giovedì 22 gennaio 2009

La strana Italia «obamiana» di chi è pro e contro gli Usa

Di fronte alla possente dimostrazione di unità che arriva da Washington, l'Italia se ne sta un po' attonita: con il suo modesto bipolarismo, il suo velleitario bipartitismo, le sue polemiche quotidiane, le liti da cortile.

Il sistema americano, con l'elezione di Obama, ha offerto una prova straordinaria di vitalità. Da noi le riforme, come è noto, languono da anni. La Seconda Repubblica è poco più che una buona intenzione. Il disegno di legge sul federalismo fiscale ha cominciato il suo cammino al Senato, ma i dubbi irrisolti e le incertezze diffuse sono tutt'altro che irrilevanti.

Di tanto in tanto si accenna al modello presidenziale: lo ha fatto Berlusconi poche settimane fa. Ma l'impressione è che pochi abbiano assimilato il complesso meccanismo di pesi e contrappesi che caratterizza il sistema americano, sperimentato in oltre due secoli di storia.

Detto questo, forse nessun paese occidentale è «obamiano» come l'Italia. La destra lo è per pragmatismo, in quanto amica dell'America: Berlusconi è stato un fedele amico di Bush e intende esserlo del nuovo presidente. La sinistra lo è con uno slancio retorico ed emotivo mai visto in precedenza. Il primo «obamiano» è naturalmente Veltroni. Ma è l'intera sinistra, anche la più estrema e anti-americana, ad aver «adottato» Barack. Sulla base dell'assunto che ispirava ieri il titolo di "Liberazione", il giornale di Rifondazione nella versione post-Bertinotti: «L'altra America alla prova».

È il punto di fondo - quasi ideologico - che continua ad accendere l'entusiasmo di tutti gli «obamiani» d'Italia. Alla Casa Bianca ora c'è il rappresentante dell'«altra America», opposta a quella di Bush. Per un attimo (non si sa quanto lungo) si può essere al tempo stesso anti-americani e amici degli Stati Uniti. Magari sperando in fondo al cuore che l'eletto sia l'uomo del declino americano.

La destra non ha particolari aspettative sul nuovo presidente. Si augura che garantisca una certa continuità con i tradizionali capisaldi della politica estera di Washington: magari deponendo i fermenti «neo-con» che hanno segnato gli anni di Bush. Ma la destra guarda con scetticismo alla vocazione «multilaterale» di cui è accreditato Obama. La sinistra si aspetta invece che la nuova Casa Bianca apra un'era di pace, con fiducia assoluta nelle qualità carismatiche del presidente. Il francese Sarkozy, che non appartiene alla sinistra ma è uomo pronto di riflessi, non ha perso tempo: «Non vedo l'ora di lavorare con lui per cambiare il mondo».

Ma come? L'Afghanistan sarà «la guerra di Obama» continuano a ripetere gli assistenti del nuovo presidente. Ma un sondaggio appena pubblicato dal "Financial Times" dimostra che le opinioni pubbliche degli alleati europei (dalla Germania alla Gran Bretagna, dalla Francia all'Italia) sono per ora contrarie a inviare altri soldati a Kabul. In Italia esiste un 53 per cento di contrari, meno che in Germania dove la percentuale arriva al 60.

«La nostra nazione è in guerra» ha ricordato Obama nel discorso inaugurale. Presto egli vorrà mettere alla prova il sentimento degli europei. Verificheremo allora lo spessore della passione filo-obamiana. L'altro giorno sulle rive del Mar Rosso Berlusconi ha offerto la disponibilità militare italiana per controllare i confini di Gaza. Una mossa abile, un segnale che a Washington è stato notato.

Stefano Folli
Tratto dal quotidiano Il Sole 24 Ore del 21.01.09

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