venerdì 13 marzo 2009

Primo, recuperare a sinistra: la strategia del Pd è chiara

Non deve stupire che Umberto Bossi abbia giudicato con qualche favore la proposta di Dario Franceschini: aumentare l'Irpef nel 2009 ai redditi più alti, una sorta di «una tantum» per destinare maggiori risorse al sostegno dei ceti poveri. Sarebbe sembrato strano il contrario.

La Lega, autentico partito «popolare», in questi anni è cresciuta guadagnando consensi in molte direzioni, ma si è giovata in particolare della crisi della sinistra al Nord. È evidente che non intende rinunciare a questo spazio. Ora la strategia del Partito democratico post-veltroniano consiste proprio nel recuperare l'elettorato di sinistra. Un elettorato disperso, disilluso, frastornato dalle difficoltà economiche. Franceschini e il gruppo dirigente ex diessino dietro di lui si muovono con una determinazione da ultima spiaggia verso tale obiettivo. S'intende, è un sentiero stretto: ma oggi è l'unico praticabile. «Far piangere» un po' i ricchi - come recitava uno sfortunato slogan di Rifondazione nel 2006 - in vista di ritrovare un legame con una base sociale in fuga.

Si tratta di demagogia, come ha subito commentato il Pdl? È la garanzia che il Pd «resterà dieci anni all'opposizione», come ha chiosato Capezzone? Difficile dirlo. È ovvio che Franceschini - e con lui i Bersani e i D'Alema - non pensano di rubare voti a Berlusconi su questo terreno. La loro priorità è invece impedire che l'emorragia dei consensi continui: a vantaggio di Di Pietro, di una estrema sinistra in grado di superare la barriera del 4 per cento alle europee, e naturalmente del grande partito dell'astensione.

C'è una sensibile differenza tra un risultato del 22 per cento e uno del 28-29. Il primo caso equivale a uno scenario drammatico per il centro-sinistra: sarebbe difficile scommettere sul futuro del Pd così come lo conosciamo oggi. Il secondo consente invece di ricostruire, specie se accompagnato dalla riconquista di qualche città importante, a cominciare da Bologna e Firenze. Tutto è appeso a un filo, ma è l'unico margine di manovra dei democratici con la crisi economica che si aggrava.

In fondo è proprio D'Alema a denunciare gli «errori» di Veltroni e a elogiare il nuovo segretario che si muove nel più sicuro solco dell'identità socialdemocratica. Il che non significa che regni l'armonia nel nuovo Pd, come testimoniano le significative frizioni sulla scelta del presidente Rai. Dove è chiaro che il «patto di sindacato» diessino non gradisce troppo l'autonomia di cui ha tentato di dar prova il leader ex democristiano.

I voti però si prendono o si perdono sui problemi reali, non certo sulla gestione della Rai. Ed è qui che Bossi mostra verso le proposte della sinistra un'attenzione sconosciuta al resto della maggioranza. Si capisce: la Lega ha bisogno di tenere a bada il Pd senza mortificarlo. Un'opposizione troppo debole non sarà un rischio agli occhi di Berlusconi, ma lo è per Bossi. Equivale a destabilizzare il quadro generale della politica e compromette il cammino della riforma federalista. Inoltre - ed è un vecchio tema - Bossi non gradisce lo strapotere di Berlusconi e punta a limitarlo per quanto è possibile. Dopodiché l'apertura della Lega a sinistra conosce confini precisi. Lo abbiamo visto nel «no» immediato all'ipotesi di accorpare il voto amministrativo e il referendum elettorale. Un'altra idea di Franceschini, ma qui la Lega difende se stessa. E non sente ragioni.

Stefano Folli
Tratto dal qutidiano Il Sole 24Ore del 12.03.09

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