martedì 27 gennaio 2009

Il suicidio di Hamas, da manuale

Si ha l’impressione che le anime belle europee, tipo Massimo D’Alema, stiano ancora guardando una vecchia fotografia di Hamas che lo ritrae com’era nel 1999. Le cose, però, sono molto cambiate.

Le anime belle spesso non hanno tempo per la storia. Ma per capire Hamas si deve partire dalla storia: dalla sconfitta delle armate ottomane sotto le mura di Vienna nel 1683; un esercito più forte, per uomini e mezzi, un esercito che non poteva perdere e che invece perde. Da quella sconfitta ne nascono altre, fino a quando, due secoli dopo, la maggioranza dei musulmani si trova a vivere sotto dominio coloniale europeo. Poiché il profeta Maometto aveva prospettato ai credenti un futuro di sole vittorie, il problema che ne nasce non è solo politico: è teologico. Per riprendere il titolo di un’opera dello specialista Bernard Lewis, «what went wrong?», “che cosa è andato storto?”.

L’imprevisto, dietro l’angolo
A questa domanda il mondo islamico dà due risposte. Per la prima, l’islam ha perso perché è rimasto indietro rispetto all’Europa. La cura è dunque l’occidentalizzazione: della tecnica militare, ma anche dell’amministrazione dello Stato. Per la seconda, l’islam ha al contrario perso perché troppo simile all’Europa. Alle corti dei sultani si sono importati stile e artisti europei, ma la fede si è corrotta: e l’esercito perde. Sul piano politico vince la prima linea, occidentalizzante, e Istanbul si affolla di consiglieri militari e politici occidentali, mentre la seconda lettura della crisi – quella tradizionalista – si afferma alla periferia dell’islam con personaggi come Muhammad ibn al-Wahhab (1703-1792), la cui ideologia, appunto wahhabita, è liquidata dagl’intellettuali del sultano come dottrina di beduini ignoranti. Nel secolo XX sono dunque i riformisti a gestire quasi ovunque la decolonizzazione, che si traduce nella nascita di regimi laici e nazionalisti.

Il tradizionalismo, però, non muore. I wahhabiti – alleati alla dinastia desertica dei Saud – ricevono un insperato aiuto dalla scoperta del petrolio e così diventano i chierici ufficiali dell’Arabia Saudita.

Tra la Prima e la Seconda guerra mondiale il tradizionalismo – che si occupa prevalentemente di morale – è ripensato come vera e propria ideologia politica dai Fratelli Musulmani, fondati in Egitto nel 1928 da Hasan al-Banna (1906-1949). Il fondamentalismo si oppone dunque ai regimi nazionalisti e laici – che talora cerca di rovesciare con la forza –, ma sembra ancora perdente fino a quando, nel 1979, avviene l’imprevisto. Nel mondo sciita – che pareva ai margini del movimento – i fondamentalisti vanno al potere con la rivoluzione iraniana.

L’Iran dimostra ai fondamentalisti che essi possono vincere, tanto più che molti regimi laico-nazionalisti, impopolari e corrotti, si sono legati all’Unione Sovietica. La caduta del comunismo fa venire peraltro meno tale sostegno e apre la strada al successo dei fondamentalisti in diversi Paesi, dall’Afghanistan al Sudan.

L’Iran però è insieme una risorsa e un problema. È una risorsa perché – passando sopra alla distinzione fra sciiti e sunniti – finanzia movimenti fondamentalisti più o meno in tutto il mondo. Ma è anche un problema, giacché il fondamentalismo – fin dalle origini – è radicalmente antisciita.

Figli di Fratelli, Musulmani
Nei territori palestinesi il fondamentalismo nasce propriamente con le attività di Sa’id Ramadan (1926-1995), padre del controverso intellettuale musulmano Tariq Ramadan e genero di al-Banna, che lo manda a fondare in Palestina i Fratelli Musulmani. L’organizzazione riscuote successo nelle moschee, ma dalla fine degli anni 1950 appare minoritaria rispetto al movimento laico e nazionalista di Yasser Arafat (1929-2004). Sotto la guida di Ahmad Yasin (1937-2004), i Fratelli Musulmani decidono allora di ritirarsi dalla politica, concentrandosi sulla costruzione di un imponente network di istituzioni sociali, educative e religiose.

Nel 1987 scoppia però l’Intifada e Yasin decide che per i Fratelli Musulmani è tempo di tornare alla politica, onde evitare di lasciarne la guida al partito Fatah di Arafat, troppo corrotto e laico. I Fratelli Musulmani rientrano così nell’agone politico con il nome di Hamas, acronimo dell’espressione araba che sta per “Movimento di resistenza islamica”.

Il suo successo si deve a due fattori: primo, la credibilità che negli anni del passo indietro rispetto alla politica i fondamentalisti si sono conquistati con le attività caritative e sociali; secondo, l’introduzione nel 1993 del modello – di origine sciita – degli attentati suicidi, in seguito adottato anche da Fatah.

Soldi, padroni e morte
Hamas persegue, per statuto, la distruzione dello Stato d’Israele e la rioccupazione musulmana dell’attuale territorio ebraico. Gli ebrei che non lasceranno il Medio Oriente vivranno come dhimmi, cittadini di serie B. Se questa è la tesi, Hamas ha sempre coniugato – come diceva Yasin – la poesia dell’idealismo con la prosa del realismo. Senza rinunciare al principio, quindi, e neppure agli attentati suicidi, propone ripetute “tregue” trovando interlocutori per trattative sotterranee condotte con israeliani e statunitensi, in particolare dopo la liberazione nel 1999 di Yasin dal carcere israeliano dove si trovava rinchiuso. Quest’apertura alla trattativa “treguista” spiega del resto anche le posizioni di Hamas contro Saddam Hussein (1937-2006) nella prima Guerra del Golfo del 1990 e contro al-Qa’ida dopo l’11 settembre 2001, che valgono al movimento fondamentalista il generoso sostegno dei sauditi.

L’Undici Settembre e lo scontro con al-Qa’ida sono però anche l’inizio di problemi gravi per Hamas. Attaccata, al-Qa’ida non sta a guardare e comincia a fare concorrenza ad Hamas in Medio Oriente creando organizzazioni fondamentaliste ancora più radicali. E Hamas risponde radicalizzandosi a propria volta e moltiplicando le dichiarazioni oltranziste, cosa che mina i rapporti con Riyad.

I dirigenti di Hamas si rivolgono allora all’altro grande elemosiniere del fondamentalismo internazionale: l’Iran. E gl’iraniani pagano, ma vogliono nuove offensive a colpi di missili contro Israele, il quale risponde uccidendo Yasin nel 2004. Inoltre, Teheran induce Hamas a rompere con la Giordania e con l’Egitto, anti-iraniani.

Il successo elettorale ottenuto nel 2006 – che dà ad Hamas il governo della Palestina, in coabitazione però con l’esponente di Fatah Abu Mazen, il quale resta presidente – offre l’ultima occasione per una marcia indietro. Gli Stati Uniti avviano nuove trattative non ufficiali. Se Hamas rinuncerà formalmente al proposito di distruggere Israele e al terrorismo suicida, gli Stati Uniti saranno disponibili a favorire un processo – certo lungo e faticoso – che permetterà a esponenti fondamentalisti di governare effettivamente uno Stato palestinese.

Hamas esita, ma infine decide nuovamente di seguire gl’iraniani, fornitori apparentemente inesauribili di danaro e di armi, i quali, più che amici, ora appaiono come padroni.

Ogni trattativa s’interrompe su ordine di Teheran. Anzi, i cattivi maestri iraniani consigliano di porre fine alla coabitazione con Abu Mazen nel 2007 e Hamas s’impadronisce con le armi di Gaza (a Fatah rimane la Cisgiordania), di fatto sequestrandone gli abitanti. È sempre l’Iran a consigliare alla fine del 2008 di riprendere i lanci missilistici contro Israele e a fornire gli strumenti tecnici che ne aumentano la gittata. Israele non può che reagire militarmente. Ma proprio questo vogliono gl’iraniani, che dal 2001 operano perché la trattativa sia impossibile. L’Iran non vuole la pace: solo con la guerra può infatti essere presente in una regione che – nonostante il Sud del Libano – mantiene una forte identità sunnita solo con la guerra.

Consegnandosi agli iraniani i dirigenti di Hamas hanno insomma sottoscritto un patto con il Diavolo. Hanno ricevuto molto denaro (troppo: i grandi capi di Hamas, a Damasco, appaiono non meno corrotti dei laici di Fatah), ma politicamente hanno scelto la strada di un lento suicidio. È questo che le nostre anime belle si ostinano a non capire.

Massimo Introvigne
Tratto dal settimanale Il Domenicale del 24.01.09

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