venerdì 31 ottobre 2008

Approvata una mozione contro la persecuzione dei cristiani

Il Senato italiano ha approvato all'unanimità una mozione sottoscritta da tutti i gruppi politici contro la persecuzione subita dalle comunità cristiane nel mondo. Il testo ha unificato le quattro mozioni presentate da Lega, Partito democratico, Popolo delle libertà e Unione di centro.

La mozione così unificata e approvata in aula impegna il Governo "ad adoperarsi in tutte le sedi comunitarie e internazionali, nonché nell'ambito dei rapporti internazionali bilaterali, affinché vengano garantiti i diritti fondamentali della persona e le libertà religiose e venga posta fine alle violenze e alle persecuzioni alimentate dal fondamentalismo etnico e religioso in ciascun Paese o area di crisi mondiale". In particolare, la mozione impegna il Governo "ad assumere iniziative volte a contrastare le persecuzioni delle comunità cristiane in India, Iraq e in altri Paesi da parte di gruppi estremisti e fondamentalisti; a promuovere il rafforzamento del ruolo internazionale dell'Unione europea quale modello culturale, sociale e istituzionale di riferimento per la tutela e la promozione su scala mondiale dei diritti umani e della pace; a considerare il dramma delle persecuzioni come prioritario nell'ambito delle relazioni bilaterali e internazionali". Anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel corso dell'intervista rilasciata a "L'Osservatore Romano", aveva espresso l'auspicio che si levasse più alta la voce dell'Occidente per fermare le persecuzioni.

Tratto dal quotidiano L'Osservatore Romano del 30.10.2008

Tutti a protestare? Sembra proprio di no. La parola alla “maggioranza silenziosa” degli studenti

Guardano con attenzione quello che accade, ma non nascondono sospetto, incomprensione, insofferenza. Pochi si sono accorti di loro. Eppure sono tanti: sono i tanti ragazzi ai quali il subbuglio generale di questi giorni sta un po’stretto, e in cui, diciamolo pure, avvertono un certo disagio.

Il sospetto – dicono – è che si tratti solo di una vacanza generale; l’incomprensione è per manifestazioni un po’ sopra le righe, con un accaloramento eccessivo rispetto alle politiche contestate, che non sono certo stravolgenti; l’insofferenza è per l’arroganza con cui si pretende che tutti debbano partecipare alle adunate di piazza o alle occupazioni. E infine quello che c’è in loro è anche un grande desiderio di normalità, e di discussione pacata sui contenuti.

La “maggioranza silenziosa” dei ragazzi, che di questi giorni “incasinati” farebbe volentieri a meno, non se la sente affatto di “sospendere le attività” così come se nulla fosse; lo sanno, loro, che il giorno dopo si torna regolarmente a scuola e che il problema vero è quello; e se chiedi anche solo una mezz’oretta per intervistarli, ti dicono candidamente che “sì, va bene, ma facciamo un venti minuti, perché sono indietro in matematica e venerdì c’è il compito”. E da questo “venerdì c’è il compito” si capisce tanto: che la testa sulle spalle ce l’hanno, che i conti con la realtà li sanno fare, che non sono cinici e menefreghisti (altrimenti non parlerebbero, direbbero “chiedetelo a chi fa le manifestazioni”). Che insomma sono una cosa un po’ più complessa dei quattro slogan in cui i giornali li vorrebbero ingabbiare.

Bigiate, o giù di lì
Prima cosa, fanno piazza pulita di ogni retorica. “Siamo in piazza per dire che…”, gridano i ragazzi inquadrati dalle telecamere, con un bel microfono piazzato davanti alla bocca. Ma sono in piazza proprio per quello? O per altro? I ragazzi della “maggioranza silenziosa” non usano mezzi termini: «decidere di legalizzare la “bigiata” scolastica (da noi si dice così) non mi sembra il modo più ragionevole di risolvere la faccenda», dice Anna di Crema; «molte adesioni a queste manifestazioni sono avvenute per fare un “cabò legalizzato”, e senza accorgersene sono state strumentalizzate da partiti e giornali», le fa eco Giulia di Modena. Cambiano i termini a seconda della provenienza geografica, ma il concetto è sempre quello: smascherare con schiettezza i veri motivi che portano i ragazzi a passare un po’ di ore fuori dalle aule di scuola, via da lezioni, compiti e interrogazioni.

Liberi di distinguersi
Ma se c’è una cosa su cui i non-manifestanti veramente non accettano compromessi è la libertà di scelta, la libertà cioè di distinguersi dal clima di agitazione che vorrebbe forzatamente bloccare tutto. «La maggior parte degli studenti rimane in classe o vorrebbe farlo», spiega ancora Giulia di Modena: «il fatto che uno studente non possa entrare in classe anche dissentendo dalla protesta, oppure che molti ripetano solo slogan senza vere ragioni non mi sembra certamente libertà». D’altronde la spinta a condurre tutti nel mucchio, senza concepire diversità e articolazioni all’interno della presunta massa indistinta degli studenti, ha portato molte scuole, anche con l’appoggio di docenti e presidi, a gesti e iniziative veramente discutibili. E gli studenti se ne sono accorti. Al liceo Gian Battista Vico di Corsico, ad esempio, il Consiglio d’Istituto ha dato la regolare autorizzazione per lo svolgimento dell’assemblea degli studenti. «Tuttavia», racconta Alessandro, che frequenta lo stesso liceo, «l'incontro è stato presentato agli alunni come un sit-in di protesta cui hanno partecipato molti ragazzi. Dopo tre ore, si è tramutato in assemblea informativa in cui l'ex preside del liceo ha parlato per un'ora dei vari punti della riforma Gelmini. Il paradosso è che un'assemblea richiesta come un diritto è stata imposta dai suoi organizzatori come un obbligo per tutti. Infatti chi ha provato a uscire dal luogo in cui si teneva l'incontro, è stato costretto a rimanervi sino alla fine della mattinata». «Bell’esempio di democrazia!», continua deciso Alessandro: «chi avrebbe voluto restare in classe si è visto negare il diritto all'istruzione, poiché essendo stata richiesta "un'assembla" i professori non erano autorizzati a tenere le loro lezioni».

Sapere il perché
Si protesta e ci si scalda per cosa, poi? Si chiedono anche questo, i tanti, tantissimi studenti che stanno fuori dai cortei. Perché, come dice ancora Anna di Crema, «il decreto Gelmini non mi sembra altro che il tentativo di rimettere in sesto una situazione obiettivamente un po' critica. I punti presi in considerazione non mirano, a mio parere, ad uno smantellamento dell'istituzione scolastica». E qualunque sia l’opinione sulle tematiche discusse, l’importante, dicono, è cercare di ragionare e capire, invece che mettersi subito a urlare. Così ad esempio la pensa “Margi”, che frequenta il liceo a Rimini: «Mi sembra di essere circondata da gente che invece di cercare di capire quale sia la verità e di andare a fondo dei fatti che ci circondano, preferisce rimanere in superficie e farsi trasportare da ciò che accade». E continua: «i miei coetanei si stanno mobilitando tanto per aspetti parziali, senza guardare all’urgenza di un cambiamento nel mondo della scuola».

Quando l’ideologia genera il menefreghismo
Giulia, Francesca e Gabriele sono del liceo Berchet di Milano, e oggi vanno a scuola, anche se quasi tutti i loro professori sciopereranno. Il loro istituto è fortemente schierato a favore delle ragioni della manifestazione, e l’adesione allo sciopero così alta che la maggioranza degli studenti, compresi i tanti assai poco interessati all’argomento, staranno a casa. «Non dico che tutti quelli che fanno la manifestazione non siano preparati sull’argomento» dice Giulia: «alcuni miei compagni di classe hanno organizzato dei momenti di discussione anche fuori dall’orario scolastico. Il problema è che informandomi mi sono resa conto che buona parte del decreto Gelmini non è che contenga cose rivoluzionarie, e le cose principali, come il maestro unico, non hanno a che fare con la scuola superiore». «Una cosa assolutamente evidente è che molti vanno contro la Gelmini per partito preso, sostanzialmente andando dietro a un pregiudizio», continua Francesca. Ma quello che più preoccupa è che l’alternativa è tra il “movimentismo” dei collettivi e il menefreghismo generale: «molti miei compagni di classe», dice Gabriele, «rimangono a casa solo per giocare alla play-station, e non c’è alcun nesso con le proteste. In generale quelli dei collettivi negli ultimi anni hanno sempre più perso la capacità di attrarre la gente, e così prevale il menefreghismo». Come dire che se l’impegno politico è solo fatto di proteste e di manifestazione pregiudiziali, allora meglio occuparsi degli affari propri. Inoltre, dicono all’unisono Giulia, Francesca e Gabriele, non è assolutamente vero che la protesta è apolitica e apartitica, come molti giornali sostengono in questi giorni: cartelli, volantini e slogan sono tutti fortemente politicizzati e chiaramente ascrivibili all’ideologia di sinistra.

Essere protagonisti
Ma tra disinteresse e ideologia c’è comunque un’alternativa. Lo dice Federica, del liceo scientifico del Parco Nord, nell’hinterland milanese: «quando c'è manifestazione la si prende molto alla leggera, stando o a casa a dormire o a studiare da qualcuno; a volte entriamo se c'è qualche compito. Ma all'interno della scuola non c'è tutta questa tensione di cui si parla nei telegiornali, almeno non nella nostra. Ma sicuramente – continua Federica – c'è il bisogno di essere più protagonisti nella scuola italiana, nel senso che a volte ci muoviamo molto più come pedine, invece che prendere una posizione e stare sul serio su determinate idee».

Protagonisti: eccola qua l’alternativa. I tanti giornalisti, intellettuali e sociologi improvvisati che in questi giorni si mostrano stucchevolmente commossi dall’impegno civile di giovani che lanciano slogan imparati a memoria, e che impediscono a chi lo vuole di fare lezione regolarmente, dovrebbe stamparsela nella memoria questa parola. Protagonisti: è questo che la “maggioranza silenziosa” degli studenti chiede di poter essere. E lo chiedono agli adulti, ai professori, ai giornalisti, ai politici: non vogliono essere marchiati dall’ideologia, sempre più vuota e stanca; e non vogliono essere abbandonati al nichilismo del disinteresse e della dormita di comodo. Qualcuno risponda.

Tratto dal sito www.ilsussidiario.net

Cesana: oltre la piazza, per ricorstruire serve gente che ami la propria libertà

Sciopero e manifestazione su scuola e università: protagonista negativo è ancora “la Gelmini”. Ma “la Gelmini” non è il problema.

Il Ministro dell’Istruzione è responsabile di una legge che intende razionalizzare e ridurre la spesa. Si può e si deve discutere. Possibilità e tempo ce ne sono, data la limitatezza e la dilazione del provvedimento (gli aspetti economici verranno attuati dal 2010). Tuttavia la proposta di alternative non verrà dal vociare delle dimostrazioni, perché proprio queste costituiscono il problema di scuola e università. Parlo di quest’ultima, in cui lavoro.

Mi sono iscritto a Medicina, Milano, nel 1967. A dicembre abbiamo occupato. Da allora tutti gli anni ci sono stati, oltre a occupazioni, scioperi, blocchi, proteste, vandalismi e quant’altro, in un numero variabile di atenei. L’abitudine si è diffusa alla scuola, a inizio anno, con prolungamenti fino alle vacanze di Natale. Ora i ribelli sono una minoranza sempre più piccola e povera di contenuti, ma il rumore e la confusione che fanno sono sempre notevoli. Infatti un fenomeno di contestazione così persistente non è solo studentesco. Ha il sostegno e la complicità degli adulti, dentro e fuori le aule. Sembra un metodo scelto per sfogare il malcontento e la frustrazione di un cambiamento mancato, e anzi di un peggioramento in atto. Ma è un metodo corrosivo. Non c’è istituzione che possa reggere a quarant’anni di rivoluzione strisciante e di demagogia conseguente. In effetti l’università italiana ha perso il suo prestigio internazionale e vacilla paurosamente verso l’insignificanza sociale. D’altra parte, l’università, in quanto luogo di formazione dell’elite della società, è lo specchio di questa e anche la società italiana ha perso molto in capacità di lavoro e tecnologia.

Sembrerebbe una situazione disperante e non perché non vi siano rimedi, ma perché, dato il basso livello raggiunto, ne sono proposti troppi, tutti giusti, prioritari e quindi in conflitto tra di loro. Non si sa da che parte incominciare. Contro-appelli e contro-manifestazioni aumentano la confusione generale. Ministri assai più esperti della Gelmini, anche di sinistra, sono stati insultati allo stesso modo. Il ricorso all’ordine pubblico spaventa anche chi lo propone, e non senza ragione.

Eppure una possibilità ci deve essere perché non siamo finiti, checché ne dicano le classifiche internazionali. Nell’università italiana ci sono esperienze di comunità, insegnamento e ricerca dove si impara non solo a studiare, ma a vivere. Si impara cioè una cultura, che è la vera anima della scuola, che è libera e non di Stato, non solo perché, come vediamo, lo Stato non può darla, ma perché è meglio che non la dia. Bisogna che i protagonisti di queste esperienze amino la loro libertà, non cedano alla tentazione di delegarla ad altri o a un ribellismo impotente che cerchi di bruciare le tappe. E’ responsabilità degli studenti che non vogliono perdere il tempo – che è della vita e non dell’università – e soprattutto dei docenti che vogliono essere tali, ovvero propositivi della positività di conoscenza e tradizione che li sostiene. Al punto in cui siamo, per ricostruire ci vorranno anni, se non decenni. D’altra parte, la politica, se vuole concorrere allo sviluppo pacifico, non può essere che democrazia e compromesso. Gridare per le strade o sui binari della ferrovia, ora, non serve più. Grazie dell’ospitalità.

Giancarlo Cesana
Tratto dal quotidiano Il Foglio del 30.10.2008

giovedì 30 ottobre 2008

Mauro: nel resto d’Europa più spazio alla libertà di educazione

Nessuna delle decine di migliaia di persone che nei giorni scorsi hanno partecipato alle manifestazioni anti-Governo e anti-Gelmini intonando i consueti slogan in favore della non libertà di educazione sa di aver manifestato contro tagli che colpiscono esattamente il loro bersaglio preferito: la scuola libera.

Con il decreto legge approvato a fine luglio, ai ministeri è stata data la piena discrezionalità rispetto alla scelta di come attuare i tagli di spesa previsti dal decreto.

Questa discrezionalità ha avuto come risultato che nel Bilancio di previsione dello Stato lo stanziamento previsto per il 2009 per le scuole paritarie viene ridotto di oltre 133 milioni di euro. Si passa da 535. 318. 000 a 401. 924. 000 euro, con un taglio del 25%.

Nei due anni successivi (2010 e 2011) lo stanziamento per le scuole paritarie prevede per il 2010 406 milioni di euro e nel 2011 la cifra viene tagliata ancora drasticamente di altri 94 milioni di euro: si passa da 406. 100. 000 a 312. 410. 000 euro. Un ulteriore taglio di quasi il 25%. In quattro anni dal (2008 al 2011) la cifra investita dallo Stato per le scuole paritarie viene dunque tagliata in totale di oltre il 40%. Da 535 milioni di euro si arriva a 312.

Un taglio che ricadrà esclusivamente sulle famiglie che scelgono la scuola paritaria, indebolendo fortemente la libertà di educazione nel nostro Paese.

Ancora più paradossale e preoccupante è il fatto che nel “Bilancio di previsione dello Stato per il 2009" la spesa complessiva riguardo il funzionamento dell’istruzione viene aumentata di 656 milioni di euro, con un forte aumento delle spese per l’istruzione primaria, secondaria di primo e di secondo grado.

Il problema può essere risolto in due modi: approvando l'emendamento dell'On. Toccafondi firmato anche da altri trenta deputati della maggioranza tra cui Maurizio Lupi, Valentina Aprea, Raffaello Vignali, Renato Farina e Antonio Palmieri, nel quale si prevede il reintegro dei fondi tagliati, oppure con un maxiemendamento del Governo che appone fiducia alla legge finanziaria e alla legge di bilancio di previsione.

Preoccupa altresì il fatto che sono dati assolutamente discordanti con la tendenza verso la strada dell'autonomia intrapresa dalla più parte dei paesi dell'Unione Europea, nei quali si è arrivati a capire quali sono i nemici da combattere per migliorare l'efficienza e la libertà di educazione dei cittadini: questi nemici sono i "malati di ideologia", chi vede cioè nello strapotere dello Stato il dispensatore supremo dei diritti e dei servizi per i cittadini, chi crede che la cosa giusta sia essere forti con i deboli e deboli con i forti.

Un sistema scolastico ancora fortemente centralistico non può che rispondere a una logica della rendita politica tutta tesa a salvaguardare il tornaconto di burocrazie ministeriali e sindacati a dispetto dell’emergenza educativa del Paese.

Bisogna invece avere il coraggio di liberalizzare l’intero meccanismo, altrimenti lo scontro ideologico produrrà ulteriori danni a quello che è già una mastodontica e inefficiente struttura al servizio soltanto della corporazione che vi lavora.

Dobbiamo evitare che la scuola italiana ritorni a compiere gli stessi errori che comporterebbero un ulteriore abbassamento della qualità della scuola pubblica, ma soprattutto un impietoso "affamamento" della scuola libera.

Mario Mauro
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net

Università - Mille studenti chiedono di far lezione, 18 si oppongono.

Il Consiglio di Facoltà di Scienze Politiche di giovedì 23 ottobre non ha votato alcuna forma di sospensione della didattica come invece appare in alcuni quotidiani nazionali. Al contrario, docenti e rappresentanti degli studenti hanno votato all’unanimità una mozione che auspica che «si sensibilizzi maggiormente il corpo studentesco e l’opinione pubblica (...) per evitare che prevalga l’immagine degli atenei come campi di battaglia».

L’Università oggi è effettivamente aperta. Vi sono docenti che oggi faranno lezione, ricevimento studenti, esami. Tanti altri l’avrebbero voluto fare, ma non “osano” mettersi contro il volere del preside. Se non sarà possibile svolgere alcuna attività didattica è solo per una decisione presa unicamente dal preside, partito per il Messico, senza il parere del Consiglio di Facoltà, per prevenire, così ha detto, l’intervento violento e antidemocratico di pochi. I soliti pochi che hanno avuto spazio nei servizi delle ultime settimane. Perché? C’è forse un “doppio fine” nel far credere che la protesta stia montando?

Negli ultimi due giorni c’è stata una raccolta di firme a Scienze Politiche. Si tratta di una petizione contro qualunque forma di sospensione della didattica, nella speranza che i mezzi di informazione dicano ciò che sta accadendo veramente in università. Risultato: 1025 firme raccolte in due giorni. Ci chiediamo allora: perchè vale di più lo sparuto gruppo di chi vuole interrompere le lezioni? (Si tratta infatti di 18/20 studenti iscritti a questa facoltà: tutti gli altri vengono da fuori). C’è forse un “doppio fine” nel far credere che la protesta stia montando?

All’università chi ci pensa? Paradossalmente a fare le spese di questa situazione è proprio l’università. Chi vuole veramente lavorare a una riforma del sistema viene sistematicamente censurato.

(Lista aperta Obiettivo Studenti e Unicentro di Scienze Politiche, Milano)

martedì 28 ottobre 2008

Garavaglia: il ruolo pubblico svolto dalle scuole paritarie è un bene per tutti, da difendere

Senatrice Garavaglia, nonostante il clima di scontro dell’ultimo periodo, la scuola è e deve rimanere un banco di prova per un vero riformismo. Archiviata la manifestazione di sabato, è ora possibile ripartire per trovare punti di accordo tra maggioranza e opposizione?

Purtroppo il tema dell’incontro è stato impedito da come è stata posta da parte del governo la soluzione ai problemi della scuola. Quando il ministro Gelmini ha tenuto la sua prima audizione alle commissioni parlamentari, io mi sono lasciata andare ad espressioni di apprezzamento, indicando che si poteva prospettare un grande lavoro comune per il rilancio del nostro sistema scolastico. Poi, l’estate scorsa, è arrivato il decreto finanziario, in cui, prendere o lasciare, ci sono stati una serie di articoli a nostro modo di vedere tremendi, che mettono la scuola in ginocchio. Anche su questo noi abbiamo detto che avremmo lavorato in comune, cercando delle soluzioni in parlamento, anche perché sappiamo che l’Istruzione, come è successo anche nelle precedenti legislature, si trova in difficoltà a far valere di fronte al ministero dell’Economia le proprie ragioni.

Ma il dialogo può ripartire?
Io ribadisco che è un grande dolore il fatto che non si sia ancora trovata un’intesa, perché la scuola non può essere un terreno di scontro; dovrebbe invece essere argomento di dibattito, e su questo io sono disposta in ogni momento a ricominciare da capo. Ma se non c’è dibattito parlamentare e non c’è la possibilità di introdurre emendamenti, allora non ci può essere dialogo. Noi comunque non cambiamo parere, e aspettiamo che il governo apra una discussione, perché abbiamo idee che possono servire.

Un tema fondamentale, su cui si possono trovare convergenze tra maggioranza e una parte dell’opposizione, è la difesa della parità scolastica. Si teme però che in finanziaria possano essere previsti tagli, e c’è chi già protesta all’interno della maggioranza: cosa fare su questo terreno?
Io tengo alla scuola paritaria, come scuola che svolge un’importante funzione pubblica, da cui lo Stato non deve ritrarsi. Se la scuola paritaria risponde ai requisiti che le consentono di svolgere questa funzione, allora deve essere aiutata e sostenuta; e naturalmente è meglio aiutare il non profit che il profit. Noi, naturalmente, diciamo anche che la scuola deve essere valutata; quindi non è la scuola dei cosiddetti diplomifici che deve esser aiutata, bensì la scuola paritaria rappresentata dai tanti istituti seri che svolgono un lavoro di grande valore. Ad esempio, le scuole costituite da cooperative di genitori, così come la gran parte delle scuole cattoliche non sono diplomifici, e si inseriscono a pieno titolo in quelle realtà che svolgono una grande e utile funzione pubblica. Direi anche che il finanziamento, decretato con criteri rigorosi, può essere utile per distinguere e creare una selezione tra scuole che hanno valore e quelle che non l’hanno.

In effetti la difesa della parità ha un vero e proprio valore culturale, di cui può giovare l’intero sistema scolastico, non solo le scuole private.
Faccio un parallelo con la sanità, di cui mi sono a lungi occupata: nel campo sanitario il privato accreditato entra nella programmazione pubblica e corrisponde a criteri su cui il pubblico opera un controllo. Questo sistema misto pubblico-privato, basato sul criterio fondamentale dell’accreditamento, crea un bene per tutti. Motivo per cui non ci devono essere assolutamente disparità di trattamento, perché tutte le realtà che, in forme diverse, rientrano in questo sistema creano un bene per tutti.

La parità si colloca comunque sulla scia del più ampio discorso dell’autonomia; si parla anche della trasformazione della governance delle scuole, con il passaggio a fondazioni, come previsto ad esempio dal ddl Aprea: cosa ne pensa?
La scelta sta diventando difficile, perché se i tagli continuano la scelta della fondazione sarà solo una scappatoia per trovare fondi privati. Scuola e università sono un patrimonio di tutti, e soprattutto in momenti di crisi come questo è sbagliato pensare che l’affluenza di fondi da parte del privato possa essere un’ancora di salvezza per la scuola e l’università. Il ddl Aprea rimane comunque un progetto positivo; diciamo però che se si garantisce parità e autonomia vera, non è lo stato giuridico che conta. L’importante è guardare alla scuola come sede dell’autonomia e della libera scelta per le famiglie. Se garantisco l’autonomia e un budget da gestire, poi ogni scuola costruisce la propria risposta formativa, tenendo conto delle esigenze del territorio e della personalizzazione dei progetti educativi.

Tratto dal sito www.ilsussidiario.net

Perché al Circo Massimo non erano due milioni e mezzo

Avrebbero potuto gridare dai microfoni della manifestazione di essere in cinque milioni, ma anche otto o dieci, qualunque cifra purché sotto il miliardo. Perché il Pd i numeri li aveva dati fin dall’inizio. La campagna in vista del 25 ottobre era partita con la pubblicità-patacca di una piazza colma di folla, peccato che fosse una foto scippata, quella dell’Angelus di una domenica a San Pietro. Viste le premesse, non poteva che finire così, con un’altra “patacca”, quella della cifra-monstre di due milioni e mezzo di partecipanti.

E dire che il Pd può vantare, tra i suoi fans, scienziati e professionisti di tutto rispetto, dal matematico Odifreddi all’architetto Fuksas. Gente in grado di calcolare e suggerire i numeri giusti, laici, duri e puri che credono nella legge dell’impenetrabilità dei corpi e un po’ meno nella moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Gente che può confermare che il Circo Massimo, cifre alla mano, non può contenere più di 250/300mila persone. È un calcolo molto semplice e che non si presta a equivoci: in un metro quadro possono stare (gomito a gomito e purché non si agitino più di tanto) quattro persone; il Circo Massimo ha un’estensione di 72mila metri quadrati che, moltiplicati per quattro, portano alla cifra di 288mila. A dir tanto.

Altra gente, tanta gente stava nelle strade vicine? Diciamo 50mila o 100mila? Siamo comunque stratosfericamente lontani dai due milioni e mezzo delle parole e dei sogni degli organizzatori.
Ma diciamo che sì, che quel numero è giusto. E allora non ci resta che certificare, calcoli alla mano che:
1. Su ogni metro quadrato del Circo Massimo si accalcavano 34,25 persone (abbracciate, impilate, sovrapposte, l’ultimo era a quindici metri da terra), un dato che conferma la giustezza da parte del Pd della scelta di un’area circense;
2. Dando per buoni centomila e più venuti da fuori, alla manifestazione ha partecipato i due terzi della popolazione della Capitale, inclusi neonati, infermi ed elettori del Popolo della Libertà, pronti a sbracciarsi per il Pd dopo aver sancito la vittoria di Alemanno alle recenti comunali.

La sinistra delle frottole, appunto.