C'è una terribile lezione dei fatti - scrivono Messori e Brambilla in Qualche ragione per credere - che togliere a Dio non significa affatto restituire all'uomo. Al contrario.
Qui gli autori fanno riferimento alle società che ufficialmente si basavano sull'ateismo di Stato, a quelle marxiste in particolare. E' un fatto che queste società sono infeconde , mentre quelle dove c'è una cultura radicalmente credente, sono feconde , pur nei limiti ed errori inevitabili.
Nel libro come società feconda per eccellenza, si fa riferimento al secolo più 'cristiano' fra tutti, quel Duecento - per stare solo all'Italia - di Dante, Giotto, Francesco, Tommaso d'Aquino, Bonaventura; il secolo di quei meravigliosi 'libri di pietra' che sono le cattedrali e della fondazione a Bologna, Parigi, Oxford e altrove delle prime università del mondo e della storia. Dio, lì, era onnipresente - sostengono Messori e Brambilla - nella versione cristiana, e non per ipocrita finzione imposta dalla Chiesa, ma per convinzione profonda. Se a questo porta l'alienazione' cattolica, sia benvenuta.
Si tratta del "bieco"Medioevo, ma ormai nessuno storico serio, sostiene più "la leggenda nera", dei secoli bui. Mille anni che non possono essere liquidati, come hanno fatto gli illuministi, una parentesi "tenebrosa", tra gli splendori della società pagana e il suo benefico ritorno, chiamato "Rinascimento". Ebbene: più conosciamo quei mille anni "cristiani", più si resta sorpresi dal brulichio di vita e di creatività dei tempi in cui Dio era al vertice dei pensieri dell'uomo.
In pratica vivere nella speranza della vita eterna non significa rendere questa vita un deserto. Piuttosto chi ancora crede alla vulgata del libro di testo, s'informi meglio e si aggiorni. Lo stesso Umberto Eco afferma che la caccia alle streghe non è un prodotto medievale, ma dell'età moderna. In ogni modo la storia della Chiesa non è conosciuta non solo dai semplici fedeli, ma temo, da qualche membro della gerarchia cattolica stessa.
Messori e Brambilla insistono sui fatti e da buoni cronisti ci ricordano che i regimi dall'ateismo programmatico hanno dato sempre frutti fallimentari, che diventano più evidenti al confronto con le società ispirate ad una visione di fede. Il divario è più impressionante se si ricorda che il marxismo, come per ogni altra ideologia moderna, la società terrena è tutto; perché è, ovviamente, la sola che esista. Anche se il bilancio per la Chiesa, a differenza delle istituzioni umane, si farà solo alla fine della storia. E in ogni caso per un bilancio definitivo bisogna usare delle categorie a lei adeguate o nulla se ne capisce.
Per la Chiesa porta maggior beneficio, una monaca di clausura che consuma silenziosamente la sua vita pregando e sacrificandosi per i fratelli che tra l'altro non conosce. Un padre e una madre, che nell'oscurità, s'impegnano per portare avanti una famiglia o un prete, foss'anche il più insignificante e anonimo, che umilmente si fa strumento del perdono di Cristo per un peccatore. E' così che si misura il "successo"della Chiesa nel mondo.
L'ateismo marxista (in genere tutte le ideologie ) prometteva un avvenire radioso a tutta l' umanità . Ma poi abbiamo visto quale incubo c'era in agguato. Per il cristianesimo è l'uomo , ogni uomo, ad avere un avvenire radioso, se vorrà meritarselo; e, per giunta, eterno. Del resto i presunti "redentori"umani, gli utopisti sociali che a ogni generazione ci minacciano con i loro sogni, parlano sempre al futuro ("domani") e al plurale ("l'umanità"). Invece ciò che caratterizza il cristiano, dovrebbe essere il linguaggio al presente ("qui ed ora") e al singolare ("io, tu, lui"…).
Insomma è il consueto rovesciamento radicale delle attese, delle promesse, dei progetti pur generosi che colpiscono quegli uomini che tentano di creare un paradiso in terra, loro che non credono più al paradiso in Cielo. La loro teoria "paradisiaca"crea nella pratica un anticipo dell'inferno. Infatti, dalla delusione per il fallimento, sempre ripetuto, delle teorie sul "mondo nuovo", nasce il Terrore. E quando lo schema non funziona,tanto peggio non per lo schema, ma per gli uomini. E quindi si taglia la testa agli uomini, non all'utopia.
L'utopia, la dottrina, non funziona, la colpa è sempre di qualcuno, l'ebreo, il fascista, il borghese, il sovversivo, il capitalista, lo straniero… E' così che ghigliottina e campi di concentramento sono divenuti i simboli della "umanità liberata", ovviamente dal "fanatismo clericale". Per Messori e Brambilla é una sorte che accomuna - e accomunerà sempre: ne siamo convinti sulla base dell'esperienza - tutti gli "ismi"utopici venuti dopo l'esperienza storica cristiana.
Domenico Bonvegna
venerdì 22 agosto 2008
E infine si torna a ragionare di bene comune
Dal Festival cinematografico di Locarno Nanni Moretti ha lanciato un grido d’allarme: nell’ Italia di oggi non ci sarebbe più una vera opposizione e – cosa ancora più grave – non esisterebbe più nemmeno un’«opinione pubblica».
Commentando e condividendo in larga misura questa denuncia, Eugenio Scalfari ha descritto con un’espressione rapida, ma estremamente incisiva, quale sia, a suo avviso, la radice di questa gravissima situazione: «Tante opinioni private senza più una visione del bene comune» (si veda la Repubblica del 17 agosto, p. 33). Lo stato agonico dell’opinione pubblica sarebbe quindi da ascrivere all’incapacità degli italiani di oggi di guardare al di là dei loro interessi individuali e privati e di impegnarsi seriamente in progetti di interesse generale e non particolare. Non so se la situazione italiana di oggi sia davvero così allarmante. Quello che so è che tenderei senza difficoltà a condividere il grido di dolore di Moretti e le espressioni altrettanto preoccupate di Scalfari, ma ad una condizione: che si radicassero in una prospettiva antropologica non relativistica, ben diversa, cioè, da quella oggi dominante. Se infatti si ritiene essenziale superare le «tante opinioni private» e costruire una significativa e condivisa «visione del bene comune» bisogna smetterla di continuare a fare gli elogi, in modo narcisisticamente miopie, di un liberalismo scettico, accreditato come «progressista, riformista, laico» (sono sempre parole di Scalfari) e ostile all’idea che esistano valori umani universali e oggettivamente condivisibili.
Immagino benissimo le obiezioni che potrebbero esser mosse a questo discorso. Per essere liberali (ma come potremmo non esserlo?) dovemmo prendere fermamente le distanze da ogni discorso ' pubblico' che faccia riferimento a valori assoluti (soprattutto se trascendenti e religiosi!); dovremmo non solo tollerare, non solo rispettare, ma addirittura promuovere tutti i singoli stili di vita, tutte le singole ideologie, tutte le singole visioni del mondo; dovremmo batterci per sostituire all’ idea di un ' uni- verso' quella di un 'multi-verso'. Discorso nobile e suggestivo, ma – ahimé! – estremamente fragile e ambiguo, che funziona solo fino a quando le ideologie e le visioni del mondo si rivelino compatibili tra di loro (e per nostra fortuna lo sono in genere in massima parte). Quando però esse entrano in conflitto, non è possibile tollerarle, rispettarle, promuoverle tutte contemporaneamente: bisogna operare delle scelte, che, per quanto possano essere difficili e dolorose, sono inevitabili. È a questo che serve un’opinione pubblica matura e responsabile: ad elaborare in modo collettivo e libero da violenze e manipolazioni i criteri da adottare per risolvere questi conflitti, perché coloro che gestiscono (si spera democraticamente) la cosa pubblica possano prendere decisioni meditate e soprattutto non settarie né arbitrarie.
Hanno ragione, quindi, Moretti, Scalfari e tanti altri ad invocare l’opinione pubblica come autentico e irrinunciabile bene democratico, ma ha un senso farlo, solo se si ritiene che un bene comune esista e che sia doveroso operare perché se ne elabori – tramite appunto la pubblica opinione – una visione adeguata. È ora che si capisca che la lettura relativistica del confronto politico non dà alcun contributo alla causa della democrazia e non conduce purtroppo da nessuna parte.
Ecco perché dobbiamo ritenere confortante il fatto che «i progressisti, i riformisti, i laici » stiano tornando a parlare di «bene comune» (cioè di un bene 'oggettivo'): potrebbe essere un primo passo verso una direzione giusta, quella dell’abbandono (si spera definitivo) di tanti decrepiti schematismi ideologici.
Francesco D'Agostino
Tratto dal quotidiano Avvenire del 21.08.08
Commentando e condividendo in larga misura questa denuncia, Eugenio Scalfari ha descritto con un’espressione rapida, ma estremamente incisiva, quale sia, a suo avviso, la radice di questa gravissima situazione: «Tante opinioni private senza più una visione del bene comune» (si veda la Repubblica del 17 agosto, p. 33). Lo stato agonico dell’opinione pubblica sarebbe quindi da ascrivere all’incapacità degli italiani di oggi di guardare al di là dei loro interessi individuali e privati e di impegnarsi seriamente in progetti di interesse generale e non particolare. Non so se la situazione italiana di oggi sia davvero così allarmante. Quello che so è che tenderei senza difficoltà a condividere il grido di dolore di Moretti e le espressioni altrettanto preoccupate di Scalfari, ma ad una condizione: che si radicassero in una prospettiva antropologica non relativistica, ben diversa, cioè, da quella oggi dominante. Se infatti si ritiene essenziale superare le «tante opinioni private» e costruire una significativa e condivisa «visione del bene comune» bisogna smetterla di continuare a fare gli elogi, in modo narcisisticamente miopie, di un liberalismo scettico, accreditato come «progressista, riformista, laico» (sono sempre parole di Scalfari) e ostile all’idea che esistano valori umani universali e oggettivamente condivisibili.
Immagino benissimo le obiezioni che potrebbero esser mosse a questo discorso. Per essere liberali (ma come potremmo non esserlo?) dovemmo prendere fermamente le distanze da ogni discorso ' pubblico' che faccia riferimento a valori assoluti (soprattutto se trascendenti e religiosi!); dovremmo non solo tollerare, non solo rispettare, ma addirittura promuovere tutti i singoli stili di vita, tutte le singole ideologie, tutte le singole visioni del mondo; dovremmo batterci per sostituire all’ idea di un ' uni- verso' quella di un 'multi-verso'. Discorso nobile e suggestivo, ma – ahimé! – estremamente fragile e ambiguo, che funziona solo fino a quando le ideologie e le visioni del mondo si rivelino compatibili tra di loro (e per nostra fortuna lo sono in genere in massima parte). Quando però esse entrano in conflitto, non è possibile tollerarle, rispettarle, promuoverle tutte contemporaneamente: bisogna operare delle scelte, che, per quanto possano essere difficili e dolorose, sono inevitabili. È a questo che serve un’opinione pubblica matura e responsabile: ad elaborare in modo collettivo e libero da violenze e manipolazioni i criteri da adottare per risolvere questi conflitti, perché coloro che gestiscono (si spera democraticamente) la cosa pubblica possano prendere decisioni meditate e soprattutto non settarie né arbitrarie.
Hanno ragione, quindi, Moretti, Scalfari e tanti altri ad invocare l’opinione pubblica come autentico e irrinunciabile bene democratico, ma ha un senso farlo, solo se si ritiene che un bene comune esista e che sia doveroso operare perché se ne elabori – tramite appunto la pubblica opinione – una visione adeguata. È ora che si capisca che la lettura relativistica del confronto politico non dà alcun contributo alla causa della democrazia e non conduce purtroppo da nessuna parte.
Ecco perché dobbiamo ritenere confortante il fatto che «i progressisti, i riformisti, i laici » stiano tornando a parlare di «bene comune» (cioè di un bene 'oggettivo'): potrebbe essere un primo passo verso una direzione giusta, quella dell’abbandono (si spera definitivo) di tanti decrepiti schematismi ideologici.
Francesco D'Agostino
Tratto dal quotidiano Avvenire del 21.08.08
giovedì 21 agosto 2008
«Io che l’ho disegnata vi spiego come sarà l’Italia del federalismo»
Il federalismo fiscale è alle porte. «Ai primi di settembre la bozza sarà pronta per arrivare in Consiglio dei ministri ed entro il mese comincerà il dibattito parlamentare», assicura il professor Luca Antonini, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Padova, uno dei più stretti collaboratori dei ministri Tremonti e Calderoli nella stesura del disegno di legge.
Come mai tanta fiducia sui tempi?
«La bozza ultimata in Cadore è una buona sintesi di tutti i lavori fatti finora, da quelli dell’Alta commissione ai gruppi di studio del precedente governo fino alle ultime proposte. C’è già stato un primo confronto con regioni e comuni e ne è previsto un secondo a breve. Con la legge finanziaria già approvata, in autunno il Parlamento avrà tutto il tempo per dibattere questa riforma davvero epocale».
Epocale: addirittura.
«Sì. La novità fondamentale è che su alcune funzioni essenziali quali la sanità, l’istruzione e l’assistenza sociale si prevede il passaggio dal criterio della spesa storica a quello del costo standard».
Che tradotto significa...
«Che il finanziamento non avverrà più sulla base di quanto speso l’anno precedente, ma secondo parametri standard. Si calcolerà una media tra quanto spendono le regioni per un certo servizio, e quella sarà la cifra erogata dallo Stato».
Facciamo un esempio.
«Poniamo che una degenza in Lombardia costi 10 e in Calabria 20: sarà dato a tutti 15. Per quarant’anni il finanziamento della spesa storica ha ripagato i servizi - che è sacrosanto - ma anche l’inefficienza, per non parlare di altri fenomeni. Le relazioni delle Corti dei conti su certe finanze regionali sono allucinanti: trovi macchine della Tac comprate senza i collaudi, oppure indennità riservate agli infermieri specializzati in malattie infettive erogate invece a tutti. Le denunce sono fortissime, per milioni di euro, eppure il sistema continuava a finanziare tutto».
E se la Calabria vuole spendere sempre 20?
«Chieda quel 5 che manca ai calabresi, non alla fiscalità generale. Lo Stato non rimborserà più i buchi. Le ultime due finanziarie di Prodi hanno stanziato 12 miliardi di euro a favore di cinque regioni in deficit sanitario (Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Sicilia). Sono 250 euro a carico di ogni italiano, neonati compresi: eppure le regioni hanno la piena competenza sulla sanità, possiedono tutti gli strumenti per correggere la gestione ma sanno che ci pensa Roma».
Meccanismo perverso.
«Non ci sono stimoli a superare l’inefficienza, che anzi viene avallata, mentre si scoraggiano le regioni virtuose. In futuro, invece, le regioni potranno attuare vere politiche fiscali incentivando certi settori dell’economia, oppure il non-profit, o le aziende a basso impatto ambientale: tutte cose impossibili con la centralizzazione attuale. Sarà una forma decisiva di sviluppo».
Chi controllerà le spese?
«In primo luogo i cittadini: chi sfora dovrà alzare le tasse, e se la vedrà con gli elettori. Inoltre sono previsti premi per i virtuosi e penalizzazioni per gli inefficienti, con blocchi alle assunzioni e alle spese fino al commissariamento. Sarà poi costituita la Conferenza per il coordinamento della finanza pubblica, analogamente ai Consigli di pianificazione finanziaria presenti in Germania e Spagna».
Come funzionerà questa Conferenza?
«Ne faranno parte tutte le regioni, ricche e povere, che si controlleranno a vicenda. È un sistema funzionale su come vengono spesi i soldi. Un controllo fra cointeressati, una grande innovazione. All’estero ha un ruolo fondamentale. In Germania questi Consigli non hanno poteri coercitivi, ma i loro pronunciamenti vengono considerati dalle agenzie di rating».
C’è consenso tra regioni e comuni?
«La condivisione di fondo è forte. Nel primo giro di consultazioni sono state raccolte le loro richieste e alcune sono state recepite: per esempio, i comuni volevano la gestione di un tributo importante, che si potrebbe realizzare razionalizzando l’imposizione immobiliare. Che non vuol dire rifare l’Ici, ma trasferire certe quote di gettito da altre imposte come l’Irpef sugli immobili».
E le regioni speciali?
«L’idea è che le più ricche comincino a partecipare alla perequazione. Trentino e Valle d’Aosta hanno un reddito pro-capite più alto di quello lombardo ma non danno nulla per la perequazione, mentre Lombardia o Veneto versano i due terzi del gettito. È una dinamica di solidarietà che risponde a un valore costituzionale».
Stefano Filippi
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 21.08.08
Come mai tanta fiducia sui tempi?
«La bozza ultimata in Cadore è una buona sintesi di tutti i lavori fatti finora, da quelli dell’Alta commissione ai gruppi di studio del precedente governo fino alle ultime proposte. C’è già stato un primo confronto con regioni e comuni e ne è previsto un secondo a breve. Con la legge finanziaria già approvata, in autunno il Parlamento avrà tutto il tempo per dibattere questa riforma davvero epocale».
Epocale: addirittura.
«Sì. La novità fondamentale è che su alcune funzioni essenziali quali la sanità, l’istruzione e l’assistenza sociale si prevede il passaggio dal criterio della spesa storica a quello del costo standard».
Che tradotto significa...
«Che il finanziamento non avverrà più sulla base di quanto speso l’anno precedente, ma secondo parametri standard. Si calcolerà una media tra quanto spendono le regioni per un certo servizio, e quella sarà la cifra erogata dallo Stato».
Facciamo un esempio.
«Poniamo che una degenza in Lombardia costi 10 e in Calabria 20: sarà dato a tutti 15. Per quarant’anni il finanziamento della spesa storica ha ripagato i servizi - che è sacrosanto - ma anche l’inefficienza, per non parlare di altri fenomeni. Le relazioni delle Corti dei conti su certe finanze regionali sono allucinanti: trovi macchine della Tac comprate senza i collaudi, oppure indennità riservate agli infermieri specializzati in malattie infettive erogate invece a tutti. Le denunce sono fortissime, per milioni di euro, eppure il sistema continuava a finanziare tutto».
E se la Calabria vuole spendere sempre 20?
«Chieda quel 5 che manca ai calabresi, non alla fiscalità generale. Lo Stato non rimborserà più i buchi. Le ultime due finanziarie di Prodi hanno stanziato 12 miliardi di euro a favore di cinque regioni in deficit sanitario (Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Sicilia). Sono 250 euro a carico di ogni italiano, neonati compresi: eppure le regioni hanno la piena competenza sulla sanità, possiedono tutti gli strumenti per correggere la gestione ma sanno che ci pensa Roma».
Meccanismo perverso.
«Non ci sono stimoli a superare l’inefficienza, che anzi viene avallata, mentre si scoraggiano le regioni virtuose. In futuro, invece, le regioni potranno attuare vere politiche fiscali incentivando certi settori dell’economia, oppure il non-profit, o le aziende a basso impatto ambientale: tutte cose impossibili con la centralizzazione attuale. Sarà una forma decisiva di sviluppo».
Chi controllerà le spese?
«In primo luogo i cittadini: chi sfora dovrà alzare le tasse, e se la vedrà con gli elettori. Inoltre sono previsti premi per i virtuosi e penalizzazioni per gli inefficienti, con blocchi alle assunzioni e alle spese fino al commissariamento. Sarà poi costituita la Conferenza per il coordinamento della finanza pubblica, analogamente ai Consigli di pianificazione finanziaria presenti in Germania e Spagna».
Come funzionerà questa Conferenza?
«Ne faranno parte tutte le regioni, ricche e povere, che si controlleranno a vicenda. È un sistema funzionale su come vengono spesi i soldi. Un controllo fra cointeressati, una grande innovazione. All’estero ha un ruolo fondamentale. In Germania questi Consigli non hanno poteri coercitivi, ma i loro pronunciamenti vengono considerati dalle agenzie di rating».
C’è consenso tra regioni e comuni?
«La condivisione di fondo è forte. Nel primo giro di consultazioni sono state raccolte le loro richieste e alcune sono state recepite: per esempio, i comuni volevano la gestione di un tributo importante, che si potrebbe realizzare razionalizzando l’imposizione immobiliare. Che non vuol dire rifare l’Ici, ma trasferire certe quote di gettito da altre imposte come l’Irpef sugli immobili».
E le regioni speciali?
«L’idea è che le più ricche comincino a partecipare alla perequazione. Trentino e Valle d’Aosta hanno un reddito pro-capite più alto di quello lombardo ma non danno nulla per la perequazione, mentre Lombardia o Veneto versano i due terzi del gettito. È una dinamica di solidarietà che risponde a un valore costituzionale».
Stefano Filippi
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 21.08.08
mercoledì 20 agosto 2008
«O protagonisti o nessuno»: una scelta di vita
Il testo di Salih Mahmoud Osman Un ponte tra culture e religioni, di cui presentiamo uno stralcio in questa pagina, uscirà sul prossimo numero di Atlantide, che verrà distribuito in occasione del prossimo Meeting di Rimini (24-30 agosto).
Da settembre, il numero «Ragionevoli, cioè protagonisti» di questo quadrimestrale di approfondimento interculturale diretto da Giorgio Vittadini sarà distribuito anche nelle librerie e nelle edicole. Nel frattempo, anche la ventinovesima edizione del Meeting - intitolata «O protagonisti o nessuno» - si concentrerà su temi in qualche modo analoghi: quello della persona e del suo rapporto col «protagonismo» onnipresente nella società del nostro tempo. Infatti, «protagonista» è oggi chi ha come scopo principale dell’esistenza il raggiungimento del successo: se non lo raggiunge, si sente «sconosciuto», quando non fallito tout court. L’alternativa è riconsiderare la possibilità di un «uomo irriducibile», cioè colui che, nella parole di Don Luigi Giussani, «possiede il proprio volto, che è, in tutta la storia e l’eternità, unico e irripetibile».
Nei giorni del Meeting, diversi nomi autorevoli proveranno a considerare le varie declinazioni - passate, presenti e future - di questa idea alternativa di essere protagonisti. Enzo Bettiza parlerà dell’eroismo della Primavera di Praga; Luca Doninelli introdurrà l’incontro con Gregory Katz, docente di bioetica autore di La cifra della vita tra genetica e umanesimo; Roberto Fontolan e Gian Micalessin proporranno una rassegna di reportage internazionali; Mario Giordano parlerà del protagonismo nell’informazione; Aharon Appelfeld si interrogherà sulla bellezza e la positività della vita insieme a Camillo Fornasieri, direttore del Centro culturale di Milano; Giorgio Israel rifletterà sui nemici della scienza; il ministro dell’Istruzione, università e ricerca Mariastella Gelmini spiegherà perché non di solo Stato vive la scuola. E molti altri intellettuali - anche attraverso film e reading - illustreranno un diverso modo di essere protagonisti.
Info: www.meetingrimini.it.
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 20.08.08
Da settembre, il numero «Ragionevoli, cioè protagonisti» di questo quadrimestrale di approfondimento interculturale diretto da Giorgio Vittadini sarà distribuito anche nelle librerie e nelle edicole. Nel frattempo, anche la ventinovesima edizione del Meeting - intitolata «O protagonisti o nessuno» - si concentrerà su temi in qualche modo analoghi: quello della persona e del suo rapporto col «protagonismo» onnipresente nella società del nostro tempo. Infatti, «protagonista» è oggi chi ha come scopo principale dell’esistenza il raggiungimento del successo: se non lo raggiunge, si sente «sconosciuto», quando non fallito tout court. L’alternativa è riconsiderare la possibilità di un «uomo irriducibile», cioè colui che, nella parole di Don Luigi Giussani, «possiede il proprio volto, che è, in tutta la storia e l’eternità, unico e irripetibile».
Nei giorni del Meeting, diversi nomi autorevoli proveranno a considerare le varie declinazioni - passate, presenti e future - di questa idea alternativa di essere protagonisti. Enzo Bettiza parlerà dell’eroismo della Primavera di Praga; Luca Doninelli introdurrà l’incontro con Gregory Katz, docente di bioetica autore di La cifra della vita tra genetica e umanesimo; Roberto Fontolan e Gian Micalessin proporranno una rassegna di reportage internazionali; Mario Giordano parlerà del protagonismo nell’informazione; Aharon Appelfeld si interrogherà sulla bellezza e la positività della vita insieme a Camillo Fornasieri, direttore del Centro culturale di Milano; Giorgio Israel rifletterà sui nemici della scienza; il ministro dell’Istruzione, università e ricerca Mariastella Gelmini spiegherà perché non di solo Stato vive la scuola. E molti altri intellettuali - anche attraverso film e reading - illustreranno un diverso modo di essere protagonisti.
Info: www.meetingrimini.it.
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 20.08.08
martedì 19 agosto 2008
Famiglia cristiana - Quali ragioni dietro l’attacco al Governo?
Il centrodestra ha salutato la precisazione di Padre Lombardi, direttore della Sala Stampa Vaticana, come una sconfessione della linea di Famiglia Cristiana, interpretazione che Don Sciortino, direttore del settimanale, rigetta: «Mai ci siamo sognati di rappresentare ufficialmente il Vaticano o la Cei, che hanno loro organi ufficiali di stampa: l'Osservatore Romano e l'Avvenire».
Osservazione perfino ovvia, perché per quanto possa essere autorevole per i suoi lettori, statisticamente in costante calo, nessuno “si è mai sognato” di ritenere Famiglia Cristiana un organo ufficiale della Chiesa. Proprio il fatto che la Santa Sede abbia ritenuto di ribadire formalmente una cosa scontata, pur non essendo una sconfessione perché Padre Lombardi non è entrato nei contenuti, è decisamente una netta presa di distanza, sottolineata dalla formula «posizioni da considerarsi esclusivamente responsabilità della sua direzione».
La precisazione della Santa Sede è avvenuta dopo che Famiglia Cristiana ha anticipato alla stampa un prossimo editoriale di Beppe Del Colle, in cui si respingono le accuse di cattocomunismo provenienti dal centrodestra. Personalmente posso essere d'accordo, ma mi riesce molto più difficile accettare le assicurazioni di critica oggettiva nei confronti di tutti i governi, qualunque ne sia il colore. Suggerire che in Italia stia ritornando il fascismo e utilizzare la tragica foto del bambino ebreo del ghetto di Varsavia con i fucili nazisti puntati contro, è una posizione di parte, se non di partito, e infatti, si sono subito avuti applausi, non solo da esponenti Pd, ma anche della sinistra estrema.
La proposta di schedatura dei bambini rom è un argomento che scatena reazioni violente da parte di Famiglia Cristiana, come risulta anche da un precedente editoriale, in cui si attaccano i ministri “cattolici” (sic), accusati di non tenere in nessun conto la dignità dell'uomo, visto che non si sono opposti «all'indecente proposta razzista» di Maroni. Vi è poi un attacco personale alla presidente della Commissione per l'infanzia, Alessandra Mussolini, «perché le schedature etniche e religiose fanno parte del Dna familiare e, finalmente, tornano a essere patrimonio di governo». Ora, si può dissentire anche in modo reciso dalla proposta sui bambini rom, ma i toni e gli argomenti sembrano davvero poco equilibrati.
Molte perplessità sorgono anche alla lettura del primo articolo, non firmato e che ha dato fuoco alla polemica, già dal titolo “Il presidente spazzino nel Paese da marciapiede”, da cui emerge una strana stizza per il fatto che Berlusconi sia riuscito, almeno per il momento, a risolvere il problema della spazzatura a Napoli. Inoltre, l'Italia sarebbe diventata un “Paese da marciapiede” per la presenza dei soldati nelle città: «stralunati ragazzi messi a fare compiti di polizia che non sanno svolgere (neanche fossimo in Angola)». Ma quegli “stralunati ragazzi”, il governo di centrosinistra li ha mandati, non in Angola, ma in Libano a dividere (?) israeliani e hezbollah: più facile che nelle nostre città? Anche quando si parla di sicurezza (l'editoriale parla di “finti problemi di sicurezza”), evidentemente Famiglia Cristiana perde in compostezza.
Un altro punto è relativo alla situazione economica: «Il Pil è allo zero, ma le nostre imprese godono di salute strepitosa, mostrando profitti che non si registravano da decenni»; in altri termini, sono i padroni cattivi che riducono il potere d'acquisto dei lavoratori. Credo che anche buona parte degli economisti di centrosinistra (non certo di estrema sinistra) troverebbero questa un'analisi quanto meno grossolana, dato che la situazione reale è di molto più complessa. E perché non potrebbero dimenticare il consistente appoggio dei salotti economici al “cattolico adulto” Prodi.
Certamente, e su questo vi è un consenso trasversale, ormai da tempo si stanno riducendo i redditi da lavoro e, con l'aumento dell’inflazione, i problemi per le famiglie meno abbienti sono diventati pesanti. Benvenuto quindi ogni suggerimento per riparare a questa situazione.
Invece, l'articolo chiede al governo «di fugare il sospetto che quando governa la destra la forbice si allarga, cosi che i ricchi si impinguano e le famiglie si impoveriscono». Richiesta lecita, se l'attuale governo ha cancellato misure in favore dei meno abbienti del precedente di centrosinistra (evidentemente considerato a priori dalla parte dei poveri). Poiché in chi scrive, e nella maggioranza degli italiani che hanno votato per il centrodestra, non vi è memoria di tali misure, sarebbe opportuno che Famiglia Cristiana le ricordasse a noi e ai suoi lettori.
Un'ultima osservazione. L'articolista se la prende con Alemanno che, invece di cacciare i poveri dai cassonetti dei supermercati, dovrebbe usare gli scarti utilizzabili, come si fa all'Ikea, per fare il “banco delle occasioni”. Complimenti all'Ikea, ma a Famiglia Cristiana non hanno mai sentito parlare di Banco Alimentare e Banco Farmaceutico? Troppo impegnati a parlar male del governo?
Augusto Lodolini
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Osservazione perfino ovvia, perché per quanto possa essere autorevole per i suoi lettori, statisticamente in costante calo, nessuno “si è mai sognato” di ritenere Famiglia Cristiana un organo ufficiale della Chiesa. Proprio il fatto che la Santa Sede abbia ritenuto di ribadire formalmente una cosa scontata, pur non essendo una sconfessione perché Padre Lombardi non è entrato nei contenuti, è decisamente una netta presa di distanza, sottolineata dalla formula «posizioni da considerarsi esclusivamente responsabilità della sua direzione».
La precisazione della Santa Sede è avvenuta dopo che Famiglia Cristiana ha anticipato alla stampa un prossimo editoriale di Beppe Del Colle, in cui si respingono le accuse di cattocomunismo provenienti dal centrodestra. Personalmente posso essere d'accordo, ma mi riesce molto più difficile accettare le assicurazioni di critica oggettiva nei confronti di tutti i governi, qualunque ne sia il colore. Suggerire che in Italia stia ritornando il fascismo e utilizzare la tragica foto del bambino ebreo del ghetto di Varsavia con i fucili nazisti puntati contro, è una posizione di parte, se non di partito, e infatti, si sono subito avuti applausi, non solo da esponenti Pd, ma anche della sinistra estrema.
La proposta di schedatura dei bambini rom è un argomento che scatena reazioni violente da parte di Famiglia Cristiana, come risulta anche da un precedente editoriale, in cui si attaccano i ministri “cattolici” (sic), accusati di non tenere in nessun conto la dignità dell'uomo, visto che non si sono opposti «all'indecente proposta razzista» di Maroni. Vi è poi un attacco personale alla presidente della Commissione per l'infanzia, Alessandra Mussolini, «perché le schedature etniche e religiose fanno parte del Dna familiare e, finalmente, tornano a essere patrimonio di governo». Ora, si può dissentire anche in modo reciso dalla proposta sui bambini rom, ma i toni e gli argomenti sembrano davvero poco equilibrati.
Molte perplessità sorgono anche alla lettura del primo articolo, non firmato e che ha dato fuoco alla polemica, già dal titolo “Il presidente spazzino nel Paese da marciapiede”, da cui emerge una strana stizza per il fatto che Berlusconi sia riuscito, almeno per il momento, a risolvere il problema della spazzatura a Napoli. Inoltre, l'Italia sarebbe diventata un “Paese da marciapiede” per la presenza dei soldati nelle città: «stralunati ragazzi messi a fare compiti di polizia che non sanno svolgere (neanche fossimo in Angola)». Ma quegli “stralunati ragazzi”, il governo di centrosinistra li ha mandati, non in Angola, ma in Libano a dividere (?) israeliani e hezbollah: più facile che nelle nostre città? Anche quando si parla di sicurezza (l'editoriale parla di “finti problemi di sicurezza”), evidentemente Famiglia Cristiana perde in compostezza.
Un altro punto è relativo alla situazione economica: «Il Pil è allo zero, ma le nostre imprese godono di salute strepitosa, mostrando profitti che non si registravano da decenni»; in altri termini, sono i padroni cattivi che riducono il potere d'acquisto dei lavoratori. Credo che anche buona parte degli economisti di centrosinistra (non certo di estrema sinistra) troverebbero questa un'analisi quanto meno grossolana, dato che la situazione reale è di molto più complessa. E perché non potrebbero dimenticare il consistente appoggio dei salotti economici al “cattolico adulto” Prodi.
Certamente, e su questo vi è un consenso trasversale, ormai da tempo si stanno riducendo i redditi da lavoro e, con l'aumento dell’inflazione, i problemi per le famiglie meno abbienti sono diventati pesanti. Benvenuto quindi ogni suggerimento per riparare a questa situazione.
Invece, l'articolo chiede al governo «di fugare il sospetto che quando governa la destra la forbice si allarga, cosi che i ricchi si impinguano e le famiglie si impoveriscono». Richiesta lecita, se l'attuale governo ha cancellato misure in favore dei meno abbienti del precedente di centrosinistra (evidentemente considerato a priori dalla parte dei poveri). Poiché in chi scrive, e nella maggioranza degli italiani che hanno votato per il centrodestra, non vi è memoria di tali misure, sarebbe opportuno che Famiglia Cristiana le ricordasse a noi e ai suoi lettori.
Un'ultima osservazione. L'articolista se la prende con Alemanno che, invece di cacciare i poveri dai cassonetti dei supermercati, dovrebbe usare gli scarti utilizzabili, come si fa all'Ikea, per fare il “banco delle occasioni”. Complimenti all'Ikea, ma a Famiglia Cristiana non hanno mai sentito parlare di Banco Alimentare e Banco Farmaceutico? Troppo impegnati a parlar male del governo?
Augusto Lodolini
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
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Verso il Meeting - Giordano: ora bisogna andare avanti con le riforme che sono chieste dal Paese
Direttore Giordano, la politica è arrivata alla pausa estiva con un bagaglio di provvedimenti su cui poter giudicare l’azione del governo, ultimo e più importante la manovra economica triennale: qual è allora il giudizio che si può dare sull’operato di questo governo uscito così nettamente vittorioso dalla tornata elettorale?
Anche senza il paragone con i primi disastrosi 100 giorni del governo Prodi, in cui volavano i piatti, il giudizio è oggettivamente positivo. Sono stati risolti alcuni problemi importanti, a cominciare ovviamente dai rifiuti di Napoli, che resta un po’ il fiore all’occhiello di questo esecutivo. Ma soprattutto è stata data l’impressione di un governo in grado di decidere. È un po’ quella l’indicazione che gli elettori avevano dato: dopo due anni di incertezze e di incapacità di decidere, c’è stata un po’ una rivoluzione. Questo anche al di là dei contenuti, su cui poi si possono fare molte osservazioni, e anche noi ne abbiamo fatte, soprattutto sulla manovra; ma il fatto che la manovra sia stata anticipata a luglio con questa rapidità e senza gli assalti alla diligenza che occupavano tutto l’autunno, è stata una dimostrazione di grande capacità decisionale.
Il settimanale Newsweek in effetti ha parlato addirittura di miracolo in 100 giorni.
Il riconoscimento del Newsweek, per quanto sorprendente perché viene da un settimanale che è sempre stato piuttosto severo e critico nei confronti del centrodestra italiano, viene però a sancire un dato di fatto, che è indiscutibile. Dal punto di vista dei risultati è indubbio che il governo ha dimostrato di essere un governo capace.
Quali sono invece i punti mancanti, su cui il governo dovrà lavorare maggiormente?
Rimane innanzitutto la speranza che si arrivi ad un’azione più decisa sul fronte della riduzione fiscale. Inoltre c’è stato un eccesso di tensione politica, che non si è fortunatamente tradotta in difficoltà di governo, ma che si è trasferita in alcuni casi a livello parlamentare: non è accettabile, ad esempio, che una maggioranza così stabile vada sotto, come è successo più volte, in parlamento. Sono proprio gli elettori del centrodestra che non accettano questa cosa.
Come invece secondo lei si sta comportando l’opposizione, il cui ruolo in parlamento è comunque fondamentale?
Il paradosso è che noi c’eravamo risvegliati dopo le elezioni con l’impressioni finalmente di un Paese normale, con un governo che si andava a costituire in poche ore, ed un’opposizione che accettava il risultato con una serenità che in passato non c’era stata. Questo nel giro di qualche settimana, a causa della debolezza di Veltroni nei confronti dell’avanzata di Di Pietro e dei “girotondi”, si è andato perdendo, mettendo in luce tutta la debolezza di un Pd dalle mille anime, correnti e fondazioni. Ora, in una situazione in cui abbiamo l’autunno liberato dalla manovra economia e che potrà dunque essere dedicato alle grandi riforme, dal federalismo fiscale alla giustizia, non avere un’opposizione seria e stabile con cui confrontarsi, bensì un coacervo ondeggiante da cui in ogni momento emergono anime e pulsioni strane rimane uno degli elementi di maggiore debolezza del nostro Paese in questo momento.
Questo creerà problemi anche dal punto di vista del lavoro per riforme condivise, o su questo ci si può aspettare uno scatto di responsabilità da parte di tutti?
Indiscutibilmente avere un’opposizione che lavora per le riforme sarebbe un bene per tutto il Paese, e si arriverebbe a riforme utili in tempi rapidi e senza rischi di incidenti o passi indietro, come è successo in passato con i referendum. Io non sono un fautore del dialogo per il dialogo, perché il Paese non chiede dialogo, ma riforme. Però sono anche convinto che per fare alcune di tali riforme un minimo di confronto con l’opposizione ci vuole. Detto questo, sono però altrettanto convinto che la debolezza dell’opposizione non possa essere l’alibi del governo: a un certo punto, se l’opposizione non ci sarà, dovrà andare avanti per la sua strada, perché le riforme devono avanzare comunque, anche come uno schiacciasassi, se necessario.
Il Pdl va verso la creazione delle strutture del nuovo partito, e si parla molto dell’ipotesi di un segretario: cosa ne pensa del dibattito intorno a questo punto?
Penso che sia un dibattito utile, perché in effetti una mancanza del centrodestra in questi anni è stata quella di non aver avuto un luogo di crescita democratica della persone e di confronto di idee. Il fatto che nasca un partito e che possa essere un partito vero (con congressi, confronti etc. ) è un elemento positivo. Il cammino non dovrebbe peraltro essere lunghissimo, perché dovrebbe nascere per la prossima primavera. Se poi ci sia un reggente, un comitato, un segretario, questo al momento è abbastanza indifferente, dato che la leadership del partito è fortemente riconosciuta nella leadership del governo, e quindi nel presidente Berlusconi. Il problema è dare una struttura vera, e qualcuno che sia in grado di far funzionare questa struttura.
Lei parteciperà al Meeting dal titolo “O protagonisti o nessuno”: qual è la sua riflessione su questo tema, e quale ritiene essere il vero significato della parola “protagonista”?
Protagonista è secondo me chi è in grado di pigliarsi in mano la vita e non farsi vivere dagli eventi. E questo vale in qualunque ambito. La bellezza del Meeting, da quello che ho potuto vedere dal programma, è proprio quello di portare questo concetto di “protagonista” al livello della vita quotidiana. Noi siamo invece abituati, anche un po’ per comodità, a considerare protagonista quello che sta sul palcoscenico, che sia protagonista del film, del reality, della fiction o della vita politica.
In particolare l’incontro a cui lei parteciperà avrà il titolo “quale protagonismo nell’informazione”: i media danno voce ai veri protagonisti del mondo e della società?
Ne parlavo con i miei colleghi proprio qualche giorno fa: vorrei che per una volta, insieme ai grandi protagonisti che occuperanno i titoli durante il Meeting (ci siamo abituati a vedere questo appuntamento anche come la ripresa della vita politica), ci si dia la briga di andare a scoprire anche l’altro volto, quello che molto spesso viene trascurato. Per raccontare davvero il protagonista bisogna proprio cercare quelle persone che non stanno sotto la luce dei riflettori.
Il giornalismo troppo spesso ha invece un po’ il vizio di uscire poche volte dal sentiero per scoprire i veri protagonisti; e il secondo vizio è quello di parlarsi addosso, di essere molto autoreferenziali, rimanendo chiusi tra noi e il Palazzo. Questo fatto di restare chiusi nelle nostre redazioni e nei nostri palazzi è peraltro anche una delle cause principali per cui poi si perde nella vendita delle copie. Bisogna uscire da questo circolo dei palazzi che parlano con le redazioni e delle redazioni che parlano con i palazzi, senza aprire le finestre e andare a cercare i protagonismi che stanno nella vita di tutti i giorni. E scoprire questa vita reale sarebbe conveniente sotto tutti i punti di vista, compreso quello commerciale.
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Anche senza il paragone con i primi disastrosi 100 giorni del governo Prodi, in cui volavano i piatti, il giudizio è oggettivamente positivo. Sono stati risolti alcuni problemi importanti, a cominciare ovviamente dai rifiuti di Napoli, che resta un po’ il fiore all’occhiello di questo esecutivo. Ma soprattutto è stata data l’impressione di un governo in grado di decidere. È un po’ quella l’indicazione che gli elettori avevano dato: dopo due anni di incertezze e di incapacità di decidere, c’è stata un po’ una rivoluzione. Questo anche al di là dei contenuti, su cui poi si possono fare molte osservazioni, e anche noi ne abbiamo fatte, soprattutto sulla manovra; ma il fatto che la manovra sia stata anticipata a luglio con questa rapidità e senza gli assalti alla diligenza che occupavano tutto l’autunno, è stata una dimostrazione di grande capacità decisionale.
Il settimanale Newsweek in effetti ha parlato addirittura di miracolo in 100 giorni.
Il riconoscimento del Newsweek, per quanto sorprendente perché viene da un settimanale che è sempre stato piuttosto severo e critico nei confronti del centrodestra italiano, viene però a sancire un dato di fatto, che è indiscutibile. Dal punto di vista dei risultati è indubbio che il governo ha dimostrato di essere un governo capace.
Quali sono invece i punti mancanti, su cui il governo dovrà lavorare maggiormente?
Rimane innanzitutto la speranza che si arrivi ad un’azione più decisa sul fronte della riduzione fiscale. Inoltre c’è stato un eccesso di tensione politica, che non si è fortunatamente tradotta in difficoltà di governo, ma che si è trasferita in alcuni casi a livello parlamentare: non è accettabile, ad esempio, che una maggioranza così stabile vada sotto, come è successo più volte, in parlamento. Sono proprio gli elettori del centrodestra che non accettano questa cosa.
Come invece secondo lei si sta comportando l’opposizione, il cui ruolo in parlamento è comunque fondamentale?
Il paradosso è che noi c’eravamo risvegliati dopo le elezioni con l’impressioni finalmente di un Paese normale, con un governo che si andava a costituire in poche ore, ed un’opposizione che accettava il risultato con una serenità che in passato non c’era stata. Questo nel giro di qualche settimana, a causa della debolezza di Veltroni nei confronti dell’avanzata di Di Pietro e dei “girotondi”, si è andato perdendo, mettendo in luce tutta la debolezza di un Pd dalle mille anime, correnti e fondazioni. Ora, in una situazione in cui abbiamo l’autunno liberato dalla manovra economia e che potrà dunque essere dedicato alle grandi riforme, dal federalismo fiscale alla giustizia, non avere un’opposizione seria e stabile con cui confrontarsi, bensì un coacervo ondeggiante da cui in ogni momento emergono anime e pulsioni strane rimane uno degli elementi di maggiore debolezza del nostro Paese in questo momento.
Questo creerà problemi anche dal punto di vista del lavoro per riforme condivise, o su questo ci si può aspettare uno scatto di responsabilità da parte di tutti?
Indiscutibilmente avere un’opposizione che lavora per le riforme sarebbe un bene per tutto il Paese, e si arriverebbe a riforme utili in tempi rapidi e senza rischi di incidenti o passi indietro, come è successo in passato con i referendum. Io non sono un fautore del dialogo per il dialogo, perché il Paese non chiede dialogo, ma riforme. Però sono anche convinto che per fare alcune di tali riforme un minimo di confronto con l’opposizione ci vuole. Detto questo, sono però altrettanto convinto che la debolezza dell’opposizione non possa essere l’alibi del governo: a un certo punto, se l’opposizione non ci sarà, dovrà andare avanti per la sua strada, perché le riforme devono avanzare comunque, anche come uno schiacciasassi, se necessario.
Il Pdl va verso la creazione delle strutture del nuovo partito, e si parla molto dell’ipotesi di un segretario: cosa ne pensa del dibattito intorno a questo punto?
Penso che sia un dibattito utile, perché in effetti una mancanza del centrodestra in questi anni è stata quella di non aver avuto un luogo di crescita democratica della persone e di confronto di idee. Il fatto che nasca un partito e che possa essere un partito vero (con congressi, confronti etc. ) è un elemento positivo. Il cammino non dovrebbe peraltro essere lunghissimo, perché dovrebbe nascere per la prossima primavera. Se poi ci sia un reggente, un comitato, un segretario, questo al momento è abbastanza indifferente, dato che la leadership del partito è fortemente riconosciuta nella leadership del governo, e quindi nel presidente Berlusconi. Il problema è dare una struttura vera, e qualcuno che sia in grado di far funzionare questa struttura.
Lei parteciperà al Meeting dal titolo “O protagonisti o nessuno”: qual è la sua riflessione su questo tema, e quale ritiene essere il vero significato della parola “protagonista”?
Protagonista è secondo me chi è in grado di pigliarsi in mano la vita e non farsi vivere dagli eventi. E questo vale in qualunque ambito. La bellezza del Meeting, da quello che ho potuto vedere dal programma, è proprio quello di portare questo concetto di “protagonista” al livello della vita quotidiana. Noi siamo invece abituati, anche un po’ per comodità, a considerare protagonista quello che sta sul palcoscenico, che sia protagonista del film, del reality, della fiction o della vita politica.
In particolare l’incontro a cui lei parteciperà avrà il titolo “quale protagonismo nell’informazione”: i media danno voce ai veri protagonisti del mondo e della società?
Ne parlavo con i miei colleghi proprio qualche giorno fa: vorrei che per una volta, insieme ai grandi protagonisti che occuperanno i titoli durante il Meeting (ci siamo abituati a vedere questo appuntamento anche come la ripresa della vita politica), ci si dia la briga di andare a scoprire anche l’altro volto, quello che molto spesso viene trascurato. Per raccontare davvero il protagonista bisogna proprio cercare quelle persone che non stanno sotto la luce dei riflettori.
Il giornalismo troppo spesso ha invece un po’ il vizio di uscire poche volte dal sentiero per scoprire i veri protagonisti; e il secondo vizio è quello di parlarsi addosso, di essere molto autoreferenziali, rimanendo chiusi tra noi e il Palazzo. Questo fatto di restare chiusi nelle nostre redazioni e nei nostri palazzi è peraltro anche una delle cause principali per cui poi si perde nella vendita delle copie. Bisogna uscire da questo circolo dei palazzi che parlano con le redazioni e delle redazioni che parlano con i palazzi, senza aprire le finestre e andare a cercare i protagonismi che stanno nella vita di tutti i giorni. E scoprire questa vita reale sarebbe conveniente sotto tutti i punti di vista, compreso quello commerciale.
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
lunedì 18 agosto 2008
Il Vaticano prende le distanze da Famiglia Cristiana
il 14-8-2008 la Sala Stampa della Santa Sede ha diffuso un comunicato in cui si afferma che il noto settimanale "Famiglia cristiana" "non ha titolo per esprimere né la linea della Santa Sede né quella della Conferenza episcopale italiana" (Cfr. http://www.radiovaticana.org/radiogiornale/ore14/2008/agosto/08_08_14.htm ). Il Direttore di tale settimanale ha confermato che "mai ci siamo sognati di essere l'organo ufficiale della Santa Sede e della Cei" (Cfr. http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_735623575.html ). Sul fatto, un commento del Vescovo di San Marino: http://www.totustuus.net/modules.php?name=News&file=article&sid=2386 .
Ricordiamo che già in passato il periodico dei paolini si era distinto per la sua subalternità alla cultura della secolarizzazione: l'11 febbraio 1997 S. Em.za il Card. Ruini ottenne dal Papa un decreto inteso ad una maggiore vigilanza sulla Società San Paolo e la nomina di mons. Antonio Buoncristiani per "esercitare tutte le funzioni spettanti normalmente sia al Superiore generale che al Superiore provinciale". Nel decreto si specifica che la sua autorità si estende sui Periodici "Famiglia cristiana" , "Jesus", "Vita Pastorale", ecc. e sulle Edizioni S. Paolo. Nell'aprile del '98, venne perciò rimosso dalla guida di "Famiglia cristiana" il direttore, don Leonardo Zega.
Purtroppo queste sanzioni sono state inutili, in particolare su temi di etica sessuale e presenza dei cattolici nella società: pochi mesi fa, ad un lettore che segnalava come, a causa della legge che favorisce l'aborto, in Italia muoiono ogni anno 130.000 bambini, il settimanale ha ambiguamente risposto: "non è la legge che uccide, ma sono le persone... la legge non ha reso innocente l'aborto" (n° 5 del 29-1-06, pag. 9).
Nel ricordarvi la precente "e-campagna" di FattiSentire.net ( http://www.fattisentire.net/modules.php?name=invio_mail4 ) e alcuni documenti diffusi:
a) http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1755
b) http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1757
c) http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1758
d) http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1772
e) http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1819 ,
Vi suggeriamo, qualora nelle nostre parrocchie tale settimanale venisse ancora diffuso, di far presente al parroco il comunicato di cui sopra.
La redazione del sito http://www.fattisentire.net/
Ricordiamo che già in passato il periodico dei paolini si era distinto per la sua subalternità alla cultura della secolarizzazione: l'11 febbraio 1997 S. Em.za il Card. Ruini ottenne dal Papa un decreto inteso ad una maggiore vigilanza sulla Società San Paolo e la nomina di mons. Antonio Buoncristiani per "esercitare tutte le funzioni spettanti normalmente sia al Superiore generale che al Superiore provinciale". Nel decreto si specifica che la sua autorità si estende sui Periodici "Famiglia cristiana" , "Jesus", "Vita Pastorale", ecc. e sulle Edizioni S. Paolo. Nell'aprile del '98, venne perciò rimosso dalla guida di "Famiglia cristiana" il direttore, don Leonardo Zega.
Purtroppo queste sanzioni sono state inutili, in particolare su temi di etica sessuale e presenza dei cattolici nella società: pochi mesi fa, ad un lettore che segnalava come, a causa della legge che favorisce l'aborto, in Italia muoiono ogni anno 130.000 bambini, il settimanale ha ambiguamente risposto: "non è la legge che uccide, ma sono le persone... la legge non ha reso innocente l'aborto" (n° 5 del 29-1-06, pag. 9).
Nel ricordarvi la precente "e-campagna" di FattiSentire.net ( http://www.fattisentire.net/modules.php?name=invio_mail4 ) e alcuni documenti diffusi:
a) http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1755
b) http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1757
c) http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1758
d) http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1772
e) http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1819 ,
Vi suggeriamo, qualora nelle nostre parrocchie tale settimanale venisse ancora diffuso, di far presente al parroco il comunicato di cui sopra.
La redazione del sito http://www.fattisentire.net/
L'IdV e la politica dell'insulto
Il sig. Castaldo nella sua lettera del 11.08.08 alla Voce di Mantova dissente con quanto ho scritto e lo ringrazio perché mi concede l’opportunità di approfondire meglio alcune mie considerazioni.
Quando affermo che l’IdV confonde la legalità con la moralità sostengo molto semplicemente che la legge è un mero strumento per permettere una corretta convivenza civile, mentre la moralità è valore iscritto nel cuore dell’uomo, cui questi liberamente aderisce. Quando manca questa adesione allora nulla diventa importante e degno di essere vissuto se non in funzione del proprio successo personale. Qualunque esso sia. E’ la classica situazione in cui il potere fine a se stesso diviene il metro di giudizio del tutto. E così in suo nome si dichiara una legge “immorale”, tacciando indirettamente di immoralità il Capo dello Stato che l’ha firmata, si denigra l’avversario politico definendolo “magnaccia” o, come ha fatto il sig. Castaldo, si insultano coloro che hanno una idea diversa dalla propria bollandoli come persone “in linea con servilismo dilagante nelle loro fila”.
Tanto per intenderci, io non condivido quanto il sig. Castaldo sostiene, ma mi guardo bene dall’insultarlo. La lettera dell’esponente dell’IdV è estremamente chiara ed illuminante in questo senso: per noi prima di tutto viene la persona, per il movimento che si ispira a Grillo-Travaglio-Girotondi, invece, viene prima il consenso politico. Costi quel che costi. Ognuno può fare liberamente la sua scelta, ma almeno si abbia il coraggio di sostenerla con argomenti e non con insulti. Magari non troveremo un accordo, ma il confronto sarà servito a tutti. Sempre che interessi.
Mauro Vinci
Quando affermo che l’IdV confonde la legalità con la moralità sostengo molto semplicemente che la legge è un mero strumento per permettere una corretta convivenza civile, mentre la moralità è valore iscritto nel cuore dell’uomo, cui questi liberamente aderisce. Quando manca questa adesione allora nulla diventa importante e degno di essere vissuto se non in funzione del proprio successo personale. Qualunque esso sia. E’ la classica situazione in cui il potere fine a se stesso diviene il metro di giudizio del tutto. E così in suo nome si dichiara una legge “immorale”, tacciando indirettamente di immoralità il Capo dello Stato che l’ha firmata, si denigra l’avversario politico definendolo “magnaccia” o, come ha fatto il sig. Castaldo, si insultano coloro che hanno una idea diversa dalla propria bollandoli come persone “in linea con servilismo dilagante nelle loro fila”.
Tanto per intenderci, io non condivido quanto il sig. Castaldo sostiene, ma mi guardo bene dall’insultarlo. La lettera dell’esponente dell’IdV è estremamente chiara ed illuminante in questo senso: per noi prima di tutto viene la persona, per il movimento che si ispira a Grillo-Travaglio-Girotondi, invece, viene prima il consenso politico. Costi quel che costi. Ognuno può fare liberamente la sua scelta, ma almeno si abbia il coraggio di sostenerla con argomenti e non con insulti. Magari non troveremo un accordo, ma il confronto sarà servito a tutti. Sempre che interessi.
Mauro Vinci
Famiglia Cristiana insiste contro il governo Berlusconi
Ai primi di luglio monsignor Gianfranco Bottoni, responsabile del dialogo interreligioso della Curia di Milano, dava del "fascista"al ministro Maroni perché stava mettendo fine allo scempio di viale Jenner a Milano. Ora anche Famiglia Cristiana nell'editoriale di questa settimana di Beppe Del Colle è preoccupata perché il nostro Paese grazie al governo Berlusconi rischia di cadere in un regime fascista.
Famiglia Cristiana persevera nell'attacco contro il governo con toni che al confronto Bakunin è forlaniano, il settimanale ormai più pierino che paolino torna sulle barricate, siamo un «Paese da marciapiede», abbiamo un «presidente spazzino», viviamo in un paese «peggio dell'Angola», e scopre il «rischio del fascismo» giudicando l'azione del governo alla pari dei rastrellamenti nazisti nel ghetto di Varsavia. Non per nulla a fianco del servizio pubblica la storica foto del bimbo ebreo di Varsavia, simbolo della persecuzione nazista, dicendo che è venuta in mente a tutti (proprio a tutti?) quando Maroni ha presentato il pacchetto sicurezza e le norme sui rom.
Non stiamo scherzando - scrive Mario Giordano - se a Ferragosto in redazione non si concedono una pausa, con il prossimo numero forse scopriremo che Berlusconi è stato il mandante delle Fosse Ardeatine e Maroni un kapò ad Auschwitz.
Insomma Famiglia Cristiana, che una volta veniva letto come se fosse la voce del vangelo e adesso invece, al massimo, come se fosse la voce di Pecoraro Scanio, scrive articoli che apparirebbero un po' forti anche per il Manifesto e Liberazione. A proposito a quando sarà bandita la sua diffusione nelle parrocchie?
Sarebbe facile contrapporre al settimanale diretto da Sciortino, l'analisi di Newsweek (periodico non certo amico del centrodestra italiano) che parla dei primi cento giorni del governo come «miracolo di Berlusconi». Non ne vale la pena, scrive Giordano. Ma c'è una cosa che ci preoccupa: è il fatto che, di fronte agli indiscutibili risultati ottenuti dal governo e al disorientamento dell'opposizione, i toni incivili, finora prerogativa del trattorista di Montenero e dei suoi girotonti, sfiorino anche chi, per la sua stessa ragione sociale, dovrebbe rappresentare il volto più moderato eragionevole del Paese.
Naturalmente ognuno è libero di criticare ma paragonare un governo al nazismo significa alzare un muro, una trincea, una barricata: con i nazisti si può forse parlare? Trattare? Discutere? No, certo. E questo è ingiusto, non solo nei confronti del governo. È ingiusto soprattutto nei confronti della famiglia cristiana, quella vera, che non merita che il suo nome venga usurpato da alcuni orfani del cattocomunismo, sempre meno capaci di fare chiesa e sempre più capaci di fare cappelle. (Mario Giordano, Dite qualcosa di cristiano, 14. 8. 08 Il Giornale).
Qualche settimana fa scrivevo che il grande filosofo Augusto Del Noce sosteneva che arriverà il tempo in cui gli ultimi a credere al sol dell'avvenire marxista, saranno i chierici, gli uomini di Chiesa. Ed è proprio così se padre Piero Gheddo sull'ultimo numero de Il Timone, raccontando le sue esperienze del sessantotto, fa riferimento alla deriva ideologica che in quegli anni ha contaminato anche molti preti e laici cattolici. Infatti, visitando un grande seminario teologico nel nord Italia, nella sala ricreazione, accanto alle immagini del Sacro Cuore, del Papa e del vescovo, c'erano manifesti di Che Guevara, Mao, Fidel Castro, Ho Chi Minh. Manifestando il suo stupore al rettore del seminario, si è sentito rispondere: "Cosa vuole, sono bravi giovani, ma bisogna lasciarli sfogare nelle cose lecite, il tempo della maturazione verrà dopo…".
"A me pareva che, preparandosi al sacerdozio, ai giovani studenti di teologia non fosse lecito idealizzare i sanguinari tiranni comunisti del tempo e proporli a modello di una linea ideologica e politica da seguire". ( Piero Gheddo, Come ho vissuto il sessantotto, giugno 2008 Il Timone).
In pratica ormai nel mondo cattolico, da qualche tempo si registra un linguaggio diverso, c'è una frangia molto minoritaria, orfana della cricca dei cattolici democratici, quelli adulti per intenderci, guidati da Prodi e la Chiesa ufficiale, quella che si riconosce nelle dichiarazioni di padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa Vaticana, che prende le distanze dagli attacchi del settimanale dei paolini al governo Berlusconi: "Famiglia Cristiana è una testata importante della realtà cattolica italiana, ma non ha titolo per esprimere le posizioni della Santa Sede né della Conferenza Episcopale Italiana. La sua linea rientra nella responsabilità della sua direzione".
Domenico Bonvegna
Famiglia Cristiana persevera nell'attacco contro il governo con toni che al confronto Bakunin è forlaniano, il settimanale ormai più pierino che paolino torna sulle barricate, siamo un «Paese da marciapiede», abbiamo un «presidente spazzino», viviamo in un paese «peggio dell'Angola», e scopre il «rischio del fascismo» giudicando l'azione del governo alla pari dei rastrellamenti nazisti nel ghetto di Varsavia. Non per nulla a fianco del servizio pubblica la storica foto del bimbo ebreo di Varsavia, simbolo della persecuzione nazista, dicendo che è venuta in mente a tutti (proprio a tutti?) quando Maroni ha presentato il pacchetto sicurezza e le norme sui rom.
Non stiamo scherzando - scrive Mario Giordano - se a Ferragosto in redazione non si concedono una pausa, con il prossimo numero forse scopriremo che Berlusconi è stato il mandante delle Fosse Ardeatine e Maroni un kapò ad Auschwitz.
Insomma Famiglia Cristiana, che una volta veniva letto come se fosse la voce del vangelo e adesso invece, al massimo, come se fosse la voce di Pecoraro Scanio, scrive articoli che apparirebbero un po' forti anche per il Manifesto e Liberazione. A proposito a quando sarà bandita la sua diffusione nelle parrocchie?
Sarebbe facile contrapporre al settimanale diretto da Sciortino, l'analisi di Newsweek (periodico non certo amico del centrodestra italiano) che parla dei primi cento giorni del governo come «miracolo di Berlusconi». Non ne vale la pena, scrive Giordano. Ma c'è una cosa che ci preoccupa: è il fatto che, di fronte agli indiscutibili risultati ottenuti dal governo e al disorientamento dell'opposizione, i toni incivili, finora prerogativa del trattorista di Montenero e dei suoi girotonti, sfiorino anche chi, per la sua stessa ragione sociale, dovrebbe rappresentare il volto più moderato eragionevole del Paese.
Naturalmente ognuno è libero di criticare ma paragonare un governo al nazismo significa alzare un muro, una trincea, una barricata: con i nazisti si può forse parlare? Trattare? Discutere? No, certo. E questo è ingiusto, non solo nei confronti del governo. È ingiusto soprattutto nei confronti della famiglia cristiana, quella vera, che non merita che il suo nome venga usurpato da alcuni orfani del cattocomunismo, sempre meno capaci di fare chiesa e sempre più capaci di fare cappelle. (Mario Giordano, Dite qualcosa di cristiano, 14. 8. 08 Il Giornale).
Qualche settimana fa scrivevo che il grande filosofo Augusto Del Noce sosteneva che arriverà il tempo in cui gli ultimi a credere al sol dell'avvenire marxista, saranno i chierici, gli uomini di Chiesa. Ed è proprio così se padre Piero Gheddo sull'ultimo numero de Il Timone, raccontando le sue esperienze del sessantotto, fa riferimento alla deriva ideologica che in quegli anni ha contaminato anche molti preti e laici cattolici. Infatti, visitando un grande seminario teologico nel nord Italia, nella sala ricreazione, accanto alle immagini del Sacro Cuore, del Papa e del vescovo, c'erano manifesti di Che Guevara, Mao, Fidel Castro, Ho Chi Minh. Manifestando il suo stupore al rettore del seminario, si è sentito rispondere: "Cosa vuole, sono bravi giovani, ma bisogna lasciarli sfogare nelle cose lecite, il tempo della maturazione verrà dopo…".
"A me pareva che, preparandosi al sacerdozio, ai giovani studenti di teologia non fosse lecito idealizzare i sanguinari tiranni comunisti del tempo e proporli a modello di una linea ideologica e politica da seguire". ( Piero Gheddo, Come ho vissuto il sessantotto, giugno 2008 Il Timone).
In pratica ormai nel mondo cattolico, da qualche tempo si registra un linguaggio diverso, c'è una frangia molto minoritaria, orfana della cricca dei cattolici democratici, quelli adulti per intenderci, guidati da Prodi e la Chiesa ufficiale, quella che si riconosce nelle dichiarazioni di padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa Vaticana, che prende le distanze dagli attacchi del settimanale dei paolini al governo Berlusconi: "Famiglia Cristiana è una testata importante della realtà cattolica italiana, ma non ha titolo per esprimere le posizioni della Santa Sede né della Conferenza Episcopale Italiana. La sua linea rientra nella responsabilità della sua direzione".
Domenico Bonvegna
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Bagnasco: l’antipolitica ci preoccupa
I vescovi italiani sono preoccupati per la disaffezione alla politica che si percepisce nel Paese. È quanto afferma il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, in un’intervista al settimanale 'Tracce' di Comunione e Liberazione.
«La disaffezione alla politica non è qualcosa di cui la Chiesa è contenta, semmai è il contrario osserva Bagnasco - : la dottrina sociale e la prassi educativa della Chiesa si sono sempre adoperate perchè i credenti partecipino alla costruzione della cosa pubblica con tutta la propria ricchezza, il proprio bagaglio umano e cristiano. È questa la nostra linea. In questo senso - sottolinea - qualunque appuntamento politico è un’occasione di responsabilità civile». Bagnasco ricorda che nel marzo 2006, quando il Papa lo chiamò alla presidenza della Cei, si era nel mezzo delle polemiche sui 'Dico' e molti giornali scrivevano che 'i vescovi pontificano dall’alto, ma non sanno nulla della vita concreta della gente'. «Da quel momento - spiega nell’intervista - non ho mai smesso di ricordare a tutti che se c’è qualcuno che conosce i problemi della gente non perchè li legge sui sondaggi, ma perchè li vive in prima persona, questo qualcuno è proprio la Chiesa. I preti, i pastori, le suore. I laici. Non è un’elite che parla da un pulpito. È un popolo».
«Questo deve essere molto chiaro: è una grande grazia che dobbiamo alla storia particolare dell’Italia, ma è anche una grande responsabilità per noi. Bisogna tenerlo presente, quando si giudicano le prese di posizione dei vescovi».
Tratto dal quotidiano Avvenire del 15.08.08
«La disaffezione alla politica non è qualcosa di cui la Chiesa è contenta, semmai è il contrario osserva Bagnasco - : la dottrina sociale e la prassi educativa della Chiesa si sono sempre adoperate perchè i credenti partecipino alla costruzione della cosa pubblica con tutta la propria ricchezza, il proprio bagaglio umano e cristiano. È questa la nostra linea. In questo senso - sottolinea - qualunque appuntamento politico è un’occasione di responsabilità civile». Bagnasco ricorda che nel marzo 2006, quando il Papa lo chiamò alla presidenza della Cei, si era nel mezzo delle polemiche sui 'Dico' e molti giornali scrivevano che 'i vescovi pontificano dall’alto, ma non sanno nulla della vita concreta della gente'. «Da quel momento - spiega nell’intervista - non ho mai smesso di ricordare a tutti che se c’è qualcuno che conosce i problemi della gente non perchè li legge sui sondaggi, ma perchè li vive in prima persona, questo qualcuno è proprio la Chiesa. I preti, i pastori, le suore. I laici. Non è un’elite che parla da un pulpito. È un popolo».
«Questo deve essere molto chiaro: è una grande grazia che dobbiamo alla storia particolare dell’Italia, ma è anche una grande responsabilità per noi. Bisogna tenerlo presente, quando si giudicano le prese di posizione dei vescovi».
Tratto dal quotidiano Avvenire del 15.08.08
Caro Don Sciortino, rimetta la tonaca e si ripassi il breviario, che è meglio
E’ così apprendiamo, nel bel mezzo della calura estiva, con l’inno di Mameli che orgogliosamente risuona ogni giorno dalla lontana Pechino, che siamo alla deriva autoritaria ed il fascismo, se non è tornato, è perlomeno strisciante.
Che sia chiaro, poiché chi scrive non è particolarmente allergico a questo genere di epiteti, il caro lettore non si arrabbi troppo se i modesti pensieri che seguiranno possono sembrare non proprio by-partisan e politicamente scorretti. Una scusante però ce l’ho: vivo nel Paese di Eco, Cordero, Villari, Asor Rosa, Scalfari, Parlato, Fò, Lidia Ravera, Furio Colombo e di tutto il solito codazzo di nani e ballarine d’appoggio; e ci vivo da quarant’anni. Non ne posso più!
Con cadenza quasi quotidiana, con alternanza scientifica, questi signori evocano il regime paragonando il governo Berlusconi addirittura al nazismo (Lucio Villari, 7 agosto 2008 “Il berlusconismo? Nel 1933 anche il governo di Hitler fu eletto democraticamente”). Intendiamoci, meglio dire baggianate sui giornali d’agosto, che firmare appelli contro comissari di polizia poi puntualmente assassinati, come qualcuno era abituato a fare più di trent’anni fa….
Tant’è, non ci si scandalizza ormai più di niente. Ma onestamente sono rimasto letteralmente allibito nell’apprendere che Famiglia Cristiana a proposito del governo Berlusconi, la pensa nel merito, e soprattutto nei toni, come Daniele Luttazzi o Sabina Guzzanti. Ma se per i due (gli unici clown al mondo che non fanno ridere) c’è la solita scusante della libera satira, in nome della quale è lecito ormai dire ogni genere di stronzata, dal settimale più letto nelle parrocchie e che a dire del suo direttore in giacca e cravatta, Don Antonio Sciortino, si ispira al Vangelo e ai valori cristiani, ci si dovrebbe aspettare una capacità di analisi e di esposizione meno acefala e psicotica
Famiglia Cristiana ha iniziato dando dello “spazzino” al Presidente del Consiglio (lo chieda ai napoletani Don Sciortino, ed attento a non macchiarsi la cravatta, qualche sacco di immondizia qua e là potrebbe ancora esserci), per poi paragonare i provvedimenti sulla sicurezza adottati dall’Esecutivo alle atrocità naziste contro i bambini ebrei, facendoci nascere il sospetto che il vero ideologo del nazionalsocialismo hitleriano sia il povero Roberto Maroni. Ed ancora i tremila “soldatini” schierati dal governo per garantire più sicurezza contro la microcriminalità, sarebbero l’anticamera di dittature sudamericane e il ministro La Russa un aspirante generale argentino (immagino che il desaparesidos sia Veltroni). Risultato di tali sciocchezze è ovviamente che “si rischia di tornare al fascismo”.
Alla levata di scudi di alcuni esponenti del centrodestra. Don Sciortino risponde che questo è semplicemente libero dibattito, confronto.
Ecco, e me ne scuso in anticipo, è qui che la mia natura autoritaria di cui sopra, si tramuta in autoritarismo strisciante e si domanda se la libertà d’espressione debba essere difesa ad ogni costo, se il dibattito debba essere sempre libero anche quando domina l’isterismo militante, l’arroganza di una presunta morale superiore che tende a bollare eticamente ogni idea diversa dalla propria. Questi, caro Don Sciortino, sono i veri prodromi delle dittature.
Ho distribuito per anni Famiglia Cristiana dal sagrato della chiesa del mio piccolo paese, ogni domenica orgogliosamente prima di andare a fare il chierichetto alla Messa delle undici, e non avrei mai pensato che per un settimale cattolico esprimere liberamente le proprie posizioni significasse usare questi toni pieni di astio e rancore. Dove sono i valori cristiani, dov’è il Vangelo?
Caro Don Sciortino, proprio questi fascisti ora al governo e non Lei, solo qualche settimana fa, nelle aule di Montecitorio, hanno difeso la sacralità della vita di Eluana, questi fascisti e non i suoi amici cattolici “adulti”, hanno difeso i valori della famiglia dall’attacco dei zapateristi nostrani.
Caro Don Sciortino provi a togliersi giacca e cravatta, rimetta la tonaca e si ripassi il breviario.
Milton
Tratto dal sito www.loccidentale.it
Che sia chiaro, poiché chi scrive non è particolarmente allergico a questo genere di epiteti, il caro lettore non si arrabbi troppo se i modesti pensieri che seguiranno possono sembrare non proprio by-partisan e politicamente scorretti. Una scusante però ce l’ho: vivo nel Paese di Eco, Cordero, Villari, Asor Rosa, Scalfari, Parlato, Fò, Lidia Ravera, Furio Colombo e di tutto il solito codazzo di nani e ballarine d’appoggio; e ci vivo da quarant’anni. Non ne posso più!
Con cadenza quasi quotidiana, con alternanza scientifica, questi signori evocano il regime paragonando il governo Berlusconi addirittura al nazismo (Lucio Villari, 7 agosto 2008 “Il berlusconismo? Nel 1933 anche il governo di Hitler fu eletto democraticamente”). Intendiamoci, meglio dire baggianate sui giornali d’agosto, che firmare appelli contro comissari di polizia poi puntualmente assassinati, come qualcuno era abituato a fare più di trent’anni fa….
Tant’è, non ci si scandalizza ormai più di niente. Ma onestamente sono rimasto letteralmente allibito nell’apprendere che Famiglia Cristiana a proposito del governo Berlusconi, la pensa nel merito, e soprattutto nei toni, come Daniele Luttazzi o Sabina Guzzanti. Ma se per i due (gli unici clown al mondo che non fanno ridere) c’è la solita scusante della libera satira, in nome della quale è lecito ormai dire ogni genere di stronzata, dal settimale più letto nelle parrocchie e che a dire del suo direttore in giacca e cravatta, Don Antonio Sciortino, si ispira al Vangelo e ai valori cristiani, ci si dovrebbe aspettare una capacità di analisi e di esposizione meno acefala e psicotica
Famiglia Cristiana ha iniziato dando dello “spazzino” al Presidente del Consiglio (lo chieda ai napoletani Don Sciortino, ed attento a non macchiarsi la cravatta, qualche sacco di immondizia qua e là potrebbe ancora esserci), per poi paragonare i provvedimenti sulla sicurezza adottati dall’Esecutivo alle atrocità naziste contro i bambini ebrei, facendoci nascere il sospetto che il vero ideologo del nazionalsocialismo hitleriano sia il povero Roberto Maroni. Ed ancora i tremila “soldatini” schierati dal governo per garantire più sicurezza contro la microcriminalità, sarebbero l’anticamera di dittature sudamericane e il ministro La Russa un aspirante generale argentino (immagino che il desaparesidos sia Veltroni). Risultato di tali sciocchezze è ovviamente che “si rischia di tornare al fascismo”.
Alla levata di scudi di alcuni esponenti del centrodestra. Don Sciortino risponde che questo è semplicemente libero dibattito, confronto.
Ecco, e me ne scuso in anticipo, è qui che la mia natura autoritaria di cui sopra, si tramuta in autoritarismo strisciante e si domanda se la libertà d’espressione debba essere difesa ad ogni costo, se il dibattito debba essere sempre libero anche quando domina l’isterismo militante, l’arroganza di una presunta morale superiore che tende a bollare eticamente ogni idea diversa dalla propria. Questi, caro Don Sciortino, sono i veri prodromi delle dittature.
Ho distribuito per anni Famiglia Cristiana dal sagrato della chiesa del mio piccolo paese, ogni domenica orgogliosamente prima di andare a fare il chierichetto alla Messa delle undici, e non avrei mai pensato che per un settimale cattolico esprimere liberamente le proprie posizioni significasse usare questi toni pieni di astio e rancore. Dove sono i valori cristiani, dov’è il Vangelo?
Caro Don Sciortino, proprio questi fascisti ora al governo e non Lei, solo qualche settimana fa, nelle aule di Montecitorio, hanno difeso la sacralità della vita di Eluana, questi fascisti e non i suoi amici cattolici “adulti”, hanno difeso i valori della famiglia dall’attacco dei zapateristi nostrani.
Caro Don Sciortino provi a togliersi giacca e cravatta, rimetta la tonaca e si ripassi il breviario.
Milton
Tratto dal sito www.loccidentale.it
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