giovedì 31 luglio 2008

Don Giussani, l’unicità dell’Io e degli altri

Sono i libri da me più attesi e temuti. Sono i libri detti «dell’équipe», da tre anni in uscita presso Rizzoli, che raccolgono i testi degli incontri tenuti da don Luigi Giussani con gruppi di responsabili di Comunione e Liberazione. Uomini senza patria è il titolo di quest’anno (pagg. 400, euro 11), e il periodo preso in considerazione è il biennio 1982-83.

La forza di questi libri sta nel livello di familiarità tra don Giussani e quei ragazzi: una familiarità che era però l’occasione di un a-fondo diretto, spesso molto duro, senza imbottiture di circostanza, sui temi all’ordine del giorno.

La presunzione di trasformare questi colloqui in libri, e quindi in strumenti ritenuti utili per tutti (per chi c’era e per chi non c’era, per chi è ciellino e per chi non lo è, per chi è cristiano e per chi non lo è, e perfino per i non credenti) si giustifica per l’importanza ultimativa di quegli ordini del giorno - che poi si riducevano a un solo ordine del giorno, quello di noi tutti: la nostra vita con la sua sete di un significato totale.

Il titolo è preso da una frase che Giovanni Paolo II disse a don Giussani e alcuni amici: «Voi non avete patria».

«Fino a quando - scrive don Giussani - il cristianesimo è sostenere dialetticamente e anche praticamente valori cristiani, esso trova spazio e accoglienza dovunque. Ma là dove il cristiano è l’uomo che annuncia nella realtà umana, storica, la presenza permanente (... ) di Dio fatto Uno tra noi, oggetto di esperienza (come quella di un amico, di un padre o di una madre), attivamente determinante come orizzonte totale, come ultimo amore (... ), questo uomo non ha patria». «L’avvenimento cristiano - dice ancora - ha questo come suo oggetto, come suo contenuto: la conoscenza di Cristo».

Chi fa questo non può essere amico del mondo, perché essere amici del mondo significa cercare un posto nel mondo, essere bene accolti, ospiti graditi in quanto parte del mondo stesso, e quindi già neutralizzati nella propria unicità di persone.

Si capisce così come la posta in gioco qui, come in san Paolo è sì la fede, ma la fede intesa come legame concreto, affettivo e razionale, con la persona di Gesù Cristo: un rapporto esauriente, capace di produrre una pace nuova. In altre parole: la posta in gioco è l’io, la sua irriducibilità, la sua pienezza. Non vi preoccupate se siete ciellini o no, credenti o atei: leggete questo libro. La sua forza, nata da uno spunto concretissimo, si dilata, è per tutti. Come le lettere di san Paolo o, se volete, quelle di don Milani.

Luca Doninelli
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 31.07.08

mercoledì 30 luglio 2008

L'eurodeputata rom Jaroka difende l'Italia

Il commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa ha pubblicato, oggi a Strasburgo, un durissimo rapporto sulla sua missione speciale a Roma del 19 e 20 giugno scorsi, in cui ha incontrato il ministro degli Interni Roberto Maroni e varie Ong.

«Una politica dell'immigrazione non può essere ispirata solamente da preoccupazioni di sicurezza. La valorizzazione dei diritti fondamentali e dei principi umanitari è largamente assente dalle misure prese, in questo momento, in Italia, che rischiano di aggravare il clima di xenofobia», si legge nella presentazione del rapporto apparsa oggi come prima notizia sul sito del commissario Thomas Hammarberg.

Le comunità dei nomadi, prosegue il commissario, hanno «espresso un bisogno di protezione a dir poco drammatico». Hammarberg ammette la necessità di agire con fermezza contro i singoli criminali con una «rafforzata cooperazione giudiziaria a livello internazionale», ma non accetta il ricorso a una serie di misure che comportano «il chiaro rischio di collegare l'insicurezza a un gruppo specifico di popolazione, e di generare confusione fra criminali e stranieri». «Questo rischio - secondo il commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa - dovrebbe essere evitato con attenzione, se non si vogliono alimentare ulteriormente le tendenze xenofobe».

La migliore difesa a queste critiche è arrivata dell'eurodeputata ungherese di entnia rom Livia Jaroka, iscritta al gruppo del Ppe.

Secondo Jaroka la decisione del governo italiano di estendere la raccolta dei dati dattiloscopici a tutta la popolazione italiana dal 2010 supera ogni polemica. L'eurodeputata sottolinea che il censimento è «necessario» per dare una cittadinanza «a quei bambini e immigrati che non hanno assolutamente alcun documento».

Tuttavia, a lungo termine l'integrazione dei rom potrà realizzarsi soltanto attraverso l'offerta di posti di lavoro, sottolinea Jaroka. «Questo renderà i rom dei cittadini contribuenti», afferma l'eurodeputata, secondo cui negli ultimi anni la Commissione europea ha trascurato il problema.

Infine l'eurodeputata ha lanciato un appello ai media a non rappresentare un'immagine stereotipata dei rom, sottolineando che pochi ne conoscono la cultura.

Tratto dal sito www.ilsussidiario.net

L’Europa si inventa i raid della polizia contro i rom. Maroni: clamorose falsità

Le forze dell’ordine capaci di compiere raid nei campi rom sparsi sul territorio, leggi adottate sulla scorta di pregiudizi razziali, prefetti dai superpoteri in contrasto con i principi dello Stato di diritto, pubblica sicurezza garantita col terrore poliziesco. Questa è l’Italia secondo il Consiglio d’Europa, parola di Thomas Hammarberg. Quadro immortalato nella relazione sui diritti umani delle popolazioni rom e sinti che vivono nel nostro Paese. Piena di incongruenze in materia legislativa, imprecisioni cronologiche, verità di parte, autentiche bufale e non pochi strafalcioni. Come quello che individua la povera Giovanna Reggiani, massacrata nei pressi della baraccopoli abusiva di Tor di Quinto a Roma da un romeno reo confesso, nella fantomatica «Giovana Grenga, del cui assassinio i giornali italiani hanno accusato senza prove un romeno». Dopotutto, tra le fonti «ufficiali» del documento si trova di tutto: dai siti indipendenti dell’associazionismo ai blog vagamente anarchici, dalle preziose consulenze di una candidata rom nelle liste di Rifondazione comunista (non eletta) al Parlamento e qualche articolo di Repubblica.

Deve essere stata davvero una due-giorni intensa e illuminante per lo svedese commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa. Quando il 19 giugno scorso Hammarberg è sbarcato per la prima volta in Italia, ha dichiarato appena sceso dall’aereo: «Sono venuto qui per farmi una mia opinione sulla situazione dei migranti e della minoranza rom nel vostro paese». Una visita lampo, dunque, «fitta» di incontri con il ministro dell’Interno Roberto Maroni, il presidente nonché il segretario dell’Associazione nazionale magistrati e soprattutto tante associazioni e Ong che difendono al causa dei rom, dall’Opera Nomadi alla Federazione Insieme. Compresa la partecipazione alla Giornata mondiale del Rifugiato ai Musei di San Salvatore in Lauro. Tutto in meno 48 ore. Una puntatina «mordi e fuggi», ma quanto è bastato per giungere alla seguente conclusione: «Una politica in materia di immigrazione non può basarsi solo sulle preoccupazioni relative alla sicurezza pubblica. Le misure adottate al momento in Italia non rispettano i diritti umani e i principi umanitari e rischiano di appesantire il clima di xenofobia».

Da ieri il diario di viaggio del garante europeo dei rom e sinti è diventata un documento ufficiale, sebbene ancora sottoforma di bozza, inviata al governo con le relative raccomandazioni. E il testo contiene toni tanto allarmistici da mettere in discussione il rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950.

Le premesse e le accuse
Il commissario parte subito in quarta associando le manifestazioni popolari di protesta - come quelle di Roma, all’indomani dell’omicidio Reggiani da parte di Romulus Nicolae Mailat, o i roghi al campo nomadi di Ponticelli (Napoli), dopo il tentato rapimento di una bambina di sei mesi ad opera di una zingara - ai provvedimenti normativi varati dal governo. Testualmente: «Episodi a volte molto violenti che rientrano nel quadro dell’adozione o della preparazione, in tempi relativamente brevi, di una legislazione che miri a introdurre ulteriori controlli alla libertà di movimento di rom e sinti, la criminalizzazione dell’immigrazione clandestina e ulteriori restrizioni ai richiedenti asilo». E ribadisce la condizione di rom e sinti in Italia, «vittime di una grave e cronica discriminazione, intanto le leggi che li riguardano sono preparate in un clima di pregiudizio xenofobo». Quindi l’attacco diretto alla società, nel punto in cui si mette in evidenza «l’uso di argomentazioni razziste nell’esercizio della politica, che sempre più spesso sceglie come obiettivo i cittadini extracomunitari, i musulmani e i rom, i quali necessitano di un disperato bisogno di protezione».

Le istituzioni nel mirino
Nella nota del Consiglio d’Europa fa da spartiacque la data del 21 maggio scorso, giorno in cui il Viminale ha attribuito poteri speciali ai prefetti di Milano, Roma e Napoli per trovare soluzioni adeguate e condivise all’emergenza nomadi. Apriti cielo. Secondo Hammarberg «instaurare lo Stato d’emergenza e conferire poteri più estesi ai “Commissari straordinari” non è il corretto approccio al fine di rispondere ai bisogni della popolazione». Vorrà dire gli italiani? Ma no, certo: dei rom. Ma la vera «bomba» si trova al paragrafo 32 del documento. Testuale: «Ci siamo soffermati sulle dimostrazioni anti-rom e sinti, in alcune occasioni violente e che si sono concluse con incendi appiccati negli insediamenti. Come è riportato dagli osservatori, i campi rom non sono stati efficacemente protetti dalla polizia italiana, che anzi ha compiuto al loro interno violenti “raid”. Né sono state rese disponibili le conclusioni di eventuali inchieste aperte dalla autorità competenti a proposito di tali incidenti». Esplode la polemica. Un tentativo di smentire, da Bruxelles, arriva. Troppo tardi.

Censurata da Hammarberg pure la partecipazione, diretta o indiretta, di forze politiche alle proteste dei cittadini così come l’immancabile responsabilità dei mezzi di comunicazione. L’Italia, insomma, piuttosto che sgomberare i fortini dell’illegalità e sottrarre i minori del racket dello sfruttamento dovrebbe preoccuparsi di tutelare i «diritti sociali» di tutti i rom, compreso «il diritto a un’abitazione decente».

Le «sviste» clamorose
Tanto inchiostro è sprecato nel chiedere alle autorità italiane di precisare all’Unione l’uso del termine «nomadi», che «non deve avere un significato discriminatorio e negativo nell’identificare le comunità rom, sinti e camminanti». Un appunto che Hammarberg avrebbe dovuto fare all’Opera Nomadi, che questa parola la porta nel nome, si direbbe senza intento persecutorio.

Ben più seria la gaffe sulle espulsioni. Il Consiglio d’Europa ammonisce l’Italia di voler piegare le politiche di pubblica sicurezza, contenute nel pacchetto Maroni, a vere e proprie «espulsioni collettive rivolte a una sola etnia». Strano che il Commissario ai Diritti umani dei cittadini europei ignori l’esistenza della Direttiva 2004/38/CE, recepita dall’ordinamento nazionale con il decreto legislativo n. 30 del 2007. Una norma che consente, nel pieno rispetto del Trattato, di allontanare dai confini di un paese membro gli immigrati comunitari che vivono di crimini o espedienti e non possono provvedere alla propria assistenza sanitaria. Hammarberg, inoltre, nel dossier insiste con la leggenda metropolitana del «reato penale di clandestinità», criticando la decisione del governo che «ha voluto introdurlo». Peccato che ormai anche i muri sanno che non si tratta di reato bensì di «aggravante».

Giacomo Susca
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 29.07.08

martedì 29 luglio 2008

Sinistra, la doppia morale

Ma perché la cifra stilistica della sinistra italiana deve essere per forza il doppio standard, la doppia morale? Prendiamo l’ultimo caso in ordine di tempo. Il governo utilizza una norma vigente per dichiarare lo stato d’emergenza di fronte all’afflusso dei clandestini. Dalla sinistra partono bordate: razzismo, xenofobia, autoritarismo, intollerabile clima emergenziale. Quella norma però è stata in passato utilizzata anche dal governo Prodi.
Come mai all’epoca nessuno fiatò? Come mai nessuno di quelli che oggi strillano accusò quel governo di razzismo e xenofobia? Perché i «sacri principi», quali che essi siano, devono sempre essere piegati alle esigenze politiche del momento? Non è forse un modo per dimostrare che in quei principii, utili solo come armi da brandire contro l’avversario, in realtà, non si crede affatto? La spiegazione più ovvia, più a portata di mano, quella che rinvia l’esistenza della doppia morale, del doppio standard, alle persistenti scorie lasciate in eredità al Paese dalla vecchia tradizione comunista, è insoddisfacente: spiega troppo o troppo poco. Certo, è vero, nella tradizione comunista il doppio standard era la regola. Per i comunisti esisteva un fine superiore, una nobile causa al cui raggiungimento tutto doveva essere subordinato e piegato. Il ricorso continuo alla menzogna, ad esempio, era giustificato dal fine superiore. Così come il doppio standard.
Si pensi alla sorte di certi leader democristiani: Fanfani, Andreotti, Cossiga. Su di essi il Pci riversò a più riprese ogni genere di accuse, spesso anche quella infamante di essere registi di trame paragolpiste. Però, se il vento cambiava , quei registi occulti delle peggiori trame si trasformavano in amici e «compagni di strada»: il giudizio politico-morale su di loro dipendeva dall’utile politico del momento. E la capacità di intimidazione culturale del Pci e delle forze che lo fiancheggiavano era tale da non rendere necessario rispondere a una domanda che, del resto, solo pochi osavano porre: ma come è possibile che oggi strizziate l’occhio a un tale che fino a pochi mesi fa accusavate dei più infami misfatti?
Qualcosa del genere, d’altra parte, accade ancora. Si pensi al caso di Umberto Bossi del quale non si è ancora capito se si tratta di un leader xenofobo e parafascista, praticamente un delinquente, una minaccia per la democrazia, oppure di una costola della sinistra, uno con cui, magari, si può essere disposti a fare un po’ di strada «federalista» insieme. O meglio, abbiamo capito benissimo: Bossi continuerà ad essere, alternativamente, l’una o l’altra cosa a seconda di come evolveranno nei prossimi anni i suoi rapporti con Berlusconi. Dicevo che non ce la possiamo cavare tirando in ballo solo la tradizione comunista. Sarebbe sbagliato e anche ingiusto verso molti ex comunisti.
Tra i comunisti c’erano molte persone serie, rigorose, di qualità. Queste persone, quando presero atto che la superiore causa era un vicolo cieco, o un’impostura, cambiarono registro. Misero da parte quella doppia morale che, ormai, ai loro stessi occhi, non aveva più alcuna giustificazione morale e politica. Spesso, questi ex comunisti, rimasti all’interno dello schieramento di sinistra, sono tra le persone migliori in cui ci si può imbattere, quelle con cui anche liberali come chi scrive possono trovare punti di incontro e affinità, con le quali, comunque, non capita mai di provare quel fastidio che si può invece provare quando si incontrano certi esponenti, politici o intellettuali, della sinistra mai-stata-comunista. I quali, spesso, continuano, imperterriti, a usare il doppio standard e la doppia morale.
La sinistra attuale è un amalgama informe che mescola brandelli della vecchia tradizione comunista con tic e clichè culturali di derivazione azionista e del cattolicesimo di sinistra. Queste ultime due componenti sono, forse, ancor più responsabili della prima nell’alimentare oggi quel mito della superiorità antropologico- morale della sinistra che continua a giustificare il ricorso al doppio standard e alla doppia morale. Tutto ciò è bene esemplificato dagli atteggiamenti dominanti a sinistra sulle questioni di giustizia. Il «pieno rispetto» per la magistratura e la regola secondo cui «ci si deve difendere nei processi e non dai processi» sono nobili principi che vengono sempre invocati quando nei guai ci sono gli avversari di destra. Ma se in graticola finiscono esponenti della sinistra (a patto, naturalmente, che non siano «ex socialisti») la musica improvvisamente cambia. Diventa legittimo attaccare i magistrati e persino difendersi «dai processi».

Personalmente, ho forti perplessità sui comportamenti tenuti, nell’esercizio delle loro funzioni, da magistrati come la Forleo e, soprattutto, De Magistris, ma non sono affatto sicuro che ad essi si possano attribuire più scorrettezze di quelle imputabili a certi magistrati che in passato si occuparono di Berlusconi e di altri nemici della sinistra. Si guardi a come opera il doppio standard nelle valutazioni di processi e procedimenti giudiziari a seconda che vi siano coinvolti amici o nemici. Se, poniamo, viene scagionato un imprenditore «amico» si plaude all’impeccabile comportamento dei magistrati e non ci si impegna certo in «analisi» minuziose con lo scopo di fare le bucce ai risultati delle inchieste. Altrimenti, come ha giustamente osservato Pierluigi Battista sul Corriere due giorni fa, lo spartito cambia, il doppio standard impera. Questi signori, sempre impegnati a stilare pagelle e ad assegnare brutti voti a quelli che definiscono «sedicenti» liberali, non hanno mai capito che indice di liberalismo è usare un solo criterio, un solo metro di giudizio, sempre lo stesso, per gli amici e per gli avversari, e che fare un uso così platealmente strumentale dei principi significa non avere alcun principio. Quando qualcuno di loro finalmente lo capirà, avremo, e sarà un bene per il Paese, qualche esponente in meno della genia dei «moralmente superiori» e qualche liberale in più.

Angelo Panebianco
Tratto dal quotidano Il Corriere della Sera del 27.07.08

lunedì 28 luglio 2008

L'obamismo, malattia estrema dell'antiamericanismo.

Barak Obama è riuscito a commettere una mezza dozzina di gravissimi errori politici nel suo recente viaggio al di quà dell'Oceano. Ma i peana della stampa di tutti i colori sono cresciuti al diapason di giorno in giorno, sino all'apoteosi dell'orrido discorso di Berlino.
Orrido perché perfetto dal punto di vista tecnico, ma non da candidato presidente: da rockstar. Un nulla benissimo detto. E soprattutto un insulto all'Europa. Se il candidato presidente Obama vuole realmente fare una politica multilaterale, può naturalmente andare a plagiare la memoria storica di Kennedy a Berlino, ma subito dopo deve andare in Europa, che non sta né a Berlino né a Londra, né a Parigi (dove lui va), ma a Bruxelles. Avere evitato un confronto, la conoscenza, un serio lavoro di preparazione di rapporti con Barroso e la Commissione europea è errore politico da lincenziamento in tronco. Ma Obama è fatto così, è un mega Rutelli-più-Veltroni, è un piacione all'ennesima potenza: tutta fuffa, niente sostanza. Lungo e insulso discorso berlinese (che non si discosta di una virgola dalla scaletta degli ultimi discorsi di Bush in Europa, multilateralismo incluso), ma nessun lavoro di scavo, di conoscenza, di raccordo con le realtà vera dell'Europa politica.
Stesso copione, ma ben più grave, in Israele. Piacione com'é ha detto agli israeliani tutto quel che volevano sentirsi dire e poi ai palestinesi, di nuovo, tutto quel che volevano sentirsi dire. Il risultato è che nell'arco di 24 ore ha detto cose opposte le une alle altre e che la diffidenza nei paesi arabi e islamici (Iran in testa), verso di lui è cresciuta a dismisura.
Ma di tutto questo non ragionano i media europei, perché Obama, mille volte più di JFK Kerry, rappresenta al massimo quella ''altra America'' che tutti gli europei antiamericani sognano da anni e di cui Furio Colombo è il massimo cantore. Un america che non esiste, che è la proiezione di quel che gli antiamericani vorrebbero che fosse, perché sono mossi da una antipatia di fondo che ha una radice orribile. Non si perdona all'America di avere liberato l'Euuropa da un nazifascismo che i genitori di tutti gli antiamericani di oggi avevano entusiasticamente appoggioato, e non solo fino al 1939. Il sogno della ''altra America'' è il prodotto dela cattiva coscienza dell'Europa, in particolare quella di sinistra che ormai non può più raccontarsi la balla (che pure ha retto per 40 anni) di un nazifascismo abbattuto dai partigiani o dalla sola eroica armata rossa sotto la guida del piccolo padre, il compagno Stalin. La piazza di Berlino è il prodotto del radicamento e dell'espansione fuori misura di questo antiamericanismo che ha radici nella vigliaccheria dei popoli europei che è stato disgraziatamente legittimato dalla cancelleria di Schroeder, la prima antiamericana del dopoguerra. Schroeder, il cancelliere-in-cashmere e con vacanze di extralusso in Toskana, ha distrutto la dolorosa, cosciente, elaborazione delle colpe del popolo tedesco avviata da Brandt e poi perfettamente sviluppata da Koll (ovviamente con sensibilità e idee ben diverse, ma omogenee) e ha fatto un'operazione sporca: ha detto -di fatto- al popolo tedesco che la colpa di tutto è dell'imperialismo americano. Successo di pubblico e di critica.
Una misera mistificazione in cui il genio della mistificazione Barak Obama si è rivoltato come un orso ghiotto in un alveare.

Tratto dal sito www.carlopanella.it

I cattolici della “differenza cristiana” quando usciranno dalla storia?

No, non vi scuso, cari cattolici di “Famiglia cristiana”. Perché la sciatteria intellettuale non merita le scuse. E, poi, se a voi sta bene questo giudizio sulla politica italiana, che ve ne fate delle scuse?

E di chi, poi? Di che parliamo? In realtà, è ben chiaro di cosa stiamo parlando. Per l’ennesima volta. Il tema è il clericalismo degli intellettuali sedicenti “cattolici”. Pardon, degli intellettuali e dei politicanti pseudo cattolici. Perché, a ben guardare, cosa manca, oggi, ad un cattolico per essere davvero tale? Niente. Come ieri: niente.

E’ indice di sudditanza culturale e ideologica continuare con questo cahier de doleance, infinito, interminabile: dov’è finita la “differenza cristiana”, dove sono i cattolici in politica, perché la Chiesa non è ascoltata dalla politica, etc. Fuffa. Aria fritta. Menzogne ideologiche. La realtà è un’altra e la Chiesa non deve essere chiamata in causa, perché è evidente che un conto è Tettamanzi, un altro è Maggiolini o Biffi, allora accettiamo questa pluralità di voci e smettiamola con questa chiamata alle armi contro la “cattiva” politica.

Se i cattolici non riescono più a fare politica insieme, cosa che Ruini non ha affatto stigmatizzato, anzi, e neanche Benedetto XVI, a quanto ne sappiamo almeno, che colpa ne hanno i cosiddetti laici o agnostici che dir si voglia? Non solo. Se le battaglie su Eluana - che io ritengo, almeno in parte non più che sassi nello stagno, ma non dotate di carica politica, perché, alla fine, il Parlamento si dovrà pronunciare e non si potrà andare avanti sempre con questa tiritera stucchevole e anche un po’ ideologica – vengono portate avanti da laici battaglieri come Ferrara e, insieme, da cardinali e cattolici con i gradi da maggiore o da generale, diciamo così, bene, che cosa possiamo farci?

Dobbiamo preoccuparci di questa non meglio definita “assenza” dei cattolici in politica, oppure continuare a considerali martiri della causa, aspetti sbagliati e contrapposti (unica la logica demenziale immanente, però)? Dobbiamo stracciarci le vesti, fare penitenza, che dobbiamo fare?

Non è Dio a dover andare in panchina perché Dio non chiede il permesso a nessuno per esistere e per porsi nella storia, né agli atei, né ai super-cattolici. E’ piuttosto l’ideologia clericale a dover lasciare la storia, a togliersi dalle scatole una volta per tutte. L’ideologia dei cattolici amanti della fantomatica “differenza cristiana”, che vuol dire vado in Chiesa e voto Pd (appunto: sei proprio “differente”, anzi “diverso”…soprattutto dalla tradizione e dal magistero, absit iniuria verbis…), dei cattolici “adulti”, dei cattolici dell’“evangelizzazione e promozione umana”, del pacifismo gnostico, delle veglie di preghiera a fianco dei banditi antagonisti del G8 di Genova, insomma degli illiberali sedicenti cattolici. Che non accettano di buon grado il principio cardine della società liberaldemocratica, anche detta aperta: competition is competition. Chi ha più filo tesserà. Punto. Non chi dà più filo da torcere ai Vescovi non simpatizzanti. Si tratta di un altro filo. Se non si è perso il filo. Ovviamente.

Raffaele Iannuzzi
Tratto dal sito www.loccidentale.it

Teheran: record di impiccaggioni e lapidazioni

La morsa della barbarie si stringe intorno all’Iran. Mentre le civiltà democratiche lavorano ad una moratoria delle esecuzioni capitali, è giunta la notizia che la teocrazia sciita ha fatto impiccare ventinove carcerati.

Secondo la televisione di stato le vittime sarebbero state condannate per stupro, omicidio, traffico di droga e altri crimini. Le vittime erano detenute nel famigerato penitenziario di Evin, nel settore nord di Teheran. Evin è l’ultima meta per delinquenti comuni, oppositori, intellettuali, giornalisti e persino cittadini stranieri – tutti dal destino segnato.

Il caso di Zahra Kazemi, fotografa canadese di origini iraniane, dimostra la fama di Evin. Fu arrestata nel 2003 soltanto perché sorpresa dalla polizia a scattare foto del carcere dall’esterno. Morì poco dopo per le gravissime violenze subite durante gli interrogatori. Ma ufficialmente le cause della morte sono naturali. La macelleria iraniana non sembra fermarsi. La notizia dell’impiccagione di gruppo segue a ruota quella della recente condanna di nove giovani donne e un uomo alla morte per lapidazione. Ma questo macabro registro si arricchisce anche di tristi primati: nei primi dieci giorni di quest’anno sono state impiccati ventitre condannati. Se queste cifre suscitano sdegno, resta fondato il sospetto che le autorità iraniane riducano le cifre ufficiali.

Un altro caso fa emergere un aspetto della pena di morte in Iran ancora più allarmante: i minorenni. Soghra Najafpour è una ragazza in attesa dell’esecuzione della sua pena capitale dopo essere stata condannata da un tribunale locale per l’omicidio di un ragazzino di otto anni quando Soghra ne aveva appena tredici. Si proclama innocente, ma il codice penale iraniano ha già pronunciato la sua sentenza inappellabile. Nella cella di Soghra ci sono altre ragazzine la cui età oggi non supera i diciassette anni e forse non li supererà mai. Uomini, donne, minorenni – adesso la pena di morte potrebbe essere applicata anche per i reati commessi su internet. All’inizio del mese di luglio il parlamento iraniano ha approvato una legge che estende l’applicazione della pena capitale anche ai bloggers qualora i loro contenuti rechino offesa all’islam, promuovano diritti delle minoranze o la libertà di pensiero e religione.

A proposito di religione ed estremismo, la settimana scorsa l’Associazione Internazionale dei Cristiani Iraniani ha denunciato il progetto dell’assemblea legislativa iraniana di applicare automaticamente la pena di morte a tutti coloro che abbandonano la religione islamica, in primo luogo a chi abbraccia il cristianesimo. Il ricorso alla pena capitale ha assunto la forma di una pratica sempre più diffusa, che adesso viene applicata a interi gruppi di condannati. Le statistiche sono tinte di rosso sangue: dall’inizio dell’anno lo stato iraniano è stato il boia che ha dato la morte a circa centocinquanta persone.

Nel 2007 l’assassinio di stato ha collezionato quota trecentocinquantacinque vittime, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. L’anno scorso le sentenze eseguite sui minorenni sono state centrotrentotto. E’ la medaglia d’argento, perché quella d’oro è saldamente detenuta dalle cinquemila sentenze di morte comminate dalla Repubblica Popolare Cinese che adesso è in procinto di aprire i giochi olimpici. La reazione di Teheran segue due vie. Da una parte le autorità correggono al ribasso le statistiche. Dall’altra sottolineano la funzione deterrente della pena di morte, anche per reati comuni. Eppure il tasso di criminalità non sembra risentire di questo ricorso così intenso. L’incremento nell’uso della pena di morte è iniziato con l’ascesa al potere di Ahmadinejad. Le vittime si sono moltiplicate quando la morte di stato è diventata uno strumento per imporre il dominio interno del presidente. La tirannide sopravvive soltanto con la morte dei suoi nemici, che non sono soltanto le democrazie occidentali, ma qualunque coscienza libera.

Gabriele Cazzulini
Tratto dal sito www.loccidentale.it