giovedì 14 agosto 2008

La solita America, per fortuna

Al dunque, quando serve davvero l’arrivo della Cavalleria, c’è solo l’impresentabile, ignorante e arrogante cowboy texano George W. Bush a difendere gli indifesi, ad aiutare i derelitti, a sostenere la democrazia e la libertà ovunque siano in pericolo. Gli altri chiacchierano, cincischiano, si interrogano se, signora mia, sia meglio andare in gita a Pechino oppure no e si atteggiano a pensosi seguaci di dottrine di Realpolitik che non conoscono e che usano soltanto per mascherare la loro cronica incapacità di schierarsi dalla parte giusta della storia.Sì, una parte giusta della storia esiste, c’è sempre, in particolare quando di mezzo c’è la libertà di espressione, religiosa e di movimento. E si tratti di abbattere le dittature nel mondo, di finanziare i programmi anti Aids in Africa, di denunciare le violazioni dei diritti umani in Cina, di impegnarsi per la libertà di culto in Asia, di sfamare pachistani ed egiziani, di proteggere Israele dalle minacce apocalittiche nucleari, di ricostruire questa o quella regione e di aiutare le giovani democrazie ex sovietiche a non farsi fagocitare dal bonapartismo di Vladimir Putin, l’unica voce che non stona mai è quella del presidente americano Bush. Di certo non si sente la voce dei cosiddetti pacifisti, sempre pronti a fare da scudo umano per i despoti del mondo con le loro sempre coloratissime e allegrissime e buonissime manifestazioni contro l’America tutte le volte che si impegna, con hard o soft power (non importa), ad abbattere un dittatore, ma che sono altrettanto costantemente incapaci di criticare un regime autoritario che prima sobilla e poi bombarda uno stato libero, sovrano e bene intenzionato ad affrancarsi dalle catene del neozarismo del Cremlino.Ieri, al Giardino delle Rose della Casa Bianca, Bush ha detto nel modo più chiaro possibile che la Russia deve porre fine a questa crisi, esattamente come la settimana scorsa aveva detto ai leader cinesi di rispettare i diritti dell’uomo e come durante il suo tanto contestato doppio mandato alla Casa Bianca ha sempre chiesto ai mullah iraniani di liberare il loro popolo e agli iracheni, ai libanesi, ai georgiani, agli ucraini e ai dissidenti di tutto il mondo di tenere duro perché prima o poi, statene certi, un qualche tipo di cavalleria arriverà. A breve il Settimo Cavalleggeri non sarà più guidato da Bush, ma da uno tra John McCain e Barack Obama. Ma sono americani anche loro.

Tratto dal quotidiano Il Foglio del 13.08.08

L'Italia dei Disvalori

Ai tempi dell’università quando si riusciva a dimostrare un teorema si era soliti terminare con c.v.d.: come volevasi dimostrare. E puntuale, con una lettera sulla Gazzetta di Mantova due signori che presumo simpatizzino per l’IdV, dimostrano quanto un certo pensiero sia permeato nel profondo del giustizialismo dipietrista: fanno passare le gravissime parole del loro leader maximo come un infortunio linguistico - ma se fosse stato un errore avremmo letto delle scuse che invece sono mancate… - e, chiaramente, non entrano nel merito della discussione, ma scrivono una missiva piena di quel livore e di quel rancore che ben rappresentano un certo modo di far politica che sicuramente non mi appartiene.
Di Pietro ha capito che l’ondata giustizialista paga, ha capito che il “partito” dei Grillo, dei Travaglio e dei girotondi attira quella parte di sinistra estrema che oggi non è più rappresentata in parlamento e perciò si candida ad esserne il paladino.
I rutelliani hanno detto esplicitamente che il patto elettorale con l’Idv è stato un errore e che si sarebbe dovuto prendere atto che era stato Di Pietro a romperlo subito dopo le elezioni, non confluendo all’interno del Pd. Una scelta alla quale non seguì una reazione politica. Oggi sappiamo che anche Walter Veltroni, come tutti coloro che prima di lui ci hanno provato, si sia pentito di aver stretto alleanza con i Valori dipietristi.
Un’alleanza che, dal punto di vista parlamentare, si è sciolta come la neve al sole. Ma ciò che ancor di più conta è la mentalità: è l’educazione al dipietrismo che va negata e superata. Chi vuol far politica deve comprendere che il Valore del dipietrismo è un Disvalore. Un’illusione ottica della politica che indica una scorciatoia, ma difficilmente in politica le scorciatoie conducono in luoghi sicuri. Il più delle volte ci si trova a “Piazza Cafona” ad inveire contro Napolitano e Ratzinger. L’Italia dei Valori che diventa l’Italia dei Disvalori. Il più classico dei contrappassi.

Mauro Vinci

Anche Newsweek promuove a pieni voti Berlusconi

Cento giorni da miracolo. Il lusinghiero bilancio dei primi tre mesi di operato del quarto governo Berlusconi è arrivato direttamente dagli Stati Uniti e precisamente dalla rivista “Newsweek”, che negli anni passati non ha lesinato critiche al nostro Paese.

Invece stavolta giunge una promozione con lode per l’Esecutivo guidato dal Cavaliere con un articolo dal titolo eloquente: “Miracolo in cento giorni”. Ed appunto il magazine d’oltreoceano precisa che “nei suoi primi 100 giorni al potere Silvio Berlusconi può aver compiuto l’impossibile: ha stabilito un controllo su questa apparentemente ingovernabile nazione a un livello senza precedenti nella moderna storia italiana”.

Secondo l’analisi degli statunitensi in Italia oggi “i partiti dell’opposizione sono impantanati nei loro bisticci e Berlusconi, primo ministro per la terza volta dal 1994, ha un’approvazione del 55 per cento, superiore a quella di Gordon Brown in Gran Bretagna, Nicolas Sarkozy in Francia e Josè Luis Rodriguez Zapatero in Spagna”. Da qui la considerazione che, mentre il governo Prodi era ostacolato da un’esile maggioranza al Senato e da una coalizione di nove partiti, Berlusconi “ha saputo sfruttare una legge elettorale del 2005 che ha cancellato i piccoli partiti” portandolo a una “sorprendente vittoria a valanga dalla quale l’opposizione sta ancora cercando di riprendersi”.

Un Berlusconi che in sostanza rispetto a sette anni fa ha “perso poco tempo nel consolidare la propria autorità”. Infatti “dopo dieci anni di crescita economica vicina allo zero gli italiani chiedono sicurezza finanziaria e di altro genere. E Berlusconi lo sta facendo con una competenza da pugno d’acciaio in guanto di velluto”. Ma a colpire in particolare la rivista a stelle e strisce è stato il modo con cui il premier ha affrontato sia la vicenda rifiuti in Campania: “Emblematica è stata la sua capacità di pulire le strade di Napoli”; sia il tema criminalità: “Con la stessa determinatezza ha affrontato la percezione che il crimine violento sia in crescita”. Atteggiamenti che per “Newsweek” “potrebbero dare a Berlusconi la copertura per affrontare alcuni dei problemi più profondi dell’Italia”.

Non c’è che dire, più di una promozione per questo governo che ha rscontrato il plauso della maggioranza dove proprio il ministro Rotondi dice di non essere meravigliato dall’editoriale di “Newsweek” visto che “è sotto gli occhi di tutti lo straordinario lavoro fatto finora dal presidente del Consiglio e da tutto l'esecutivo”. Imbarazzo, invece, dall’opposizione in cui è evidente l’impaccio per un articolo di una rivista che proprio spesso dal centrosinistra avevano utilizzato come arma contro lo stesso Berlusconi. Così solo Paolo Gentiloni, responsabile della comunicazione del Pd, riesce a replicare invitando gli esponenti della maggioranza affinchè “ leggano bene quello che scrive “Newsweek”, perchè accanto ad alcuni giudizi positivi c’è anche la constatazione di un profondo malessere sociale ed economico del Paese”.

Editoriali a parte però sono proprio i dati di questo primo scorcio della legislatura a confermare le lusinghiere analisi di “Newsweek”. Infatti non è un caso, che fino ad ora le leggi approvate siano il doppio rispetto ai primi cento giorni del governo Prodi. In tutto dodici, di cui undici come conversione di decreti legge e solo un disegno di legge: il “Lodo Alfano”. Provvedimenti tutti di ispirazione governativa, il che permette già di individuare questa Legislatura come quella in cui il governo svolgerà un ruolo di guida ma anche di forte impulso nell’attività parlamentare. Un aspetto che però alla lunga potrebbe incidere negativamente relegando Camera e Senato al ruolo di semplici uffici di ratifica delle decisioni prese dal governo. Ciò spiega anche la lettera che giorni fa i capigruppo Cicchitto e Gasparri hanno inviato allo stesso Berlusconi proprio per creare una sorta di “cabina di regia” con l’intento proprio di un maggiore coinvolgimento dei parlamentari nelle scelte governative.

Tornando ai numeri tra le dodici leggi oltre il lodo Alfano, che ha stabilito un record particolare e cioè di soli venti giorni per l’approvazione, troviamo normative importanti come il decreto legge sull’emergenza rifiuti, che ha permesso alla Campania di uscire dalla crisi, o quello sulla sicurezza. Senza dimenticare quello sul potere d’acquisto delle famiglie, che ha eliminato l’Ici, o il disegno di legge che ha portato all’approvazione del Trattato di Lisbona. Come detto facendo un raffronto con la scorsa legislatura risalta il maggiore impegno di questo governo visto che allora furono appena sei i provvedimenti varati. La metà, quindi, e tutti d’iniziativa governativa.

Dal governo al Parlamento, qui sul fronte del numero complessivo delle sedute finora al Senato sono state 48 per 110 ore complessive, mentre Montecitorio si è fermato a 44 sedute ma con più ore di lavoro: 240. Sempre dando uno sguardo a quanto fatto nella scorsa legislatura alla Camera sono quasi 100 le ore in più, visto che allora furono complessivamente 149. Ma è il dato del Senato che fa maggiormente riflettere visto che rispetto alla XV legislatura a Palazzo Madama prima della pausa estiva furono soltanto trenta le sedute dei senatori. Quasi venti riunioni d’Aula in meno, un dato che la dice lunga sullo scarso impegno del Senato. Inferiore anche il numero delle sedute della Camera quando era guidata da Fausto Bertinotti. Allora furono 36 contro le 44 attuali.

La conferma di una ridotta attività del Parlamento nell’era della vittoria dell’Unione, una vittoria che poi si dimostrerà più fragile del previsto. Non manca nemmeno qualche curiosità in questa prima fase di legislatura come quella del numero complessivo dei progetti di legge presentati che alla Camera sono stati 1. 534 proposte di legge di cui 1. 501 di iniziativa parlamentare, 22 del governo, sette delle regioni e quattro di iniziativa popolare. A Palazzo Madama invece in totale sono 940 i disegni di legge, ai quali si aggiungono i 12 trasmessi dalla Camera per un totale di 952. Venticinque sono quelli di iniziativa del governo, 921 d’iniziativa parlamentare, 4 di iniziativa popolare e due dei Consigli regionali. Infine i promossi ed i bocciati: la “maglia nera” per le assenze al voto tocca a Mirko Tremaglia del Pdl, che non ha partecipato a nessuna votazione da fine aprile ad oggi. A seguire Piero Fassino, assente all’85 per cento delle votazioni ed Antonio Angelucci del Pdl con l’83 per cento delle assenza. Il record invece per il numero maggiore di proposte di legge spetta ad Angela Napoli, deputata del Pdl con 66 proposte di legge, seguita da Luca Volontè dell’Udc con 51 progetti di legge e Francesco Colucci del Pdl con 33 proposte di legge.

Dario Caselli
Tratto dal sito www.loccidentale.it del 13.08.08

In Italia non rinasce il fascismo ma, con Famiglia Cristiana, rischiano di nascere sempre meno cattolici. E cristiani...

C'era una volta Famiglia Cristiana, il giornale di tutte le famiglie cristiane d'Italia. Sono stato abbonato per diversi anni, oggi non più.

La visione politica che ispira gli editoriali, soprattutto di Beppe Del Colle, è apertamente di centrosinistra. Fin qui, nulla di male. Ritenere, però, ogni qual volta che Silvio Berlusconi diventa Presidente del Consiglio, il fascismo alle porte è una tiritera che non fa onore a persone intelligenti.

Silvio Berlusconi è stato Presidente del Consiglio per circa un anno, nel 1994. Lo è stato di nuovo, per cinque anni, dal 2001 al 2006. Sempre in compagnia della Lega e di An. Lo è di nuovo da pochi mesi e persino Newsweek ne ha appena elogiati i primi 100 giorni.

Dov'è il rischio di un ritorno al fascismo? Dove lo vede, Famiglia Cristiana, il fascismo?

Cerchi, piuttosto, di liberarci dal cattocomunismo, due termini che non possono stare bene insieme, anche se c'è chi si ostina, da decenni, a tenerli insieme.

Famiglia Cristiana ha avuto un crollo di vendite, ha snaturato la sua fisionomia, ha perso molto del sacro per aprirsi al profano.

Ci dispiacerebbe se, per colpa sua, nascessero sempre meno cattolici. E cristiani.

Davide D'Alessandro

mercoledì 13 agosto 2008

Per Di Pietro e Travaglio le sentenze sgradite non hanno alcun valore

Il leader dell'Idv e il girotondino continuano a ritenere colpevole l'ex ministro Gava. Vestali di ogni atto giudiziario, però ai nemici negano l'innocenza anche se stabilita da un verdetto

In qualche nazione europea il negazionismo è reato. Ci si va in galera. Una misura che indigna tutti coloro che hanno a cuore la libertà di pensiero e di parola, su questo non ci piove. Però in certi casi risulterebbe una mano santa. Servirebbe, intanto, per dare una calmata a Tonino Di Pietro e a Marco Travaglio, negazionisti cocciuti e protervi.

È morto Antonio Gava. Morto innocente - tale riconosciuto con sentenza definitiva - dopo anni di tormente giudiziarie che non gli risparmiarono carcere e gogna mediatica. Così incolpevole che lo Stato verserà, agli eredi, 200mila euro «per il danno subito dall’ordinanza cautelare e dal processo per concorso esterno in associazione camorristica conclusosi con l’assoluzione». E quei Bibì e Bibò delle manette, niente. Insistono nel negare l’innocenza di Gava. «Imputato eccellente di uno dei più grossi processi effettuati dallo Stato contro la camorra - scrive Di Pietro a cadavere ancora caldo - non era ancora morto che in molti lo hanno già dichiarato Santo, una vittima della stagione del giustizialismo».

E per dimostrare che così non è, che Gava non fu vittima del giustizialismo, ma un delinquente comune, un camorrista della peggior risma, l’ex magistrato, che con la penna poco ci va d’accordo, lascia il campo a Marco Travaglio riportando per filo e per segno l’articolo scritto da questi - a cadavere ancora caldo - per l’Unità.

Parrebbe strano, quasi contro natura, che sia Bibì sia Bibò, sempre a ripetere che le sentenze sono sentenze, che dura lex sed lex, che chi non prende rispettosamente atto del verdetto di un Tribunale compromette la dignità, l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura, facciano carta straccia della sentenza Gava. Ma il negazionista non si ferma neanche davanti alla propria coscienza e gli viene spontaneo, naturale, affermare che l’assoluzione per non aver commesso il fatto non conta. Non fa testo. Fanno testo, invece, le motivazioni di quella sentenza che è sì di assoluzione, ma nei fatti di condanna.

Le così dette «sentenze creative», quelle cioè che insinuano la colpevolezza dell’imputato finito assolto per assoluta mancanza di prove o indizi a carico, sono il pane per i manettari e negazionisti alla Di Pietro e alla Travaglio. Con la complicità - certamente involontaria, ci mancherebbe - del magistrato possono infatti seguitare a scaricare palate di sterco giustizialista sulle loro vittime, e ridersela.

Scrive Travaglio. Bravi, voi, che credete innocente Gava solo per quella bagatella dell’assoluzione. Sentite cosa si legge, nella motivazione, aprite le orecchie: «Appare evidente che la consapevolezza da parte dell’imputato dell’infiltrazione camorristica nella politica campana, insieme allo stretto rapporto mantenuto con gli esponenti locali della sua corrente e con le istituzioni politiche del territorio medesimo, nonché all'omissione dei possibili interventi di denuncia e lotta al sistema oramai instauratosi in zona, costituiscono elementi indiziari di rilievo da cui potersi dedurre la compenetrazione dell’imputato nel sistema medesimo». Compenetrazione, ovvero complicità.

Dunque, Antonio Gava era un camorrista. Consapevole (al pari di Travaglio e di Di Pietro, ben al corrente ed anzi, consapevoli che così stanno le cose) dell’infiltrazione camorrista nella politica campana. Ergo, camorrista. Però assolto, proprio da colui che ne sottintenderebbe la colpevolezza, per-non-aver-commesso-il-fatto. È la giustizia che piace ai manettari, ai Travaglio e ai Di Pietro, la giustizia fai da te.

Paolo Granzotto
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 12.08.08

Dare a Cesare quel che è suo

Esce martedì 12 agosto negli Stati Uniti un nuovo libro di Charles Joseph Chaput, cappuccino e arcivescovo di Denver (Render Unto Caesar. Serving the Nation by Living Our Catholic Beliefs in Political Life, New York, Doubleday, 2008, pagine 258, dollari 21, 95). Ne pubblichiamo in anteprima una recensione.

Questo libro, benché sia rivolto principalmente ai cattolici, servirà anche a promuovere un dibattito molto necessario all'interno della Chiesa e al di fuori di essa. Inoltre, viene pubblicato in un momento particolarmente significativo: la vigilia di una delle più importanti elezioni presidenziali della storia americana recente. Il testo può essere letto a diversi livelli, che si illuminano a vicenda.

Il primo livello ci viene suggerito dal sottotitolo: "Servire la nazione vivendo il nostro credo cattolico nella vita politica". Al centro della posizione dell'autore c'è il fatto che la fede, sebbene intensamente ed essenzialmente personale, non è però mai privata. Il rapporto con Dio attraverso Gesù Cristo è anche rapporto con altri in Gesù Cristo, come spiega benissimo la scena del giudizio nel venticinquesimo capitolo del Vangelo di Matteo. Tuttavia, anche a prescindere da questo, la fede biblica ha sempre implicazioni sociali e persino politiche. Chiunque prenda sul serio la tradizione profetica dell'Antico Testamento lo riconosce subito. Il compimento della rivelazione in Gesù Cristo non fa che intensificare la vocazione del credente a promuovere l'avvento del Regno in ogni dimensione della vita umana.

La dottrina sociale della Chiesa cattolica - dalla Rerum novarum di Leone xiii, passando per la Gaudium et spes del Vaticano ii fino al recente discorso alle Nazioni Unite di Benedetto XVI - è l'applicazione permanente di questa tradizione profetica ai contesti mutevoli della storia mondiale. L'arcivescovo Chaput esprime così la propria convinzione: "La Chiesa non rivendica il diritto di dominare la dimensione secolare, ma ha tutto il diritto - di fatto l'obbligo - di impegnare l'autorità secolare e di sfidare quanti la esercitano a soddisfare le esigenze di giustizia. In questo senso, la Chiesa cattolica non può stare, non è mai stata e non starà mai "fuori dalla politica". La politica implica l'esercizio del potere. L'uso del potere ha un contenuto morale e conseguenze umane. Il benessere e il destino della persona umana sono decisamente materia, e speciale competenza, della comunità cristiana" (pp. 217-218; i corsivi sono nel testo originale).

D'altro canto vi sono personalità influenti, sia negli Stati Uniti sia in Europa, che cercano di ridurre la religione e la fede a un'opzione privata senza un ruolo pubblico da svolgere. Quindi cercano di edificare ciò che un critico definisce a naked public square, "una nuda pubblica piazza", rinchiudendo così la religione tra le pareti domestiche e secolarizzando totalmente la dimensione pubblica. Per l'arcivescovo Chaput questa strategia non solo snatura la religione, e in particolare il cattolicesimo, ma è in profonda contraddizione con l'unicità storica dell'"esperimento americano della democrazia". Il cosiddetto "muro di separazione" fra Stato e Chiesa negli Stati Uniti - un'espressione utilizzata spesso in maniera fuorviante - non ha mai voluto escludere il pieno impegno dei credenti nella vita politica e civile della nazione, e l'ingiunzione della Costituzione americana contro il "riconoscimento" istituzionale della religione è stata una preziosa tutela contro l'intrusione arbitraria dello Stato negli affari religiosi.

L'autore si ispira in modo significativo al pensiero del teologo gesuita John Courtney Murray, che al Vaticano ii svolse un ruolo importante nell'elaborazione della pionieristica dichiarazione conciliare Dignitatis humanae sulla libertà religiosa. Murray sosteneva - e Chaput è d'accordo - che i documenti fondanti della democrazia americana avevano fatto ricorso a un'idea di legge naturale che afferma le verità universali sulla condizione umana. Quindi i cattolici, con il loro impegno per la tradizione della legge naturale, possono apportare un contributo importante alla vita pubblica e al processo politico americani. Infatti, come si può contribuire al bene comune se non si portano nei dibattiti e nelle discussioni le proprie convinzioni morali e i propri valori profondi?

Inoltre, le figure più autorevoli della tradizione cattolica, come san Tommaso d'Aquino, riconoscono la legittima autonomia della dimensione secolare. La pretesa di "Cesare" alla lealtà e alla dedizione dei cittadini è legittima, ma la lealtà non può mai usurpare l'obbedienza e il culto che si devono solo a Dio. L'arcivescovo Chaput dedica un capitolo commovente al santo inglese Tommaso Moro, che Papa Giovanni Paolo II definì "il celeste patrono dei governanti e dei politici". La grandezza di Moro sta nella sua lotta coraggiosa per restare fedele al proprio dovere verso il suo sovrano terreno senza mai compromettere la sua dedizione fondamentale ai dettami della propria coscienza come riflesso della sua obbedienza al suo Re celeste. Come è ben noto, questa coerenza alla fine gli costò la vita, ma la sua testimonianza resta una forza potente e una ispirazione per quanti cercano di illuminare l'ordine sociale con la luce del Vangelo.

Il secondo livello di lettura del libro è un appello ai cattolici americani a riacquistare una comprensione salda e completa della propria tradizione di fede. Troppo spesso, nei quarant'anni trascorsi dal concilio, i cattolici si sono ritrovati divisi da appelli selettivi all'uno o all'altro aspetto della tradizione. Questa tendenza a scegliere selettivamente è stata definita cafeteria Catholicism, cattolicesimo à la carte, e il crescente individualismo di una società americana orientata al consumo non ha fatto che esacerbarla. Dunque, invece di essere "lievito" nella società, vi è il rischio di adattarsi indiscriminatamente alla cultura contemporanea, e questo indebolisce la testimonianza evangelica della Chiesa. L'autore lancia una sfida diretta ai cattolici: "In quanto cattolici dobbiamo guardare in modo più lucido e autocritico a noi stessi come credenti, alle questioni che sono alla base dell'erosione attuale dell'identità cattolica, all'assimilazione totale - ma forse assorbimento è un termine migliore - dei cattolici da parte della cultura americana" (p. 84).

In effetti, l'arcivescovo Chaput pone ai suoi compatrioti la stessa sfida che san Paolo pose ai suoi concittadini dell'impero romano: "Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto" (Romani, 12, 2). La chiave qui è la virtù del discernimento - e questo è sempre un compito arduo. Tuttavia sarebbe ingenuo non ammettere che il discernimento autentico pone problemi particolari nella nostra epoca in cui l'influsso dei mezzi di comunicazione sociale è tanto dilagante. I sistemi di comunicazione immediata offrono di certo dei benefici, ma possono anche, a causa della loro assuefazione all'effimero, impedirci di fare quella necessaria e accurata valutazione che sola può aiutarci a formulare un giudizio valido. Inoltre, gran parte dei mezzi di comunicazione sociale più diffusi (musica, film, videogiochi) promuove un divertimento di pura evasione o di natura violenta, che anestetizza e offusca la coscienza. Nessuna meraviglia dunque che l'arcivescovo Chaput ricorra diverse volte all'analisi del critico della cultura contemporanea Neil Postman e al suo libro, dal titolo inquietante, Amusing Ourselves to Death ("Divertirsi da morire").

La valutazione realistica di Chaput della sfida che dobbiamo affrontare sfocia in un rinnovato apprezzamento del costo dell'essere discepoli. Evoca figure come il pastore luterano tedesco Dietrich Bonhoeffer, il sostenitore americano dei diritti civili Martin Luther King e il vescovo cattolico vietnamita, poi cardinale, François-Xavier Nguyên van Thuân come testimoni esemplari di ciò che una coraggiosa sequela di Cristo può implicare. Di fronte alla loro testimonianza di fede la nostra propensione ai facili compromessi può apparire un tradimento.

Alla fine, il criterio definitivo di un discernimento che sia fonte di vita per un cristiano può essere solo il Signore Gesù. Egli è il tesoro assoluto della Chiesa, il Vangelo di vita che siamo chiamati a condividere. L'autore scrive: "La fede cattolica è molto più di un insieme di principi sui quali concordiamo. È piuttosto uno stile di vita completamente nuovo. Le persone devono vedere questa nuova vita vissuta. Devono vedere la gioia che essa reca. Devono vedere l'unione del credente con Gesù Cristo" (p. 190; il corsivo è nel testo originale).

Infine, il terzo possibile livello di lettura del libro è quello di una lettura del Concilio Vaticano ii. Sebbene non utilizzi il termine e nemmeno affronti la questione ex professo, l'arcivescovo legge chiaramente il Vaticano ii attraverso la lente di una "ermeneutica della riforma" all'interno della tradizione millenaria della Chiesa.

Di fronte a frequenti appelli allo "spirito" del Concilio, afferma esplicitamente: "L'insegnamento del Vaticano ii è innanzi tutto e soprattutto nei documenti conciliari stessi. Nessuna interpretazione del concilio ha valore a meno che non proceda organicamente da cosa ha effettivamente detto, e poi vi rimanga fedele" (p. 112; il corsivo è nel testo originale). Inoltre, quanto il concilio ha effettivamente affermato va compreso nel contesto del suo intero complesso di insegnamenti. Quindi, per quanto siano importanti la dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane (Nostra aetate) o la dichiarazione sulla libertà religiosa (Dignitatis humanae), esse devono sempre essere lette nel contesto generale fornito dalle quattro "costituzioni" - i principali pilastri del Vaticano ii. In particolare esse vanno lette alla luce della visione cristocentrica del concilio che trae il suo orientamento dalla confessione della Lumen gentium che "Cristo è la luce delle genti" (n. 1) e dalla gioiosa affermazione della Gaudium et spes che "Cristo rivela pienamente l'uomo a se stesso e gli rende chiara la sua altissima vocazione" (n. 22).

È vero naturalmente che i lavori conciliari sono stati focalizzati sull'ecclesiologia e che il concilio non ha dedicato un documento specificamente alla cristologia. Nonostante questo la visione del concilio è stata permeata dalla cristologia - e in particolare da una cristologia "alta". Ho scritto altrove a proposito della "profonda grammatica" cristologica del Vaticano ii: come cioè tutto l'insegnamento del Vaticano ii deve essere letto alla luce della sua confessione dell'unicità di Gesù Cristo. Nel libro dell'arcivescovo Chaput ritrovo questa stessa convinzione. Per esempio scrive: "Dobbiamo radicare la dimensione sociale della nostra fede cattolica e qualunque altra cosa facciamo nell'amore di Dio, che alimenta la nostra missione di evangelizzazione. Non possiamo offrire un'azione sociale cattolica agli uomini e alle donne del mondo senza al contempo offrire loro Gesù Cristo" (p. 193). La missione e l'identità cattoliche sono inseparabili e trovano espressione sacramentale nell'Eucaristia, fonte e culmine della vita cattolica: ecclesia de Eucharistia. L'arcivescovo afferma: "La Chiesa cattolica è una rete di rapporti basati sulla relazione più importante di tutte: il dono di sé di Gesù Cristo nell'Eucaristia per la nostra salvezza. Nessuno di noi si guadagna il dono dell'amore di Cristo. Nessuno di noi "merita" l'Eucaristia" (p. 223).

In uno degli ultimi capitoli l'autore affronta alcune questioni pastorali relative all'accesso all'Eucaristia da parte di personalità pubbliche che sostengono pratiche giudicate dalla Chiesa intrinsecamente malvagie, per esempio l'aborto. L'atteggiamento dell'arcivescovo è sensibile dal punto di vista pastorale e convincente da quello teologico. Aiuterà a fare chiarezza nell'attuale dibattito e nel discernimento su questa delicata materia - una materia che esige di essere affrontata per il bene dell'integrità della fede.

Insomma, l'arcivescovo Chaput ha scritto un libro documentato, equilibrato, civile e incisivo. Andrebbe letto, discusso, preso a cuore negli Stati Uniti e altrove. Per molti versi il suo messaggio è semplice, ma di certo non semplicistico. Pone esplicitamente la domanda che cosa debbano fare i cattolici oggi per il loro Paese, e risponde in modo altrettanto esplicito: "La risposta è: non mentire. Se ci professiamo cattolici, dobbiamo dimostrarlo. La vita pubblica americana ha bisogno di persone che difendano a fronte alta, senza infingimenti, la verità della fede cattolica e i comuni valori umani che essa sostiene" (p. 197; il corsivo è nel testo originale). Io trovo qui una chiara eco di ciò che l'apostolo Paolo indica agli Efesini (4, 25) come requisito della loro unione in Cristo: "Lasciate dunque la menzogna: dite la verità, ciascuno al proprio prossimo; siamo infatti membra gli uni degli altri".

Tratto dal quotidiano L'Osservatore Romano del 11.08.08

lunedì 11 agosto 2008

Ecco i giovani del pensatoio di Formigoni. Tra loro c'è anche il consigliere di Fi Vinci

C'è anche il consigliere comunale azzurro Mauro Vinci , tra gli autori dei saggi di politica raccolti nel volume curato dalla Fondazione Europa Civilità (creata dal presidente della Regione, Roberto Formigoni) intitolato `Per un bene possibile' . Il libro, edito dalla Marietti (18 euro), è uscito nelle librerie da poche settimane e rappresenta il punto di arrivo della scuola di politica organizzata nel 2007 dalla Fondazione e che ha visto tra i relatori personaggi come Josè Maria Aznar, Silvio Berlusconi, Francesco Rutelli, Franco Frattini, Roberto Maroni.
Probabile che dai partecipanti ai seminari (tutti al di sotto dei 40 anni di età) esca la classe dirigente dell'area che farà ri ferimento a Formigoni e a Mario Mauro nel futuro Pdl .
Al termine dei seminari, i300 allievi sono stati invitati a svolgere dei saggi sui temi affrontati (l'azione politica e amministrativa vista secondo il concetto di sussidiarietà, principio caro ai cattolici liberali): tra i dieci selezionati c'è anche quelli di Vinci . Il titolo: Servizi pubblici locali : quali innovazioni nel ruolo dell'ente locale? Quali spazi per il non-profit?. «Sì — commenta Vinci, 36 anni — mi sono occupato del futuro dei servizi pubblici locali, con un occhio di riguardo al principio di sussidiarietà. Purtroppo gli enti locali usano le aziende che erogano servizi locali (energia, sociale, trasporti e via dicendo) in un'ottica di mero consenso elettorale a tutto discapito del cittadino-cliente. La proposta è di creare liberalizzazione e quindi privatizzare attraverso la concorrenza» .

Nicola Corradini
Tratto dal quotidiano La Gazzetta di Mantova del 10.08.2008

Pdl, l'anima cattolica all'attacco: «Primarie per scegliere il leader»

«Primarie per scegliere il leader provinciale del Pdl e il candidato sindaco per il 2010». A voler chiamare alle urne il popolo del centrodestra, segnatamente quello di Fi, An e degli altri componenti del Popolo della libertà, per scegliere la classe dirigente del futuro partito e il candidato da mettere in campo per tentare di strappare a Pd e centrosinistra l'amministrazione di via Roma, sono i cattolici di Libertà in Azione, gruppo interno di Forza Italia guidato da Arnaldo De Pietri (presidente) e Simone Paganini. Che si muovono anche in vista del congresso cittadino degli azzuri .

Il recente ingresso in scena di questo gruppo di esplicita ispirazione cattolica (molti aderenti sono dall'area di Comunione e Liberazione, ma non è questa l'unica componente presente nella nuova associazione) sta muovendo
le acque nel partito azzurro commissariato da alcuni anni
Questa proposta delle primarie non sembra destinata ad esaurirsi con la stagione estiva .
«Il Popolo della Libertà — dice De Pietri — deve porsi l'obiettivo generale e un programma di governo per rilanciare la nostra provincia e toglierla dall'isolamento in cui si trova. Questo può avvenire creando un partito unito e in grado di incentivare la partecipazione democratica dei propri iscritti, cosa che si può favorire attraverso il metodo delle primarie per scegliere le candidature (nel 2010 ci sono le comunali) e per la classe dirigente del partito» . Dice dí più, De Pietri: «Anche noi dobbiamo instaurare la separazione delle carriere . Non è più accettabile che chi è consigliere regionale ricopra anche il ruolo di segretario provinciale, perchè l'interesse ad essere rieletto influirebbe su scelte e indirizzi politici . Questo è umano, ma sbagliato » . Per quanto De Pietri non scenda in particolari, è evidente che il messaggio è rivolto ai due consigliere regionali mantovani del futuro Pdl : Enzo Lucchini (ex coordinatore di Fi) e Carlo Maccari (presidente di An) . Ma il gruppo pensa anche al congresso cittadino di Fi previsto per la fine di settembre.
«Ammesso che si celebri davvero — avverte De Pietri — siamo disposti a non avanzare candidature, purchè i candidati coordinatori si misurino e si confrontino sul primo obiettivo che un partito di centrodestra deve avere a Mantova oggi: vincere le elezioni per governare la città». Ma qual'è la forza numerica di cui dispone questa area? «In città contiamo su 70 – 90 iscritti — dice De Pietri secondo i nostri conti il gruppo può essere determinante per decidere gli esiti del congresso cittadino. Oggi non siamo nè con Lucchini nè con Arioli: decideremo chi appoggiare il giorno del congresso» .

Nicola Corradini
Tratto dal quotidiano La Gazzetta di Mantova del 10.08.2008

Ad Arioli e Sogliani dico: facciamo un blocco unico

«Vogliamo costituire un blocco cattolico all'interno del futuro Pdl . Per questo siamo interessati ad avere un rapporto con i Cattolici moderati di Sogliani, con le componenti cattoliche di An e con l'area all'interno di Fi che fa riferimento
a Romano Arioli». Arnaldo De Pietri ripete la ratio politica del gruppo di Libertà in Azione dopo averla annunciata un mesetto fa presentando la nuova componente . Con una novità significativa. Tra gli interlocutori possibili cita anche Arioli, l'antagonista storico dell'ex coordinatore provinciale, oggi vice presidente del consiglio regionale, Enzo Lucchini. Citazione che non va necessariamente interpretata come un a scelta di campo tra le due principali aree che da anni si contendono la guida del partito mantovano (competizione, va detto, che fino all'ultimo congresso celebrato a Goito prima del commissariamento, è stata sempre vinta dai lucchiniani). Sembra piuttosto il tentativo di coinvolgere nel progetto del `blocco cattolico' in quella fetta di iscritti azzurri che fa riferimento alla cultura politica della vecchia Dc. Una mano tesa ad Arioli non comporta infatti un'automatica estensione dell'invito all'altra anima del gruppo di oppositori di Lucchini, quella `socialista' che fa riferimento a Gianni Martinelli.

Nicola Corradini
Tratto dal quotidiano La Gazzetta di Mantova del 10.08.2008

I reggenti Pdl? Squadra scelta dalla base

Roberto Formigoni si è portato il lavoro in vacanza. Entro la fine di agosto sarà deciso il metodo di elezione del reggente («regole democratiche al 100%» assicura Silvio Berlusconi), a settembre Milano ospiterà la prima festa del Pdl e il vicepresidente di Forza Italia dal suo buen retiro sulle Alpi telefona, scrive, prepara incontri. «Si avvicina a passi veloci la meta finale, la costituzione del partito unico. Un processo che interessa Forza Italia e An e anche gli altri che hanno già sposato il progetto del Pdl e cioè partiti alleati ma anche gruppi, movimenti, personalità della società civile».
Che tipo di congresso state preparando?
«Ci sarà un congresso di fondazione con ampie garanzie democratiche per tutti, sia per i partiti che per i gruppi che per le singole personalità. Nasce un vero nuovo partito e la democrazia interna è la sua regola di funzionamento. Prima del congresso di fondazione, a fine gennaio, ci saranno i congressi di scioglimento dei partiti, diciamo a metà gennaio».
Chi sarà il reggente del Pdl?
«Attenzione, il partito ha già un grande leader che è Berlusconi. Diversa è la questione del reggente, importa poco chi sarà, lo vedremo cammin facendo. È preferibile che sia una persona affiancata da un comitato di reggenza, un primus inter pares. Nasce un partito del 45 per cento, che rappresenta la metà dell’Italia. Reggente e comitato saranno scelti sentendo la base».
È politicamente opportuno che il reggente sia di An o è preferibile che sia espressione del socio di maggioranza?
«Non può esserci nessuna preclusione, anche se sappiamo che il contributo più grande lo porta Forza Italia e per questo la candidatura di un uomo o di una donna di Forza Italia non dovrà stupire nessuno. Gli accordi per i delegati al congresso sono 70 a 30 o 75 a 25, sia pure spalmati sul territorio».
Per il ruolo di reggente ci sarà anche la candidatura Formigoni?
«Parleremo con Berlusconi e con gli altri del mio ruolo. Credo che nel comitato di reggenza potrò dare il mio contributo insieme ad altri ma ci sarà tempo per decidere, anche tenuto conto delle garanzie di continuità e del fatto che Berlusconi mi ha chiesto di essere vicepresidente di Forza Italia. Voglio sottolineare che lo dico con spirito di servizio».
Pensa a primarie tra i militanti o consultazioni tra gli iscritti?
«Niente primarie. Abbiamo due partiti strutturati in cui gli iscritti si sono già pronunciati, ci sono gli eletti, i coordinatori, espressione già forte di un consenso della base. Le modalità con cui sentire la base le stabiliremo nelle riunioni che si faranno già prima di fine agosto perché i tempi sono estremamente ravvicinati e bisogna tener conto anche di questo per scegliere il metodo migliore. Potrebbe anche succedere che An sente i suoi in un modo e Forza Italia in un altro».
Partito aperto o club esclusivo?
«Vorrei che le porte fossero aperte per tutti. Mi auguro che il processo che parte interessi sempre più i moderati italiani, anche quelli che si collocano sulla riva opposta. Spero che si sia tutti consapevoli di dover costruire una cosa nuova, una casa in cui tutti gli italiani si trovano a loro agio. Detto questo, è positivo che il Pdl eserciti forza di richiamo ma ci devono essere regole chiare per tutti».
Enrico Letta ha invitato il Pd ad abbandonare l’antiberlusconismo.
«Mi sembra una manifestazione di buon senso. Credo che il centrosinistra italiano abbia bisogno di questo, anche perché l’antiberlusconismo li ha portati a schiantarsi. È l’atteggiamento che ci aspettavamo dal centrosinistra in questa legislatura. Non l’ha imboccato ma è sempre in tempo per cambiare strada. Vediamo se alle parole seguiranno i fatti».
C’è il problema di chi chiede di rientrare. La Santanchè?
«Esiste una regola: per le persone che hanno avuto precedenti militanze e vogliono entrare nel nuovo partito si devono pronunciare tutti i partiti fondatori».
E l’Udc?
«La regola vale per tutti».

Sabrina Cottone
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 10.08.2008