martedì 30 settembre 2008

Società liquida - Legami familiari e culturali: l'unica “rete” a darci un senso di identità

Baumann usa spesso immagini suggestive che catturano alcune modalità del vivere odierno. Così è l’immagine della rete, a significare un certo modo di entrare e uscire dalle relazioni, vissute contingentemente, che fotografa uno stile di vita diffuso, soprattutto nelle generazioni più giovani e nella opulenta società occidentale.

Ma, e qui sta il punto, la rete ha un centro o no? Che ne è del soggetto che sta al centro della rete? Che ne è della sua identità? L’identità si costruisce giorno per giorno (e questo è l’aspetto costruttivo) ma certamente non sul nulla bensì a partire da un terreno costituito dai legami significativi, in primis quelli familiari. Questa struttura relazionale, con i suoi significati simbolici e culturali è l’humus nel quale il soggetto umano nasce (preceduto fin nell’utero da attese familiari e interazioni con la madre che oggi sappiamo arrivare fino a lui), che lo accoglie nei primi anni di vita, costituendo quel nocciolo duro dell’identità con i suoi “modelli operativi interni” (per usare una terminologia cara alla teoria dell’attaccamento) e le modalità di identificazione che il soggetto umano si porta appresso per tutta la vita e con le quali dovrà fare necessariamente i conti.

Dalla clinica psicologica di orientamento intergenerazionale, che ha una lunga e importante tradizione, sappiamo come i legami familiari, non solo prossimi ed in atto, ma anche lontani nel tempo, hanno un ruolo cruciale nel forgiare l’identità del soggetto e che hanno effetti psichici che si manifestano anche dopo generazioni. I legami familiari vivono di affetti e di responsabilità stringenti. Borzormeny-Nagy e Spark con un’espressione vivida sostengono da tempo che fibre invisibili di lealtà legano il soggetto umano alle generazioni che lo hanno preceduto e a quelle che sono in atto sulla scena e che una sofisticata dinamica di scambio, che ha sia un versante simbolico, di senso, che di azione, lega il soggetto al suo corpo familiare, che è appunto invisibile, se si vuole come la rete di Baumann ma non certo priva di vincolo. Ecco, il tema del vincolo, questo il grande assente dalle riflessioni di Baumann.

La rete di Baumann può non avere storia ed essere solo frutto della scelta contingente del soggetto. Ma il soggetto umano ha una storia che lo nutre, nel bene e nel male, e che lo vincola e dalla quale la scelta del soggetto non può prescindere.

Ognuno di noi viene al mondo entro relazioni primarie (si chiamano appunto primarie quelle familiari perché sono a fondamento dei legami anche sociali) specifiche, entro una cultura specifica, che ci precede e che in alcun modo nessuno di noi può scegliere. Nelle relazioni familiari, cioè in quello che oggi si usa dire nell’ambito degli affetti più cari, la scelta è limitata. Nessuno può scegliere in che famiglia nascere, i coniugi possono scegliere di non continuare la loro relazione ma non possono mai diventare ex genitori. Monica Mc Goldrick, nota terapeuta familiare che proviene da un ambiente culturale che di certo non sottovaluta il peso della scelta, così si esprime “quando i membri della famiglia considerano le relazioni familiari come una scelta, lo fanno a danno del proprio senso di identità e della ricchezza del loro contesto emozionale e sociale”. Con la nostra storia familiare, ma anche con la storia della cultura nella quale nasciamo e con la storia di tutti i legami significativi che incontriamo nella vita noi dobbiamo fare i conti e la scelta non è certo leggera e solo “giocosa” come Baumann dice. (Che dire ad esempio dei legami passionali che agitano, letteralmente fino alla morte, come ci fa vedere purtroppo la cronaca ogni giorno, la vita dei coniugi che si separano?) Tale storia dei legami noi possiamo subirla, contestarla, modificarla, trasformarla.

Possiamo anche, e questo è veramente il pericolo, negarla, de-negarla, presi da una forma di cecità. Non avere occhi per vedere la potenza, positiva e al tempo stesso anche drammatica, della storia dei legami ci priva della possibilità di dare spessore e sapore a ciò che costituisce la nostra identità in quanto “persona”, cioè essere costitutivamente in relazione. E la negazione, come si sa, è un meccanismo tra i più primitivi della mente umana. Come dire che non si fa tanta strada usandola.

Eugenia Scabini
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net

La mia maestra era unica. Chissà com'era quella di Veltroni

“Ragazzi arriva la maestra!”, e la classe scattava in piedi all’unisono, i grembiuli rosa e blu si stagliavano fieri tra i banchi. Lei era là in piedi, sopra la sua testa, appesi al muro, il Crocifisso e la foto del Presidente Leone.

Oh che infanzia sfortunata, direbbero i sindacati della scuola, un trauma che porto dietro da tutta la vita: ho avuto la maestra unica! Con un’ulteriore aggravante: in una pluriclasse. Sono cose che ti lasciano il segno, e ti gettano irrimediabilmente ai margini della società, senza speranza… e via con il bla bla socio-pedagogico.

Io, alla mia maestra unica, ho voluto bene. Recitava Dante a memoria e decantava poesie. Quando non mettevo l’accento sulla è, voce del verbo essere, me lo faceva scrivere 100 volte. Parlava della storia di Roma con una cura e una passione, che ancora la ricordo con nostalgia quando ogni giorno per andare al lavoro passo davanti all’arco di Costantino (me lo fece disegnare pezzo per pezzo, con tutte le raffigurazioni e bassorilievi che esso contiene).

Ho imparato a rispettarla la mia maestra, ho imparato il senso del dovere e della responsabilità, la geografia e a far di conto. Quel Crocifisso mi ha insegnato da dove vengo e dove posso arrivare, e che non tutto è bene e non tutto è giusto. Nonostante questo, parlo l’inglese ed altre due lingue, viaggio per il mondo senza nessun handicap né mentale né culturale e so anche usare il computer senza alcun patema. Ho fatto una discreta carriera e mio padre, minatore, sarebbe fiero di me.

Ieri mio figlio, sedici anni, è tornato a casa con un libro di Alessandro Baricco, “Saggio sulla mutazione”: pare sia il testo per il primo trimestre di Letteratura Italiana. Una pena, un senso del ridicolo mi ha avvolto ed un ricordo: la mia meastra che recitava “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.

Qualche anno fa, quando ancora mio figlio, a volte, stentava in grammatica, diedi un’occhiata al suo libro e, prima dell’alfabeto e delle regole di base, ho trovato una serie di discettazioni semiotiche (che sia l’effetto Eco) sulla teoria della comunicazione a base di segno, emittente, ricevente, codici … Una tragedia.

Questa purtroppo è la scuola che vogliono coloro che hanno fatto impunemente sfilare a lutto i bambini al loro primo giorno di scuola contro le riforme del Ministro Gelmini (ma cosa bisogna fare per essere licenziati in questa Pubblica Amministrazione?). Vogliono la scuola che paga stipendi da fame a troppi maestri e professori, la scuola dove la condotta e il comportamento non hanno più significato e quindi si può toccare il culo alla professoressa (che se lo fa toccare!), filmare con il telefonino il tuo compagno di banco che riempie di botte un altro compagno disabile e commercializzare all’ingrosso spinelli nei bagni.

Il segratario del PD, in una farneticante intervista sul Corriere della Sera dove tra l’altro parla di bullismo al governo e di rigurgiti autoritari (premesse che dovrebbero già dire qualcosa sulla visione del mondo di Veltroni e sulla sua affidabilità), a proposito della scuola dice che la rintroduzione del voto in condotta favorisce l’abbandono e l’elusione scolastica, specia tra i più poveri. Eccoci qua, la scuola come lotta di classe. Fate pure quello che vi pare ragazzi, tutto è permesso, tanto se siete figli di operai farete gli operai, l’apologia della scuola di Barbiana. A proposito di ascensore sociale.

Ma Veltroni non è solo in questo “afflato riformista” (sic). La CGIL (ultimamente in sintonia totale con il segretario del PD, sin dal caso Alitalia) ha già annunciato uno sciopero generale contro le riforme del Ministro Gelmini. Non si può dar torto al sindacato, con le norme che il Ministro vuole introdurre, si cerca di eliminare lo strapotere dei sindacati nella scuola, la loro pretese di cogestire, le loro brame di posti di lavoro inutili e permessi retribuiti. La stessa storia di Alitalia, lo stesso sfascio, la stessa vergogna.

Ministro Gelmini vada avanti, non abbia paura. Anche la mia maestra unica è con lei.

Milton
Tratto dal sito www.loccidentale.it

Veltroni mobilita, mobilita, mobilita... a non sa perché

Le ultime apparizioni televisive e giornalistiche di Walter Veltroni lasciano allibiti. Non una proposta, non una sfida, solo insulti al governo e demenziali analisi sull’Italia ormai simile alla Russia di Putin (Leoluca Orlando rilancia e paragona con l’Argentina). La ragione di questa follia verbali sta è presto detta: tutto l’agire del leader del Pd è ormai finalizzato alla “storica” manifestazione del 25 ottobre e dunque, per mobilitare la piazza si ha da urlare, agitare, creare spauracchi, mostri, demoni, fare gli agit prop, insomma.
Nulla da stupirsi: è la vecchia logica del Pci, di Togliatti, Longo, Berlinguer, tanto bravi a demonizzare la Dc –e soprattutto il riformismo del Psi- quanto totalmente incapaci di proposte riformiste di governo.
Stupisce, però, che questa volta questo inutile delirio agitatorio avvenga in un clima di sbranamento totale –sembra quasi definitivo- dentro il Pd. Il mite Tonini è giunto ad affermare che il decisionismo putiniano di Berlusconi è nato con l’indecisionismo cronico e patologico del governo dell’Unione di Romano Prodi. Analisi acuta, ma che ha ovviamente creato un vero e proprio casino dentro il partito più incasinato d’Europa.
Il fatto è che il governo Berlusconi ha messo in un angolo tutte le componenti del Pd: ha eliminato l’Ici, ha ripulito la monnezza di Napoli e ora si prepara a fare quella gara tra Lufthansa e Air France per un’Alitalia da loro considerata ghiotto boccone –ma per una quota di minoranza- che Prodi per ragioni poco chiare –e forse poco pulite- non volle fare, quando avrebbe dovuto farla per cedere il controllo completo della società
Non solo, il prudente e informato pessimismo di Tremonti, ha sinora tenuto al riparo l’Italia dai contraccolpi della crisi internazionale e questo mentre Velroni e Bersani avevano invece irresponsabilmente impostato la loro campagna elettorale promettendo un impossibile “miracolo italiano”.
Contro questi dati di fatto, Veltroni avrebbe davanti a sé due strade: sfidare Berlusconi sul terreno del governo, imponendogli un’agenda di riforme e di gestione della crisi economica che premino gli strati popolari e ammodernino effettivamente il paese; oppure, fare propaganda demonizzante.
Il dramma è che Veltroni sceglie la seconda strada, perché non ha la minima idea di come percorrere la prima.

Tratto dal sito www.carlopanella.it

lunedì 29 settembre 2008

Obama - McCain: il primo scontro è pareggio

Novanta minuti, il tempo di una partita di calcio. Ma Obama e McCain si sono giocati l’America. Il primo dibattito televisivo delle presidenziali 2008, ad Oxford in Mississippi, si è concluso con un pareggio.

Di certo, non c’è stato alcun KO, la battuta fatale che vale un’elezione. Dunque un pareggio avvincente, ma a reti inviolate. In forse fino all’ultimo momento, il primo duello tra John McCain e Barack Obama doveva essere incentrato sulla politica estera, ma per oltre mezz’ora il moderatore Jim Leherer ha inchiodato i due senatori sulla crisi di Wall Street. Entrambi i candidati hanno auspicato che il Congresso arrivi presto ad un accordo. McCain si è detto ottimista sul raggiungimento di una soluzione bipartisan. Toni concilianti anche da Obama che, tuttavia, non ha voluto specificare se appoggia in pieno il “bailout”, il piano di salvataggio da 700 miliardi di dollari presentato dall’amministrazione Bush.

Obama e McCain hanno riconosciuto che la crisi del sistema finanziario inciderà sulla libertà di movimento del prossimo governo. E sono state scintille. McCain ha annunciato di considerare la possibilità di un “congelamento” della spesa pubblica, eccetto che per la difesa e i fondi in favore dei veterani. Obama ha risposto tranchant: “Il problema è che tu vuoi usare l’accetta dove serve lo scalpello”. E ha aggiunto: “Ci sono programmi, come l’educazione dei bambini, che sono importanti e già ora sono sottofinanziati”. Il senatore dell’Arizona ha replicato, forte della sua esperienza anti-sprechi, che possono essere trovate nuove risorse attraverso un maggiore controllo sulle leggi che prevedono esborsi di denaro pubblico. Ma per Obama, McCain non è convincente poiché vuole dare seguito ai tagli delle tasse attuati da Bush. E ancora, per il senatore democratico la deregulation voluta dai repubblicani è all’origine del collasso di Wall Street. “Obama è un ultra liberal – ha incalzato il senatore del GOP - che non riuscirà a mettere d’accordo repubblicani e democratici sulle spese da fare”.

Come prevedibile, laddove Obama è sembrato più a suo agio sulle questioni economiche, McCain è apparso più “presidenziale” sulla politica estera. Il tema caldo, ovviamente, è stato l’Iraq. Il veterano del Vietnam ha criticato il suo avversario per aver aspettato 900 giorni prima di recarsi a Baghdad e per essersi opposto al “surge”, l’aumento delle truppe in Iraq che, sotto la guida del generale Petraeus, si è rivelato efficace nello stabilizzare la situazione sul terreno. “Temo – ha detto McCain – che il senatore Obama non comprenda la differenza tra tattica e strategia. Il senatore Obama si rifiuta di dire che in Iraq stiamo vincendo”. “John – gli ha risposto Obama – tu fai credere che la guerra sia iniziata nel 2007. Parli di ‘surge’. La guerra però è iniziata nel 2003 ed allora tu sostenevi che sarebbe stata facile e veloce. Avevi torto”.

Anche sull’Iran il confronto è stato teso. McCain ha definito “naif, anzi pericoloso” l’atteggiamento del senatore dell’Illinois che, durante le primarie, si era detto disponibile ad incontrare Ahmadinejad. Per il senatore repubblicano, se l’Iran ottenesse la bomba atomica sarebbe una “minaccia esistenziale per Israele”. “Non possiamo permetterci un altro Olocausto”, ha avvertito. Obama, dal canto suo, ha concordato che gli USA non “possono tollerare un Iran nucleare” ed ha chiesto maggiori sanzioni nei confronti di Teheran. Parole forti anche sulla Russia. Obama ritiene che vada rivisto il rapporto tra Washington e Mosca, dopo il conflitto nel Caucaso. “Non si può essere una superpotenza del 21. mo secolo – ha affermato – e comportarsi come una dittatura del 20. mo secolo”. McCain ha accusato il senatore afro-americano di aver risposto con ingenuità all’invasione della Georgia, chiedendo ad entrambe le parti di cessare la violenza come se le forze in campo si equivalessero. Quindi, ha ribadito il suo sostegno all’ingresso di Georgia e Ucraina nella NATO.

Immediatamente dopo la fine del dibattito, le due campagne elettorali hanno diffuso un comunicato dichiarando vincitore il proprio candidato. “Il senatore McCain – ha affermato David Plouffe, primo consigliere di Obama – non ha offerto niente di nuovo rispetto alle politiche fallite di Bush. Barack Obama ha messo a segno un risultato per il cambiamento nell’economia e nella politica estera”. Di segno inverso l’opinione di Jill Hazelbaker, guru della comunicazione di McCain. “C’è stato un candidato che è apparso presidenziale e questo candidato è John McCain”, ha affermato Hazelbaker. Lo dimostra il fatto, ha aggiunto, che Obama “ha riconosciuto per ben cinque volte che McCain aveva ragione”.

Al di là delle dichiarazioni di parte, ha rilevato Ben Smith su “The Politico. com”, i reporter e gli analisti hanno generalmente assegnato la vittoria a McCain. Due “instant poll” hanno invece dato vincente Obama. Secondo la CNN con un margine di 51 a 38 per cento, per la CBS di 39 a 25. Per l’editorialista Charles Krauthammer del “Washington Post” il dibattito è probabilmente finito in pareggio. Un risultato che però aiuta McCain a riprendere la corsa verso Pennsylvania Avenue dopo una settimana particolarmente difficile. Ancora una volta, gongolano i supporter del veterano del Vietnam, “The Mac is back!”.

Alessandro Gisotti
Tratto dal sito www.loccidentale.it