Quando Barack Obama sarà in Italia per il G8, farebbe bene a prendersi un paio di giorni. Dovrebbe noleggiare un’auto, mettersi alla guida e iniziare un giro del Mezzogiorno. E con lui, dovrebbero andare tutti i leader politici dei paesi industrializzati, compresi quelli italiani, e compresi quelli meridionali che però vivono nella realtà ovattata degli inviti a cena, dei tagli di nastri e dei ricevimenti ufficiali. All’indomani del vertice straordinario di Bruxelles – che per ora ha deciso di non decidere, per l’impossibilità di mettere d’accordo i governi dell’Ue – sarebbe anzi auspicabile una missione europea: che le scelte siano individuali (come pare) o concertate (come sarebbe preferibile), una gita del genere sarebbe istruttiva e aiuterebbe a prevenire errori costosi.
Perché questo sarebbe utile? Perché molte delle politiche che vengono oggi proposte in funzione anticiclica – gran parte di quello che va sotto il nome di “stimolo” – sono poco più che una stanca riproduzione delle politiche di aiuto al Sud Italia, che per decenni hanno tentato, attraverso l’erogazione di aiuti, di risollevare le sorti di quella parte del paese e di ridurre il divario col Nord produttivo. Come ha raccontato Paolo Bricco sul Sole 24 Ore, “dal 1951 a oggi, a valori attualizzati, in media ogni anno la spesa complessiva, composta dalle infrastrutture e dalle agevolazioni, è stata di 6, 12 miliardi di euro: in tutto 342, 5 miliardi. Ogni anno tra lo 0, 5 e l’1 per cento del Pil. Di questa cifra, un terzo è andato alle agevolazioni agli investimenti delle imprese: 114, 8 miliardi”. Con la stessa cifra, si sarebbero potuti realizzare 23 ponti sullo Stretto di Messina. Questa esperienza dovrebbe insegnare qualcosa: un disastro durato più di mezzo secolo non può essere spiegato solo ricorrendo alla categoria della furbizia italica né a quella degli “uomini sbagliati”. Un fallimento così generalizzato e così continuativo dice solo una cosa: che lo strumento è inappropriato.
Gli aiuti allo sviluppo – compresi quelli di natura transitoria in funzione anticiclica – non funzionano per almeno tre ordini di ragioni. In primo luogo, essi presuppongono che un set di criteri burocratici o amministrativi sia più efficiente del mercato nell’allocare le risorse. Questo si scontra con un limite teorico: l’allocazione efficiente delle risorse dipende dalla disponibilità di informazioni. In un mercato libero, le informazioni – in particolare sulla scarsità relativa di beni e servizi e, dunque, sul rapporto tra domanda e offerta attuali e attese nel futuro – sono sintetizzate dal prezzo. Un prezzo in aumento è indice di scarsità, un prezzo in discesa segnala abbondanza, e questo indirizza gli investimenti laddove sono realmente necessari. Un processo di selezione centralizzato, necessariamente, “perde” almeno alcune di queste informazioni, e non può non condurre a decisioni inefficienti. Quindi, non sempre i finanziamenti vanno ai soggetti davvero meritevoli, e quando lo fanno è solo perché l’esito del mercato viene mimato. C’è, poi, una questione pratica: nel mondo reale, non solo l’allocazione politicizzata delle risorse è inefficiente, ma è anche distorta dalle sensibilità individuali delle persone preposte a gestire queste enormi masse finanziarie, per non dire del rischio endemico di corruzione. La corruzione è, nel settore pubblico, un problema più vasto che nel settore privato, poiché essa non ha altra sanzione che quella (relativamente poco probabile) di essere scoperti. Gli extra costi generati dalla corruzione, che nel settore privato riverberano in una relativa perdita di competitività, nel settore pubblico vengono “spalmati” sulla massa dei contribuenti. Infine, quando il meccanismo degli aiuti cessa di essere episodico ma entra far parte del “normale” funzionamento delle cose (come nel mezzo secolo di assistenzialismo al Sud), esso scatena un effetto a valanga sulla società: la creatività di individui e imprese non è più orientata, o comunque lo è in misura inferiore, a soddisfare la domanda dei consumatori, ma ad accaparrarsi aiuti pubblici, soddisfacendo requisiti burocratici. Le forze innovative, insomma, non agiscono a favore del progresso, ma si incanalano nel fiume dei sussidi. La ricchezza non viene più creata: è distrutta. Cogliere questo tema è assolutamente fondamentale per il futuro del Mezzogiorno, come mostrano – tra gli altri – Nicola Rossi (senatore Ds) nel suo “Mediterraneo del nord”, e Piercamillo Falasca e Carlo Lottieri in “Come il federalismo fiscale può salvare il Mezzogiorno”.
Se, dunque, l’evidenza delle conseguenze negative della spesa pubblica al Sud insegna qualcosa, ora è il momento di trarre le fila. Gli investimenti statali non solo non hanno aiutato lo sviluppo, ma hanno addirittura promosso la stagnazione, hanno creato quella zona grigia in cui le organizzazioni malavitose hanno prosperato e si sono ingrassate. Tentare di tamponare oggi la crisi con le stesse misure, difficilmente ci aiuterà a uscirne. Ha perfettamente ragione, dunque, Massimo Baldini, quando evidenzia le perplessità degli economisti americani di fronte alle ingenti spese pubbliche previste nello stimolo di Obama, mentre “più opportuna è la parte dedicata al taglio delle imposte”. Purtroppo, l’inquilino della Casa Bianca non ha in mente una reale riduzione delle pressione fiscale, quanto una sua redistribuzione. Inoltre, il suo obiettivo è sostenere i consumi, più che rilanciare la crescita economica (cosa che richiederebbe, anzitutto, la ricostituzione di un cuscinetto di risparmio privato e un minore indebitamento pubblico). La spesa è politicamente più sexy, e consente agli uomini politici, americani ed europei, di fare favori atteggiandosi a salvatori della patria. Iniettare fiducia e ostentare sicurezza è naturalmente importante. Fare le cose giuste ed evitare quelle inutili o sbagliate, però, è indispensabile.
Carlo Stagnaro
Tratto dal quotidiano Il Secolo XIX del 02.03.2009
Nessun commento:
Posta un commento