la discriminazione religiosa. In questo caso il mandato è anche più ampio, perché si tratta di collocare tali problematiche nel più vasto impegno contro il razzismo, la xenofobia e la discriminazione” .

Di Pietro sotto torchio per quattro ore

Quattro ore d’interrogatorio. E non passa la paura. Quando Di Pietro esce dagli uffici della procura di Napoli, regala ai cronisti inzuppati di pioggia sorrisi e battute.

Sembra sereno, soddisfatto. Ma così non è. E non solo perché svicola di fronte alle domande più impertinenti dei giornalisti («le hanno chiesto della fuga di notizie? Come faceva a sapere delle indagini? È imbarazzato per quel che sta accadendo? In che posizione è suo figlio? I suoi rapporti con il provveditore Mautone?») bensì perché ha appena saputo che il rampollo di famiglia, intercettato mentre chiede favori al provveditore di Campania e Molise, è ufficialmente iscritto nel registro degli indagati. Lo sa, ma dice di non saperlo: «Non ho la minima idea». E poi con la stampa gioca subito d’anticipo, come se fosse lui a chiedere agli ex colleghi di indagare su Cristiano: «Ma a prescindere, dico che bisogna indagare. Si faccia un’indagine a tutela. C’è il riserbo istruttorio, non posso dire niente. E comunque ho chiesto alla procura di indagare, e la procura doverosamente dovrà indagare, senza alcun riguardo per nessuno. Non vogliamo che ci sia alcuna riserva nei confronti di parenti, figli compresi, ed esponenti di partito». E poco dopo: «Nei confronti di mio figlio non c’è niente di più di quanto riguarda tutti gli altri. Da ex magistrato e da persona che conosce come vanno i fatti, so che ogni notizia di reato per definizione deve avere un accertamento. Loro lo faranno, ma io ho chiesto che si faccia, perché abbiamo interesse che ci sia un’indagine anche sulle telefonate per differenziare i comportamenti corretti da quelli scorretti».

Microfoni, flash e telecamere lo costringono a parlare sempre più a ridosso del muro. Sorride sempre meno, Tonino. La prende alla larga, parte coi ringraziamenti alla categoria: «Nel rispetto del segreto istruttorio posso dire che i magistrati ci mettono tutta la buona volontà e con una realtà fattuale che è conseguenza di Mani pulite. Ai nostri tempi era più facile scoprire reati che erano più eclatanti, oggi si usano mezzi leciti per fini illeciti. Ai pm di Napoli va il massimo sostegno e la massima serenità nel loro lavoro, perché quando ho visto quegli uffici pieni di faldoni per terra e le stanze strapiene dove non si può nemmeno passare, io penso che in un Paese normale bisognerebbe citare a giudizio il ministero della Giustizia con riferimento a sicurezza e serenità del lavoro». Sì, certo. Ma i suoi rapporti con Mautone? La storia del trasferimento, l’episodio dell’estate del 2007. Di Pietro sorride ancora, si fa scuro per qualche secondo solo quando sente riecheggiare la parola «talpa», dopodiché torna sereno fissando la telecamera più vicina: «Voi insistete a parlare di Mautone ma non è solo di Mautone che bisogna parlare. Carte e documenti alla mano, ho messo in condizione la procura di ricostruire i fatti, perché io, responsabilmente e doverosamente, nell’estate del 2007 ho trasferito non solo Mautone, ma decine di decine in altre sedi o provveditorati perché evidentemente si erano verificati fatti e circostanze per cui al ministero, non solo io, c’era interesse a effettuare tutto ciò. Chiedete a loro. I fatti che riguardano i trasferimenti e che ho documentato hanno trovato formidabile riscontro nella lettura incrociata dei documenti con le intercettazioni. Chi come me ha messo in piedi attività per contrastare la corruzione, se c’è una telefonata poco chiara che riguarda un familiare ancora di più chiede che si indaghi. E ho avuto riscontro di una magistratura serena».

L’incalzare delle domande porta Tonino a cambiare registro. Sorride meno quando volge lo sguardo e l’eloquio «a chi fa giornalismo per fare altra attività». Immaginando che «non siano presenti certi giornalisti (chissà a chi si riferisce, ndr)» ricorda che «l’indagine di Napoli non riguarda l’indagine su mio figlio ma ben altre e grossissime vicende. Vi prego di non trasformare stuzzicadenti in trave e la trave in pagliuzza». Sì, va bene. Ma l’Idv, da questa storia, avrà danni d'immagine? Di Pietro si volta di scatto, un ghigno benevolo anticipa la risposta: «I danni della politica derivano dal fatto che si criminalizza prima di accertare i fatti. In questo caso non me la prendo con l’informazione che racconta correttamente i fatti e con i magistrati che indagano». Il tempo di finire la frase e parte la domanda successiva. Scusi, Di Pietro, ma lei ha chiesto a suo figlio di interrompere i contatti con Mautone? Sbuffa, Tonino. «Guardi, i fatti che hanno portato... sono stati tutti riferiti all’autorità giudiziaria». Non trova tempo per dire altro, se non che «invece di criminalizzare i magistrati lasciamo che facciano un’indagine ad ampio raggio». Arduo capire a chi si riferisce. «Adesso basta, grazie arrivederci». Slalom tra i cronisti alla ricerca dell’Alfa Romeo che lo riporterà a Roma. La macchina è nel parcheggio ma non si trova. Dentro c’è Silvana Mura, la tesoriera del partito. Sembra avere l’espressione preoccupata. Lui continua a sorridere.

Gian Marco Chiocci
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 16.01.09

mercoledì 14 gennaio 2009

La sinistra nel «nuovo mondo» di Obama

Il subcomandante Marcos, che da bravo rivoluzionario messicano conosce bene gli yankee, ci è arrivato già da qualche settimana: «Quelli che hanno preso Barack Obama per un faro resteranno delusi, perché il presidente eletto sostiene l’uso della forza contro il popolo palestinese».

Ma se ti chiami Walter Veltroni e l’alternativa ai discorsi di Obama sono le interviste di Arturo Parisi, rinunciare a certi entusiasmi è difficile. Lo stesso vale per qualche milione di italiani che nel successore di George W. Bush cercano un antidepressivo che li tenga su nel lungo viaggio al termine della notte della sinistra. E però, a questo punto, s’imporrebbe un gesto di onestà intellettuale, una presa d’atto ufficiale della dolorosa realtà: Obama si candida ad essere una delle più grosse fregature che la sinistra italiana abbia mai comprato al mercatino americano.

Non è solo la questione israelo-palestinese. Obama sembra essersi messo d’impegno per deludere ogni aspettativa che i progressisti europei, nella loro beata ingenuità, avevano nutrito su di lui. Nella formazione del suo governo, in politica estera, nei diritti civili, in politica economica e persino, negli ultimi giorni, riguardo a quello che per la sinistra rappresenta il pozzo degli orrori di Bush: il carcere di Guantanamo.

Già in campagna elettorale, il candidato democratico era stato ben diverso da quella caricatura di sessantottino che ci avevano rivenduto le sue cheerleader italiane. Era stato cautissimo, ad esempio, sul ritiro dei marines dall’Iraq, dicendo che ci sarebbero voluti sedici mesi dal suo arrivo alla Casa Bianca per portare a termine la delicata operazione, che dovrebbe quindi concludersi a metà del 2010. Bush si era posto come termine il 2011: differenze non poi così grandi. In compenso, Obama aveva messo subito in chiaro di voler intensificare lo sforzo bellico in Afghanistan. Quanto all’energia, accanto agli investimenti in fonti alternative di cui tutti hanno parlato, il suo decalogo elettorale prevedeva di puntare sul carbone pulito (quello che secondo gli ecologisti italiani non esiste) e sul solito nucleare. Ma questo nessuno sembrava averlo notato. Già che c’era, Obama aveva provveduto a chiarire cosa intende per matrimonio: «Un’unione tra un uomo e una donna. Come cristiano, per me è anche un’unione sacra». Per la gioia di papa Ratzinger e lo scorno di tante coppie omosessuali convinte che lo slogan obamiano «Change we need» riguardasse anche il loro riconoscimento.

Ma i colpi più duri per la sinistra sono arrivati dopo il voto. Mentre il Pd tappezzava le città italiane di manifesti con la foto di Obama e la scritta «Il mondo cambia», mentre l’Unità titolava in prima pagina «Nuovo mondo» e il Manifesto, per distinguersi, titolava «Il mondo nuovo», il neoeletto presidente decideva che tutto questo bisogno di cambiare forse non c’era. Tant’è che confermava al suo posto nientemeno che il segretario alla Difesa di Bush, Robert Gates, l’uomo che ha gestito la seconda fase della guerra in Iraq e in Afghanistan. Come segretario di Stato, ovvero ministro degli Esteri, sceglieva poi Hillary Clinton, alla quale i pacifisti non hanno mai perdonato di aver votato in favore della missione in Iraq.

Negli stessi giorni imbottiva la sua squadra di economisti liberisti. «Scelte che hanno frustrato profondamente i liberal che pensavano che l’elezione di Obama segnasse l’avvento di una nuova era progressista», ha commentato amaro il New York Times. Scelte «rassicuranti», ha gongolato il conservatore Karl Rove, re degli strateghi elettorali di Bush, spargendo sale sulle ferite dei progressisti. Le perplessità dei santoni liberal americani hanno fatto presto a trasformarsi in critiche: Paul Krugman, sopravvalutato premio Nobel per l’Economia, ha bocciato il piano di Obama contro la crisi perché contiene poca spesa pubblica e troppi sgravi fiscali. In altre parole perché è troppo liberista.

Le ultime (per ora) delusioni Obama le ha date al suo popolo domenica, in diretta televisiva. Ha detto che la riforma della sanità e quella della previdenza, che dovevano aiutare i ceti più deboli e sulle quali aveva puntato gran parte della sua campagna elettorale, per adesso non si fanno. I soldi sono pochi e il taglio delle tasse, in questo momento, è più importante di tutto. Scelta che dà fastidio a molti, ma forse prevedibile, visto l’acuirsi della crisi economica. Lo stesso non si può dire, però, dell’annuncio su Guantanamo. Tanti “obamaniacs”, incluso il tedesco Martin Schulz (il «kapò» del litigio con Silvio Berlusconi), leader del Partito socialista al parlamento europeo, avevano chiesto al nuovo presidente di chiudere subito il carcere cubano in cui la Cia trattiene 242 islamici accusati di terrorismo. Ed è logico attendersi da Obama un gesto simbolico che dia, soprattutto a chi lo ha votato, l’impressione del cambiamento. Alcuni suoi collaboratori, ancora ieri, assicuravano che l’ordine di chiusura di Guantanamo arriverà nelle prime ore della sua presidenza. Obama però domenica era stato chiaro e aveva spiegato che bisognerà attendere: «È più difficile di quanto molta gente possa immaginare. Credo che ci vorrà un po’ di tempo». Tanto che la chiusura del carcere non avverrà nei primi cento giorni del suo mandato. Per leggere la notizia di questo voltafaccia, sull’Unità di ieri bisognava scovare un minuscolo trafiletto a pagina 23. L’impatto col «nuovo mondo» di Obama, per molta gente, si annuncia meno facile del previsto.

Fausto Cairoti
Tratto dal quotidiano Libero del 13.01.09

Beppino Englaro e la Hack nel talk di Fazio: il triste catechismo del nichilismo di sinistra

Avrebbe potuto essere una trasmissione da annoverare nella storia della tv, parlo di Chetempochefa di sabato sera, ma non lo è stata. Il programma ha ospitato Beppino Englaro papà di Eluana e l’astrofisica Margherita Hack, con due temi impegnativi ed importanti, la vita ed il mistero dell’universo.

Il papà di Eluana aveva chiesto il silenzio mediatico sulla vicenda della figlia, per poi invece scrivere un libro ed accettare la partecipazione al talk di Fabio Fazio. Non si è parlato di vita, ma di morte, della morte che il papà vuole della figlia, anzi del diritto di Eluana di morire e della discriminazione che invece è in atto. Diritto umano, fisico e costituzionale, legislativo.

E così papà Englaro ha parlato del contenuto del libro. Le domande cortesi di Fazio e le nuvole bianche sugli schermi hanno solo avvallato l’odore della dolce morte. Una cosa mi ha colpito, Fazio gli ha chiesto come mai in 17 anni non avesse trovato qualche altro espediente per far terminare la sofferenza di Eluana, ed il papà ha risposto che il morire deve essere un diritto per questo ha sempre agito solo per vie legali. Così avrebbe l’avvallo e la giustificazione di una società e di una legge che tutela la morte e non il diritto alla vita.

Domanda: forse bisogna avere troppo coraggio per staccare la spina con la propria mano?

Dal canto suo Fazio faceva la parte del conduttore compito e commosso, l’utile menestrello di una marcia funebre annunciata, l’utile cerimoniere che rispetta i desideri e voleri di una società decaduta, cui la tv fa da giullare.

E così senza contraddittorio, ma con le sue domande poste in maniera delicata è passato il terribile messaggio di papà Englaro: l’uomo come giudice della vita.

Poco dopo è arrivata Margherita Hack a presentare un suo libro, un commento alle favole, da Pinocchio a Harry Potter. Una scusa questa per parlare del cosmo, della sua nascita, della materia, del bosone di Higgs, di 13 miliardi di anni luce, del Big Bang, della materia oscura. Nessuna domanda su Chi può aver creato ciò.

Deludente sia la scienziata (forse è ora di pensionarla e lasciare libero qualche posto per i poveri ricercatori precari) sia il conduttore, che continuava a far trasparire che non capiva nulla e che il discorso della Hack era oro colato.

Il format Endemol (ma non era un prodotto targato Rai?) va bene, fa salire gli ascolti di Raitre, ed è considerato un talk d’opinione. Il conduttore ligure, ha avuto un’ascesa professionale eccellente: da imitatore a conduttore per Odeon della trasmissione sportiva Forza Italia (qui Berlusconi non c’entrava ancora), ma l’esplosione la ebbe con Quelli che il calcio e la consacrazione con Anima Mia, con lo sdoganamento di Claudio Baglioni, considerato fino ad allora un cantante “qualunquista”.

Il suo apice è stato il Festival di Sanremo, per poi andarsene a La7, restando a piedi quasi subito ma con un cospicuo conto in banca. Un po’ di silenzio e poi l’approdo a mamma Raitre. Dalle imitazioni alla cultura, dall’intrattenimento puro al pretender d’essere un maestro di pensiero.

Il nostro conduttore può sempre dire di essere laureato in Lettere, ciò non toglie che in questi anni si è tolto la maschera dell’intrattenitore per mettersi quella dell’anchorman illuminato.

La trasmissione ha una struttura molto semplice: si susseguono alcuni ospiti intervallati dai comici del calibro di Antonio Albanese e Luciana Littizzetto. Gli ospiti sono vari, dal politico allo scrittore, dal cantante al calciatore, etc.. ed ogni tanto riesce in alcuni colpi grossi, come l’ospitata di Veltroni sbattendosene della par-condicio (esiste solo per Emilio Fede), l’intervista a Ingrid Betancourt e sabato sera al papà di Eluana.

Lo studio è all’insegna di Fazio: una postazione trono da cui intervista gli ospiti, grandi schermi con un cielo azzurro con belle nuvole bianche in stile new-age. Un look informale, camicia con colletto piccolo e cravatte con nodini da bambini (che abbiano l’elastico?), una faccia pulita, capello corto, pizzetto regolare con aria da conduttore un po’ ingenuo. Un tono sempre positivo e buonista senza mai però un contraddittorio con gli ospiti, anzi con quelli politici quasi uno zerbino camuffato.

Chetempochefa ha la pretesa di essere una trasmissione culturale, che crea opinione, e che lancia messaggi, soprattutto sotto l’aspetto morale. E lo fa, in maniera pacata e camuffata, schierata Faziosamente (scusate il gioco di parole ma ci sta bene) con un pensiero di sinistra illuminato e giusto moralmente alla Eugenio Scalfari. Un conduttore che si impone per i modi cortesi ed apparentemente ingenui che forse prima o poi vedremo a fianco di Veltroni.

Gianni Foresti
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net

Bus ateo scossa ai credenti

E ora, dopo i bus atei, ci saranno quelli della fede? La campagna pro-incredulità promossa a Genova, che dal 4 febbraio vedrà due linee di autobus tappezzate da scritte che «di Dio si può fare a meno», armerà i muscoli di quanti sono allergici agli slogan choc contro il sacro?

L’iniziativa che non ha precedenti nel nostro Paese è dell’Unione degli atei e dei razionalisti italiani (Uaar), vogliosa di ristabilire la par condicio «comunicativa» sulle questioni religiose, spingendo i mass media a dar risalto non solo ai messaggi della Chiesa ma anche alle posizioni dei «senza religione».

Il vento dell’ateismo spira dunque ancor forte in Italia e attraverso questa iniziativa intende far breccia soprattutto nel capoluogo ligure da qualche tempo diventato il simbolo di una contesa.

La contesa tra la pretesa della Chiesa cattolica di rappresentare i sentimenti più autentici degli italiani e un’area laica che rivendica la propria esistenza e presenza nella società pluralistica. È fin troppo evidente che questa campagna sull’inesistenza di Dio è una specie di sfida atea in casa del cardinal Bagnasco, vescovo della città e presidente della Cei, reo d’essersi dimostrato poco tenero nei confronti di alcune minoranze culturali. In giugno la curia genovese ha fatto di tutto per ostacolare lo svolgimento del Gay Pride in quella città, fissato nello stesso giorno del Corpus Domini. Inoltre, il prelato ha più volte ribadito le posizioni della Chiesa sui temi cari ai cattolici (famiglia, vita, bioetica, eterosessualità, scienza), sminuendo - questa l’accusa - quanti hanno orientamenti diversi. La campagna pubblicitaria s’iscrive quindi nel clima ad alta tensione che da qualche tempo caratterizza i rapporti tra Chiesa e mondo laico, parte del quale reagisce con fastidio a una Chiesa sempre più protagonista nel campo culturale ed etico, e che continua a identificare l’Italia tout court con l’Italia cattolica. Come ci dice il mercato editoriale, oggi il libro di argomento religioso vende bene, ma a un doppio livello: non soltanto i testi di spiritualità o che parlano a favore della fede, ma anche i pamphlet che denunciano le ingenuità di una religione ancora arcaica e incantata e quelli che denunciano lo strapotere clericale nella società.

Genova e l’Italia, comunque, non detengono il primato della svolta antireligiosa e anticlericale. Da tempo iniziative analoghe sono presenti in alcune metropoli del mondo, tra cui Londra, Washington e varie città spagnole. Si tratta di rigurgiti o reazioni a gruppi religiosi che manifestano attivamente nella società pluralistica le proprie convinzioni, che si mobilitano contro il divorzio e l’aborto, portatori di quella cultura pro-life che tende a contrastare quella pro-choice. In Belgio, addirittura, gruppi di atei hanno da tempo costituito una sorta di associazione para-religiosa a difesa dei propri orientamenti e valori, rivendicando dallo Stato un finanziamento pubblico alla stessa stregua di quello accordato alle diverse confessioni religiose. Anche l’ateismo può essere un oggetto di propaganda, come le chiese promuovono i valori religiosi. Anche l’Italia, dunque, sembra partecipare di tendenze presenti in ogni dove.

A ben guardare, la pubblicità pro-ateismo può anche servire alla causa della fede religiosa. Nel senso che può scuotere dall’indifferenza molti credenti per caso o per tradizione, che si trascinano nel tempo un vago orientamento di fede senza un’adeguata riflessione e approfondimento. La promozione dell’incredulità può anche spingere qualcuno a uscire da uno stallo sulla questione religiosa che gli impedisce una più piena comprensione di sé e del mondo. Forse è anche guardando a questa opportunità che gli ambienti ecclesiali (sia genovesi che nazionali) non hanno troppo preso sul serio l’iniziativa, per cui non è detto che essa dia il via a una catena di reazioni, che, nel caso specifico, arricchirebbe le aziende di trasporto delle nostre città. I bus atei ci possono stare, rientrano nella provocazione creativa, se dietro essi non si nasconde una crociata di cattiverie contro la religione e la Chiesa.

Franco Garelli
Tratto dal quotidiano La Stampa del 14.0.09

martedì 13 gennaio 2009

Caro Fazio, parlando con Beppino Englaro si ricordi anche delle famiglie che lottano per la vita

Caro Fazio
lei ha un’occasione unica nella sua trasmissione ospitando Beppino Englaro papà di Eluana.

Che non è quella di dare voce agli aspetti legali di chi conduce una battaglia per la morte della propria figlia, o di alimentare ancora una volta la curiosità dell’opinione pubblica sul dove, come e quando questo succederà, né quella di offrire al Beppino Englaro - che rispetto nella sua battaglia anche se non la condivido - un’altra possibilità di ribadire senza contraddittorio argomentazioni contro coloro, laici e cattolici, che invece si battono sul versante opposto.

La moratoria chiesta da Beppino Englaro se vale, deve valere sempre. Essere nella sua trasmissione contrasta con il silenzio che lui stesso si è imposto. Bisognerebbe perciò che lei desse spazio anche a familiari che invece vivono la stessa situazione pensandola diversamente ed avendo un atteggiamento propositivo verso persone che vivono “vite differenti”come Eluana. Lei ha, dunque, l’occasione domani di aprire il versante su una tematica ampia e complessa che deve dare in seguito voce anche alle opinioni delle famiglie che vivono le stesse situazioni, dando valore alle loro storie. Perché la tematica sollevata dal caso specifico pone una serie di domande che potrebbe fare sue e rivolgere direttamente al padre di Eluana. Eccone alcune:

- Non crede che il “diritto al morire” messo così in contrapposizione al “diritto di cura” possa ledere la libertà di tante famiglie che, non la pensano come lei e si vedono negati diritti con tanta difficoltà conquistati?

- Non sente di dover dire una parola di comprensione, conforto, alle tante famiglie che vivono la sua stessa condizione e, mi perdoni se quello che dico le sembra indelicato, sono meno fortunate di lei perché hanno scelto, o sono state obbligate dalle situazioni, a tenere in casa il proprio caro e di accudirlo ed accompagnarlo nella vita quotidiana?

- Non pensa che la sua famiglia sia stata lasciata troppo sola nella gestione di questa grave situazione dopo l’incidente di sua figlia determinando in lei un atteggiamento tanto intransigente?

L'altro ieri è stato l’undicesimo anniversario della morte di mio figlio Luca dopo un lungo coma nel 1998.

In suo nome è nata la Casa dei Risvegli a lui dedicata un centro pubblico postacuto per giovani e adulti con esiti di coma e stato vegetativo. Un luogo che accompagna la famiglia e mette in campo tutte le risorse attualmente possibili per il reinserimento sociale. Mi è capitata proprio ora una foto di Luca ricoverato in Austria, lo sguardo provato, una mano alzata nel tentativo di esprimersi.

E con commozione mi sono detto: «La vita è ingiusta, ma non per questo dobbiamo soccombere…».

Con sincera stima e viva cordialità

Fulvio De Nigris
Direttore Centro Studi per la Ricerca sul Coma Gli amici di Luca
www.amicidiluca.it


Tratto dal sito www.ilsusidiario.net