venerdì 10 ottobre 2008

Veltroni e Bersani si sono finalmente svegliati, sono costretti ad approvare il governo, e non sanno come fare con la manifestazione del 25

Con un ritardo di una quarantina di giorni, i vertici veltroniani del Pd si sono resi conto che è meglio smettere di guardare il proprio ombelico. Accortisi finalmente che tutti gli italiani, ma proprio tutti, erano preoccupati per la crisi mondiale in atto, hanno cercato di mettersi al corrente. Hanno avuto però la brutta soprpresa di constatare che il governo Berlusconi aveva visto bene negli ultimi mesi -sopratttutto con l'anticipazione della Finanziaria da loro avversata- e che i provvedimenti presi in queste ore sono assolutamente corretti. L'ha ammesso onestamente Linda Lanzillotta e anche l'ha dovuto ammetere Bersani, che ha comunque trovato modo di criticare l'assenza di provvedimenti sull'economia reale (finanziamenti alle imprese e agli artigiani). Critica infondata, perché questi si potranno prendere solo quando si comprenderà nel vivo della crisi quali conseguenze avrà avuto la tempesta sulle banche italiane, quante dovranno essere salvate e quante no e solo allora si potrà sapere quanti aiuti alle imprese dovrà mettere in campo il governo e soprattutto quante saranno le risorse economiche disponibili.
Detto questo, verificato che Berlusconi in questo momento sta effettivamente facendo quel che va fatto per salvare l'Italia, Veltroni & C. continuano a organizzare una manifestazione per ''salvare l'Italia'' da Berlusconi.
Una roba da matti, come notano molti commentatori dei principali quotidiani, che farà sì che la manifestazione parta demotivata, sottotono, con obbiettivi sbagliati. Magari nel momento in cui il Pd stesso sarà obbligato a votare provvedimenti presi del governo contro cui urla.
Il solito pasticcio veltroniano.
La fine ingloriosa del ''ma anche''.

Tratto dal sito www.carlopanella.it

«Famiglia Cristiana» torna alla carica

Pensavamo che certe sparate agostane fossero solo la conseguenza della calura estiva, e che, cambiato il clima e giunto infine l'autunno, di esse non sarebbe rimasta traccia. Invece no.

Famiglia Cristiana, il settimanale dei paolini che due mesi or sono sfornò una serie di editoriali di fuoco contro il governo Berlusconi, culminati nell'accusa di «fascismo» all'esecutivo targato Pdl-Lega, torna alla carica. E lo fa, ancora una volta, con il suo notista politico, Beppe Del Colle, che in un articolo pubblicato sul nuovo numero della rivista afferma che i timori estivi di Famiglia Cristiana erano più che fondati e che le ultime mosse del governo confermano in pieno l'analisi di allora. Secondo Del Colle, oggi starebbe venendo a galla in tutti i suoi contorni il disegno berlusconiano volto a svuotare, sino ad annullarla, l'opera del parlamento, concentrando tutti i poteri nelle mani dell'esecutivo.

Del Colle si rifà alla polemica che ha tenuto banco la scorsa settimana, scaturita dalle dichiarazioni di Berlusconi in merito al ricorso alla decretazione d'urgenza come strumento che garantisce al governo la possibilità di rendere immediatamente operativi provvedimenti riguardanti situazioni d'emergenza. Sulla vicenda sono intervenuti, come noto, dapprima il presidente della Camera, Gianfranco Fini, e poi il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che in una lettera inviata martedì al quotidiano torinese La Stampa ha affermato che sul tema dei decreti legge continuerà a «esercitare con rigore e trasparenza le prerogative attribuitemi dalla Costituzione».

Tra l'altro, le dichiarazioni del presidente del Consiglio hanno fornito agli schieramenti politici l'occasione per tornare a parlare della riforma dei regolamenti di Camera e Senato (il presidente Fini lo ha fatto in un intervento pubblicato su La Stampa ieri) al fine di renderne più snello il funzionamento. La necessità di addivenire ad una tale modifica - giova ricordarlo - è stata espressa in numerose occasioni dagli stessi partiti del centrosinistra, i quali, nella passata legislatura, avevano depositato una bozza di riforma poi non andata in porto a causa della prematura caduta del governo Prodi. Siamo di fronte, dunque, ad una esigenza bipartisan, che è augurabile possa trovare al più presto uno sbocco concreto. Come bipartisan, del resto, è la volontà di assegnare al presidente del Consiglio maggiori poteri, sia operativi che istituzionali - basta leggere i programmi elettorali del Pdl e del Pd per averne contezza.

Stando così le cose, stupisce che Famiglia Cristiana, su temi che potrebbero essere affrontati ragionevolmente e senza continui allarmi di lesa democrazia, organizzi una crociata all'insegna del più trito antiberlusconismo, mostrando un accanimento nei confronti del Cavaliere degno di miglior causa, soprattutto da parte di un settimanale cattolico. Che quella dei paolini sia una guerra preconcetta contra personam lo dimostra il fatto che non esistono, negli archivi di Famiglia Cristiana, editoriali in difesa della democrazia ai tempi di Romano Prodi: eppure anche il Professore faceva tranquillamente ricorso ai decreti legge ed il centrosinistra, come detto, aveva intenzione di modificare i regolamenti parlamentari nella stessa direzione nella quale, oggi, si incammina in centrodestra.

Tale è la foga nel voler a tutti i costi avvicinare Berlusconi al fascismo che Del Colle arriva persino a parlare di minaccia alla «democrazia parlamentare» insita nel «decisionismo» del presidente del Consiglio, confondendo dunque, come se niente fosse, forma di Stato (Repubblica democratica) e forma di governo (Repubblica parlamentare). Come il notista politica di Famiglia Cristiana saprà, la forma di governo può benissimo essere modificata senza che, per ciò stesso, muti anche la forma di Stato. Nel ragionamento di Del Colle, invece, sembra che la democrazia esista solo laddove esiste anche il parlamentarismo: ne dovremmo dedurre, ad esempio, che Francia e Stati Uniti non sono autentiche democrazie. Non c'è bisogno di aggiungere altro. Quando il preconcetto ha la meglio sulla ragione e l'ideologia sulla realtà, spesso si finisce per rasentare il ridicolo.

Gianteo Bordeo
Tratto dal sito www.ragionpolitica.it

Eluana - Dopo il fallimento dei ricorsi di Camera e Senato la strada è una sola: colmare il vuoto

I giudici che hanno stabilito che Eluana può essere lasciata morire di fame e di sete non hanno interferito con il parlamento, ma si sono pronunciati come spettava loro: in fin dei conti il caso giudiziario non è ancora concluso, e niente impedisce al parlamento di varare una legge in materia che sia “fondata su adeguati punti di equilibrio fra i fondamentali beni costituzionali coinvolti'.

Questa in buona sostanza la motivazione con cui la Corte Costituzionale ha respinto il ricorso di Camera e Senato, che avevano ipotizzato uno sconfinamento dei giudici della Cassazione nelle competenze del parlamento: con la sentenza dell’ottobre scorso avevano stabilito che ad Eluana possono essere sospese idratazione e alimentazione se il suo stato vegetativo è diagnosticato come irreversibile, e qualora sia accertata, a posteriori, in base a testimonianze e ricostruita dagli “stili di vita”, la sua volontà di non essere sottoposta a nutrimento artificiale.

L’ennesima conferma del fatto che solo una legge in materia – come andiamo ripetendo da mesi – può arginare il crescente potere giudiziario: non c’è altro modo. D’altra parte la sentenza che lascia morire di stenti Eluana non nasce dal nulla, non è il risultato di un’improvvisa e isolata presa di posizione di un manipolo di giudici particolarmente spregiudicato. Ha origine invece da una interpretazione consolidata del consenso informato e dell’articolo 32 della Costituzione, intesi nel senso di una totale autodeterminazione del malato, che arriva fino al diritto a morire.

Questa è l’interpretazione che va corretta, e riportata nei termini di garanzie di tutela del malato nel pieno rispetto delle sue volontà, con una normativa dedicata.

Ieri mattina, inoltre, non è stata accolta la richiesta della Procura di Milano di sospensiva dell’autorizzazione a staccare il sondino con cui Eluana viene alimentata: non c’è nessuna urgenza, hanno stabilito i giudici, e poi il padre si è impegnato a non interrompere alcunché fino alla sentenza definitiva della Cassazione. E’ anche vero che finora Beppino Englaro non è riuscito a trovare dove far morire di fame e di sete sua figlia: nessuna struttura si è dichiarata disponibile a rendere esecutiva la sentenza, in Lombardia e altrove, e d’altra parte i giudici non hanno obbligato il padre a staccare il sondino a sua figlia, ne hanno solamente dato l’autorizzazione.

Intanto nei giorni scorsi alla Commissione Igiene e Sanità del Senato è iniziata la discussione sulle proposte di legge presentate fino ad ora. La rapidità con cui la maggioranza parlamentare si è dichiarata disposta ad una legge sul fine vita, grazie anche ad una chiara posizione di gran parte del mondo cattolico –favorevole ad una normativa in proposito solo dopo la sentenza Englaro – ha letteralmente spiazzato l’opposizione, che fino alla fine non ha dato credito alla reale volontà della maggioranza di legiferare a riguardo.

Fermo restando che, per essere efficace e non permettere più nuovi casi Englaro la legge dovrà entrare nel merito delle dichiarazioni anticipate, e non limitarsi a vietare espressamente l’eutanasia, fin da ora sono chiari i punti critici del confronto: idratazione ed alimentazione artificiale e obbligatorietà o meno per il medico di seguire le indicazioni del paziente.

Che la nutrizione artificiale sia un sostegno vitale, e non una terapia medica (e che quindi non può essere inclusa nelle dichiarazioni anticipate), e che le dichiarazioni anticipate non siano vincolanti per il medico, ma solo delle indicazioni di cui tenere conto: queste le due condizioni necessarie alla futura normativa per evitare nuovi casi Englaro.

Assuntina Morresi
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net

giovedì 9 ottobre 2008

Formigoni: No a nostro ricorso su 194 non cambia nulla

Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, minimizza le conseguenze del no del Consiglio di Stato al ricorso del Pirellone contro la sentenza del Tar Lombardia di "sospensiva" delle linee di indirizzo sull'interruzione della gravidanza. "Non cambia nulla - scrive il presidente lombardo in una nota - per le nostre Aziende Ospedaliere, che hanno da tempo incominciato a muoversi in questa direzione (aborto terapeutico non oltre la 22ma settimana) sulla base dei deliberati dei propri comitati etici e continueranno a farlo".

"L'azione che come Regione Lombardia abbiamo intrapreso e continueremo a difendere - prosegue Formigoni - aveva ed ha lo scopo di fornire uno stimolo alla scienza medica ad andare avanti nella ricerca e di aprire un ulteriore spazio di modernizzazione al Paese. Conservatorismi e parrucconismi di vario tipo si sono opposti. E' sorprendente che si sospendano linee di indirizzo, peraltro non vincolanti, che fotografano una realtà già evidente non solo alla gran parte del mondo sanitario lombardo ma anche ad altre parti del Paese".

"L'ideologia - insiste Formigoni - si illude di aver vinto contro l'evidenza scientifica, che viene invocata solo quando fa comodo. E' una vittoria di Pirro perché negli ospedali lombardi tutto continuerà secondo quanto ampiamente condiviso con i medici. Il dibattito comunque non si ferma qui: la nostra azione e la realtà del progresso scientifico e di una cultura orientata alla vita lo faranno proseguire".

Tratto da Apcom del 8.10.2008

L'Italia deve ripartire al più presto e Di Pietro fa ancora i referendum

Ieri è partito un referendum nazionale, quello ideato contro il lodo Alfano da Di Pietro e da una stravagante coalizione di urlatori giustizialisti e benpensanti antiveltroniani o antiberlusconisti.

Sarà con ogni probabilità un altro buco nell’acqua, sulla scorta di tutti i referendum nazionali dal 1999 ad oggi. Grazie al cielo, si può ben dire, vista la materia del contendere.

La giustizia è uguale per tutti, recita il mantra dei promotori, ma ai cittadini è abbastanza chiaro che vero oggetto della consultazione popolare è l’opposto: se cioè l’ingiustizia debba essere uguale per tutti, e colpire indiscriminatamente non soltanto i singoli malcapitati ma anche il funzionamento delle istituzioni. Ogni paese democratico si dà qualche salvaguardia per impedire che un solo potere possa abusare di tutti gli altri. In un modo o nell’altro si tutela l’indipendenza della magistratura da una parte, il potere legislativo ed esecutivo dall’altro. Da noi no (e nemmeno in Israele).

Che non sia più stagione di referendum lo dimostrano anche le consultazioni locali. A Vicenza, referendum autogestito ma ben gestito, con 32 gazebo sparsi in città in luogo dei 32 seggi ufficiali, domenica scorsa hanno votato in 24. 094 sull’allargamento della base Usa all'aeroporto Dal Molin, come richiesto dal centrosinistra. Il 28, 5% degli aventi diritto al voto, che erano 84. 349. Quorum comunque non raggiunto, perché se il referendum fosse stato formalmente valido avrebbero dovuto votare almeno 35 mila cittadini.

In Sardegna, sempre domenica scorsa, ha votato soltanto il 20, 4% dei 1. 471. 797 aventi diritto sui referendum abrogativi sull'acqua e sulla legge "salvacoste", nonostante la mobilitazione del centrodestra e dello stesso presidente del Consiglio. Era necessario il voto di almeno il 35, 5% degli elettori.

Insomma, nonostante l’antipolitica sbraitata nelle piazze e la saga letteraria della Casta, quando si tratta di assumersi una responsabilità comunitaria gli italiani si chiudono nelle quattro mura domestiche o vanno al mare.

Una funzione, però, il referendum di Di Pietro, Parisi e Segni, come quelli vicentini o sardi la conservano: col loro costante, ineluttabile, flop ci ricordano che l’Italia è l’unico paese democratico al mondo in cui il Parlamento non risponde agli eletti, il Governo non risponde al Parlamento, e gli elettori non rispondono neppure a se stessi.

Ad un’opposizione che parla di emergenza democratica, l’arma scarica dei referendum rammenta che da oltre un quindicennio c’è in Italia un arretrato di riforme costituzionali, regolamentari, elettorali così pesante da aver reso drammaticamente strutturale e per nulla emergenziale il “debito pubblico” democratico. E che l’opposizione da questa responsabilità voglia tirarsene fuori dopo aver sabotato riforme costituzionali e parlamentari di ogni genere è cosa grottesca.

Invece l’opposizione gioca in cortile. Fra marce di maestre in divisa nera e assemblee studentesche rosso fuoco si è aperta l’ennesima stagione dello “smantellamento della scuola pubblica” (tesi robustamente contestata da autorevoli esperti non governativi come l’ex ministro diessino dell’Istruzione Luigi Berlinguer o, cifre alla mano, da Luca Ricolfi). E, di fronte a una richiesta di voto di fiducia, riecco Veltroni a denunciare la vocazione autoritaria, cesarista, putinista, del grande capo. Eppure sa bene, avendo frequentato il piano nobile di palazzo Chigi, che ha mille volte ragione Berlusconi a denunciare i tempi impossibili delle decisioni del Parlamento.

Solo che né maggioranza né opposizione sanno probabilmente come rispondere al quiz dei quiz: come è possibile continuare a gestire un sistema politico dove il cittadino non conta nulla, il Parlamento non conta quasi nulla e il Governo non è messo in condizione di governare?

Marco Taradash
Tratto dal sito www.loccidentale.it

Scuola - Ecco perché è stato giusto porre la fiducia sul decreto Gelmini

Il decreto Gelmini sulla scuola è passato, per ora alla Camera, con il voto di fiducia. Giusto così? Certo che sì. Se c’è emergenza educativa, lo dice la parola stessa, l’urgenza degli interventi per sostenere un processo positivo, è quasi una tautologia.

Sfioro appena la questione di metodo che sta dietro le proteste sull’uso di questo strumento. Non è affatto vero, come sostengono le opposizioni, che non sia stato possibile lavorare in Parlamento sui contenuti. In Commissione cultura e istruzione ci sono stati centinaia di emendamenti nel merito, preceduti da dibattiti sulla idea di scuola e di educazione sin dal mese di giugno. Sembra poco? Le proposte del ministro si sono scontrate, quando dagli alti cieli sono scese sulla terra, con un pregiudizio tremendo e ossessivo. Si è continuato a sostenere che l’unico intento della Gelmini fosse di fornire copertura con il grembiule e riccioli con l’educazione civica all’unica sostanza: cioè tagliare, licenziare, quasi punendo gli insegnanti e le famiglie dei bambini. Per cui il vero artefice del decreto sarebbe Tremonti. Verrebbe voglia di dire: e allora? Tremonti ha dimostrato di essere un uomo di cultura tra i più lungimiranti rispetto al destino della nostra Italia. Se ha lavorato con la Gelmini, tanto meglio. Tremonti non vuol dire tagli. Ma applicare ai conti del Paese le regole del buon padre di famiglia.

Il fatto è questo: che la sinistra italiana, in particolare il Partito democratico, si è gettata con furia contro la Gelmini non per difendere gli studenti ma per tutelare il loro leader, che ha bisogno di un terreno dove poter spostare masse urlanti. E la scuola è sempre stata un buon terreno per battaglie politiche esterne alla scuola stessa e al bene dell’educazione.

Così stavolta. Per non affrontare i problemi veri della scuola italiana si è disposti a tutto, persino a mettere a tema la scuola: però per finta.

Così negli accenti uditi ieri alla Camera non si è affermato un contenuto positivo, ma solo il contrasto, la contrapposizione. Elementi interessanti si sono ascoltati nell’intervento dell’onorevole Santolini dell’Udc, ma resi aspri dalla logica politica tutta tesa a negare la fiducia al governo.

Ribadisco qui i punti che mi inducono a ritenere positivo il decreto Gelmini.

1) La semplicità. Ci sono poche cose, molto chiare. Mariastella Gelmini non ha voluto proporre una riforma – lo ha ripetuto spesso – ma aggiustare, sistemare, riordinare quel che bastava per mettere al centro della Scuola non lo Stato, e neanche i problemi sociali: ma chi nella scuola va educato. L’alunno e poi lo studente.

2) L’idea di educazione. Qui siamo al centro del decreto. Il maestro prevalente. Non unico. Non si vuole eliminare l’insegnamento dell’inglese o dell’informatica, con il docente specifico, anche se è bene possa magari essere lo stesso insegnante dominante ad attrezzarsi al riguardo. Certo: questo provocherà risparmi. Libererà risorse in un bilancio per la scuola dove gli stipendi si prendono il 96, 98 per cento del budget. Il maestro prevalente obbedisce – ed è stato ribadito dal ministro, dal Pdl ma anche dalla Lega e, fino al momento del voto, dall’Udc – ad una concezione per cui l’educazione si fonda su un rapporto personale forte. I maestro modulari (tre ogni due classi, spesso di dieci alunni ciascuna) sono stati imposti per ragioni sindacali e di welfare (occupare giovani laureati) ma anche a causa della pedagogia del doppio o triplo punto di vista da proporre ai bambini, così che possano crescere nel dubbio…

3) Il principio di autorità. Il voto in condotta non è il toccasana contro il bullismo, ovvio. Ma fornisce uno strumento che permetta al ragazzo e alla famiglia di riconoscere in chi lo impugna un’autorità. Autorità nel senso etimologico di qualcuno che parla con certezza di che cosa sia il bene e il male, e su questa base chiede la disciplina.

4) L’educazione allo stare insieme. Si chiama Cittadinanza e Costituzione, nel decreto. Va intesa non come una sorta di educazione statale neutra. Ma la comunicazione dei caposaldi della vita comune. Anche qui: con semplicità. Il rispetto reciproco, la cura di chi è diverso, ma anche il non sporcare i muri. L’alzarsi in piedi quando in classe entra un adulto. E così via.

5) Il voto in decimali. Serve a ripulire dagli psicologismi e dagli sforzi espressivi spesso poverissimi i giudizi sull’italiano e la matematica.

Dinanzi a tutto questo l’opposizione sostiene che in tal modo si uccide la scuola, si toglie il tempo pieno, si licenziano i maestri. Tutte cose fasulle. Propaganda pura. Le famiglie potranno scegliere se lasciare i figli 24 o 27 o anche 40 ore a scuola. Non si capisce perché opporsi alla libertà di scelta. Possibile che tutti debbano essere inquadrati per inviare i figli a farsi indottrinare dalle scuole progressiste, che poi fanno progredire solo l’ignoranza?

Renato Farina
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net

mercoledì 8 ottobre 2008

Scuola - Quella passione educativa che supera anche i pugni in faccia

Il professor Luigi Sergi, di Novara, ha ricevuto un pugno al volto da un suo allievo di terza media (14 anni) al quale aveva (giustamente) negato di uscire di nuovo dalla classe dopo l’intervallo.

«Il ragazzo aveva dei problemi – ha detto il professore – e l’ho sempre aiutato; ora mi crolla il mondo addosso, proprio non mi aspettavo una tale reazione».

Grazie professore, coraggio professore. Non si demoralizzi, non demorda non abbandoni il campo. Sarebbe certamente comprensibile dopo un simile sfregio ad una onorata carriera: peraltro del tutto imprevedibile e non corrispondente a nessuna volontà vessatoria da parte sua. Tutt’altro! Quello che vorremmo dirle è che lei ci ha insegnato, pur nella drammaticità del caso, che cosa è la scuola oggi. Una realtà nella quale le categorie universali diventano, in ultima istanza, particolari. La classe non è formata da “alunni”, ma da quelle persone lì, nome e cognome. E oggi, tra l’altro, ai Mario e alle Caterine si affiancano a ritmo vorticoso gli Allam e le Jamile.

La scuola italiana di origine gentiliana, espressione di una cultura fondata sulla idea della sintesi si è rovesciata nel suo contrario: l’eccesso dell’analitico e la mancanza di punti di riferimento comuni. In questo guazzabuglio, nel quale l’insegnante talvolta si perde ed è tentato di gettare la spugna, ciò che resiste è l’idea che la professione docente poggia su una matrice che non deriva dall’organizzazione, ma da un impeto ideale. Si tratta di quella passione ad insegnare che si coglie a prima vista e per la quale il docente è attento non solo a ciò che comunica (abilità, saperi, competenze, ecc.), ma anche al perché lo comunica. La differenza non è da poco perché implica l’interesse profondo per la persona alla quale si insegna.

Il professor Sergi, rammaricato, ha detto che si era preso cura altre volte di quell’alunno. E questo è indice di una passione educativa che dà forma e significato alla cultura disciplinare. Ma tutto come abbiamo visto si gioca poi nel campo dell’incontro tra persone e non nell’astratto del general-generico.

Insegnare educando è rischioso. Ne va della faccia propria (in senso letterale) che deve misurarsi con la libertà altrui. Il ragazzo la sua libertà l’ha usata: male, povero ragazzo. Sarà punito, com’è giusto che sia. Ma il professor Sergi non potrà mai più togliersi dalla testa l’impressione che il pugno sia stato una maldestra risposta individuale ad una sua richiesta. Insomma, se non si fosse imposto non sarebbe arrivato il pugno. Era bene non chiedere? Era giusto sottrarsi all’incontro-scontro? No, perché se non si chiede nulla e nulla si pretende, la scuola diventa il camposanto delle buone intenzioni e delle perfette programmazioni (inutili).

Non si scoraggi dunque professore, lei ci ha insegnato cosa vuol dire rischiare dentro un rapporto: vuol dire attendersi sempre una risposta. A volte negativa, ma tante volte spalancata alla bellezza della conoscenza.

Recuperi fiducia in questa professione e, se vuole, recuperi fiducia nella possibilità di quel ragazzo di ritrovare in lei un adulto capace di introdurlo nel mondo. Magari fra qualche tempo.

Fabrizio Foschi
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net

Se si rinuncia alla libertà

In questi giorni che la crisi finanziaria mette in pericolo i nostri risparmi, siamo così preoccupati dei «rischi della libertà», e dei suoi «costi» — compresi l'opportunità di sbagliare, con i rischi che ci assumiamo, e il prezzo che dobbiamo pagare, per gli errori che commettiamo — che siamo disposti a rinunciare a una parte delle nostre libertà in cambio della promessa di un po' di sicurezza in più.

Ma non è solo un errore sotto il profilo concettuale; è anche, e soprattutto, un'illusione sotto quello politico. Due anni fa, il 7 ottobre 2006, Anna Politkovskaya, una giornalista della Novaja Gazeta di Mosca, veniva uccisa nell' ascensore del palazzo dove viveva. Stava per pubblicare un articolo imbarazzante per il potere politico. Il giorno dopo, la polizia sequestrava il suo computer e tutto il materiale dell'inchiesta cui stava lavorando. Il mandante è ancora oggi sconosciuto. Il mondo libero se ne è già dimenticato. Ma la Politkovskaya non è morta perché, nella Russia post-sovietica, ci fosse troppa libertà, bensì perché ce n'era ancora troppo poca. Non solo per il sistema informativo o, più genericamente, per gli intellettuali, ma per tutti i russi. Con i suoi articoli, essa non si limitava, infatti, a esercitare la propria libertà di giornalista, bensì soddisfaceva anche il diritto dei suoi concittadini a un'informazione libera, pluralista. È ciò che distingue la società «aperta», di democrazia liberale, dai sistemi chiusi e dispotici.

Nella società «aperta», a fondamento delle scelte dei cittadini, non c'è una Verità unica, e un potere che la impone, bensì c'è una pluralità (e una dispersione) di conoscenze fra milioni di Individui. In questi giorni, i nemici del capitalismo e del libero mercato — che non sanno neppure di che parlano — accusano i liberali di comportarsi come i comunisti di fronte al fallimento del comunismo. Come questi ultimi, attribuirebbero la crisi agli errori degli uomini (i banchieri) per non prendersela col fallimento del sistema, del mercato, del liberalismo. Ma il liberalismo — prima di essere la dottrina delle libertà e dei limiti del potere (politico, economico, sociale) — è una metodologia empirica della conoscenza. Che riconduce tutti i fenomeni attribuibili a soggetti collettivi — i sistemi politici, le istituzioni, il mercato, il capitalismo, eccetera — ai comportamenti individuali. I soggetti collettivi, a differenza dei singoli Individui, non hanno una personalità propria, non pensano, né agiscono. È, del resto, così che, nella dottrina liberale, il concetto di libertà è strettamente associato a quello di responsabilità. Ed è, perciò, anche evidente che a fallire, in una società «aperta», sono gli uomini — i soli cui far risalire la capacità di operare delle scelte — non il sistema, il capitalismo, il mercato. Nel marxismo- leninismo è, invece, il sistema che è fallito, proprio perché ha ignorato gli Uomini in carne e ossa, sostituendoli col proletariato, il Partito, l'«Uomo nuovo» dell'Utopia, e sollevandoli dalle loro responsabilità.

Pietro Ostellino
Tratto dal quotidiano Il Corriere della Sera

martedì 7 ottobre 2008

Scuola - La vera razionalizzazione del sistema? Puntare sulla libertà di scelta delle famiglie

Il dibattito parlamentare in corso sul decreto del Ministro Gelmini, con il possibile ricorso al voto di fiducia, rischia di avere conseguenze negative sul mondo della scuola.

Una situazione resa ancora più grave dal fatto che i mezzi di informazione, al posto di fare chiarezza, soffiano sul fuoco alimentandolo ideologicamente. Senza una decisa marcia indietro che riporti il confronto sulla questione scuola dentro i binari di una collaborazione critica e costruttiva, quelli che ci aspettano saranno mesi di muro contro muro; le conseguenze negative saranno gli studenti a pagarle, non certo i sindacati, e tanto meno gli editorialisti che parlano spesso di scuola senza sapere di che si tratta.

Urge chiarire che in gioco c'è il futuro della scuola, non come la voglia la destra né come la voglia la sinistra, ma della scuola in quanto tale con la sua funzione didattica ed educativa. Per lavorare per la scuola e non per la propria idea di scuola si impone una svolta decisiva: il mondo politico si deve mettere nell'ottica non di imporre la sua concezione pedagogica, come ha fatto per anni provocando un'altalena dannosissima, ma di fare in modo che dentro la scuola ci sia libertà per tutti.

La cosiddetta questione del maestro unico - di fatto maestro prevalente - è un esempio significativo in tal senso. Il mondo politico e sindacale non può continuare nella direzione di imporre l'una o l'altra scelta, gli uni sostenendo che la miglior pedagogia dell'universo sia il maestro unico, gli altri la pluralità di riferimenti e il tempo pieno come conquista popolar-democratica.

Altro grave errore è quello di voler indire referendum tra gli insegnanti chiedendo loro se sia meglio un riferimento o più riferimenti. È una strada vecchia, questa, ed è quella della pedagogia di stato che tanto male ha fatto alla scuola italiana. Bisogna da subito andare in direzione opposta e garantire ai genitori il tipo di scuola che preferiscono per i loro figli: tra loro c'è chi vuole il maestro unico, c'è chi vuole più riferimenti, c'è chi vuole un accorciamento del tempo scuola, chi vuole invece il tempo pieno. Ebbene, la politica non ha il diritto di stabilire quale sia la miglior scuola possibile, ma di garantire una pluralità di scelte così che i genitori che vogliono per i loro figli il maestro unico lo possano avere, come possano avere più maestri quei genitori che ritengano questa soluzione il meglio per i loro figli.

In tempi di razionalizzazione come quello cui stiamo andando incontro la scelta più ragionevole è quella di reimpostare la scuola in termini di libertà; altrimenti ci perderemo tutti.

Gianni Mereghetti
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net

La “morte cerebrale” e il mistero della vita

L’intolleranza mediatica contro l’editoriale di Lucetta Scaraffia, I segni della morte, sull’“Osservatore Romano” del 3 settembre 2008, suggerisce alcune considerazioni sul tema delicato e cruciale della morte cerebrale.

Tutti possono consentire sulla definizione, in negativo, della morte come “fine della vita”. Ma che cos’è la vita? La biologia attribuisce la qualifica di vivente ad un organismo che ha in sé stesso un principio unitario e integratore che ne coordina le parti e ne dirige l’attività. Gli organismi viventi sono tradizionalmente distinti in vegetali, animali ed umani. La vita della pianta, dell’animale e dell’uomo, pur di natura diversa, presuppone, in ogni caso, un sistema integrato, animato da un principio attivo e unificatore. La morte dell’individuo vivente, sul piano biologico, è il momento in cui il principio vitale che gli è proprio cessa le sue funzioni. Lasciamo da parte il fatto che, per l’essere umano, questo principio vitale, definito anima, sia di natura spirituale e incorruttibile. Fermiamoci al concetto, unanimamente ammesso, che l’uomo può dirsi clinicamente morto quando il principio che lo vivifica si è spento e l’organismo, privato del suo centro ordinatore, inizia un processo di dissoluzione che porterà alla progressiva decomposizione del corpo.

Ebbene, la scienza non ha finora potuto dimostrare che il principio vitale dell’organismo umano risieda in alcun organo del corpo. Il sistema integratore del corpo, considerato come un “tutto”, non è infatti localizzabile in un singolo organo, sia pure importante, come il cuore o l’encefalo. Le attività cerebrali e cardiache presuppongono la vita, ma non è propriamente in esse la causa della vita. Non bisogna confondere le attività con il loro principio. La vita è qualcosa di inafferrabile, che trascende i singoli organi materiali dell’essere animato, e che non può essere misurata materialmente, e tanto meno creata: è un mistero della natura, su cui è giusto che la scienza indaghi, ma di cui la scienza non è padrona. Quando la scienza pretende di creare o manipolare la vita, si fa essa stessa filosofia e religione, scivolando nello “scientismo”.

Il volume Finis Vitae. La morte cerebrale è ancora vita?, pubblicato in coedizione dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e da Rubbettino (Soveria Mannelli 2008), con il contributo di diciotto studiosi internazionali, dimostra questi concetti in quasi cinquecento pagine. Non solo non può essere accettato il criterio neurologico che fa riferimento alla “morte corticale”, perché in essa rimane integro parte dell’encefalo e permane attiva la capacità di regolazione centrale delle funzioni omeostatiche e vegetative; non solo non può essere accettato il criterio che fa riferimento alla morte del tronco-encefalo, perché non è dimostrato che le strutture al di sopra del tronco abbiano perso la possibilità di funzionare se stimolate in altro modo; ma neppure può essere accettato il criterio della cosiddetta “morte cerebrale”, intesa come cessazione permanente di tutte le funzioni dell’encefalo (cervello, cervelletto e tronco cerebrale) con la conseguenza di uno stato di coma irreversibile. Lo stesso prof. Carlo Alberto De Fanti, il neurologo che vuole staccare la spina a Liliana Englaro, autore di un libro dedicato a questo argomento (Soglie, Bollati Boringhieri, Torino 2007), ha ammesso che la morte cerebrale può essere forse definita un «punto di non ritorno», ma «non coincide con la morte dell’organismo come un tutto (che si verifica solo dopo l’arresto cardiocircolatorio)» (“L’Unità”, 3 settembre 2008). È evidente come il “punto di non ritorno”, posto che sia realmente tale, è una situazione di gravissima menomazione, ma non è la morte dell’individuo.

L’irreversibilità della perdita delle funzioni cerebrali, accertata dall’“encefalogramma piatto”, non dimostra la morte dell’individuo. La perdita totale dell’unitarietà dell’organismo, intesa come la capacità di integrare e coordinare l’insieme delle sue funzioni, non dipende infatti dall’encefalo, e neppure dal cuore. L’accertamento della cessazione del respiro e del battito del cuore non significa che nel cuore o nei polmoni stia la fonte della vita.

Se la tradizione giuridica e medica, non solo occidentale, ha da sempre ritenuto che la morte dovesse essere accertata attraverso la cessazione delle attività cardiocircolatorie è perché l’esperienza dimostra che all’arresto di tali attività fa seguito, dopo alcune ore, il rigor mortis e quindi l’inizio della disgregazione del corpo. Ciò non accade in alcun modo dopo la cessazione delle attività cerebrali. Oggi la scienza fa sì che donne con encefalogramma piatto possano portare a termine la gravidanza, mettendo al mondo bambini sani. Un individuo in stato di “coma irreversibile” può essere tenuto in vita, con il supporto di mezzi artificiali; un cadavere non potrà mai essere rianimato, neppure collegandolo a sofisticati apparecchi.

Restano da aggiungere alcune considerazioni. Il direttore del Centro Nazionale Trapianti, Alessandro Nanni Costa, ha dichiarato i criteri di Harvard «non sono mai stati messi in discussione dalla comunità scientifica» (“La Repubblica”, 3 settembre 2008). Se anche ciò fosse vero, e non lo è, è facile rispondere che ciò che caratterizza la scienza è proprio la sua capacità di porre sempre in discussione i risultati acquisiti. Qualsiasi epistemologo sa che la finalità della scienza non è produrre certezze, bensì ridurre le incertezze. Altri, come il prof. Francesco D’Agostino, presidente onorario del Comitato Nazionale di Bioetica, sostengono che, sul piano scientifico, la tesi contraria alla morte cerebrale «è ampiamente minoritaria» (“Il Giornale”, 3 settembre 2008). Il prof. D’Agostino ha scritto belle pagine in difesa del diritto naturale e non può ignorare che il criterio della maggioranza può avere rilievo sotto l’aspetto politico e sociale, non certo quando si tratta di verità filosofiche o scientifiche. Intervenendo nel dibattito, una studiosa “laica” come Luisella Battaglia osserva che «il valore degli argomenti non si misura dal numero delle persone che vi aderiscono» e «il fatto che i dubbi siano avanzati da frange minoritarie non ha alcuna rilevanza dal punto di vista della validità delle tesi sostenute» (“Il Secolo XIX”, 4 settembre 2008). Sul piano morale poi l’esistenza stessa di una possibilità di vita esige l’astensione dall’atto potenzialmente omicida. Se esiste anche solo il dieci per cento che dietro un cespuglio vi sia un uomo, nessuno è autorizzato ad aprire il fuoco. In campo bioetico, il principio in dubio pro vita resta centrale.

La verità è che la definizione della morte cerebrale fu proposta dalla Harvard Medical School, nell’estate del 1968, pochi mesi dopo il primo trapianto di cuore di Chris Barnard (dicembre 1967), per giustificare eticamente i trapianti di cuore, che prevedevano che il cuore dell’espiantato battesse ancora, ovvero che, secondo i canoni della medicina tradizionale, egli fosse ancora vivo. L’espianto, in questo caso, equivaleva ad un omicidio, sia pure compiuto “a fin di bene”. La scienza poneva la morale di fronte a un drammatico quesito: è lecito sopprimere un malato, sia pure condannato a morte, o irreversibilmente leso, per salvare un’altra vita umana, di “qualità” superiore?

Di fronte a questo bivio, che avrebbe dovuto imporre un serrato confronto tra opposte teorie morali, l’Università di Harvard si assunse la responsabilità di una “ridefinizione” del concetto di morte che permettesse di aprire la strada ai trapianti, aggirando le secche del dibattito etico. Non c’era bisogno di dichiarare lecita l’uccisione del paziente vivo; era sufficiente dichiararlo clinicamente morto. In seguito al rapporto scientifico di Harvard, la definizione di morte venne cambiata in quasi tutti gli Stati americani e, in seguito, anche nella maggior parte dei paesi cosiddetti sviluppati (in Italia, la “svolta” fu segnata dalla legge 29 dicembre 1993 n. 578 che all’art. 1 recita: «La morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello»).

La natura del dibattito non è dunque scientifica, ma etica. Che questa sia la verità lo conferma il senatore del PD Ignazio Marino che, in un articolo su “Repubblica” del 3 settembre, definisce l’articolo dell’“Osservatore Romano” «un atto irresponsabile che rischia di mettere in pericolo la possibilità di salvare centinaia di migliaia di vite grazie alla donazione degli organi». Queste parole insinuano innanzitutto una menzogna: quella che il rifiuto della morte cerebrale porti alla cessazione di ogni tipo di donazione, laddove il problema etico non riguarda la maggior parte dei trapianti, ma si pone solo per il prelievo di organi vitali che comporti la morte del donatore, come è il caso dell’espianto del cuore. Ciò spiega come Benedetto XVI, che ha sempre nutrito riserve verso il concetto di morte cerebrale, si sia a suo tempo detto favorevole alla donazione di organi (cfr. Sandro Magister, Trapianti e morte cerebrale, l’“Osservatore Romano” ha rotto il tabù, www. chiesa.it).

Il vero problema è che il prezzo da pagare per salvare queste vite è quello tragico di sopprimerne altre. Si vuole sostituire il principio utilitaristico secondo cui si può fare il male per ottenere un bene, alla massima occidentale e cristiana secondo cui non è lecito fare il male, neppure per ottenere un bene superiore. Se un tempo i “segni” tradizionali della morte dovevano accertare che una persona viva non fosse considerata morta, oggi il nuovo criterio harvardiano pretende di trattare il vivente come un cadavere per poterlo espiantare. A monte di tutto questo sta quel medesimo disprezzo per la vita umana che dopo avere imposto la legislazione sull’aborto vuole spalancare la strada a quella sull’eutanasia.

Roberto de Mattei
Tratto dal mensile Radici Cristiane n. 38 ottobre 2008