giovedì 26 marzo 2009

Tutte le bugie che si raccontano sulle staminali embrionali

Da un po’ di tempo quando si parla delle frontiere della cosiddetta biomedicina sembra divenuto obbligatorio parlare di cellule staminali.

In particolare, il tema è ritornato di interesse a seguito della decisione di Obama di utilizzare fondi federali per la ricerca sulle cosiddette cellule staminali embrionali. Infatti, di questo si tratta (dell’uso dei fondi federali, quindi pubblici) perché negli Usa non è vietato utilizzare embrioni per derivare cellule se ciò avviene con fondi privati.

L’occasione permette di intervenire brevemente per chiarire alcuni aspetti che spesso chi “non è addetto ai lavori” non ha affatto chiari e che alcuni “addetti ai lavori” preferiscono lasciare confusi o addirittura confondere deliberatamente.

La prima questione è che (contrariamente a quanto riportato in molti siti cosiddetti informativi-educational) le cosiddette “cellule staminali embrionali” che vengono coltivate in vitro non sono il risultato di un delicato (per quanto assai pericoloso) prelievo di cellule da un embrione che seguirà il suo iter naturale fino alla nascita. Se così fosse, fatti salvi gli aspetti gravissimi di rischio cui l’embrione verrebbe sottoposto nell’intervento, di certo il problema etico si porrebbe in ben altro modo. Deve essere invece chiaro a tutti che l’embrione viene distrutto per disaggregarne le cellule che sono “tout court” cellule embrionali (e non staminali) e che vengono coltivate in vitro dove poroliferano con caratteristiche di pluripotenza. È evidente a tutti che tale operazione coincide con “l’uccisione” di un essere umano, mentre è nel suo stadio più iniziale, allo scopo di ricavarne cellule da coltivare in una bottiglia.

Un secondo elemento su cui fare chiarezza (solo apparentemente più tecnico) riguarda appunto la natura di queste cellule che non sono quindi cellule “di per sé” staminali.

Le cellule “propriamente” definibili come staminali sono, per fisiologia e scopo, quelle di un organismo adulto del quale hanno proprio il compito di garantirne prima la crescita, poi il rinnovo e la riparazione di organi e tessuti. Lo zigote non è una cellula staminale e l’embrione che ne deriva non è quindi un pool di cellule staminali. Un feto ha già una riserva di cellule staminali fetali, un embrione ha solo cellule embrionali. Il termine “cellula staminale embrionale” è quindi inesatto e comunque ambiguo e contraddittorio innanzitutto per ciò che riguarda la natura propriamente biologica-funzionale di queste cellule. Il termine “embrionale” sembra voler accentuare il grado di plasticità di queste cellule (che nella blastocisti possono essere totipotenti) ma il termine “staminale” è applicabile alle sole cellule ottenute in vitro che sono solo pluripotenti. Non basta che cellule embrionali siano messe in vitro per poterle definire cellule staminali. In questa sede non è possibile riportare e dettagliare la miriade di caratteri per cui una cellula embrionale è completamente diversa da una cellula staminale (tra i quali le modalità della divisione cellulare, l’espressione genetica differenziale, ecc). Le cellule dell’embrione hanno una plasticità, una natura ed una fisiologia cellulare uniche in biologia. Ad esse venne arbitariamente dato il nome di ESC (embryo stem cells della terminologia anglosassone) per alcune ragioni tecniche che non è possibile dettagliare qui.

È tuttavia evidente a tutti che quando l’unità anatomico-funzionale (data dalla struttura embrionale) viene distrutta e le cellule sono coltivate in una bottiglia da laboratorio, esse non possono originare un organismo completo (funzionalmente ed anatomicamente) pur mantenendo la capacità di originare vari tipi di tessuti (da cui la pluripotenza e non la totipotenza).

Quanto sopra descritto non è una banale questione di linguaggio tecnico e dalla confusione di comunicazione su questi aspetti ne derivano storture assai gravi non solo nella percezione della gente ma anche in chi ha il compito di regolare con leggi adeguate l’utilizzo delle staminali in medicina.

Per esempio, nella comunicazione circa l’uso delle cellule staminali si parla spesso dei successi ottenuti in clinica, ma non si precisa a sufficienza che ci si riferisce alle “staminali da adulto” (per esempio alle cellule staminali mesenchimali utilizzate già in clinica in varie situazioni patologiche). Così, viene spesso sottaciuto che le cellule embrionali sono assai difficili da controllare e che in clinica (oltre che nella sperimentazione animale) hanno prodotto tumori come recentemente riportato dalla rivista PlosMedicine. Da ultimo è anche importante ricordare che chi propugna la cosiddetta “clonazione terapeutica” per ottenere “cellule staminali”, intende proporre la produzione di embrioni umani da “sacrificare” per ottenere cellule pluripotenti.

Di fronte a queste cose, da uomini ancor prima che da ricercatori, viene spontaneo chiedersi se possiamo chiamare progresso il dare la vita ad esseri umani per metterli in una bottiglia e farne cellule per il mercato biomedico.

Augusto Pessina
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net

giovedì 19 marzo 2009

Benarrivato Di Pietro

Antonio Di Pietro è un duro, lo sanno tutti. Uno che quando dice una cosa, quella è. E se dice – come sempre ha fatto – che l'IdV non candiderà indagati nelle proprie liste, c'è da credergli.

Poi ieri leggiamo dell'annuncio della candidatura dell'indagato De Magistris nelle liste dell'IdV. Sobbalziamo. Per fortuna che lo stesso Presidente dell'Italia dei Valori si affretta a spiegare ai microfoni dell'Agr l'apparente contraddizione rispetto a quella che fino a ieri sembrava una regola aurea. "Rispettiamo gli atti dovuti della procura di Roma – ha detto l'ex PM - e affrontiamo col sorriso quel che abbiamo messo in preventivo". "Anche gli atti dovuti - ha spiegato Di Pietro - nascono quando comincia la campagna elettorale e sono sparati per attutire la notizia di una candidatura di qualità. Il tentativo e' vecchio come il cucco, e anche questo ci fa solo sorridere".

Questa sì che è una notizia: Di Pietro ritiene che l'iscrizione di De Magistris nel registro degli indagati vada messa in relazione con la candidatura dello stesso nelle liste dell'IdV? Abbiamo letto bene?

Varrebbe forse a dire che taluni atti della magistratura inquirente sarebbero influenzati, quando non addirittura indirizzati, dalle vicende politiche del Paese? Benvenuto, Onorevole Di Pietro.

E' quello che diciamo da almeno una quindicina d'anni, regolarmente registrando da parte sua una difesa ad oltranza ed a spada tratta dell'operato della magistratura, sempre, a suo dire, al di sopra di ogni sospetto. Se finalmente s'è convinto del contrario, non possiamo che darle il benvenuto ed augurarci che questa inedita chiave di lettura indirizzi anche lei nel leggere i fatti che hanno caratterizzato gli ultimi diciassette anni di vita politico-democratica del Paese.

Alessio di Carlo
Tratto dal sito www.giustiziagiusta.info

Istruzione - Accordo Gelmini-Formigoni: il modello lombardo fa scuola

La notizia dell’accordo tra ministero dell’Istruzione e Regione Lombardia, siglato l’altro ieri dal ministro Gelmini e dal Governatore Roberto Formigoni, ha un duplice valore:

da una parte prevede il ritiro del ricorso incrociato alla Corte Costituzionale tra Ministero della Pubblica Istruzione e Regione Lombardia sui rispettivi provvedimenti in materia di Istruzione e Formazione Professionale; ma soprattutto rilancia la prospettiva di una collaborazione tra le istituzioni regionali e ministeriali per realizzare percorsi sperimentali che rilascino il diploma tecnico al quarto anno e permettano agli studenti della Istruzione e Formazione Professionale di accedere a un quinto anno e sostenere l’esame di stato. Tutto questo ha una portata grande, realmente in grado di modificare l’assetto ormai ottuagenario della scuola superiore italiana.

Una reale chance per recuperare la dispersione
Il dare piena dignità ai percorsi di Istruzione e Formazione professionale non può esaurirsi nel riconoscimento del fatto che questi sono una modalità per l’assolvimento dell’obbligo di istruzione. Quarantamila studenti lombardi, recuperati dalla dispersione, in larga misura rimotivati e riorientati, rimangono però su un binario chiuso – dal punto di vista scolastico – finché la prospettiva di una uscita verso i livelli superiori di istruzione non diventa istituzionale, come finalmente accade per effetto dell’accordo tra il ministro Gelmini e il presidente della Regione Lombardia Formigoni.

Il sistema scolastico e formativo lombardo, possibile apripista per tutta l’Italia, ha uno strumento efficace in più per contrastare uno dei più grossi problemi che affliggono la scuola, ovvero la mancanza di una reale diversificazione di percorsi che corrispondano alla pluralità delle esigenze formative dei giovani. Spesso i ragazzi, dopo la scuola media, avvertono il bisogno di uscire dall’astrattezza del sapere disciplinare e sono attratti dal mondo del lavoro come luogo in cui mettere alla prova le proprie capacità, uscendo dall’inerzia della vita studentesca.

Una scuola della società
Il modello lombardo di istruzione e formazione professionale non nasce nel chiuso di un ministero o di un assessorato, né tanto meno dalle analisi di un centro studi. E’ un modello che è sperimentato, in una cornice normativa e regolamentare comune, da ormai più di cinque anni da centinaia di enti in tutta Lombardia: enti pubblici, come le Aziende speciali, le Agenzie formative e i Consorzi delle diverse province; enti privati storici, eredi degli ordini religiosi che hanno fatto il cattolicesimo sociale tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, oppure di quelle esperienze laiche di cui la società lombarda è ricca; enti di recente costituzione - o che hanno da pochi anni rinnovato la propria impostazione educativa - nati da esperienze di formazione professionale, di orientamento al lavoro, di accoglienza di ragazzi in difficoltà, di recupero sociale; enti legati al lavoro, o perché espressione delle parti sociali, o perché sostenuti da imprenditori o associazioni di categoria. Il fatto che sia offerto agli Istituti Professionali di Stato lombardi (170) come opzione per sperimentare un loro rinnovamento indica alla scuola statale un altro ruolo, non più articolazione di una amministrazione, ma istituzione autonoma, in un’ottica di rapporto sussidiario tra società e stato.

Una nuova sfida
La realtà dell’IeFP, in questi anni di sperimentazione, si è modificata. Comincia a farsi strada l’idea di non avere solo una funzione di assistenza sociale a situazioni difficili - che pure continuano come e più di prima ad essere accolte - ma un ruolo educativo di trasmissione di sapere e di esperienza, di cultura del lavoro. Questa trasformazione passa attraverso un lavoro di rinnovamento culturale e didattico e gestionale che non è scevro di fatiche, di empasse, di contraddizioni e di sfide per:
- accogliere e valorizzare le “intelligenze operative” dei ragazzi;
- sperimentare nuove forme di docenza, sia dal punto di vista didattico sia dal punto di vista dello status giuridico;
- creare una alleanza tra scuola e società civile che - attraverso le sue forze vive, quali quelle del mondo del lavoro - prenda responsabilmente parte all’educazione delle giovani generazioni.

Mariella Ferrante
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net

Perchè sul “fine vita” gli ex radicali sono in prima linea

Con la consueta arguzia, sul Foglio di qualche giorno fa, Giuliano Ferrara si soffermava su un dato politico apparentemente paradossale. Il dibattito sul “fine vita” ed in generale i temi della c. d. biopolitica (termine per la verità inquietante) vedono, in entrambi gli schieramenti politici, in posizione di assoluto protagonismo soggetti che hanno il comune denominatore di aver militato fra le fila del Partito Radicale.

Se, prevedibilmente, sul fronte iper – laico troviamo compattamente schierata l’attuale dirigenza radicale, sul fronte pro-life troviamo esponenti del centro - destra come Gaetano Quagliariello o Eugenia Roccella anch’essi con una formazione giovanile radicale. Ed anche la posizione di coloro che guardano ad una (improbabile) terza via ha trovato in Francesco Rutelli (già delfino del lidér maximo radicale). La stessa fronda dissenziente laica intera al PdL è capeggiata da Benedetto Della Vedova.

La circostanza è effettivamente curiosa, ma non è affatto causale e merita di essere approfondita. Per comprendere appieno le ragioni del fenomeno occorre in primo luogo sgombrare il campo da una tesi superficiale che ogni tanto fa capolino. La tesi è che la posizione della Roccella o di Quagliariello sia il frutto di un mero calcolo tattico di convenienza politica, ascrivibile alla categoria del “voltagabbanismo”. La tesi non sta in piedi per due motivi: perché non corrisponde a nessuna buona ragione pratica e perché al contrario alla base della posizione di quanti, di formazione laica, decidono di assumere sui temi “eticamente sensibili” posizioni non ortodosse rispetto al pensiero politico “laicamente corretto” vi sono solide ragioni teoriche (che naturalmente possono essere condivise o meno).

Dal punto di vista della ragion pratica, non v’è dubbio che per Quagliariello o la Roccella sarebbe stato assai più agevole guadagnare spazi politici e visibilità concentrandosi su altri filoni. Immaginiamo, infatti, che l’attivismo sui temi eticamente sensibili avrà procurato loro non pochi problemi anche all’interno del proprio schieramento, se non altro per la prevedibile diffidenza che avranno incontrato tra le fila dei politici cattolici d. o. c. che nel nostro Paese sicuramente non scarseggiano.

Ma più interessante è il piano della ragion pura. Sforzandosi di leggere i fatti della politica in modo meno superficiale, meno attento alla polemica usa e getta delle agenzie di stampa e dei quotidiani, è possibile rintracciare un forte legame fra i valori profondi della cultura liberale (della quale la vicenda radicale è stata una delle traduzioni più nobili) e le posizioni in materia di inizio e di fine vita. Temi come quello della fecondazione assistita, dell’aborto, del testamento biologico e dell’eutanasia rimandano in modo diretto al rapporto fra l’individuo e la sua capacità di autodeterminazione e lo Stato e la sua capacità di etero - determinazione. In tutti questi casi, l’attenzione verso soggetti in posizione di estrema debolezza (quali l’embrione, il feto, il soggetto gravemente handicappato o il malato terminale) altro non è se non l’ennesimo capitolo dell’eterno dramma di Antigone, del permanente conflitto fra la ragione degli individui e la Ragion di Stato. Naturalmente, in alcuni di questi casi, partendo da premesse politiche schiettamente liberali, è ben possibile dissentire dalle soluzioni di merito proposte. Ciò che non è invece accettabile è archiviare tali posizioni come rigurgiti oscurantisti o tentazioni neo – clericali.

Che le posizioni “teo - con” di politici di provenienza radicale destino stupore è forse comprensibile, ma solo da parte di chi ha una lettura statica e superficiale della vicenda radicale. Una lettura ferma agli elementi superficiali e folcloristici e che invece trascura i fattori culturali di fondo della stessa. Il vero lascito politico di Marco Pannella è stata la sua straordinaria capacità di rimanere sempre fedele ai propri principi anche quando ciò comporta una vera e propria sovversione dell’ordine linguistico consolidato, dei luoghi comuni del politicamente corretto. Del resto, non era proprio Pierpaolo Pasolini, grande poeta comunista, ad invitare i “compagni radicali” ad essere sempre “semplicemente voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili”.

Antonio Mambrino
Tratto dal sito www.loccidentale.it

mercoledì 18 marzo 2009

Perché con la Robin tax il Pd è caduto nel ridicolo

Dario Franceschini, con la sua trovata da Robin Hood del Pd è caduto nel ridicolo. Dopo avere inventato 4 miliardi di nuove spese per ammortizzatori sociali con un sussidio generale ai disoccupati, che avrebbe come copertura la lotta all’evasione fiscale e l’utilizzo di plusvalenze della Cassa Depositi e Prestiti, adesso ha escogitato una Robin tax “sui ricchi “, consistente in una addizionale all’Irpef, del 2 per cento che dovrebbe dare 0, 5 miliardi di euro, che i comuni e le non profit di tutta Italia erogherebbero ai poveri.

Poiché il 2 per cento su coloro che nella dichiarazione dei redditi denunciano oltre 120 mila euro annui dà solo 0, 5 miliardi, Franceschini dovrebbe capire che non si tratta di una “tassa sui ricchi”, ma solo su di colletti bianchi pubblici e privati, per una parte dei loro redditi, in quanto gli altri redditi sono tassati con trattenute secche alla sorgente o stanno nelle società di comodo e nei fondi di investimento nei paradisi fiscali. Con 60 milioni di italiani, 500 milioni distribuiti pro capite diventano di 8, 30 euro per abitante. Posto che i poveri fossero il 5 per cento degli abitanti si tratterebbe di venti volte 8, 3 euro per povero, cioè di 166 euro annui per ciascuno: 13 euro al mese, al lordo dei costi di gestione.

Franceschini non ha specificato chi applicherebbe questa addizionale: lo stato, le Regioni o le Province? I “ricchi” tassati si concentrano in alcune grandi città del Nord e a Roma in quanto si tratta dei dirigenti delle amministrazioni pubbliche, delle banche, delle grandi imprese che ivi risiedono. Invece i “poveri” spesso vivono o sopravvivono altrove. Così se l’addizionale fosse delle Regioni o addirittura dei comuni a cui compete la spesa, ci sarebbe una grande ingiustizia, perché molti comuni di molte regioni non riceverebbero sullo o quasi.

Se lo stato applicasse l’addizionale per darla ai comuni, con quale criterio lo dovrebbe fare? Se distribuisse questo mezzo miliardo ai comuni, in base al loro reddito pro capite presunto, ciò comporterebbe 8 mila 300 euro per i comuni di mille abitanti con un costo amministrativo sproporzionato, trattandosi di oltre 8 mila comuni. Rivoli di denaro sparpagliati, di improbabile gestione e impossibile controllo.

Dunque il piano di Robin Hood di Franceschini fa fiasco. E lui è reduce da un fiasco ipotetico ancora maggiore. Infatti la copertura dei 4 miliardi di assegni ai disoccupati da lui proposta consisteva nella lotta all’evasione (senza dire con quali strumenti tecnici e verso quali aree di evasione), nel prelievo sul patrimonio della Cassa Depositi e Prestiti che serve per finanziare gli investimenti degli enti locali e nelle opere pubbliche gestite dalle imprese, con la finanza di progetto per darli ai disoccupati. I quali, riducendo il credito all’investimento aumenterebbero.

La Marcegaglia, presidente della Confindustria chiede “soldi veri”contro la crisi e il Pd annuisce "ma i soldi veri” per rilanciare la nostra economia non sono quelli del governo, che non si può indebitare oltre un certo limite. Sono nelle famiglie e nelle imprese, nei fondi europei per l’Italia. Si tratta di mobilitarli con un aiuto limitato della finanza pubblica utilizzando stanziamenti per investimenti già a bilancio e con una azione dello stato che riguarda soprattutto il suo compito di regolatore e di garante delle iniziative valide di lungo termine. E ciò viene fatto con ì due grandi piani di investimento del governo, rivolti al sistema di mercato: quello riguardante la casa di Berlusconi consistente nell’aumento delle cubature degli edifici esistenti e nella autocertificazione delle licenze a costruire e quello delle grandi opere. Due piani che non comportano nuovi oneri per il bilancio pubblico, che riguardano investimenti e non consumi, e hanno entrambi una grande valenza sociale.

Emma Marcegaglia che si trovava a Palermo avrebbe dovuto pronunciarsi per l’immediata operatività del piano grandi opere e quindi del progetto del Ponte sullo stretto, un investimento di 7 miliardi di euro basato sulla finanza di progetto delle imprese che comporta solo una quota limitata di spesa pubblica. E avrebbe dovuto accompagnarvi la richiesta di accelerare la Tav da Lione a Torino e da Milano a Trieste e da Milano a Genova finanziata in gran parte dalle Ferrovie dello stato, e dall’Unione europea. Ci sono altre opere per il Sud e le Isole che possono essere cofinanziate dai privati, dai fondi dell’Unione europea e dall’operatore pubblico senza nuovi stanziamenti di bilancio. Emma Marcegaglia non ne ha parlato, ma si è pronunciata a favore del “piano casa”. Berlusconi dà una risposta corretta agli assistenzialismi. Da un lato le grandi opere, gestite dalle grandi imprese e riguardanti le infrastrutture di cui l’Italia ha bisogno finanziate in parte dallo stato, sul suo bilancio, in parte dall’Unione europea, in parte dal credito sulla base dei futuri ricavi dell’investimento. Dall’altro lato le piccole opere di edilizia abitativa gestite dalle piccole e medie imprese assieme alle famiglie, mobilitando il loro risparmio, al fine di ridurre il problema della casa. Questi due grandi canali di rilancio dell’investimento contengono grandi messaggi positivi riguardanti un futuro migliore in un periodo in cui la fiducia nel futuro diminuisce.

Si consideri il Ponte sullo stretto. Tutta la discussione ora verte sul fatto se i pedaggi del traffico che vi passerà, di auto, autocarri, autobus, treni basterà a ripagarlo. Il costo dell’opera per le imprese viene ridotto dal fatto che al termine di 30 anni la società che la costruisce e la gestirà, avrà dallo stato che ne diverrà proprietario un pagamento del 50 per cento del suo costo storico in moneta di costante potere d’acquisto. Ciò comporta che il costo dell’ammortamento si dimezza. Lo stato la ridarà in concessione. Certamente, allora il provento del traffico sarà maggiore, quindi l’impegno futuro dello stato può essere aumentato al 100 per cento del valore di costo dell’opera che esso recupererà con una nuova sua concessione di gestione. Così voce di costo per ammortamento per l’impresa che gestirà il Ponte si annulla. Quindi basterà un utile netto sui costi di esercizio del 3 per cento in termini reali, 210 milioni annui, per rendere l’iniziativa conveniente. Al ricavo andranno anche due contributi pubblici che non implicano un nuovo costo per il bilancio statale: una sovvenzione sostitutiva di quella che verrà meno delle navi traghetto e un’altra sostituiva del contributo alle Ferrovie dello stato per il traghetto dei suoi treni.

Ad Emma Marcegaglia presidente degli industriali, in gran parte del Nord, la problematica del Sud sembra importare poco. Ma a Dario Franceschini segretario del più grande partito di sinistra dovrebbe competere la problematica economica, sociale di tutta l’Italia. Ha proposto in due settimane, 4, 5 miliardi di nuove spese per assegni ai disoccupati, e ai poveri. Ma la parola “Mezzogiorno”, non la ha mai pronunciata. Gli squilibri regionali, per lui non sono squilibri sociali. Non pensa alle prospettive di sviluppo economico e turistico che si possono creare collegando la Sicilia alla Calabria, in una unica grande regione mediterranea, ai posti di lavoro che si generano in questo modo, agli sviluppi tecnologici che la attuazione di questo progetto può suscitare. E il fatto che il piano anticrisi di Berlusconi, oltre ché per mobilitare il risparmio e il lavoro serva per la casa delle famiglie e ne mobiliti il risparmio per tale scopo, sembra importargli poco. Eppure la famiglia è la principale unità sociale. E la casa è il centro di questa socialità, fondata sul diritto di proprietà.

Francesco Forte
Tratto dal sito
www.loccidentale.it

Fine vita, domani in aula Berlusconi s'impegna: «Mai eutanasia di Stato»

«Non saremo mai d’accordo con chi vuole l’eutanasia di Stato». Lo ha assicurato il premier Sil­vio Berlusconi, intervenendo domenica te­lefonicamente al convegno di Rete Italia a Ri­va del Garda. Dunque a pochi giorni dall’av­vio (domani) nell’aula del Senato del dibatti­to sul fine vita il presidente del Consiglio ri­badisce una posizione netta, pur ricordando che la libertà di coscienza fa parte del baga­glio culturale del Pdl. Il 'no' all’eutanasia de­ve essere comunque «un punto assolutamente chiaro». Ricordando la vi­cenda di Eluana Englaro, il premier ha affermato: «È fuori di dubbio, che siamo per la vita, siamo contro l’eutanasia. Siamo convinti che il vuoto nor­mativo in materia di fine vita non possa essere la­sciato all’interpretazione, spesso contraddittoria, dei tribunali e della ma­gistratura, ma che questo vuoto debba essere col­mato con un provvedi­mento che introduca nor­me di civiltà, nel rispetto di tutti».

«Un no chiaro all’eutanasia», ha commenta­to il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni nell’intervento a conclusione del­la convention di Rete Italia, ricordando anche le affermazioni fatte dal premier in materia di famiglia, di quoziente familiare, di persona, di sostegno all’educazione libera. «Berlusco­ni ha detto – ha spiegato Formigoni – che la natura del Pdl vuole essere la natura di un par­tito che fa riferimento forte, convinto, ad al­cuni valori, non astratti, perché vuole che la sua politica parli di questi valori. È un partito che vuole, con gli atti politici che fa, dimo­strare il proprio essere incarnato dentro que- sto universo di bisogni, di aspirazioni e di spe­ranze degli uomini e delle donne del nostro tempo».

Anche per il capogruppo del Pdl a Palazzo Ma­dama, Maurizio Gasparri, le parole di Berlu­sconi sono state «chiare e impegnative». Ga­sparri, nel suo intervento al convegno di Re­te Italia, ha ricordato «la drammatica giorna­ta del 9 febbraio» nella quale Eluana Englaro morì. Quando nella seduta del Senato ne ar­rivò la notizia, il capogruppo del Pdl fece del­le affermazioni che gli provocarono le critiche dello stesso leader storico del suo partito, Gianfranco Fini. Gasparri parlò di «un caso di eutanasia», sul quale «pe­seranno per sempre le fir­me messe e le firme non messe», respingendo an­che l’invito a rispettare il silenzio del Quirinale. «Ripensandoci alcune settimane dopo – ha det­to il capogruppo pdl do­menica a Riva del Garda – dico le stesse cose, perché anche se si guida un grup­po parlamentare, si fa il militante di un’idea e di valori. E noi quella notte abbiamo difeso i valori della vita contro l’ipocrisia di alcune istitu­zioni, e li difenderemo in Parlamento nei pros­simi giorni. È un atto di militanza che conti­nueremo». Intanto il sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, garantisce che al confronto in Sena­to il Pdl si presenterà compatto: «Non c’è in­certezza di posizioni ed in aula ci sarà com­pattezza rispetto ai punti fondamentali. Quan­do si parla di libertà di coscienza si dice qual­cosa di ovvio e che, trattandosi di temi etici, va riconosciuta; non si tratta però di 'anar­chia etica', e questo perché il Pdl ha una po­sizione in merito definita e non 'prevalente' come per il Pd».

Pier Luigi Fornari
Tratto dal quotidiano Avvenire del 17.03.2009

martedì 17 marzo 2009

Ecco i soldi veri stanziati dal governo per famiglie, aziende e lavoratori

“Il pacchetto di aiuti dell’Italia è un risposta adeguata alla recessione e le misure sono in linea con il programma europeo”. Così lunedì 7 marzo l’Ecofin, il consiglio dei ministri economici dell’Unione europea, promuoveva a pieni voti quanto fatto fino ad allora dal governo per combattere la crisi. Di più: lo additava ad esempio ad altri paesi perché l’Italia ha destinato le sue risorse su le tre direttrici di famiglie, ammortizzatori sociali ed imprese, anziché impegnare capitali dei contribuenti in un’incerta opera di nazionalizzazione di banche e assicurazioni, come invece Gran Bretagna, Francia e Germania.

Questa dovrebbe essere una risposta al presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, che nel fine settimana ha reclamato dal governo “soldi veri” per le aziende e l’economia. Che i soldi veri ci sono, la Marcegaglia lo sa benissimo, anche perché il più delle volte ha partecipato personalmente assieme alle parti sociali alla stesura dei provvedimenti, condividendoli. Certo, il presidente della Confindustria si rivolge in queste occasioni alla platea dei suoi iscritti, alle prese con la crisi e con il credito bancario. In un certo senso fa la sua parte.

Al solito il segretario del Pd Dario Franceschini ha cercato di saltare sul treno (sbagliato) delle parole della Marcegaglia per rispolverare il suo vecchio slogan “molte promesse, niente soldi”. Se la leader della Confindustria recita il suo ruolo di pungolo al governo – immediatamente accontentata da Silvio Berlusconi, che la vedrà domani – Franceschini, come sempre, mente.

Non sarà male, in ogni caso, fornire l’elenco aggiornato dei “soldi veri” stanziati finora dal governo. In soli quattro mesi.

Ammortizzatori: 21 miliardi. Per il biennio 2009-2010 il governo ha messo a disposizione 21 miliardi di euro. Di questi, 12 miliardi sono a copertura degli ammortizzatori “ordinari”: quelli compresi nel bilancio dello Stato e destinati alla cassa integrazione ordinaria e straordinaria. A questi si devono aggiungere altri 8 miliardi (4 nel 2009, altrettanti nel 2010) destinati ad ammortizzatori sociali “in deroga”. Cioè, per tutte quelle categorie che – tradizionalmente – erano escluse da assegni di copertura sociale: a cominciare dai lavoratori atipici e dai precari. Non solo. Nell’ultimo consiglio dei ministri il governo ha ulteriormente irrobustito con un altro miliardo l’assegno per i precari a cui non viene rinnovato il contratto, raddoppiando dal 10 al 20% dell’ultima retribuzione l’indennità in assenza di lavoro; e ha concesso ai cassintegrati di svolgere lavori saltuari (fino a 3.500 euro) in aggiunta alla cassa integrazione. Un assieme di norme che va a beneficio dei lavoratori, ma che evidentemente consente anche di ridurre la pressione sociale sulle aziende.

Imprese: 11 miliardi. A sostegno diretto delle aziende è stato creato – presso la presidenza del Consiglio – un Fondo destinato all’economia reale. Si tratta di 9 miliardi pronta cassa alimentato con i soldi originariamente destinati alle aree sottoutilizzate, in carico ad ogni singolo ministero, e che rischiavano di andare persi. Non solo: il governo ha erogato, già da metà febbraio, 2 miliardi di euro come bonus rottamazione di auto, elettrodomestici, mobili, elettronica. Il tutto in una logica anche di ricambio ecologico. I primi effetti si sono visti con gli incentivi per l’auto: il mercato ha fatto registrare un aumento di vendite già nel’ultima parte del mese, mentre a marzo dovrebbe, dopo molti mesi, tornare completamente positivo.

Famiglie: 8 miliardi. Fin dal manifestarsi della crisi (fine 2008) il governo ha stanziato prima 7 miliardi, poi un altro miliardo, destinati: alla carta acquisti, o social card, per i meno abbienti e gli anziani; al bonus fiscale (fino a 2.500 euro) per i nuclei a basso reddito e con disabili a carico; agli sconti per l’iscrizione dei bambini agli asili nido; ai crediti d’imposta per l’acquisto di prodotti dell’infanzia (latte in polvere e pannolini); al rinnovo della detraibilità fiscale di una serie di consumi sociali, come l’abbonamento ai mezzi pubblici.

Infrastrutture: 18 miliardi. Nel complesso il governo ha sbloccato (anche con l’impegno dei privati) risorse per 17,8 miliardi di euro. Dieci miliardi destinati per l’ammodernamento e potenziamento della rete stradale e autostradale, dalla Pedemontana lombarda alla Salerno-Reggio Calabria alla statale Jonica. Il resto distribuito nel rafforzamento delle infrastrutture ferroviarie (Alta velocità, 2,75 miliardi); metropolitane (1,5 miliardi); Ponte sullo Stretto (1,3 miliardi); edilizia scolastica (un miliardo); salvaguardia della laguna di Venezia (800 milioni); l’edilizia carceraria (200 milioni); i sistemi idrici meridionali (150 milioni). Si tratta anche qui di soldi veri: i cantieri si apriranno entro sei mesi. Ed a chi dubita o si attarda in facili ironie, basterà ricordare il precedente del Passante di Mestre: dopo decenni di discussioni inconcludente, il precedente governo di centrodestra ne ha avviato i lavori nel 2005, e poco più di quattro anni dopo, un mese fa con Berlusconi, lo ha inaugurato perfettamente funzionante.

Edilizia: 1,5 miliardi. Il piano casa varato assieme alle regioni vale 550 milioni, ma potrebbe risultare molto più ampio a seconda di quanti vorranno utilizzarlo. Come è noto si tratta da una parte di far ripartire l’edilizia popolare, dall’altra di consentire l’aumento di cubature, nel rispetto dei piani paesaggistici e senza abusi, in percentuali dal 20 al 30% a seconda che si usino tecnologie ecologiche e di risparmio energetico. In più è stato reso permanente l’abbattimento al 10% dell’Iva sulle costruzioni.

Soldi al credito: 12 miliardi. Traduciamo così i Tremonti bond. Il meccanismo è semplice: il governo compra dalle banche che ne fanno richiesta obbligazioni da loro emesse remunarandole intorno al 7,5%. In cambio gli istituti di credito si obbligano a fornire una serie di garanzie alle aziende ai privati: dai fidi e prestiti per le imprese (sui quali i prefetti vigileranno in collaborazione con Bankitalia), alla sospensione temporanea della rata del mutuo per chi si trovi in cassa integrazione o in disoccupazione. Che non si tratti di “soldi alle banche”, come ha cercato di far credere la sinistra, ma di soldi veri al sistema produttivo lo dimostra l’iniziale incertezza con cui gli istituti di credito hanno aderito all’iniziativa. Non desiderando perdere i loro privilegi, specie in tema di prestiti, hanno atteso il da farsi, finché il Banco Popolare ha rotto il fronte prenotando 1,45 miliardi, in gran parte che consentiranno il salvataggio della Banca Italease (e relativi clienti). Altrettanto, per importi diversi, si accingono a fare Intesa SanPaolo, Unicredit, Mps ed altri.

Straordinari e contratti. A questo elenco, finora pari a 71,5 miliardi di “soldi veri”, si possono aggiungere i fondi messi a disposizione dal governo per il finanziamento del nuovo modello contrattuale, definito dalla Confindustria “una conquista per le imprese e per i lavoratori”, e che invece è stato bocciato dalla Cgil. Si tratta dell’articolazione del contratto su vari i livelli; il governo interviene detassando gli straordinari ed i premi di produzione fino a 3.500 euro, tetto che potrà essere aumentato con la ripresa. Importo? Almeno 500 milioni.

Garanzie su depositi, mutui e obbligazioni. Fin dall’inizio della crisi il governo ha assunto su di sé, cioè sullo Stato, la garanzia sui depositi in conto corrente di ogni cittadino, fino ad un importo di 103.000 euro per ogni singolo intestatario. Garantite anche le obbligazioni ed i pronti contro termine espresse in titoli pubblici. Garantita la rata dei mutui, che in sostanza non potrà eccedere, per quelli a tasso variabili, l’interesse complessivo (spread compreso) del 4%. La Banca d’Italia ha messo a disposizione 40 miliardi di euro per il riacquisto dalle banche di titoli tossici in cambio di titoli ad elevata qualità. Questi fondi non li conteggiamo: ma, se caso mai occorresse, ci sono.

• L’Italia ha fatto più degli altri governi. Conclusione “l’Italia ha finora erogato 45 miliardi di euro, e con i fondi europei già impegnati si raggiunge, nel triennio 2008-2010, gli 80 miliardi di euro”. La fonte? Repubblica di oggi. Fonte non sospetta, diremmo. Vediamo quanto hanno messo sul piatto gli altri paesi: Germania 81 miliardi, Spagna 61, Francia 29, Gran Bretagna 23. Parte di quanto speso dai nostri partner, però, comprende i fondi serviti al salvataggio delle banche, cioè ad intervenire direttamente nel loro capitale (non è il caso della Gran Bretagna, che li conteggia a parte: si tratta di ben 200 miliardi). Certo, sono cifre distanti dai 660 miliardi previsti finora dal piano Obama. Ma la crisi è nata neli Usa, là si sono persi mutui e case, l’industria automobilistica è al crack, non esiste l’assistenza sanitaria per tutti. E non esiste neppure la certezza che il piano Obama funzioni. Tornando a noi: si chiedono “soldi veri”. Eccoli: veri, anzi “verissimi”.

Tratto dal sito www.mauriziolupi.it

lunedì 16 marzo 2009

Superare l’antinomia laici-cattolici

Nel Pdl la leadership di Silvio Berlu­sconi non è in discussione, ma le re­gole del gioco sì. A porre il problema della democrazia nel nuovo partito è il go­vernatore della Lombardia Roberto Formi­goni, in vista dell’imminente congresso. «Il vascello ha un capitano e il partito sarà pre­sidenziale – ha detto ieri – ma deve essere an­che aperto, partecipato, democratico». A partire dalle candidature: «la classe dirigen­te sia decisa dalla base». Anche l’elezione del leader, ha specificato, dovrà avvenire con un voto e potrebbe persino essere segreto se, ha soggiunto, «per assurdo vi fosse una candi­datura alternativa». A chi poi sta pensando di spostare al 2014 i congressi locali, il pre­sidente lombardo manda a dire: «cinque an­ni di sospensione della democrazia mi sem­brano un po’ troppi. Ne basta uno». È dunque un Formigoni che difende la de­mocrazia dei numeri e delle preferenze – «vogliamo reintrodurle nelle elezioni italia­ne » – quello che a Riva del Garda ha chiesto al Pdl di celebrare i congressi «a tutti i livel­li » entro dodici mesi. L’obiettivo è contarsi e superare gli equilibri concordati per la fu­sione tra Forza Italia e An. Unanime su que­sta linea Rete Italia, la quasi-corrente che qui chiamano «coordinamento di amici» e che è un forum di amministratori e deputati di ispirazione cristiana, in cerca di uno spazio dove discutere di sussidiarietà e liste eletto­rali, ma anche dei consigli d’amministra­zione delle Ferrovie Nord e dell’arcipelago Fiera. Il parterre ha un baricentro lombardo e quin­di, se il futuro del Pdl è importante, il rap­porto con la Lega lo è di più. Ecco allora For­migoni rispolverare la «collaborazione com­petitiva » che fu tra Dc e Psi, condannare l’ambizione leghista di essere «partito di lot­ta e di governo» ma anche blandire il Car­roccio «da cui dobbiamo imparare molto, per quanto riguarda la presenza sul territo­rio, la militanza e la disponibilità dei parla­mentari e dei ministri ad ascoltare la gente. Da noi questo non succede sempre». La stoccata non vale per i ministri «amici» di Rete Italia, come Maurizio Sacconi, che ieri è stato chiamato a tracciare l’identikit del Pdl: sarà «pragmatico» ma si incardinerà sul­la centralità della persona, «in sé e nelle sue relazioni, perché la persona isolata non esi­ste, è un’astrazione», ha aggiunto senza cu­rarsi di chi, nella maggioranza, la pensa in modo diametralmente opposto. Il nuovo partito «realizzerà il superamento dell’anti­nomia tra laici e cattolici, basandosi su una definizione di una nuova e più alta laicità che non può non includere i valori cristia­ni ». D’accordo con lui il ministro degli este­ri Franco Frattini, per il quale «non basta u­na sommatoria» tra cultura laica e cristiana. O, per dirla con il vicepresidente del Parla­mento europeo Mario Mauro (candidato da Berlusconi all’europresidenza per la prossi­ma legislatura), «non è una questione di sin­cretismo ». Della ricerca di una nuova laicità aveva parlato venerdì il cardinale Scola; sul­l’ispirazione cristiana del Pdl ha insistito For­migoni, per dire che «non c’è nulla da ricer­care: abbiamo assunto la carta dei valori del Partito popolare europeo». La vicenda di E­luana, ha aggiunto il governatore, «ha evi­denziato una cosa: Berlusconi non ha a­scoltato i sondaggi, ma ha risposto all’istin­to cristiano che è in lui». Sacconi, dal canto suo, ha definito il caso Englaro una «prova da sforzo decisiva» per il Pdl, ricordando le tensioni in Consiglio dei ministri: «Guai se non avessimo fatto quelle scelte. Avremmo riprodotto la distinzione tra laici e cattolici e ci sarebbe stata la nascita di un movimen­to politico già vecchio». La convention si chiude oggi con l’ìntervento dei ministri Gel­mini, Alfano e Fitto e del sindaco di Roma A­lemanno. Berlusconi telefonerà. Sacconi alla convention di Rete Italia: un partito pragmatico. Formigoni all’attacco: il Popolo della libertà sia aperto e democratico. La classe dirigente dovrà essere decisa dalla base. Reintrodurre le preferenze.

Paolo Viana

venerdì 13 marzo 2009

RETE ITALIA:FORMIGONI, MAURO E BERLUSCONI A RADUNO NAZIONALE 13-15/ MARZO

Al via venerdì la seconda edizione del raduno nazionale di Rete Italia.
Dal 13 al 15 marzo 2009 a Riva del Garda (Tn) si alterneranno incontri, riflessioni e interventi su riforme, cammino verso il Popolo della Libertà, ruolo di cattolici e laici negli schieramenti politici italiani.
Gli incontri a Riva del Garda saranno preceduti, venerdì 13 marzo, dalla lectio magistralis 'Chiesa e politica oggi: spunti per un giudizio' tenuta dal patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola.
Sabato 14 marzo 2009 e' previsto l'intervento di Roberto Formigoni, presidente di Regione Lombardia e vicepresidente nazionale di Forza Italia. Nel corso dei due giorni si alterneranno nel palacongressi di Riva del Garda il ministro Maurizio Sacconi, il ministro Franco Frattini, il ministro Angelino Alfano, il ministro Raffaele Fitto, il ministro Mariastella Gelmini, il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, il vicepresidente del Parlamento Europeo Mario Mauro, l'onorevole Giancarlo Abelli (vicecoordinatore nazionale di Forza Italia), il presidente del gruppo Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto, il presidente del gruppo Pdl al Senato Maurizio Gasparri e il sindaco di Roma Gianni Alemanno.
Domenica 15 marzo e' previsto l'intervento del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Rete Italia, nata nel 2006 da un'iniziativa di Roberto Formigoni, Mario Mauro, Maurizio Lupi e Giancarlo Abelli, è presente oggi in molte regioni italiane dove promuove momenti di confronto tra amministratori e territorio, favorendo lo scambio di esperienze e la diffusione della sussidiarietà come motore dell'iniziativa politica. Rete Italia ha sviluppato un'attenzione particolare ai più giovani come testimonia il successo della scuola di formazione politica che in due anni ha radunato oltre 900 iscritti ai suoi seminari.

Don Carrón (Cl): «La crisi? È un’emergenza educativa»

«L’emergenza e­ducativa in atto non ri­guarda solo la scuola, ma è soprattutto una crisi dell’u­mano. Che si documenta nella passività di tanti giova­ni, quasi incapaci di interes­sarsi a qualcosa in modo du­raturo, e nella stanchezza, nella solitudine, nello scetti­cismo di adulti che non san­no cosa offrire come rispo­sta».

Don Julián Carrón, presi­dente della Fraternità di Co­munione e Liberazione, ha parlato a 2000 persone nel Palasport di Imola per un corso organizzato dalla dio­cesi e introdotto dal vescovo Tommaso Ghirelli. Carrón parte da una citazione di Al­beroni: «Negli ultimi vent’anni molti sociologi e­rano convinti che nella so­cietà post­moderna spariscono non solo le ideologie ma tutte le certezze e lo stesso 'principio di non con­traddizio­ne', per cui non dobbia­mo più de­cidere se è vero questo o quello: so­no veri tutti e due. Ades­so tutto questo è messo alla prova. Per­ché vedia­mo la fatica della nostra società a tra­smettere la ragione del vive­re, cioè a introdurre al reale le nuove generazioni».

Per descrivere il primo segno dell’emergenza, il disinte­resse, il relatore richiama un articolo di Pietro Citati sugli eterni adolescenti: «Preferi­scono restare passivi, vivono avvolti in un misterioso tor­pore. Non amano il tempo. L’unico loro tempo è una se­rie di attimi che non vengo­no mai legati in una catena o organizzati in una storia». «La ferita in questi giovani – rispondeva poco tempo do­po Eugenio Scalfari – è stata la perdita dell’identità e del­la memoria, la ferita è stata la noia che ha ucciso il tem­po, la storia, le passioni e le speranze». Chiosa don Carrón: «Prima si impegna- no per fare perdere ai giova­ni l’identità e poi si lamen­tano che non che l’hanno più».

Il presidente della Fraternità di Cl boccia anche i rimedi proposti da Umberto Galim­berti a proposito della «ge­nerazione del nulla». «Poiché la ragione illuministica – os­serva – non è in grado di de­stare l’interesse, Galimberti propone di tornare ai greci, immaginando una sorta di misura al pensiero illimita­to. Ma proprio questa misu­ra si dimostra sconfitta per­ché la passività aumenta». Senza interesse «si fa strada il nichilismo richiamato da Augusto Del Noce. Quello di oggi è un nichilismo gaio, senza inquietudine. Si po­trebbe addirittura definirlo della soppressione dell’'in­quieto cor meo' agostinia­no. Questa è la disumaniz­zazione. Come una sorta di indeboli­mento del desiderio.

Non si trova una risposta all’esigenza di totalità; allora soc­combiamo alla menzo­gna del rela­tivismo ». Chi potrà contribuire alla sfida dell’emer­genza edu­cativa? «Chi ha qualcosa da offrire – risponde Carrón –. È un’occasio­ne bellissi­ma anche per la Chiesa. Soprattutto se accetterà di approfondire la natura del cristianesimo, che non è soltanto un insieme di verità o di regole ma la verità diventata carne. Solo se i concetti diventeranno carne e sangue nei testimoni si po­trà ridestare la vita dal tor­pore offrendo un significato che ci consenta di affronta­re tutto. Anche la crisi eco­nomica ». Chi sia in grado di offrire un’ipotesi che riem­pia la vita di fascino potrà a­vere qualche chance nel fu­turo, conclude il relatore: «O­ra non è un’ideologia a deci­dere, ma il vaglio dell’espe­rienza. Siamo in un mo­mento, da una parte terribi­le e dall’altra affascinante, dove a nessuno viene rispar­miata la verifica del signifi­cato del vivere».

Stefano Andrini
Tratto dal quotidiano Avvenire del 12.03.2009

Primo, recuperare a sinistra: la strategia del Pd è chiara

Non deve stupire che Umberto Bossi abbia giudicato con qualche favore la proposta di Dario Franceschini: aumentare l'Irpef nel 2009 ai redditi più alti, una sorta di «una tantum» per destinare maggiori risorse al sostegno dei ceti poveri. Sarebbe sembrato strano il contrario.

La Lega, autentico partito «popolare», in questi anni è cresciuta guadagnando consensi in molte direzioni, ma si è giovata in particolare della crisi della sinistra al Nord. È evidente che non intende rinunciare a questo spazio. Ora la strategia del Partito democratico post-veltroniano consiste proprio nel recuperare l'elettorato di sinistra. Un elettorato disperso, disilluso, frastornato dalle difficoltà economiche. Franceschini e il gruppo dirigente ex diessino dietro di lui si muovono con una determinazione da ultima spiaggia verso tale obiettivo. S'intende, è un sentiero stretto: ma oggi è l'unico praticabile. «Far piangere» un po' i ricchi - come recitava uno sfortunato slogan di Rifondazione nel 2006 - in vista di ritrovare un legame con una base sociale in fuga.

Si tratta di demagogia, come ha subito commentato il Pdl? È la garanzia che il Pd «resterà dieci anni all'opposizione», come ha chiosato Capezzone? Difficile dirlo. È ovvio che Franceschini - e con lui i Bersani e i D'Alema - non pensano di rubare voti a Berlusconi su questo terreno. La loro priorità è invece impedire che l'emorragia dei consensi continui: a vantaggio di Di Pietro, di una estrema sinistra in grado di superare la barriera del 4 per cento alle europee, e naturalmente del grande partito dell'astensione.

C'è una sensibile differenza tra un risultato del 22 per cento e uno del 28-29. Il primo caso equivale a uno scenario drammatico per il centro-sinistra: sarebbe difficile scommettere sul futuro del Pd così come lo conosciamo oggi. Il secondo consente invece di ricostruire, specie se accompagnato dalla riconquista di qualche città importante, a cominciare da Bologna e Firenze. Tutto è appeso a un filo, ma è l'unico margine di manovra dei democratici con la crisi economica che si aggrava.

In fondo è proprio D'Alema a denunciare gli «errori» di Veltroni e a elogiare il nuovo segretario che si muove nel più sicuro solco dell'identità socialdemocratica. Il che non significa che regni l'armonia nel nuovo Pd, come testimoniano le significative frizioni sulla scelta del presidente Rai. Dove è chiaro che il «patto di sindacato» diessino non gradisce troppo l'autonomia di cui ha tentato di dar prova il leader ex democristiano.

I voti però si prendono o si perdono sui problemi reali, non certo sulla gestione della Rai. Ed è qui che Bossi mostra verso le proposte della sinistra un'attenzione sconosciuta al resto della maggioranza. Si capisce: la Lega ha bisogno di tenere a bada il Pd senza mortificarlo. Un'opposizione troppo debole non sarà un rischio agli occhi di Berlusconi, ma lo è per Bossi. Equivale a destabilizzare il quadro generale della politica e compromette il cammino della riforma federalista. Inoltre - ed è un vecchio tema - Bossi non gradisce lo strapotere di Berlusconi e punta a limitarlo per quanto è possibile. Dopodiché l'apertura della Lega a sinistra conosce confini precisi. Lo abbiamo visto nel «no» immediato all'ipotesi di accorpare il voto amministrativo e il referendum elettorale. Un'altra idea di Franceschini, ma qui la Lega difende se stessa. E non sente ragioni.

Stefano Folli
Tratto dal qutidiano Il Sole 24Ore del 12.03.09

giovedì 5 marzo 2009

Che delusione, signor Beppino

Per tante volte, giustamente, un sacrosanto silenzio l’ha chiesto lui. Adesso, dovrebbe trovare la forza di imporlo anche a se stesso.

Di concederselo, come un calmo e pacifico riposo, dopo tanti anni di clamori e di furori. Invece Beppino Englaro non si placa: da quel silenzio che in diversi momenti ha drammaticamente preteso, continua ad uscire in modo volontario e provocatorio. Come se non gli bastasse l’immane catasta di citazioni, di codici, di udienze, di ricorsi, di pronunciamenti, come se non ne avesse fin sopra i capelli di esperti, di perizie e di azzeccagarbugli: niente, per il suo dopo-Eluana ha scelto ancora carte bollate. Querelerà quelli che l’hanno definito assassino per ricavarne risarcimenti in denaro. Ovviamente, non c’è bieco cinismo, non c’è niente di spregevole nella finalità dell’azione: tutti abbiamo capito benissimo che i soldi eventualmente incassati non entreranno nei suoi conti bancari, nessuno - neppure i più avvelenati avversari - oserebbe insinuare questo, tutti cioè credono ciecamente che andranno a finanziare una fondazione nel nome di Eluana, per sostenere battaglie di civiltà. Ma nemmeno il nobile scopo riesce a spazzare via da questa nuova mossa un senso gelido di fastidio.

Per tutto quello che ha passato, che ha subìto, che gli è toccato, Beppino ha sempre raccolto la compassione, il più nobile dei sentimenti, di tutta una nazione. A parte qualche demente ultrà, componente fisiologica in qualunque corpo sociale, tutti hanno quanto meno compreso, immedesimandosi, gli stati d’animo e le devastazioni di questa incredibile vicenda familiare. Anche coloro che hanno combattuto dall’altra parte, comunque in nome del principio, non hanno mai calpestato l’aspetto umano e intimo della prova. I toni si sono alzati, le parole si sono inasprite, la polemica è persino degenerata in squallido schiamazzo da trivio, qualche volta. Ma troppa passione, troppa angoscia, troppa emozione ha sollevato la storia di Eluana, perché si potesse pensare che sessanta milioni di italiani, tutti quanti impassibili, restassero allineati e composti alla finestra, in attesa degli eventi. Da questo punto di vista, vale la pena ripeterlo: in generale, al netto di dementi e degenerazioni, la lunga agonia di Eluana è servita all'Italia per guardarsi dentro, per ragionarci sopra, per riscoprire una volta tanto la sua sopita capacità di pensiero.

Dopo le esequie, sembrava logico e doveroso dare un certo seguito, in un certo modo, al penoso epilogo. La discussione sul testamento biologico, un dovere primario e assoluto - fra tante chiacchiere - per la nostra classe politica, appare finora la risposta più edificante a una simile prova. Eppure, a Beppino non basta. Manifestare, come da Fabio Fazio, tutta la sua opposizione ad un progetto di legge che non condivide sta nel suo pieno diritto. Magari contrasta con la pretesa di silenzio che ha più volte avanzato, ma resta nel suo pieno diritto. Diversa, molto diversa, la scelta di avviare un’altra guerra mondiale dentro i palazzi di giustizia, a colpi di querele. Se è un modo per continuare la battaglia nel nome di Eluana, ha tutte le sembianze del modo più sgradevole. Da Eluana potrebbe scaturire un flusso di buone idee e di nobili sentimenti: così si finisce nuovamente nella bassa macelleria degli insulti, dei veleni e delle carognate. Per quanto benefico sia lo scopo finale, non è questo il dopo-Eluana che merita Eluana. Cosa se ne fa, la creatura che tutti abbiamo amato, di una fondazione fondata sul rancore?

È fin troppo evidente che dietro la mossa di Beppino ci sia la solerte e indefessa consulenza degli avvocati. Brava gente, gli avvocati: finché fanno gli avvocati. Finché esercitano la nobile professione dei tecnici giudiziari. Ma molti di loro, quando si accende un riflettore, quando fiutano l’aroma della notorietà, non esitano un attimo a inventarsi consiglieri, promotori, sobillatori. Vivono in un mondo tutto loro, pensano che con un codice si possa regolare agevolmente la complessa materia chiamata vita. Sembra di sentirli. Beppino, amico caro, hai tutte le ragioni del mondo. Ti hanno offeso e diffamato. Dammi retta: preparo un dossier e li facciamo neri.

Consiglio per consiglio, caro Beppino: può pure darsi che dopo lunghe e cruente battaglie legali, dentro e fuori i tribunali, in quel tritacarne che ormai ben conosce, alla fine lei vinca e si porti a casa un gruzzolo per la fondazione. Ma a quale prezzo? Voleva il silenzio, avrà un’altra guerra. Nella precedente, almeno, ha sempre sostenuto di parlare in nome di Eluana, rimasta senza voce. Permetta il dubbio: anche questa volta, davvero, può dire d’essere Eluana?

Cristiano Gatti
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 05.02.2009

La Cgil stoppa la via sussidiaria di Brescia

Mettersi di traverso alla realtà è il mestiere che preferisce. La Cgil è fatta così. A Brescia si è rinnovato il rito. L’amministrazione cittadina con il sindaco Adriano Paroli in testa, promuove un bonus bebè (mille euro per i figli nati nel 2008 da coppie italiane o miste, residenti a Brescia da almeno cinque anni e con un reddito massimo di 40.000 euro).

La Cgil insorge, sostenendo che la mossa è discriminatoria in quanto penalizza gli extracomunitari. Il sindacato di Epifani ricorre al Tribunale del lavoro. Risultato: la delibera viene bloccata; in buona sostanza la sentenza si pronuncia a favore del ricorso sostenuto dalla sigla sindacale massimalista presentato da quattro famiglie originarie d Bangladesh, Sri-Lanka, Algeria e Pakistan. Insomma, il provvedimento va esteso a tutti. Paroli naturalmente non ci sta. La sua iniziativa vuole essere una risposta specifica a problemi specifici secondo il principio di sussidiarietà (come lo sportello stranieri o badanti) che non ha nulla di discriminatorio verso gli extracomunitari, «si voleva rispondere con un gesto concreto alla scarsa natalità delle coppie italiane che adesso è sotto l’1 per cento. Un tempo si sarebbe parlato di sentenza politica», spiega a Tempi il sindaco. Paroli non può far altro che ritirare la delibera in quanto i fondi stanziati (1 milione e 350mila euro accantonati in bilancio per il bonus) non sarebbero stati sufficienti a coprire la totalità della domanda. A quel punto, tolta la delibera, anche il secondo pronunciamento del 21 febbraio da parte dello stesso Tribunale, conferma il primo giudizio. Morale? Bonus per nessuno. «Si è persa un’occasione, un’opportunità di offrire alle giovani coppie un qualcosa di concreto. Peccato. Ancora una volta sono prevalse logiche al ribasso che alla prova dei fatti hanno portato a togliere», aggiunge Paroli.

Enzo Manes
Tratto dal settimanale Tempi del 04.02.2009

Sul maestro unico le solite bugie della sinistra

Con la chiusura delle iscrizioni alla scuola elementare sono subito riprese, più violente che mai, le polemiche sulla riforma Gelmini.

Scaduti a fine febbraio i termini per le iscrizioni, sono stati diffusi dal ministero i risultati di un sondaggio effettuato sulle scelte operate dalle famiglie sull'orario scolastico della scuola elementare, che prevedeva una scelta tra maestro unico (24 ore) o maestro prevalente (27, 30 o 40 ore). Dopo mesi di polemiche e falsità, alla fine le famiglie italiane hanno scelto e a settembre i bambini della prima elementare si troveranno in gran parte (56%) nelle classi a 30 ore, con percentuali minori (3%) per le 24 ore, (7%) per le 27 ore, mentre il tempo pieno (le 40 ore con due maestri è stato scelto dal 34%. Immediatamente le solite cassandre dei sindacati e del Pd, con l'ex ministro Fioroni in prima fila, invece di arrendersi all'evidenza, hanno iniziato a sparare a zero sulla riforma e a strillare il solito «al lupo, al lupo!» con l'unico scopo di creare inutili allarmismi e paure assolutamente ingiustificate nelle famiglie italiane.

I fatti sono stati ancora una volta travisati ad arte e la scelta delle 30 ore e del tempo pieno da parte delle famiglie è stata addirittura millantata dalla sinistra come un referendum contro il ministro Gelmini ed una bocciatura del suo decreto e dell'introduzione del maestro unico. Come sempre, si tratta di polemiche strumentali, prive di ogni fondamento, e di una lettura a dir poco distorta e strabica dei dati emersi dal sondaggio. Il quadro orario scelto dalle famiglie, infatti, non rappresenta affatto una bocciatura del maestro unico, visto che il maestro unico di riferimento esiste indipendentemente dal quadro orario scelto dalle famiglie ed era previsto già dall'inizio sia nelle 24, che nelle 27 e nelle 30 ore. Il Pd dimostra ancora una volta la sua assoluta cecità e la caparbia ostinazione nel voler negare la razionalizzazione che è stata fatta delle risorse a disposizione e le maggiori opportunità di scelta oraria garantite ed offerte dal governo per venire incontro alle esigenze delle singole famiglie. Inoltre, come promesso sin dall'inizio dal governo, il tempo pieno non è stato affatto cancellato, ma verrà anzi rafforzato proprio grazie all'incremento delle risorse a seguito dei tagli e dei risparmi generati dalla riforma stessa.

Ormai neanche più gli studenti sembrano credere alle bugie e alle campagne ideologiche portate avanti dalla sinistra: lo dimostra il flop di tutte le più recenti manifestazioni studentesche anti-Gelmini rimaste semideserte, ultima in ordine di tempo il «surfing day» di qualche giorno fa, che ha visto una scarsissima partecipazione di studenti e ha dimostrato in modo chiaro ed evidente che l'Onda si è definitivamente sgonfiata. Ormai non c'è più niente da dimostrare. Non servono ulteriori conferme circa il fallimento di una protesta dai caratteri squisitamente politici. Gli studenti l'hanno capito e hanno scelto di fare, ancora una volta, ciò che è meglio per loro: andare a scuola. A dimostrazione che i cambiamenti al sistema formativo portati avanti dal governo Berlusconi sono stati ben accolti da chi vive realmente la scuola, cioè i giovani con le loro famiglie.

Francesco Pasquali
Tratto dal sito
www.ragionpolitica.it

mercoledì 4 marzo 2009

Franceschini stia attento a fare proposte populiste,...

È un cattivo segnale l’ingresso a vele spiegate del Pd nell’arena del populismo deciso e messo in opera da Dario Franceschini con la sua proposta “un assegno di disoccupazione per tutti”. Purtroppo è il segno di quale debolezza di pensiero possa manifestarsi ormai ai vertici delle classi dirigenti dell’opposizione. Perché la linea non è affatto partorita da Franceschini, né dalla vecchia o dalla nuova segreteria del Pd. Il neoleader del partito si è limitato a far proprio e a rilanciare in grande stile, come sua prima proposta politica di rilievo, quanto da oltre sei mesi lo stato maggiore della Voce. info pestava e ripestava nel suo mortaio. Gli economisti raccolti intorno a Tito Boeri, Pietro Garibaldi e Francesco Giavazzi da mesi ripetono che al governo Berlusconi non bisognava dar quartiere, chiedendogli innanzitutto una riforma organica degli ammortizzatori sociali tesa a dare piena copertura a tutti. Secondo il pensiero economico che da un paio d’anni ha ormai stravinto nel circuito dell’informazione italiana (visto che non solo Repubblica, ma anche Corriere della Sera, Stampa e spesso il Sole 24 Ore ne lanciano commenti ed analisi), la riforma stessa una volta a regime sarebbe in pratica gratis cioè autopagantesi – naturalmente, si sorvola, però, su fatto che questa autosostenibilità avverrebbe con maggiori contributi versati, quando il problema italiano è di abbassarli – e costerebbe solo 4 o 5 miliardi di euro nel periodo transitorio.

È una sciocchezza, perché estendere in via generalista la copertura a tutti dipenderebbe naturalmente da “quale” copertura, ma se si adottasse la proporzione che oggi vale per la Cig straordinaria nella manifattura, in un anno come purtroppo ormai si profila il 2009, il costo a carico della fiscalità generale potrebbe schizzare abbondantemente sopra il punto di Pil. Non solo. La proposta viene avanzata sapendo bene quale sarebbe il suo vero effetto immediato: accendere uno scontro al calor bianco tra governo e Cgil sui requisiti della copertura generalista, sul suo ammontare e sulla sua durata.

La proposta non è affatto un esercizio teorico di economisti votati al bene, bensì innanzitutto una scaltra trovata politica volta a indicare alla sinistra come più agevolmente tesaurizzare la protesta sociale. Consentendo, in seconda battuta, al neosegretario del Pd di scavalcare a sinistra buona parte dello stesso stato maggiore delle diverse correnti interne, che lo hanno inchiodato alla poltrona di Walter Veltroni immaginando fosse un re travicello buono solo a incassare la sconfitta alle elezioni europee e amministratrive, per poi ritrarsi buono buono. Il terzo difetto sostanziale della proposta è che essa non è stata avanzata mentre il governo rimaneva con le mani in mano, inerte dinanzi al picco di nuovi disoccupati, lasciandoli al loro destino se “scoperti”. L’esecutivo, a fine 2008, ha infatti finanziato un accrescimento del fondo ad hoc per un miliardo di euro, poi ha promosso e realizzato un grande accordo con le Regioni per destinare altri 8 miliardi alla copertura di disoccupati nella piccola impresa, che erano sprovvisti di coperture. Ed è proprio questo accordo, sottoscritto anche da presidenti di regioni “rosse”, che è andato per traverso a molti nel Pd, e ha indotto alla fine Franceschini a giocare la carta della demagogia.

Per parte mia, capisco Giulio Tremonti e Maurizio Sacconi che preferiscono monitorare di mese in mese gli effetti della crisi, tenendosi pronti semmai a nuove deroghe estensive per la copertura degli effetti della disoccupazione a chi oggi è sprovvisto di tutele, ma senza infilarsi in dibattiti generali su riforme di struttura avversate dalla Cgil, prima ancora del Pd. Occhio che a parlare della possibilità di uno scambio organico tra l’assegno di disoccupazione a tutti e una seria riforma delle pensioni, nel Pd sono stati pochissimi, come Nicola Rossi e a mezza bocca Enrico Letta. Gli altri, a cominciare da Pierluigi Bersani, tacciono perché la Cgil è contraria. Se proprio dobbiamo pensare a riforme organiche, allora bisognerebbe che il governo spiazzasse tutti e dicesse: caro Pd, io ti faccio una bella riforma della fiscalità mettendo la famiglia al centro di tutto, con sgravi quanto meno alla francese. Scopriremmo allora, con ogni probabilità, che il Pd risponderebbe che le emergenze sono ben altre…

Oscar Giannino
Tratto dal settimanale Tempi del 03.03.2009

Quella stanca voglia dei laicisti di scivolare dentro i vecchi steccati

Vinceranno i guelfi o vinceranno i ghibellini, nella partita che ha per oggetto l’approvazione di una legge sulla fine della vita umana?

Se impostiamo così la questione, come sempre più di frequente sembra che avvenga, una cosa sola è certa: chiunque vinca, sarà la bioetica a perdere, perché le ripugna ridurre nei confini soffocanti dell’ideologia questioni come l’autodeterminazione, l’accanimento, l’abbandono terapeutico, il destino della medicina nell’età della tecnica. Spiace perciò dover prendere atto dell’acredine e perfino dell’aggressività con cui molti laicisti (ma non tutti!) cercano di riportare il dibattito sorto a seguito della vicenda Englaro alla stanca, esasperante e infondata conflittualità tra cattolici e laici. È indubbio che i temi legati alle questioni giuridiche sulla fine della vita umana sono di quelli che dividono: non dividono però per ragioni confessionali, ma per la diversa valutazione della configurazione etica che vengono ad assumere nel mondo d’oggi le trionfanti tecniche biomediche. Questo è il cuore del problema ed è un problema strettamente bioetico e non religioso, come dimostra il fatto che in bioetica ogni riferimento alla Scrittura, ai dogmi, ai Concili, al magistero della Chiesa viene sempre dopo un buon uso della comune e condivisa ragione morale.

E valga il vero. Non perché sia ripugnante alterare il progetto di Dio sulle sue creature che si deve dire di no all’eugenetica, ma per la rischiosissima alterazione dell’eguaglianza alla nascita tra gli uomini che essa porta inevitabilmente con sé. Non perché sia sacra a Dio, non per compiacere i credenti, la vita va difesa nelle moderne democrazie, ma perché è indispensabile limitare il potere biopolitico dello Stato.

Non perché si voglia difendere col codice penale il proprio credo religioso (questa è l’affermazione, quasi offensiva, che fa Nadia Urbinati su 'Repubblica' del 2 marzo) che si deve dire di no a qualsiasi forma, esplicita o implicita, di eutanasia, ma perché questo no sta alla base della plurisecolare, laicissima medicina ippocratica e del principio di garanzia che la sostiene. La laicità non consiste nel ridurre lo Stato a mero e freddo garante formale della coesistenza sociale, ma nel riconoscergli tra le tante funzioni quella preminente di garantire un’etica pubblica oggettiva e condivisa, che ha la sua sostanza in un fermo sì alla tutela dei diritti umani e in un no, altrettanto fermo, alla pena di morte, al commercio di organi, alle mutilazioni sessuali, a qualsiasi manipolazione non terapeutica del corpo umano, anche se liberamente volute da persone adulte, informate e consenzienti, pienamente in grado di autodeterminarsi.

In questo senso deve muoversi una buona legge sul fine vita. Tutti, cattolici e laici, devono battersi perché in essa non vengano a confondersi la sfera del diritto e quella della religione (il 'reato' con il 'peccato').

Ma tra le due sfere, che vanno tenute accuratamente separate, c’è quella della bioetica e questa sfera, investendo problemi di relazionalità sociale, non può essere messa tra parentesi o venir ridotta al formalismo del diritto, soprattutto da parte di uno Stato democratico. Ha ragione la Urbinati quando ripete (peraltro stancamente) che la democrazia non può presumersi infallibile, né può pretendere di possedere certezze assolute. È giustissimo che la democrazia sia portata a dubitare costantemente di se stessa e sia sempre pronta a ritornare sui suoi passi. Se è doveroso dubitare sempre della fondatezza del nostro modo di pensare il bene, non si è però legittimati a dubitare che il bene esista e a rinunciare ad ogni impegno per realizzarlo. A meno di non volersi riconoscere come nichilisti. Temo però che per molti laicisti le cose stiano davvero così, anche se non vogliono ammetterlo esplicitamente.

Francesco D'Agostino
Tratto dal quotidiano Avvenire del 03.03.2009

E Canal Plus scagiona Berlusconi

Soltanto quanto viene pronunciato a microfoni aperti dovrebbe fare fede, non i sussurri o la loro interpretazione, tanto più quando la traduzione linguistica potrebbe ingenerare confusione.

E’ vero che Silvio Berlusconi ha spesso smentito o corretto anche registrazioni ufficiali dei suoi interventi, ma questa volta risulta davvero difficile sostenere che abbia pronunciato all’orecchio di Nicolas Sarkozy la frase «C’est moi qui t’ai donné ta femme» (io ti ho dato la tua donna), con allusione greve alle origini italiane di Carla Bruni.

La battuta, durante la conferenza stampa con il presidente francese Sarkozy al termine del vertice Italia-Francia della scorsa settimana, ha fatto il giro del mondo, innescato polemiche sull’esuberanza linguistica del presidente del Consiglio e fatto piovere su Berlusconi accuse di machismo, al punto che due eurodeputate del Pd (Anna Paola Concia e Donata Gottardi) hanno portato il caso alla Corte europea di Strasburgo, con l’accusa di offesa ripetuta alla dignità delle donne.

Ma se si riascolta più volte la registrazione, separando le parole con l’aiuto dei tecnici del suono, la frase effettivamente detta da Berlusconi a Sarkozy, in lingua francese e un po’ distante dal microfono, risulta in tutta evidenza un’altra: «Tu sais que j’ai etudiè à la Sorbonne» (tu sai che ho studiato alla Sorbona), come del resto aveva subito precisato l’ufficio stampa di Palazzo Chigi, smentendo la trasmissione di Canal Plus che ha colto l’occasione della battutaccia per eleggere in diretta Berlusconi il «relou de l’année», definizione idiomatica di difficile traduzione, che starebbe per «uomo più greve dell’anno».

Il corrispondente del Corriere della Sera è stato invitato ieri a riascoltare la registrazione e a darne un’interpretazione. La domanda fondamentale è: la parola «donna» può essere scambiata per Sorbona? Dato che in francese il nome della famosa università parigina si scrive con due enne, per il gioco degli accenti può suonare effettivamente come «donna». L’intento di Yann Barthes, il giornalista autore della trasmissione, era (ed è ancora, anche se il programma è stato rinviato) di confermare l’interpretazione iniziale, ritornando così sulla polemica con maggiori supporti tecnici e linguistici. Ma l’«accanimento sonoro» conforta l’impressione che la registrazione non possa dare adito a ulteriori equivoci. Tanto più che la frase di Berlusconi s’inserisce nel momento ufficiale della conferenza stampa in cui Sarkozy stava dando notizia degli accordi bilaterali in materia di scambi culturali e di istruzione firmati dal ministro Mariastella Gelmini e dal suo omologo francese Xavier Dercos. E’ infatti a questo punto che Berlusconi ricorda di aver studiato alla Sorbona.

Interrogato sull’argomento, Barthes non ritratta e non conferma. «Abbiamo ascoltato la conferenza stampa ed eravamo sicuri di ciò che abbiamo sentito. Stiamo continuando a lavorare sulla registrazione e torneremo sull’argomento». Insomma, almeno per ora, niente scuse né imbarazzi. In attesa di un «grand jury» del suono, è il caso di smentire una famosa battuta di Giulio Andreotti: «A pensare male si fa peccato, ma ci si azzecca». Non è sempre così.

Massimo Nava
Tratto dal quotidiano Il Corriere della Sera del 04.03.2009

martedì 3 marzo 2009

FINE VITA/ Perché dire sì a una legge

A vederla da questa parte dell’oceano, la discussione italiana pro o contro la legge sul testamento biologico sembra davvero incomprensibile e del tutto priva di senso “storico”.

Noi (dico, noi europei), figli di Hobbes e Rousseau, continuiamo ad avere l’idea che la legge debba essere la verità (la volontà generale), mentre qui (negli Stati Uniti) i figli di Locke e Madison hanno l’idea che la legge non può essere la verità, la legge è una sistemazione pratica che diamo ai problemi comuni, it is all but sacred.

In Italia resiste ancora l’idea che i miei diritti “sono” quello che dice la legge… ma nazismo, fascismo, stalinismo non ci hanno insegnato nulla? In quei regimi - solo sessant’anni fa - delle leggi (proprio così) hanno tolto agli uomini il diritto più elementare: la vita e la sua dignità; per questo abbiamo “inventato” i diritti umani, le costituzioni.

Non riesco a capire, quindi, come ci si possa opporre all’ idea di una legge sul testamento biologico se non per questo profondo difetto di senso storico e realismo pratico.

Proprio perché faccio il professore di diritto, so che non posso poggiare la mia speranza né la mia moralità sul diritto. Nessuna legge può sostituire la mia responsabilità e nessun sistema può essere così perfetto da rendere inutile essere buono, come dice Eliot.

Ma è altrettanto evidente che in Italia oggi abbiamo un problema. È chiaro che l’ideale sarebbe non avere leggi o che “lo Stato meno entra in queste cose e meglio è”. È chiaro che dovrebbe bastare il consenso informato e lasciare tutto al rapporto medico-famiglia-paziente.

Ma tutti questi principi, sebbene così chiari, non sono stati sufficienti a impedire la decisione su Eluana. E la decisione su Eluana lascia tutte le persone ragionevoli insoddisfatte. Lascia insoddisfatto chi, come me, ritiene che l’autonomia della persona sia un diritto inviolabile (proprio così: sono contro quella decisione in nome dell’autodeterminazione di Eluana!) e i giudici di Milano hanno chiaramente violato l’autonomia di Eluana “presumendo” la sua volontà.

Ma a ben vedere dovrebbe essere insoddisfatto anche chi è d’accordo con i giudici milanesi, semplicemente perché un diverso giudice (casomai abruzzese) potrebbe decidere all’opposto (soprattutto se provasse ad applicare i principi posti dalla Corte di Cassazione che invitavano a una ben diversa valutazione dei fatti).

Il punto è tutto qui: vogliamo lasciare all’arbitrio, al cosiddetto forum shopping (mi scelgo il giudice territoriale competente sulla base del suo orientamento: sta già succedendo, guardate il tribunale di Firenze sulle questioni riguardanti la procreazione assistita), alla decisione caso per caso, la scelta su queste vicende? (E non fatemi ricordare la scena tragicomica di Pinocchio – il capolavoro del “socialista liberale” Collodi - e del suo giudice “scimmione” che, commosso per il caso del burattino, sentenzia: «È vero, hai perfettamente ragione e per questo… ti condanno!»).

Secondo punto incomprensibile nella discussione. Tipico delle discussioni italiane: se parli male del Milan vuol dire che sei dell’ Inter… ma chi l’ha detto? Dire che occorre una legge non vuol dire che bisogna produrre una regolazione minuta e dettagliata di cosa si deve o non si deve fare: non stiamo regolando come costruire una centrale nucleare (dove, in effetti, converrebbe non rimanere nel vago), stiamo disciplinando un aspetto della vita in cui è ben più ampia la terra “incognita” che quella “cognita”.

Penso, quindi, a una legge di principi, una legge “alveo”, non a una legge “fiume”. Una legge che fissi, come si suol dire, alcuni “paletti”, alcune definizioni e poi lasci lo spazio applicativo all’autonoma capacità normativa e alla responsabilità degli altri soggetti coinvolti, in primis i medici.

Questo secondo me dev’essere il principio cardine: sussidiarietà normativa. Non una legge che disegni da zero l’intera normativa, ma una legge che stabilisca alcuni standards minimi: che renda vincolanti per tutti alcuni principi del Codice di deontologia medica, che fissi alcune definizioni - ad esempio, accanimento terapeutico, stato terminale, cure palliative, trattamenti di sostegno vitale, abbandono clinico - e che rinvii al Codice di deontologia medica tutte le questioni di dettaglio e la responsabilità disciplinare, mentre rinvii, al codice penale e al codice civile le altre responsabilità.

Guardando le pur diverse posizioni, mi pare che alcuni di questi “paletti” fondamentali potrebbero trovare un ampio consenso nel pieno rispetto della nostra Costituzione. Uno. La tutela della vita e della salute dei pazienti con le terapie adeguate senza distinzioni di età, di sesso, di etnia, di religione, di condizione sociale, di qualità della vita attuale e futura, di disabilità e di grado di coscienza del paziente. Due. Il divieto di trattamenti - positivi e omissivi - finalizzati a provocare la morte del paziente. Tre. Il divieto di accanimento terapeutico e il consenso informato. Quattro. L’autonomia e la responsabilità del medico nella programmazione, nella scelta e nell’applicazione di diagnosi e di terapie. Cinque. L’obbligo del medico di considerare, nel rispetto della sua autonomia (punto 4), le volontà e i desideri espressi dal paziente anche in precedenza.

Su questi punti, e sugli altri che riterrà, il Parlamento discuta e alla fine prenda una decisione; laicamente consapevole che sarà una decisione discutibile, limitata e approssimativa e quindi, perfettibile, modificabile o abrogabile… ma non per questo abdichi alla sua responsabilità.

Andrea Simoncini
Tratto dal sito
www.ilsussidiario.net

Il Sud insegna: la politica dei sussidi non paga

Quando Barack Obama sarà in Italia per il G8, farebbe bene a prendersi un paio di giorni. Dovrebbe noleggiare un’auto, mettersi alla guida e iniziare un giro del Mezzogiorno. E con lui, dovrebbero andare tutti i leader politici dei paesi industrializzati, compresi quelli italiani, e compresi quelli meridionali che però vivono nella realtà ovattata degli inviti a cena, dei tagli di nastri e dei ricevimenti ufficiali. All’indomani del vertice straordinario di Bruxelles – che per ora ha deciso di non decidere, per l’impossibilità di mettere d’accordo i governi dell’Ue – sarebbe anzi auspicabile una missione europea: che le scelte siano individuali (come pare) o concertate (come sarebbe preferibile), una gita del genere sarebbe istruttiva e aiuterebbe a prevenire errori costosi.

Perché questo sarebbe utile? Perché molte delle politiche che vengono oggi proposte in funzione anticiclica – gran parte di quello che va sotto il nome di “stimolo” – sono poco più che una stanca riproduzione delle politiche di aiuto al Sud Italia, che per decenni hanno tentato, attraverso l’erogazione di aiuti, di risollevare le sorti di quella parte del paese e di ridurre il divario col Nord produttivo. Come ha raccontato Paolo Bricco sul Sole 24 Ore, “dal 1951 a oggi, a valori attualizzati, in media ogni anno la spesa complessiva, composta dalle infrastrutture e dalle agevolazioni, è stata di 6, 12 miliardi di euro: in tutto 342, 5 miliardi. Ogni anno tra lo 0, 5 e l’1 per cento del Pil. Di questa cifra, un terzo è andato alle agevolazioni agli investimenti delle imprese: 114, 8 miliardi”. Con la stessa cifra, si sarebbero potuti realizzare 23 ponti sullo Stretto di Messina. Questa esperienza dovrebbe insegnare qualcosa: un disastro durato più di mezzo secolo non può essere spiegato solo ricorrendo alla categoria della furbizia italica né a quella degli “uomini sbagliati”. Un fallimento così generalizzato e così continuativo dice solo una cosa: che lo strumento è inappropriato.

Gli aiuti allo sviluppo – compresi quelli di natura transitoria in funzione anticiclica – non funzionano per almeno tre ordini di ragioni. In primo luogo, essi presuppongono che un set di criteri burocratici o amministrativi sia più efficiente del mercato nell’allocare le risorse. Questo si scontra con un limite teorico: l’allocazione efficiente delle risorse dipende dalla disponibilità di informazioni. In un mercato libero, le informazioni – in particolare sulla scarsità relativa di beni e servizi e, dunque, sul rapporto tra domanda e offerta attuali e attese nel futuro – sono sintetizzate dal prezzo. Un prezzo in aumento è indice di scarsità, un prezzo in discesa segnala abbondanza, e questo indirizza gli investimenti laddove sono realmente necessari. Un processo di selezione centralizzato, necessariamente, “perde” almeno alcune di queste informazioni, e non può non condurre a decisioni inefficienti. Quindi, non sempre i finanziamenti vanno ai soggetti davvero meritevoli, e quando lo fanno è solo perché l’esito del mercato viene mimato. C’è, poi, una questione pratica: nel mondo reale, non solo l’allocazione politicizzata delle risorse è inefficiente, ma è anche distorta dalle sensibilità individuali delle persone preposte a gestire queste enormi masse finanziarie, per non dire del rischio endemico di corruzione. La corruzione è, nel settore pubblico, un problema più vasto che nel settore privato, poiché essa non ha altra sanzione che quella (relativamente poco probabile) di essere scoperti. Gli extra costi generati dalla corruzione, che nel settore privato riverberano in una relativa perdita di competitività, nel settore pubblico vengono “spalmati” sulla massa dei contribuenti. Infine, quando il meccanismo degli aiuti cessa di essere episodico ma entra far parte del “normale” funzionamento delle cose (come nel mezzo secolo di assistenzialismo al Sud), esso scatena un effetto a valanga sulla società: la creatività di individui e imprese non è più orientata, o comunque lo è in misura inferiore, a soddisfare la domanda dei consumatori, ma ad accaparrarsi aiuti pubblici, soddisfacendo requisiti burocratici. Le forze innovative, insomma, non agiscono a favore del progresso, ma si incanalano nel fiume dei sussidi. La ricchezza non viene più creata: è distrutta. Cogliere questo tema è assolutamente fondamentale per il futuro del Mezzogiorno, come mostrano – tra gli altri – Nicola Rossi (senatore Ds) nel suo “Mediterraneo del nord”, e Piercamillo Falasca e Carlo Lottieri in “Come il federalismo fiscale può salvare il Mezzogiorno”.

Se, dunque, l’evidenza delle conseguenze negative della spesa pubblica al Sud insegna qualcosa, ora è il momento di trarre le fila. Gli investimenti statali non solo non hanno aiutato lo sviluppo, ma hanno addirittura promosso la stagnazione, hanno creato quella zona grigia in cui le organizzazioni malavitose hanno prosperato e si sono ingrassate. Tentare di tamponare oggi la crisi con le stesse misure, difficilmente ci aiuterà a uscirne. Ha perfettamente ragione, dunque, Massimo Baldini, quando evidenzia le perplessità degli economisti americani di fronte alle ingenti spese pubbliche previste nello stimolo di Obama, mentre “più opportuna è la parte dedicata al taglio delle imposte”. Purtroppo, l’inquilino della Casa Bianca non ha in mente una reale riduzione delle pressione fiscale, quanto una sua redistribuzione. Inoltre, il suo obiettivo è sostenere i consumi, più che rilanciare la crescita economica (cosa che richiederebbe, anzitutto, la ricostituzione di un cuscinetto di risparmio privato e un minore indebitamento pubblico). La spesa è politicamente più sexy, e consente agli uomini politici, americani ed europei, di fare favori atteggiandosi a salvatori della patria. Iniettare fiducia e ostentare sicurezza è naturalmente importante. Fare le cose giuste ed evitare quelle inutili o sbagliate, però, è indispensabile.

Carlo Stagnaro
Tratto dal quotidiano Il Secolo XIX del 02.03.2009

Il relativismo spingerà l’Inghilterra al suicidio. Per fortuna ci sono i neocon

Se un neocon americano è qualcuno convinto che lo sforzo bellico degli Usa non è mai abbastanza, un inglese – ovvero un “brit-neocon” – di solito è d’accordo al cento per cento.

Secondo il ministro-ombra della difesa inglese, il "tory" Liam Fox, nell’ultimo decennio l’esercito inglese si è indebolito per colpa dei tagli di Blair e Brown. Questa politica ha causato non poche sofferenze ai soldati di Sua Maestà in Iraq e Afghanistan. “Non è un’ipotesi – sottolinea Fox – è un fatto”.

I neocon inglesi credono che, primo, gli interessi della Gran Bretagna sono egregiamente serviti dall’attuale egemonia americana nel mondo; secondo, che bisogna lasciare la realpolitik nelle mani della sinistra, in cambio di una politica estera fondata su principi e valori etici; terzo, che vada superata la logica dell’interesse nazionale; quarto, che la rule of law può essere esportata ovunque; quinto, che le tasse vanno abbassate sempre anche quando c’è la crisi.

Una forza militare europea? Sarebbe solo il doppione di un esercito che c'è già e si chiama Nato. L’allargamento verso Polonia e Ungheria? Altrettanto inutile. I neocon londinesi sono anti-europeisti e non sopportano quelli che definiscono sprezzantemente “Michael Moore conservative”, cioè i conservatori troppo morbidi che pensano di vincere le elezioni scimmiottando il blairismo, o peggio ancora opponendosi alla Guerra al Terrore. L'atlantismo non può essere messo in discussione, così come una stretta alleanza con lo stato di Israele – che sta vivendo “una tragedia” lunga decenni.

David Cameron, il candidato conservatore alla successione di Brown, favorito in molti sondaggi, ha parlato di "etica della politica" ed è stato giudicato un “interventista liberale” dai ricercatori dell’Henry Jackson Society di Cambridge. Forse è una definizione un po’ troppo esagerata per Cameron - che una volta ha detto esplicitamente "Io non sono un neoconservatore" - ma certamente non per Liam Fox che ha incontrato George W. Bush e il suo mago elettorale Karl Rove.

In un’intervista rilasciata di recente, Fox ha detto di temere l’evoluzione della crisi iraniana. Se Teheran riuscisse a dotarsi dell’arma atomica, “l’Iran non avrebbe bisogno di attaccare direttamente Israele, gli basterebbe passare qualche bomba sporca ai suoi scudieri di Hamas”. Se governassero quelli come Fox, gli inglesi non esiterebbero a intervenire contro questa minaccia.

Sono politici ma anche intellettuali. Come Douglas Murray, un giovane commentatore che deve la sua celebrità al saggio Neoconservatism: why we need it, in cui indaga sul midollo della società occidentale. Murray scrive per il Sunday Times e il New York Sun ma è anche andato in onda sulla BBC, su Sky e Fox. Dirige il think-tank "Centre for Social Cohesion".

Secondo Murray, il neoconservatorismo è "vitale in questo momento storico" e ciò che lo differenzia dal liberalismo moderno è l'idea che la forza possa essere usata per scopi positivi. Non solo, se viene usata in modo appropriato, la forza serve a rafforzare i valori liberal-democratici. Questa è la differenza sostanziale con i conservatori tradizionali, che mettono in conto l'uso della forza ma non si fidano di concetti come il "cambio di regime" o il "nation-building".

Murray non è solo un fiero avversari del jihadismo, ma anche del relativismo che alligna nelle giovani menti degli occidentali, un relativismo "disastroso" perché toglie il coraggio di difendere la propria nazione dalle minacce del futuro. "Negare l'ovvia supremazia dei valori liberal-democratici su quelli, mettiamo, dei Taliban - conclude Murray - non è una dimostrazione di generosità culturale, ma una prova di nichilismo". E questo nichilismo potrebbe rivelarsi un suicidio della società inglese.

Bernardino Ferrero
Tratto dal sito www.loccidentale
.it

Crisi. Casini: «Senza coperture credibili la proposta di Franceschini è solo uno spot»

Senza coperture credibili, la proposta del leader del Pd Dario Franceschini di dare un assegno di disoccupazione ai lavoratori non garantiti rischia di essere soltanto uno spot.

Ne è convinto il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, che spiega: " Il recupero dell'evasione fiscale è una copertura figurata, ormai bisogna sentire cose ben più impegnative, bisogna avere il coraggio non solo di fare proposte, ma di proporre soluzioni concrete".

"Noi - prosegue Casini- le abbiamo avanzate, pensiamo che oggi il tema ineludibile sia la riforma della pensioni".

"In Italia - insiste l'ex presidente della Camera. le piccole-medie imprese non avranno grande beneficio dai Tremonti bond, perché il costo dei Tremonti bond per lo Stato e per le banche è così alto che non si avranno grandi benefici nell'erogazione del credito da parte delle banche, per cui c'è il problema delle piccole-medie imprese e delle famiglie italiane che non ce la fanno più a reggere situazioni di questo tipo, e di coloro che perdono il lavoro. Ma la soluzione - ribadisce- è anche quella di indicare le coperture, perché se non abbiamo coperture credibili e serie, le ipotesi che si avanzano sono spot. Noi riteniamo che oggi in Italia e' il momento della verità e della responsabilità".

Tratto da www.liberal.it

venerdì 27 febbraio 2009

CL: sul “fine vita” siamo col cardinale Bagnasco

In relazione al dibattito intorno a una legge sul fine vita, Comunione e Liberazione condivide le ragioni più volte espresse dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, e rese ancora più attuali dopo la morte di Eluana Englaro: «Il vero diritto di ogni persona umana, che è necessario riaffermare e garantire, è il diritto alla vita che infatti è indisponibile. Quando la Chiesa segnala che ogni essere umano ha un valore in se stesso, anche se appare fragile agli occhi dell’altro, o che sono sempre sbagliate le decisioni contro la vita, comunque questa si presenti, vengono in realtà enunciati principi che sono di massima garanzia per qualunque individuo» (Prolusione al Consiglio permanente della Cei, 26 gennaio 2009).

Lo stesso Benedetto XVI, nell’Angelus del 1° febbraio 2009, ha ricordato che «la vera risposta non può essere dare la morte, per quanto “dolce”, ma testimoniare l’amore che aiuta ad affrontare il dolore e l’agonia in modo umano».

Per questo, di fronte alle polemiche suscitate da ambienti laici e anche da cattolici, restano per noi valide le preoccupazioni del cardinale Bagnasco e della Cei sulla necessità di «una legge sul fine vita, resasi necessaria a seguito di alcune decisioni della giurisprudenza. Con questa tecnica si sta cercando di far passare nella mentalità comune una pretesa nuova necessità, il diritto di morire, e si vorrebbe dare ad esso addirittura la copertura dell’art. 32 della Costituzione».

Chi si impegna in politica secondo ragione può trarre da queste preoccupazioni della Chiesa uno sguardo più vero alla vita degli uomini, nel difficile compito di servire il bene comune.

l’ufficio stampa di CL
Milano, 26 febbraio 2009.

Il «fine vita» e la ragion politica: laici, cattolici e dissidenti

L'uscita pubblica di Giuseppe Pisanu, favorevole al «buon senso» quando si tratta di compiere le scelte estreme che concludono la vita, ha fatto meno rumore di quanto meriterebbe.

Si tratta di un cattolico e di una figura autorevole: un ex ministro dell'Interno ancora collocato nel recinto del Popolo della Libertà, sia pure in una posizione personale. Tra l'altro le sue parole ricordano da vicino quelle pronunciate giorni fa da Giulio Andreotti: quasi a rivendicare l'antica autonomia della politica, tratto distintivo della Dc nella sua storia migliore.

Si è detto, a proposito di Pisanu, che una rondine non fa primavera e nel complesso la posizione del centrodestra è raffigurata tuttora come compatta dietro al ddl Calabrò. Semmai c'è chi ritiene il testo della legge troppo morbido o troppo ambiguo nella difesa della vita rispetto alle manovre parlamentari. Non a caso un gruppo di parlamentari del Pdl, tra cui Francesco Cossiga, si chiede se non ci sia qualcuno che sta tentando a tutti i costi di introdurre una forma di eutanasia nel nostro ordinamento.

Può darsi quindi che a destra la posizione «laica» di Pisanu costituisca davvero un'estrema minoranza. Tuttavia l'impressione è che non sia così. La linea liberale, contraria a un'invasione massiccia della legge nelle decisioni individuali e favorevole, in sostanza, a lasciare le cose come stanno, è più diffusa di quanto non si creda. Solo che non emerge e forse non emergerà mai, dal momento che Berlusconi è fermo nel sostenere il valore politico del testamento biologico così come è delineato nel ddl della maggioranza.

È una battaglia, come è noto, cominciata con il caso Eluana: gode del pieno sostegno della Chiesa ratzingeriana e non c'è dubbio che il presidente del Consiglio la porterà fino in fondo. Affinché a destra emergano dissensi significativi, non solo dei casi di coscienza, occorre quanto meno che i dubbi sulla costituzionalità della legge Calabrò, affacciati da Ignazio Marino e da altri nel centrosinistra, siano molto argomentati e insistiti. E con ogni probabilità non basterebbe nemmeno questo.

Del resto, che la posta in gioco sia tutta politica, lo si vede da quello che succede nel Partito Democratico. Lì Francesco Rutelli ha rivendicato il suo diritto al dissenso «perché non sono di sinistra». Gli è stata riconosciuta da Anna Finocchiaro la piena dignità della sua posizione, che non merita di essere qualificata tout court come prova generale di scissione.

Tuttavia il punto di fondo è che il nuovo Partito Democratico, alla ricerca di un'identità più chiara, sta accentuando il suo profilo laico. Sotto questo aspetto, la presenza al vertice di cattolici «adulti» come Franceschini e Rosy Bindi serve a dare maggiore credibilità a questa operazione. C'è invece un segmento minoritario, appunto quello che fa riferimento a Rutelli, che rischia di trovarsi sempre più a disagio in un partito deciso a restringere i confini della libertà di coscienza quando si tratta di temi bioetici così impegnativi.

In questo clima, la lettera aperta su Micromega del Pd degli intellettuali e scienziati laici, primo fra tutti Umberto Veronesi, non è solo un invito ai dirigenti del Pd perché evitino pasticci e contraddizioni. È soprattutto un richiamo all'impossibilità di mediazioni etico-politiche con la destra sul testo Calabrò. Un argomento a cui il Partito Democratico odierno sembra più sensibile che in passato.

Stefano Folli
Tratto dal quotidiano Il Sole 24 Ore del 26.02.2009

Medioevo - Identità e appartenenza, gli ingredienti di una civiltà viva

«Tu sei per te stesso il primo e l’ultimo. Nella ricerca della salvezza nessuno ti è più fratello di te stesso e tu sei figlio unico di tua madre». Con queste pesanti parole intorno al 1140, Bernardo di Chiaravalle suggeriva a papa Eugenio III in quale prospettiva affrontare l’ardua missione di guida della Chiesa.

Secondo il santo abate cistercense questo incarico non poteva prescindere dalla propria libertà e responsabilità individuale e aveva nel proprio io l’ultimo tribunale. Uno tra i più geniali studiosi della cultura e della mentalità del medioevo, Peter von Moos, ha recentemente definito queste espressioni come una delle più radicali formulazioni della coscienza individuale nell’età di mezzo.

L’uomo medievale, come le fonti ce lo trasmettono, non fu un individuo privo di volontà e di libertà, completamente assorbito dalla dimensione comunitaria e in balia di difficili circostanze. Non fu, però, nemmeno una personalità totalmente indipendente, sviluppata solo in se stessa, a prescindere dall’ambiente che lo circondava e con capacità espressive del tutto autonome. Gli interessi individuali da una parte e quelli sociali dall’altra, il processo di formazione dell’individuo e la costruzione della comunità, in epoca pre-moderna spesso non costituirono alcuna contraddizione, ma risultarono in una relazione di incremento reciproco.

Prendiamo ad esempio un elemento che caratterizzò fortemente la mentalità del medioevo, quello della salvezza ultraterrena. Era d’uso molto comune fin dai primi secoli che anche i laici, fossero essi soldati, mercanti, signori o semplici artigiani, si affidassero alle preghiere delle comunità religiose, che incessantemente, giorno e notte, intercedevano per loro presso Dio. Tale pratica era particolarmente sentita nei momenti cruciali della vita di un uomo o di una donna; non soltanto in prossimità della morte, ma anche in occasione di viaggi rischiosi, missioni militari, pellegrinaggi, eventi temibili. Questa forma di memoria aveva una dimensione prettamente comunitaria, ossia tutta la comunità religiosa pregava per tutti i fedeli laici che ad essa si affidavano. Essa possedeva però anche una forte componente individuale. Sono giunti fino a noi infatti centinaia di antichissimi codici ricolmi ognuno di migliaia di nomi di singole persone che avevano espressamente richiesto, in vita e in morte, un ricordo solo ed esclusivamente per loro. Queste fonti ci testimoniano come le commemorazionifossero valide ogni volta per un’unica persona, e non per un gruppo o per una comunità nel suo complesso. Ogni membro di una fraternità di preghiere doveva di conseguenza essere rappresentato dal suo proprio nome. Egli voleva che il suo nome fosse scritto e pronunciato, fosse presente insomma. E questo perché le pratiche commemorative potevano raggiungere soltanto singole anime. La salvezza era conseguita attraverso una comunità che era la Chiesa, ma ognuno si trovava solo di fronte a Dio.

Questo modo di pensare, frutto della tarda antichità, in cui la tradizione classica si era fusa con il cristianesimo, permeò tutta la mentalità medievale, anche nella sua dimensione più laica. Tra XII e XIII secolo, ad esempio, ci sono giunti in forma scritta trattati di pace e di alleanza tra città e comuni in cui furono dettagliatamente elencati centinaia di nomi di capi famiglia che singolarmente, uno per uno, avevano giurato di mantenere quegli accordi, facendo apporre il proprio nome sul documento.

Nella forma identitaria una dimensione collettiva e una dimensione individuale erano inscindibilmente connesse. Come sostiene ancora Von Moos, a partire dall’espressione religiosa che si é poi diffusa un tutti gli ambiti della vita, l’identità di gruppo risultò il frutto di una educazione e di un consenso individuale verso una tradizione. Non esisteva l’uomo astratto, ma tanti uomini, simili e allo stesso tempo unici, che formavano una comunità. Questo potrebbe essere un suggerimento che giunge dal medioevo al dibattito attuale intorno all’identità. La formazione di un’identità di gruppo non può prescindere da una adesione personale. Il resto ha pericolosamente a che fare con la propaganda gestita dal potere dominante di turno.

Guido Cariboni
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net