Nel Pdl la leadership di Silvio Berlusconi non è in discussione, ma le regole del gioco sì. A porre il problema della democrazia nel nuovo partito è il governatore della Lombardia Roberto Formigoni, in vista dell’imminente congresso. «Il vascello ha un capitano e il partito sarà presidenziale – ha detto ieri – ma deve essere anche aperto, partecipato, democratico». A partire dalle candidature: «la classe dirigente sia decisa dalla base». Anche l’elezione del leader, ha specificato, dovrà avvenire con un voto e potrebbe persino essere segreto se, ha soggiunto, «per assurdo vi fosse una candidatura alternativa». A chi poi sta pensando di spostare al 2014 i congressi locali, il presidente lombardo manda a dire: «cinque anni di sospensione della democrazia mi sembrano un po’ troppi. Ne basta uno». È dunque un Formigoni che difende la democrazia dei numeri e delle preferenze – «vogliamo reintrodurle nelle elezioni italiane » – quello che a Riva del Garda ha chiesto al Pdl di celebrare i congressi «a tutti i livelli » entro dodici mesi. L’obiettivo è contarsi e superare gli equilibri concordati per la fusione tra Forza Italia e An. Unanime su questa linea Rete Italia, la quasi-corrente che qui chiamano «coordinamento di amici» e che è un forum di amministratori e deputati di ispirazione cristiana, in cerca di uno spazio dove discutere di sussidiarietà e liste elettorali, ma anche dei consigli d’amministrazione delle Ferrovie Nord e dell’arcipelago Fiera. Il parterre ha un baricentro lombardo e quindi, se il futuro del Pdl è importante, il rapporto con la Lega lo è di più. Ecco allora Formigoni rispolverare la «collaborazione competitiva » che fu tra Dc e Psi, condannare l’ambizione leghista di essere «partito di lotta e di governo» ma anche blandire il Carroccio «da cui dobbiamo imparare molto, per quanto riguarda la presenza sul territorio, la militanza e la disponibilità dei parlamentari e dei ministri ad ascoltare la gente. Da noi questo non succede sempre». La stoccata non vale per i ministri «amici» di Rete Italia, come Maurizio Sacconi, che ieri è stato chiamato a tracciare l’identikit del Pdl: sarà «pragmatico» ma si incardinerà sulla centralità della persona, «in sé e nelle sue relazioni, perché la persona isolata non esiste, è un’astrazione», ha aggiunto senza curarsi di chi, nella maggioranza, la pensa in modo diametralmente opposto. Il nuovo partito «realizzerà il superamento dell’antinomia tra laici e cattolici, basandosi su una definizione di una nuova e più alta laicità che non può non includere i valori cristiani ». D’accordo con lui il ministro degli esteri Franco Frattini, per il quale «non basta una sommatoria» tra cultura laica e cristiana. O, per dirla con il vicepresidente del Parlamento europeo Mario Mauro (candidato da Berlusconi all’europresidenza per la prossima legislatura), «non è una questione di sincretismo ». Della ricerca di una nuova laicità aveva parlato venerdì il cardinale Scola; sull’ispirazione cristiana del Pdl ha insistito Formigoni, per dire che «non c’è nulla da ricercare: abbiamo assunto la carta dei valori del Partito popolare europeo». La vicenda di Eluana, ha aggiunto il governatore, «ha evidenziato una cosa: Berlusconi non ha ascoltato i sondaggi, ma ha risposto all’istinto cristiano che è in lui». Sacconi, dal canto suo, ha definito il caso Englaro una «prova da sforzo decisiva» per il Pdl, ricordando le tensioni in Consiglio dei ministri: «Guai se non avessimo fatto quelle scelte. Avremmo riprodotto la distinzione tra laici e cattolici e ci sarebbe stata la nascita di un movimento politico già vecchio». La convention si chiude oggi con l’ìntervento dei ministri Gelmini, Alfano e Fitto e del sindaco di Roma Alemanno. Berlusconi telefonerà. Sacconi alla convention di Rete Italia: un partito pragmatico. Formigoni all’attacco: il Popolo della libertà sia aperto e democratico. La classe dirigente dovrà essere decisa dalla base. Reintrodurre le preferenze.
Paolo Viana
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