Crisi, tasse, questione araba. Tra ripensamenti e silenzi, a cinque giorni dall’inizio del mandato, il presidente che cavalca il sogno del cambiamento rischia già di rivelarsi un quasi Bush III
Dodici giorni. Barack Obama ha atteso quasi due settimane prima di rilasciare una dichiarazione, peraltro tutt’altro che epocale sotto il profilo politico, sul conflitto nella Striscia di Gaza. «C’è solo un presidente alla volta», ripeteva ogni giorno ai reporter in cerca di novità Robert Gibbs, portavoce del nuovo inquilino della Casa Bianca. Eppure la consegna al silenzio ha avuto le sue eccezioni. Molte. Difficile mettere in fila e tenere il conto degli annunci, dei “major speech”, degli interventi radiofonici e delle conferenze stampa per parlare di economia, crisi, recessione, pacchetto di aiuti (stimulus) per la ripresa.
Obama sa che nove americani su dieci sono più preoccupati dal portafoglio che dalle armi che rimbombano in Medio Oriente. Quando in questi primi quattordici giorni del 2009 si è trattato di dialogare con il Congresso per dare corpo al pacchetto di incentivi per il rilancio dell’economia, Obama e i suoi erano in prima fila. Mentre la regola del «c’è un presidente alla volta» è stata applicata per tutto il resto, crisi internazionali in primis, dal Pakistan a Gaza. Legittimo, in totale sintonia con la Costituzione. In fondo giusto e comprensibile. Le vicende interne si possono influenzare in qualche modo; quelle internazionali sfuggono più rapidamente (e drammaticamente) al controllo di un’autorità esterna. Anche se abita a Washington e ha l’appeal del primo presidente nero della storia statunitense. «Obama non ha potere – ha spiegato Graham Allison, docente di politica ad Harvard – perché mai avrebbe dovuto restare invischiato in questa storia?».
Meglio volare basso
Ma se anche un giornale non certo ostile al nuovo leader Usa come il Washington Post, ha parlato con un certo fastidio di «cherrypicking» (letteralmente “scelta delle ciliegie”) sulle questioni sulle quali impegnarsi e su quelle invece da lasciare totalmente nelle mani di Bush, forse è lecito chiedersi perché mai Obama abbia preferito volare basso e tenersi lontano – almeno pubblicamente – dalla contesa.
Notava il New York Times che in fondo Obama non ha ancora una tattica autonoma per il Medio Oriente. Anzi, l’approccio di Bush verso Gerusalemme (dalla luce verde ai raid alla richiesta di cessate il fuoco purché non si ritorni allo status quo ante conflitto), è da lui condiviso. E questa sarebbe una bella mazzata per quanti (ancora molti) sono convinti che la bacchetta magica di Obama rimetterà sui binari giusti le cose in Terra Santa. Convinti del potere taumaturgico di Barack lo sono probabilmente gli attivisti Usa filo-palestinesi che hanno manifestato a fine dicembre sotto l’abitazione di Obama alle Hawaii chiedendogli impegno per far cessare le ostilità in Medio Oriente.
In realtà basterebbe scorrere le dichiarazioni e rileggere i di-scorsi tenuti dal 44esimo presidente durante la campagna elettorale per rendersi conto che l’idea del “change”, splendida trovata del marketing politico seppur sostenuta da reali intenzioni, non regge al confronto del pragmatismo. Dote che gli americani, repubblicani o democratici essi siano, hanno storicamente dimostrato di possedere in quantità industriali. E che pure Obama in questi due mesi di transizione, ma anche nel testa a testa con McCain, ha sfoderato in dosi massicce. Non si spiegherebbero altrimenti la convinzione di proseguire e di estendere l’offensiva militare in Afghanistan; il raffreddamento dei piani di ritiro dall’Iraq; l’aumento degli investimenti per il Pentagono e le dichiarazioni (in estate) filo israeliane. John Bolton, l’ex ambasciatore Usa all’Onu e vicino a Dick Cheney, sul Wall Street Journal ha addirittura parlato di Obama come un Bush III per quanto concerne l’Iran. Anche sul fronte interno in fondo Obama ha mostrato artigli e idee ben salde: a fronte di un aumento del peso del governo federale nell’economia, il presidente eletto ha giurato che taglierà la spesa pubblica, ridurrà le tasse ai meno abbienti e soprattutto eliminerà i programmi federali costosi e inutili. Anche qui più pragmatismo che ideologia.
è come se Barack Obama nei due anni di viaggio verso il 1600 di Pennsylvania Avenue avesse studiato da presidente. E la cosa sta preoccupando non poco una larga fetta di suoi elettori (gli americani), suoi innamorati (la stragrande maggioranza degli europei) e tutta quella rete di associazioni e porzioni della società civile che in lui aveva intravisto la speranza che l’America avrebbe cambiato strada, persino mutato pelle, tornando agli “splendori” degli anni Novanta.
Il deficit di comprensione sta nel fatto che Obama è sempre stato percepito in contrapposizione a Bush, il “bene” contro il “male” nell’aneddotica comune. Siccome la realtà ha più sfumature di grigio che confini netti, Obama deluderà molti adepti. Soprattutto quelli che vorrebbero invertire la rotta Usa, nei confini di casa e nel mondo, in modo radicale. Difficile che su molti temi delicati Obama torni a indossare la maschera del condottiero idealista senza macchia.
L’ora delle scelte
Perché lo Studio Ovale “pesa”. La scrivania del presidente degli Stati Uniti impone scelte spesso dolorose e impopolari. Improntate più al pragmatismo che ai sogni, magari ben ammantato in discorsi e frasi evocative. Obama ha costruito in 22 mesi di campagna elettorale una straordinaria macchina per la comunicazione. Quei piloti, da David Axelrod a Robert Gibbs, saranno con lui alla Casa Bianca. E la macchina, c’è da giurarci, continuerà a funzionare senza intoppi.
Martedì 20 gennaio a mezzogiorno sul palco allestito vicino alla scalinata del Campidoglio, Barack Obama giurerà come 44esimo presidente Usa pronunciando la formula di rito con la mano poggiata sulla Bibbia che usò Lincoln. La sera stessa solo la sua voce conterà. E nascondersi dietro il paravento, bruciacchiato e in brandelli, rappresentato da Bush non sarà più possibile. Obama andrà a fare i conti con la realtà. Quella che è. Che impone scelte, non solo iperboli di speranza e sogni di cambiamento. E avrà bisogno di portare a casa risultati verificabili, di instaurare un buon rapporto con il Congresso e persino con i repubblicani, minoranza rumorosa ma comunque in grado di bocciare le iniziative su alcuni temi della Casa Bianca.
Il professor G. Calvin Mackenzie del Colby College del Maine ha spiegato a Tempi che «nel breve termine Obama potrà contare su una fiducia quasi incondizionata da parte dell’America. Ma poi la gente si metterà a guardare i fatti e li giudicherà». Tenendo solo in parte conto delle promesse elettorali, spiega l’analista. «Abbiamo la memoria corta. La campagna elettorale è finita. Certo che slogan come ritiro dall’Iraq e dialogo con l’Iran risuoneranno per molto tempo. Ma la gente vuole fatti e risultati. Questo conta». E se l’economia – aggiunge Mackenzie – non ricomincerà a marciare spedita in breve tempo, «la fiducia che molti americani pongono in Obama svanirà». Alla faccia del sogno di cambiamento.
Alberto Simoni
Tratto dal settimanale Tempi
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