Il tema dell'educazione al servizio è la sfida che si coglie in filigrana nel lungo messaggio che il Cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, ha inviato a nome del Santo Padre al Meeting di Rimini, apertosi questa domenica.
L'emergenza educativa e la trasmissione della fede ai giovani, tutti temi più volte ribaditi da Benedetto XVI e direttamente affrontati nella lettera consegnata alla dioesi di Roma il 21 gennaio scorso, stanno infatti al cuore della lettera papale al Vescovo di Rimini, spiega il Direttore de “L'Osservatore Romano”, Gian Maria Vian.
Tutti temi, ha spiegato inoltre Vian in un articolo apparso su Ilsussidiario. net, che interessano tanto i cattolici quanto i non cattolici, perché “riguardano l’uomo in quanto tale”.
Riguardo la ricerca di felicità che assilla l'uomo, il Direttore del quotidiano vaticano ricorda come nella sua prima Enciclica, “Deus caritas est”, il Papa abbia indicato nella felicità, non “un’ideologia”, non “una morale”, ma “una persona”.
Importante a suo avviso il richiamo alla figura di san Paolo: “Un personaggio storico che, come lo stesso Gesù, apparentemente ha fallito nella sua vita”.
“Eppure Paolo è stato fondamentale nel cambiamento introdotto dalla rivoluzione cristiana – ha aggiunto –: senza Paolo il cristianesimo non sarebbe quello che è”.
“Agli occhi del mondo Paolo sarebbe un 'nessuno', mentre invece è un 'protagonista', perché ha speso tutto se stesso”, ha commentato.
“Prima si era accanito contro i seguaci di Gesù, poi lo ha incontrato in quella maniera misteriosa e folgorante che gli ha cambiato la vita. E a quel punto ha speso tutto se stesso per annunciare Cristo e il suo Vangelo”.
“Da ultimo, nella lettera si parla di 'umile protagonismo' – ha continuato Vian –. Un ossimoro interessante: essere qualcuno, ma qualcuno al servizio”.
“Questo – ha spiegato – nasce da un’esperienza: 'venite e vedete' è l’invito di Gesù nel vangelo di Giovanni. E l’esperienza dice che proprio quando si serve si è qualcuno. Come la missione che il Papa affida a Comunione e Liberazione: essere al servizio della Chiesa”.
Tratto dal sito www.zenit.org/italian
lunedì 25 agosto 2008
L'essere protagonisti significa sottrarsi al nulla
Don Giussani ricordava che in ebraico non a caso parole che hanno una medesima radice indicano ciò che è futile ed effimero: la menzogna e l’uomo, perché passa anche lui.
Ed è questo passare senza lasciare traccia, se non quella ideale legata a più o meno grandi opere destinate a essere ricordate dai posteri, che col tempo mi è sembrato sempre più inaccettabile, un frutto malato della cultura nella quale ero cresciuto. Una cultura dallo sbocco nichilista, pur generosamente impregnata com’era di Aufklarung e di magnifiche sorti e progressive dell’uomo che scopre in sé l’unico senso possibile, primo e ultimo di ogni cosa. Neanche per idea. La faccio breve, e soprattutto parlo per me; questa non è sede né di polemica filosofica o ermeneutica, né di ammaestramento ad altri che io non so e non credo di poter dare. È il mio percorso, tutto qui. Che mi aiuta, però, a identificarmi nell’obiettivo del prossimo meeting di Rimini: o protagonisti, o nulla.
L’essere protagonisti significa sottrarsi al nulla. Sottrarsi al nulla, significa andare al cuore dell’uomo. Andare al cuore dell’uomo, significa scegliere liberamente ciò che ci accomuna su questa Terra e oltre, e farlo senza nessuna aporia con la ragione, checché dicessero i maestri della mia gioventù. Il compimento di un destino è nel dividere per l’uomo e con l’uomo ciò a cui siamo chiamati, e a chiamarci è Chi lo ha fatto nell’Antico e poi nel Nuovo Patto. Ed è una missione di gioia, oltre che di fatica, della quale impregnare ogni passo della nostra vita.
Mi occupo più che altro di economia, e non c’è campo in cui questa regola valga meglio che nell’economia. Dice il Salmo 49: “Io ho avuto tanta invidia per i ricchi, tanta rabbia contro di essi, ma poi ho capito, Signore: alla mattina erano così, e alla sera non c’erano più”. L’economia è per l’uomo, e non viceversa. Il libero gioco delle scelte individuali coopera a beni comuni al di là e meglio di quanto facciano disegni superiori figli di ogni costruttivismo pianificatore di Stati o partiti. Il costruttivismo è figlio della superbia di chi “dall’alto” crede di conoscere meglio delle persone ciò in cui si alloca il meglio delle loro risorse.
Siamo purtroppo tutti figli di un secolo e oltre di scontri aspri tra chi ha creduto di piegare la chiave dei processi d’indirizzo dell’economia al servizio dei discepoli, di destra o di sinistra, di Feuerbach. La sua identificazione della coscienza umana con la natura, di cui sarebbe figlia esclusiva, è la negazione di ogni missione collettiva in un progetto di arricchimento e salvezza. La cosa più terribile è che all’inizio del XXI secolo ancora sia dominante se non egemonica la forza di chi la pensa in quel modo. Da come si deve essere liberi di organizzare al meglio un processo produttivo incentrato sul capitale umano, a come allocare il capitale e con quali rendimenti, e a rischio di quali garanzie patrimoniali sull’interesse negato, non vi è scelta decisiva nel processo economico che non possa essere contrapposta, tra chi ha un’idea del protagonismo come risposta libera a una chiamata d’Alleanza, e chi invece lo postula come unico orizzonte dell’uomo di successo in quanto tale, e chi combatte tale prospettiva ma nel nome di interessi di Classe o Nazione o Imperi.
Il quoziente fiscale per le famiglie, per dirne una, è una modalità d’incentivo coerente a un comune destino di arricchimento umano. La tassazione individuale nasce invece sì come liberazione dall’appiattimento al sovrano e alle sua imposte indirette uguali per tutti, ma ha sortito l’effetto di gravare in maniera inversamente proporzionale alla progressività “illuminista” che dichiara di perseguire. La sussidiarietà fiscale, per dirne un’altra, è un incentivo a far sprigionare le potenzialità di chi sa e vuole fare, a costi e con servizi più efficienti ed efficaci di ogni Moloch pubblico. Ma, ripeto, sono solo esempi. Per confermare che l’exergo di questo Meeting parla a ciascuno di noi, per un banchetto più grande che non si misura solo in numero di portate.
Oscar Giannino
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Ed è questo passare senza lasciare traccia, se non quella ideale legata a più o meno grandi opere destinate a essere ricordate dai posteri, che col tempo mi è sembrato sempre più inaccettabile, un frutto malato della cultura nella quale ero cresciuto. Una cultura dallo sbocco nichilista, pur generosamente impregnata com’era di Aufklarung e di magnifiche sorti e progressive dell’uomo che scopre in sé l’unico senso possibile, primo e ultimo di ogni cosa. Neanche per idea. La faccio breve, e soprattutto parlo per me; questa non è sede né di polemica filosofica o ermeneutica, né di ammaestramento ad altri che io non so e non credo di poter dare. È il mio percorso, tutto qui. Che mi aiuta, però, a identificarmi nell’obiettivo del prossimo meeting di Rimini: o protagonisti, o nulla.
L’essere protagonisti significa sottrarsi al nulla. Sottrarsi al nulla, significa andare al cuore dell’uomo. Andare al cuore dell’uomo, significa scegliere liberamente ciò che ci accomuna su questa Terra e oltre, e farlo senza nessuna aporia con la ragione, checché dicessero i maestri della mia gioventù. Il compimento di un destino è nel dividere per l’uomo e con l’uomo ciò a cui siamo chiamati, e a chiamarci è Chi lo ha fatto nell’Antico e poi nel Nuovo Patto. Ed è una missione di gioia, oltre che di fatica, della quale impregnare ogni passo della nostra vita.
Mi occupo più che altro di economia, e non c’è campo in cui questa regola valga meglio che nell’economia. Dice il Salmo 49: “Io ho avuto tanta invidia per i ricchi, tanta rabbia contro di essi, ma poi ho capito, Signore: alla mattina erano così, e alla sera non c’erano più”. L’economia è per l’uomo, e non viceversa. Il libero gioco delle scelte individuali coopera a beni comuni al di là e meglio di quanto facciano disegni superiori figli di ogni costruttivismo pianificatore di Stati o partiti. Il costruttivismo è figlio della superbia di chi “dall’alto” crede di conoscere meglio delle persone ciò in cui si alloca il meglio delle loro risorse.
Siamo purtroppo tutti figli di un secolo e oltre di scontri aspri tra chi ha creduto di piegare la chiave dei processi d’indirizzo dell’economia al servizio dei discepoli, di destra o di sinistra, di Feuerbach. La sua identificazione della coscienza umana con la natura, di cui sarebbe figlia esclusiva, è la negazione di ogni missione collettiva in un progetto di arricchimento e salvezza. La cosa più terribile è che all’inizio del XXI secolo ancora sia dominante se non egemonica la forza di chi la pensa in quel modo. Da come si deve essere liberi di organizzare al meglio un processo produttivo incentrato sul capitale umano, a come allocare il capitale e con quali rendimenti, e a rischio di quali garanzie patrimoniali sull’interesse negato, non vi è scelta decisiva nel processo economico che non possa essere contrapposta, tra chi ha un’idea del protagonismo come risposta libera a una chiamata d’Alleanza, e chi invece lo postula come unico orizzonte dell’uomo di successo in quanto tale, e chi combatte tale prospettiva ma nel nome di interessi di Classe o Nazione o Imperi.
Il quoziente fiscale per le famiglie, per dirne una, è una modalità d’incentivo coerente a un comune destino di arricchimento umano. La tassazione individuale nasce invece sì come liberazione dall’appiattimento al sovrano e alle sua imposte indirette uguali per tutti, ma ha sortito l’effetto di gravare in maniera inversamente proporzionale alla progressività “illuminista” che dichiara di perseguire. La sussidiarietà fiscale, per dirne un’altra, è un incentivo a far sprigionare le potenzialità di chi sa e vuole fare, a costi e con servizi più efficienti ed efficaci di ogni Moloch pubblico. Ma, ripeto, sono solo esempi. Per confermare che l’exergo di questo Meeting parla a ciascuno di noi, per un banchetto più grande che non si misura solo in numero di portate.
Oscar Giannino
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
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Ostellino: per essere protagonisti occorre conquistare la libertà
Piero Ostellino è giornalista presso il Corriere della Sera, di cui è stato per anni anche il direttore, dal 1970. Lo abbiamo intervistato per conoscere la sua opinione riguardo il titolo e le iniziative del Meeting di Rimini 2008.
Piero Ostellino, nella sua lunga vita professionale di giornalista quando si è sentito protagonista e quando, invece, nessuno?
Non mi sono mai sentito né l’uno né l’altro. Penso, infatti, che il giornalista non debba essere un protagonista, ma un testimone. Che poi in questa veste finisca con l’incidere sulla realtà, contribuendo a modificarla, è un altro paio di maniche. Quei giornalisti che hanno preteso di essere dei protagonisti sono stati, dal punto di vista dell’etica professionale, dei cattivi giornalisti.
In Italia vede più protagonisti o più nessuno?
Il degrado del nostro paese è tale che qualsiasi cittadino di sente fondamentalmente impotente. L’Italia ha ereditato dal fascismo una struttura sociale di tipo corporativo, chiusa, antimeritocratica, sulla quale si sono innestate delle componenti collettivistiche di tipo comunista e di un solidarismo cattolico che assomiglia vagamente al comunismo; tutto ciò ha prodotto un paese profondamente, intimamente illiberale. In esso il cittadino si sente impotente; ha la percezione di essere trattato come un suddito e quindi si sente un nessuno.
Di chi la responsabilità?
Contrariamente a quanto pensa la vulgata popolare dopo aver letto il libro La casta, i colpevoli della situazione che ho descritto non sono gli uomini politici o i burocrati della pubblica amministrazione, ma lo Stato - con la esse maiuscola - invasivo, tassatore, prevaricatore dei diritti dell’individuo. La casta è il puro indotto di uno Stato che occupa qualsiasi spazio. Pensi che è stato presentato in parlamento un progetto di legge per costituire l’ordine dei filosofi: Kant, Socrate e Aristotele non potrebbero più filosofare senza iscrizione all’ordine.
Il nostro è un paese che tende a vincolare le libertà individuali, i diritti soggettivi naturali dell’individuo. L’artefice di questo è il Leviatano: abbiamo devoluto allo Stato - più nolenti che volenti - le nostre libertà individuali. Per cui lo Stato decide quello che dobbiamo mangiare per non ingrassare e finirà col multarci se mangiamo troppo. Da noi tutto è vietato; l’ultimo governo di centrosinistra ha fatto una legge in base alla quale chi si vuole licenziare non lo può più fare con una lettera al datore di lavoro, ma deve andare in comune, fornire i suoi dati, che il comune invia al ministero del lavoro, il quale esamina la pratica, rimanda al comune l’autorizzazione e il comune la trasmette lavoratore, che a sua volta lo consegna al datore di lavoro. Mi dica lei se questo non è totalitarismo, sia pure soft. Per forza il cittadino/suddito si sente un nessuno!
Come uscire da una simile situazione?
Con una rivoluzione culturale; della quale, però, non vedo i prodromi. Ciò perché in Italia non si è diffusa la cultura delle libertà. In Italia si pensa che la democrazia sia l’arbitrio personale: non ci va una cosa? Ci corichiamo sui binari di un treno e lo blocchiamo. La stessa cosa vale per lo Stato; la parafiscalità degli enti pubblici ha raggiunto livelli intollerabili: si mettono i semafori a tempo per fregare l’automobilista, fargli pagare la multa e aumentare gli introiti del comune. Questa è violenza nei confronti del cittadino.
Esperienze come il Meeting, però, mostrano una volontà di costruzione…
Questa è la ragione per cui non ho mai negato la funzione positiva di movimenti come il vostro. Voi, all’origine della vostra storia, vi siete battuti contro il pensiero unico nelle università e questo è stato un fattore di libertà per tutti. Io conto su movimenti come il vostro come elementi di dinamismo all’interno della società per accrescere la libertà dell’individuo. Sotto questo profilo - posso condividere o meno quello che fate - vi considero un fattore di libertà per il paese.
Al Meeting ci sarà una mostra dedicata a Solženicyn. Come valuta, lei che è stato corrispondente da Mosca, il suo pensiero?
Solženicyn è stato uno straordinario apostolo della libertà, perché è stato un uomo fortemente religioso. Io - non so se purtroppo o fortunatamente – sono al massimo un “aspirante credente”, ma riconosco che una forte religiosità, in un contesto totalitario, ha una carica liberalizzante molto potente.
Non sembra che l’occidente abbia capito Solženicyn.
Perché non ha capito la Russia. La Russia non ha conosciuto l’illuminismo francese. Forse questo non è stato un male; noi l’abbiamo conosciuto e siamo vittime di quella cultura razionalistica, che è una cultura che produce illiberalità, perché eleva la ragione al di sopra di qualsiasi cosa. I totalitarismi del Ventesimo secolo sono figli di questo razionalismo. Mentre l’illuminismo vero, quello liberale è quello scozzese; l’illuminismo che nasce dal basso, dalla considerazione del bene comune.
La Russia non ha conosciuto le correnti di pensiero che in Occidente, bene o male, hanno contribuito a creare le società liberali. Perciò è come un altro pianeta e i suoi migliori uomini di cultura sono profondamente diversi da noi. Solženicyn non era un “liberale”; si batteva per la libertà in ragione della sua religiosità non per una dottrina politica; per questo l’occidente non l’ha capito.
Lei è stato anche corrispondente da Pechino. Dobbiamo aver paura della Cina?
Nei confronti della Cina, così come dell’India, abbiamo l’atteggiamento di chi dice: “Stavamo meglio quando loro stavano peggio”. Se oggi in Cina - che è certamente un paese autocratico e illiberale - c’è qualche milione di persone che mangia e vive meglio di prima e, perciò, consuma più grano, più petrolio e ciò produce aumento dei prezzi, non dobbiamo lamentarcene; non possiamo pretendere che loro continuino a star male per star meglio noi.
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Piero Ostellino, nella sua lunga vita professionale di giornalista quando si è sentito protagonista e quando, invece, nessuno?
Non mi sono mai sentito né l’uno né l’altro. Penso, infatti, che il giornalista non debba essere un protagonista, ma un testimone. Che poi in questa veste finisca con l’incidere sulla realtà, contribuendo a modificarla, è un altro paio di maniche. Quei giornalisti che hanno preteso di essere dei protagonisti sono stati, dal punto di vista dell’etica professionale, dei cattivi giornalisti.
In Italia vede più protagonisti o più nessuno?
Il degrado del nostro paese è tale che qualsiasi cittadino di sente fondamentalmente impotente. L’Italia ha ereditato dal fascismo una struttura sociale di tipo corporativo, chiusa, antimeritocratica, sulla quale si sono innestate delle componenti collettivistiche di tipo comunista e di un solidarismo cattolico che assomiglia vagamente al comunismo; tutto ciò ha prodotto un paese profondamente, intimamente illiberale. In esso il cittadino si sente impotente; ha la percezione di essere trattato come un suddito e quindi si sente un nessuno.
Di chi la responsabilità?
Contrariamente a quanto pensa la vulgata popolare dopo aver letto il libro La casta, i colpevoli della situazione che ho descritto non sono gli uomini politici o i burocrati della pubblica amministrazione, ma lo Stato - con la esse maiuscola - invasivo, tassatore, prevaricatore dei diritti dell’individuo. La casta è il puro indotto di uno Stato che occupa qualsiasi spazio. Pensi che è stato presentato in parlamento un progetto di legge per costituire l’ordine dei filosofi: Kant, Socrate e Aristotele non potrebbero più filosofare senza iscrizione all’ordine.
Il nostro è un paese che tende a vincolare le libertà individuali, i diritti soggettivi naturali dell’individuo. L’artefice di questo è il Leviatano: abbiamo devoluto allo Stato - più nolenti che volenti - le nostre libertà individuali. Per cui lo Stato decide quello che dobbiamo mangiare per non ingrassare e finirà col multarci se mangiamo troppo. Da noi tutto è vietato; l’ultimo governo di centrosinistra ha fatto una legge in base alla quale chi si vuole licenziare non lo può più fare con una lettera al datore di lavoro, ma deve andare in comune, fornire i suoi dati, che il comune invia al ministero del lavoro, il quale esamina la pratica, rimanda al comune l’autorizzazione e il comune la trasmette lavoratore, che a sua volta lo consegna al datore di lavoro. Mi dica lei se questo non è totalitarismo, sia pure soft. Per forza il cittadino/suddito si sente un nessuno!
Come uscire da una simile situazione?
Con una rivoluzione culturale; della quale, però, non vedo i prodromi. Ciò perché in Italia non si è diffusa la cultura delle libertà. In Italia si pensa che la democrazia sia l’arbitrio personale: non ci va una cosa? Ci corichiamo sui binari di un treno e lo blocchiamo. La stessa cosa vale per lo Stato; la parafiscalità degli enti pubblici ha raggiunto livelli intollerabili: si mettono i semafori a tempo per fregare l’automobilista, fargli pagare la multa e aumentare gli introiti del comune. Questa è violenza nei confronti del cittadino.
Esperienze come il Meeting, però, mostrano una volontà di costruzione…
Questa è la ragione per cui non ho mai negato la funzione positiva di movimenti come il vostro. Voi, all’origine della vostra storia, vi siete battuti contro il pensiero unico nelle università e questo è stato un fattore di libertà per tutti. Io conto su movimenti come il vostro come elementi di dinamismo all’interno della società per accrescere la libertà dell’individuo. Sotto questo profilo - posso condividere o meno quello che fate - vi considero un fattore di libertà per il paese.
Al Meeting ci sarà una mostra dedicata a Solženicyn. Come valuta, lei che è stato corrispondente da Mosca, il suo pensiero?
Solženicyn è stato uno straordinario apostolo della libertà, perché è stato un uomo fortemente religioso. Io - non so se purtroppo o fortunatamente – sono al massimo un “aspirante credente”, ma riconosco che una forte religiosità, in un contesto totalitario, ha una carica liberalizzante molto potente.
Non sembra che l’occidente abbia capito Solženicyn.
Perché non ha capito la Russia. La Russia non ha conosciuto l’illuminismo francese. Forse questo non è stato un male; noi l’abbiamo conosciuto e siamo vittime di quella cultura razionalistica, che è una cultura che produce illiberalità, perché eleva la ragione al di sopra di qualsiasi cosa. I totalitarismi del Ventesimo secolo sono figli di questo razionalismo. Mentre l’illuminismo vero, quello liberale è quello scozzese; l’illuminismo che nasce dal basso, dalla considerazione del bene comune.
La Russia non ha conosciuto le correnti di pensiero che in Occidente, bene o male, hanno contribuito a creare le società liberali. Perciò è come un altro pianeta e i suoi migliori uomini di cultura sono profondamente diversi da noi. Solženicyn non era un “liberale”; si batteva per la libertà in ragione della sua religiosità non per una dottrina politica; per questo l’occidente non l’ha capito.
Lei è stato anche corrispondente da Pechino. Dobbiamo aver paura della Cina?
Nei confronti della Cina, così come dell’India, abbiamo l’atteggiamento di chi dice: “Stavamo meglio quando loro stavano peggio”. Se oggi in Cina - che è certamente un paese autocratico e illiberale - c’è qualche milione di persone che mangia e vive meglio di prima e, perciò, consuma più grano, più petrolio e ciò produce aumento dei prezzi, non dobbiamo lamentarcene; non possiamo pretendere che loro continuino a star male per star meglio noi.
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
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