E’ la pedagogia della catastrofe. Con il caropetrolio, l’inflazione che corre e la finanza in difficoltà, qualcuno incomincia a pensare che un po' di austerità ci faccia bene.
Anche i tempi di crisi hanno un loro fascino. Con il barile di petrolio sopra i 130 dollari, nonostante i cali degli ultimi giorni, e la crisi finanziaria che si prepara al secondo round, cresce la tentazione di cercare il lato positivo nell’austerità imposta dalla congiuntura. La stagione dei saldi va male, le spiagge sono vuote, secondo Federconsumatori il petrolio ci costerà 546 euro a famiglia in un anno, ma resistere alla seduzione del declinismo è difficile. Il sociologo Giampaolo Fabris intravede la fine del consumo “come patologia”, la scomparsa “dell’inquietante fenomeno dello spreco” che riguarda soprattutto la spesa alimentare. E’ la “pedagogia della catastrofe” di cui parla da anni l’economista francese Serge Latouche: ben vengano le difficoltà, purché non troppo gravi, se servono a “far prendere coscienza alla gente del rischio che corre” con il proprio stile di vita. Sembra il momento della “decrescita” teorizzata da Latouche, la fine del progresso. Tornare indietro si può, e forse si deve.
Ai declinisti piacciono le domeniche a piedi in stile primo shock petrolifero nei Settanta, la bicicletta al posto dell’auto, l’orto o il gruppo di acquisto solidale invece del supermercato, la vacanza in riviera al posto di quella alle Maldive con un volo (inquinante) low cost. Attira l’idea del cittadino occidentale che smette di percepirsi consumatore, incoraggiato a indebitarsi con carte di credito e mutui per far crescere il pil. Ritorna finalmente il cittadino produttore, come piace a Carlo Petrini di Slow Food, che invita i ragazzi a riscoprire la produzione diretta del cibo, il lavoro nei campi con aratro e forcone.
Ma proprio l’esperienza imprenditoriale di Slow Food dimostra i punti deboli del declinismo: i modelli di consumo e i prodotti della tradizione sono sopravvissuti solo come beni di lusso, dall’aceto balsamico alla traversata dell’Atlantico in nave.
Perché mentre il petrolio restava sotto i cento dollari, nasceva una “società low-cost”, per usare il titolo di un libro di Massimo Gaggi ed Edoardo Narduzzi, che riusciva ad accedere a stili di vita prima riservati alle minoranze più ricche. Oggi, le prime vittime della crisi petrolifera sono le compagnie aeree low-cost: perfino Ryanair, pioniere e campione della categoria, rischia di chiudere il primo bilancio in rosso della sua storia se il barile di greggio supererà il prezzo medio nel 2008 di 130 dollari, altre compagnie concorrenti sono già fallite. Wal-Mart, il gigante americano della grande distribuzione che ha espanso le capacità di consumo delle fasce a basso reddito, fonda il suo successo sul potere di mercato (per strappare prezzi bassi ai fornitori) e su un complesso sistema di logistica, con i camion gestiti via satellite. Un aumento del prezzo della benzina, combinato con la stretta nel credito bancario, farà salire i costi e quindi i prezzi finali che diventeranno proibitivi per i più poveri.
In tempi di crisi la società si polarizza, come dimostrano i dati sui settori del lusso che resistono bene. Il piacere di piantare i pomodori sul terrazzo o di andare al lavoro a piedi subito scompare quando il capo compra un nuovo iPhone o il vicino parte per la costa Smeralda: “La felicità è posizionale – spiega al Foglio Leonardo Becchetti, professore di Economia all’università di Tor Vergata e autore di “Il denaro fa la felicità?” – quello che conta è il reddito relativo e il rapporto tra aspirazioni e realizzazioni”. Essere poveri, insomma, è sempre sgradevole, ma lo è ancor di più se un tempo si era ricchi e se altri membri del proprio gruppo di riferimento restano benestanti o addirittura migliorano il proprio status. Sostiene Becchetti: “C’è un aumento di benessere solo quando le abitudini di consumo si modificano per propria volontà, la soddisfazione dovuta al senso solidaristico di appartenenza a una comunità, l’idea di contribuire al benessere di qualcun altro, o alla tutela dell’ambiente, possono compensare il danno causato dalla contrazione dei consumi”. Perché l’austerità, se non è una scelta, rende solo infelici.
Tratto dal quotidiano Il Foglio del 24.07.08
venerdì 25 luglio 2008
giovedì 24 luglio 2008
I cattolici e il Loft. Che aria rarefatta
Si interroga e ci si interroga. Si analizza e si azzarda qualche risposta. Sul voto dei cattolici l’attenzione indagatrice del Partito democratico non si spegne.
Anzi. Ad appena due mesi da un analogo sondaggio, il Pd è tornato a sondare gli umori di credenti e praticanti, i loro orientamenti quando ripongono la scheda nell’urna elettorale. È quest’ultima azione – e non il più complessivo comportamento, pensiero o azione dei cattolici – che al partito interessa. Comprensibile. Probabilmente, però, un’indagine più profonda porterebbe a comprendere non tanto il perché alla fine – stretto fra due schieramenti e qualche terzo incomodo – il credente scelga l’uno o l’altro mettendo nel proprio 'frullatore mentale' mille questioni di natura assai differente (etica, economica, sociale, di simpatia personale, ecc. ), quanto che cosa il cattolico veramente si aspetti dal partito che vota e dal quale vorrebbe sentirsi rappresentato. Tanto più oggi dopo essere stato spogliato della libertà (e del potere) di scegliere il proprio singolo rappresentante.
Lo diciamo misurando la distanza – ieri particolarmente avvertibile – fra le parole e i fatti, tra le analisi e i comportamenti, tra le buone intenzioni e i disagi manifesti.
Proprio mentre venivano presentati i risultati del secondo sondaggio Ipsos sul voto dei cattolici, infatti, si consumava al Senato la decisione del gruppo democratico di votare contro l’apertura del conflitto di attribuzione tra Parlamento appunto e Corte di Cassazione a proposito della sentenza sul caso di Eluana Englaro. Questione «eticamente sensibile», capace d’interrogare nel profondo la comunità cattolica. Ma non solo. Per rendersene conto, è sufficiente leggere l’appello lanciato ieri da 34 associazioni – laiche – di familiari e operatori che accudiscono malati in stato vegetativo. Le questioni che sollevano e le critiche che rivolgono alla sentenza della Cassazione – e alle sue possibili derive – dovrebbero quantomeno interpellare anche il Partito democratico, insinuare qualche dubbio.
E invece la scelta al Senato di opporsi al conflitto di attribuzione sarebbe avvenuta – a detta di alcuni politici dello stesso gruppo – senza il minimo dibattito, senza un confronto tra sensibilità e opinioni diverse. Tanto da far affiorare il disagio di più d’un parlamentare del Pd, che non si riconosce nelle posizioni del partito e soprattutto nel metodo per arrivare a esprimerle. Buone intenzioni di apertura e rappresentanza generale da un lato, e fatti che testimoniano una chiusura, dall’altro.
Propositi di fare del Pd «la casa dei cattolici» e a fronte la sensazione di alcuni esponenti cattolici di «essere solo ospiti», di sentirsi «a disagio nel Pd sulle questioni etiche».
Intorno a quel partito, insomma, l’aria per i cattolici sembra farsi rarefatta. S’avverte come un fiatone, un debito d’ossigeno, che passa anche attraverso una sorta di delegittimazione. Secondo l’analisi del quotidiano Europa, infatti, non val la pena interrogarsi sul voto cattolico e sulla sua rappresentanza, giacché il credente sceglie non in base alla sua identità, né ai principi, né alle questioni etiche. Con ciò diventando un «problema per la Chiesa» e non per la politica e il partito. È l’idea che la 'modernità liquida' renda tutto e tutti irriconoscibili, 'piegati' sul mero interesse contingente. Cosicché non avrebbe più senso neppure parlare di cattolici in politica, ma semplicemente di voto degli italiani. Irrilevanti i cattolici e irrilevanti, in definitiva, i loro valori se non è la politica a decidere quali essi debbano essere e «chi possa parlare a nome dei cattolici». Sarà. Eppure abbiamo ben chiara la percezione che i temi della difesa della vita, dei rischi della genetica, di una modernità che non sempre è progresso autentico, ancora attraversino nel profondo il tessuto del popolo italiano. E – quando ben indagati – interroghino anche tanti non credenti. Non vorremmo, allora, che le discussioni tutte interne agli assetti di corrente del partito e qualche tentazione autoconsolatoria facessero perdere di vista al Pd il sentire autentico della società e in essa di una sua parte significativa. È già capitato in più di un’occasione in passato.
Francesco Riccardi
Tratto dal quotidiano Avvenire del 24.07.08
Anzi. Ad appena due mesi da un analogo sondaggio, il Pd è tornato a sondare gli umori di credenti e praticanti, i loro orientamenti quando ripongono la scheda nell’urna elettorale. È quest’ultima azione – e non il più complessivo comportamento, pensiero o azione dei cattolici – che al partito interessa. Comprensibile. Probabilmente, però, un’indagine più profonda porterebbe a comprendere non tanto il perché alla fine – stretto fra due schieramenti e qualche terzo incomodo – il credente scelga l’uno o l’altro mettendo nel proprio 'frullatore mentale' mille questioni di natura assai differente (etica, economica, sociale, di simpatia personale, ecc. ), quanto che cosa il cattolico veramente si aspetti dal partito che vota e dal quale vorrebbe sentirsi rappresentato. Tanto più oggi dopo essere stato spogliato della libertà (e del potere) di scegliere il proprio singolo rappresentante.
Lo diciamo misurando la distanza – ieri particolarmente avvertibile – fra le parole e i fatti, tra le analisi e i comportamenti, tra le buone intenzioni e i disagi manifesti.
Proprio mentre venivano presentati i risultati del secondo sondaggio Ipsos sul voto dei cattolici, infatti, si consumava al Senato la decisione del gruppo democratico di votare contro l’apertura del conflitto di attribuzione tra Parlamento appunto e Corte di Cassazione a proposito della sentenza sul caso di Eluana Englaro. Questione «eticamente sensibile», capace d’interrogare nel profondo la comunità cattolica. Ma non solo. Per rendersene conto, è sufficiente leggere l’appello lanciato ieri da 34 associazioni – laiche – di familiari e operatori che accudiscono malati in stato vegetativo. Le questioni che sollevano e le critiche che rivolgono alla sentenza della Cassazione – e alle sue possibili derive – dovrebbero quantomeno interpellare anche il Partito democratico, insinuare qualche dubbio.
E invece la scelta al Senato di opporsi al conflitto di attribuzione sarebbe avvenuta – a detta di alcuni politici dello stesso gruppo – senza il minimo dibattito, senza un confronto tra sensibilità e opinioni diverse. Tanto da far affiorare il disagio di più d’un parlamentare del Pd, che non si riconosce nelle posizioni del partito e soprattutto nel metodo per arrivare a esprimerle. Buone intenzioni di apertura e rappresentanza generale da un lato, e fatti che testimoniano una chiusura, dall’altro.
Propositi di fare del Pd «la casa dei cattolici» e a fronte la sensazione di alcuni esponenti cattolici di «essere solo ospiti», di sentirsi «a disagio nel Pd sulle questioni etiche».
Intorno a quel partito, insomma, l’aria per i cattolici sembra farsi rarefatta. S’avverte come un fiatone, un debito d’ossigeno, che passa anche attraverso una sorta di delegittimazione. Secondo l’analisi del quotidiano Europa, infatti, non val la pena interrogarsi sul voto cattolico e sulla sua rappresentanza, giacché il credente sceglie non in base alla sua identità, né ai principi, né alle questioni etiche. Con ciò diventando un «problema per la Chiesa» e non per la politica e il partito. È l’idea che la 'modernità liquida' renda tutto e tutti irriconoscibili, 'piegati' sul mero interesse contingente. Cosicché non avrebbe più senso neppure parlare di cattolici in politica, ma semplicemente di voto degli italiani. Irrilevanti i cattolici e irrilevanti, in definitiva, i loro valori se non è la politica a decidere quali essi debbano essere e «chi possa parlare a nome dei cattolici». Sarà. Eppure abbiamo ben chiara la percezione che i temi della difesa della vita, dei rischi della genetica, di una modernità che non sempre è progresso autentico, ancora attraversino nel profondo il tessuto del popolo italiano. E – quando ben indagati – interroghino anche tanti non credenti. Non vorremmo, allora, che le discussioni tutte interne agli assetti di corrente del partito e qualche tentazione autoconsolatoria facessero perdere di vista al Pd il sentire autentico della società e in essa di una sua parte significativa. È già capitato in più di un’occasione in passato.
Francesco Riccardi
Tratto dal quotidiano Avvenire del 24.07.08
L'appello dei giuristi: fermare una sentenza che «consente una pratica di eutanasia»
Mentre si attende la discussione in aula della mozione per il conflitto di attribuzione, approvata lunedì sera dalla commissione Affari costituzionali del Senato, nonostante le obiezioni mosse dal Pd per voce del costituzionalista Stefano Ceccanti, il dibattito intorno al caso Eluana Englaro si concentra sempre di più sulle problematiche giuridiche legate alla sentenza. Se infatti Ceccanti giudicava impercorribile la via del conflitto di attribuzione, sulla base dell’argomento che un Parlamento «che non legifera su una materia lascia di fatto via libera ai giudici, che devono comunque rispondere a una richiesta di giustizia dei cittadini senza potersi astenere», cresce invece il numero di giuristi e costituzionalisti che critica fortemente, nel merito e nel metodo, la validità e la costituzionalità della sentenza sul caso Eluana.
Ieri c’è stata la presentazione di un appello per fermare questa sentenza che legalizzerebbe di fatto l’eutanasia «vietata dal nostro ordinamento». Firmatari dell’appello un gruppo di giuristi, tra i quali i presidenti emeriti della Corte costituzionale Antonio Baldassarre (già intervistato da ilsussidiario.net proprio sulla vicenda Eluana), Riccardo Chieppa, Cesare Mirabelli, il presidente dei giuristi cattolici Francesco D'Agostino e Giovanni Giacobbe, preside della Facoltà di Giurisprudenza della Libera Università Maria S.S. Assunta e presidente del Forum delle famiglie.
«Nel nostro ruolo di giuristi riteniamo di dover richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica e delle autorità politiche sulla decisione assunta dalla magistratura di autorizzare la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione di Eluana Englaro; decisione che finisce per consentire una pratica di eutanasia, vietata dal nostro ordinamento, violando principi, da quelli più antichi (curam praetor habuit) a quelli a fondamento del sistema costituzionale, come i diritti inviolabili e la solidarietà, orientata in questo caso alla tutela del bene sommo della vita».
Non c’è, secondo i giuristi firmatari, nessuna «ipotesi di accanimento terapeutico» che possa giustificare un esito così «nefasto e deprecabile», che «viene raggiunto togliendo il sostegno vitale a una persona umana, tuttora vivente, riconosciuta come tale dalla stessa magistratura. Tanto è vero che il comportamento suddetto viene autorizzato sulla base della ricostruzione operata dal giudice, attraverso indici presuntivi, della volontà della Englaro, ove quest'ultima fosse in grado di esprimersi».
«Inoltre - proseguono i giuristi - ciò avviene in rottura con la tradizione giuridica e gli orientamenti giurisprudenziali che riconoscono la figura della rappresentanza solo per l'esercizio di diritti disponibili o per favorire e proteggere situazioni soggettive. Non è concepibile - conclude l'appello - usare un procedimento civile, prefigurato per legge per altre funzioni, per sacrificare irrimediabilmente la vita di una persona che è un bene indisponibile».
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Ieri c’è stata la presentazione di un appello per fermare questa sentenza che legalizzerebbe di fatto l’eutanasia «vietata dal nostro ordinamento». Firmatari dell’appello un gruppo di giuristi, tra i quali i presidenti emeriti della Corte costituzionale Antonio Baldassarre (già intervistato da ilsussidiario.net proprio sulla vicenda Eluana), Riccardo Chieppa, Cesare Mirabelli, il presidente dei giuristi cattolici Francesco D'Agostino e Giovanni Giacobbe, preside della Facoltà di Giurisprudenza della Libera Università Maria S.S. Assunta e presidente del Forum delle famiglie.
«Nel nostro ruolo di giuristi riteniamo di dover richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica e delle autorità politiche sulla decisione assunta dalla magistratura di autorizzare la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione di Eluana Englaro; decisione che finisce per consentire una pratica di eutanasia, vietata dal nostro ordinamento, violando principi, da quelli più antichi (curam praetor habuit) a quelli a fondamento del sistema costituzionale, come i diritti inviolabili e la solidarietà, orientata in questo caso alla tutela del bene sommo della vita».
Non c’è, secondo i giuristi firmatari, nessuna «ipotesi di accanimento terapeutico» che possa giustificare un esito così «nefasto e deprecabile», che «viene raggiunto togliendo il sostegno vitale a una persona umana, tuttora vivente, riconosciuta come tale dalla stessa magistratura. Tanto è vero che il comportamento suddetto viene autorizzato sulla base della ricostruzione operata dal giudice, attraverso indici presuntivi, della volontà della Englaro, ove quest'ultima fosse in grado di esprimersi».
«Inoltre - proseguono i giuristi - ciò avviene in rottura con la tradizione giuridica e gli orientamenti giurisprudenziali che riconoscono la figura della rappresentanza solo per l'esercizio di diritti disponibili o per favorire e proteggere situazioni soggettive. Non è concepibile - conclude l'appello - usare un procedimento civile, prefigurato per legge per altre funzioni, per sacrificare irrimediabilmente la vita di una persona che è un bene indisponibile».
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
mercoledì 23 luglio 2008
Il caso Eluana arriva all’Ue: la magistratura non può decidere per l’eutanasia
La Corte d'appello civile di Milano, sulla base di una sentenza della Cassazione del 16 ottobre 2007, si è pronunciata il 9 luglio 2008 autorizzando il padre di Eluana Englaro, in qualità di tutore, ad interrompere il trattamento di idratazione e alimentazione artificiale che tiene in vita la figlia da sedici anni.L'idea che qualcuno possa decidere per un altro se la vita vale la pena di essere vissuta è un criterio inaccettabile. L'Unione europea è uno spazio dove non c'è la pena di morte e all’interno del quale il rispetto e la tutela per la vita e la dignità umana devono essere incondizionati.In questi giorni è stata depositata un'interrogazione scritta alla Commissione europea e al Consiglio nella quale viene chiesto quali siano gli stili di vita compatibili con trattamenti sanitari, quali l'alimentazione e l'idratazione artificiale e se, in presenza di un vuoto legislativo in materia, può essere considerata dalla magistratura come chiara e convincente espressione della presunta volontà di una persona in stato di incoscienza la dichiarazione orale di un momento antecedente allo stato vegetativo.Alla Commissione e al Consiglio è stato ricordato che l'articolo 32 della Costituzione italiana sancisce che la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività e, garantendo la possibilità al malato di accettare o meno un trattamento sanitario, sottolinea che la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.Il Tribunale di Lecco aveva dichiarato in precedenza inammissibile il ricorso del padre di Eluana sul presupposto che ai sensi degli articoli 2 e 32 della Costituzione «un trattamento terapeutico o di alimentazione, anche invasivo, indispensabile a tenere in vita una persona non capace di prestarvi consenso, non solo è lecito, ma dovuto in quanto espressione del dovere di solidarietà posto a carico dei consociati, tanto più pregnante quando, come nella specie, il soggetto interessato non sia in grado di manifestare la sua volontà».La Corte d'appello civile di Milano, sulla base della sentenza n° 21748 della Cassazione, ha ritenuto che l'interruzione delle cure può essere giustificata quando la ricerca della presunta volontà della persona in stato di incoscienza è ricostruita alla stregua di chiari, univoci e convincenti elementi di prova anche sulla base dello stile e del carattere della sua vita. La sentenza della Corte d'appello civile di Milano rappresenta un pericoloso precedente volto ad orientare fatalmente il legislatore verso l'eutanasia. Approfittando di un vuoto legislativo, si arroga il diritto di decidere su chi deve vivere e chi deve morire nel nostro Paese.Cosa sappiamo noi di quello che una persona in queste condizioni sente, cosa sappiamo di cosa c’è dentro il cuore di queste persone? Quale esperto potrebbe dichiarare, allo stato attuale, l'irreversibilità della condizione di stato vegetativo? E soprattutto, come si può considerare la dichiarazione di un momento come parametro per presumere la volontà di Eluana? La vita va difesa fino alla sua naturale conclusione e con essa va difeso altresì il principio dell’indisponibilità della vita stessa.Una delle motivazioni che si danno in favore dell’eutanasia e al suicidio assistito è che servano per alleviare le sofferenze delle persone, ma spesso queste nascondono una richiesta d’aiuto contro la solitudine, contro il fatto di sentirsi un peso per gli altri. Hanno bisogno di assistenza, di essere ascoltati, dell’affetto e della vicinanza dei loro cari e di un’équipe assistenziale per tollerare la loro sofferenza con dignità. Le istituzioni, da chi fa le leggi a chi controlla la loro applicazione, dovrebbero quindi occuparsi del problema alla base, di aiutare chi soffre con cure sempre migliori, personale qualificato e sostenere le famiglie degli assistiti.
Mario Mauro
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Mario Mauro
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
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Vittadini: non fermate la devolution fiscale
Sembra imminente da parte del governo il varo del federalismo fiscale. I teorici del vecchio statalismo hanno già cominciato a ripetere che aumenterà la spesa pubblica complessiva, incentiverà la creazione di nuova burocrazia, spezzerà il Paese tra regioni ricche e povere, aumenterà il malaffare.
Anche i bambini, invece, possono capire che il primo rimedio all’inefficienza della macchina pubblica è non ripianare gli sprechi a chi li fa. Oggi invece, con il finanziamento alle Regioni in base alla spesa storica, chi più spende più è premiato e chi ha gestioni virtuose è penalizzato. Il rimedio non è, come vorrebbe qualcuno, tornare al centralismo. Gli sprechi centrali sono enormi e sotto gli occhi di tutti: in questi anni si è superata la cifra di due milioni di dipendenti statali a livello centrale a tempo indeterminato (in Spagna sono poco più di 500. 000).
Federalismo, autonomia e responsabilità non sono mai veramente cominciate perché le Regioni non sono responsabili finanziariamente dei loro atti. Il federalismo fiscale, attuato insieme a sistemi di valutazione e controllo, può essere uno strumento in tal senso.
E non si dica che le Regioni più povere sarebbero svantaggiate. Cosa si potrebbe fare infatti in termini di necessaria perequazione tra Regioni se si recuperassero le immense somme oggi sprecate in un assistenzialismo dove spesso si annidano anche fenomeni di illegalità?
Certo, il federalismo fiscale deve considerare alcuni principi cardine. Occorre un criterio di finanziamento basato sul costo standard delle prestazioni, in modo da sollecitare gli enti che hanno costi superiori a politiche che tendano all’efficienza. È importante inoltre che alle Regioni e agli enti locali sia assegnata una adeguata autonomia impositiva, sia riguardo ai tributi propri che a quelli ceduti.
Occorre infine che il federalismo fiscale diventi uno strumento utile a sviluppare politiche innovative di attuazione della sussidiarietà orizzontale che, in quanto fondata sulla scelta della gente, è l’unico rimedio al malaffare. Allora potrà accadere che i cittadini, che secondo il Rapporto sulla sussidiarietà 2007 vogliono il federalismo e il federalismo fiscale, tornino ad accodare quel consenso che oggi, sempre secondo il medesimo Rapporto, non sembrano voler più concedere a quelle Regioni che si prendono le loro responsabilità solo a metà.
Giorgio Vittadini
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Anche i bambini, invece, possono capire che il primo rimedio all’inefficienza della macchina pubblica è non ripianare gli sprechi a chi li fa. Oggi invece, con il finanziamento alle Regioni in base alla spesa storica, chi più spende più è premiato e chi ha gestioni virtuose è penalizzato. Il rimedio non è, come vorrebbe qualcuno, tornare al centralismo. Gli sprechi centrali sono enormi e sotto gli occhi di tutti: in questi anni si è superata la cifra di due milioni di dipendenti statali a livello centrale a tempo indeterminato (in Spagna sono poco più di 500. 000).
Federalismo, autonomia e responsabilità non sono mai veramente cominciate perché le Regioni non sono responsabili finanziariamente dei loro atti. Il federalismo fiscale, attuato insieme a sistemi di valutazione e controllo, può essere uno strumento in tal senso.
E non si dica che le Regioni più povere sarebbero svantaggiate. Cosa si potrebbe fare infatti in termini di necessaria perequazione tra Regioni se si recuperassero le immense somme oggi sprecate in un assistenzialismo dove spesso si annidano anche fenomeni di illegalità?
Certo, il federalismo fiscale deve considerare alcuni principi cardine. Occorre un criterio di finanziamento basato sul costo standard delle prestazioni, in modo da sollecitare gli enti che hanno costi superiori a politiche che tendano all’efficienza. È importante inoltre che alle Regioni e agli enti locali sia assegnata una adeguata autonomia impositiva, sia riguardo ai tributi propri che a quelli ceduti.
Occorre infine che il federalismo fiscale diventi uno strumento utile a sviluppare politiche innovative di attuazione della sussidiarietà orizzontale che, in quanto fondata sulla scelta della gente, è l’unico rimedio al malaffare. Allora potrà accadere che i cittadini, che secondo il Rapporto sulla sussidiarietà 2007 vogliono il federalismo e il federalismo fiscale, tornino ad accodare quel consenso che oggi, sempre secondo il medesimo Rapporto, non sembrano voler più concedere a quelle Regioni che si prendono le loro responsabilità solo a metà.
Giorgio Vittadini
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
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martedì 22 luglio 2008
Incontro con il Presidente Formigoni a Rimini
Siamo lieti di invitarVi all’ormai tradizionale incontro politico che si svolgerà Lunedì 25 Agosto 2008 alle 21.30, al Teatro Corso in Corso Augusto, 20 ( invece che al Teatro Novelli come consuetudine); a Rimini con il Presidente Formigoni, il Vice Presidente del Parlamento Europeo Mario Mauro, il Vice Presidente della Camera Maurizio Lupi e altri parlamentari.
In questa occasione trarremo il bilancio di un anno di lavoro portando le nostre personali esperienze e porremo le basi per il cammino che ci aspetta.
E’ importante che ci comunichiate la conferma della Vostra presenza, e quella degli amici e colleghi ai quali vorrete diffondere l’invito, entro e non oltre Venerdì 1 Agosto 2008 all’indirizzo mail: reteitaliamantova@gmail.com.
In questa occasione trarremo il bilancio di un anno di lavoro portando le nostre personali esperienze e porremo le basi per il cammino che ci aspetta.
E’ importante che ci comunichiate la conferma della Vostra presenza, e quella degli amici e colleghi ai quali vorrete diffondere l’invito, entro e non oltre Venerdì 1 Agosto 2008 all’indirizzo mail: reteitaliamantova@gmail.com.
Vi ricordiamo che il Meeting di Rimini quest’anno si svolgerà da domenica 24 Agosto a Sabato 30 Agosto, con il seguente titolo:
“O protagonisti o nessuno”
“protagonisti non vuole dire avere la genialità o la spiritualità di alcuni, ma avere il proprio volto, che è, in tutta la storia e l’eternità, unico e irripetibile”. (L. Giussani). Il vero protagonista è infatti l’uomo stupito che fa la scoperta commovente – che scaturisce sempre da un preciso incontro con la realtà – di avere un volto unico e irripetibile.
In allegato, troverete l’elenco di alcuni incontri politici che si svolgeranno al Meeting ricordandoVi che Lunedì 25 Agosto alle ore 19.00 in sala A1, il Presidente Formigoni e il Sindaco Gianni Alemanno, parleranno di: “Sussidiarietà per il cambiamento del paese”.
Vi segnaliamo inoltre lo Stand di Rete Italia come luogo di ritrovo e di incontro (Padiglione C2 spazio 04).
Per qualsiasi informazione potete scrivere a reteitaliamantova@gmail.com
Un caro saluto,
Fiorenzo Cerati
Mario Sala
Scandaloso silenzio sulla vittoria di Berlusconi a Napoli
Ha quasi dell'incredibile l'atteggiamento della quasi totalità della stampa nazionale a fronte della clamorosa capacità dimostrata da Berlusconi di risolvere in 58 giorni il problema dei rifiuti a Napoli.
Notizia in prima per un giorno, poi basta. Pure, quei rifiuti erano il frutto di 14 anni di amministrazioni di sinistra. Pure, Prodi non ce l'aveva fatta. Pure, l'impresa pareva a tutti impossibile.
Ma Berlusconi ce l'ha fatta, ha fatto l'impossibile. Il grave, il drammatico è che era indspensabile non certo che tutta la stampa nazionale rendesse omaggio al vincitore -figurarsi!- ma che scatenasse le sue firme migliori per capire, scavare, analizzare il modo in cui una spaventosa emergenza sociale dalle dimensioni ciclopiche è stata domata in un batter d'occhio. Su questo, silenzio. Silenzio anche dal mondo intelettuale, dai professoroni, dai politologi che ogni giorno pure ci spiegano da questi giornali come radrizzare l'Italia e il mondo.
La spiegazione di questi colpevoli e vili silenzi è semplice: Berlusconi ha domato i rifiuti a Napoli eliminando ogni influenza della magistratura -con la Superprocura- e obbligando così i magistrati -che avevano contribuito al debordare dei rifiuti- a essere subordinati alle scelte politiche; poi Berlusconi ha costretto i sindaci, dichiarando le discariche ''di interesse strategico nazionale'' a smettere con le loro manfrine localistiche e a sedersi a serii tavoli delle trattative (il bello del miracolo è che è stato pienamente partecipato) e infine Berlusconi ha fato capire con le cattive alla Camorra che non doveva azzardarsi a muoversi più, perché l'avrebbe stesa.
Decisionismo, dunque, ma ben mirato, proprio contro quei protagonisti della società meridionale che avevano creato l'esplosione dello scandalo.
Nessuno ne parla, dunque, ed è l'ennesima occasione persa dalla stampa e dall'intellighentjia italiane per dare un segno di intelligenza e vitalità.
Si meritano solo Bassolino, loro vero modello di vita.
Tratto dal sito www.carlopanella.it
Notizia in prima per un giorno, poi basta. Pure, quei rifiuti erano il frutto di 14 anni di amministrazioni di sinistra. Pure, Prodi non ce l'aveva fatta. Pure, l'impresa pareva a tutti impossibile.
Ma Berlusconi ce l'ha fatta, ha fatto l'impossibile. Il grave, il drammatico è che era indspensabile non certo che tutta la stampa nazionale rendesse omaggio al vincitore -figurarsi!- ma che scatenasse le sue firme migliori per capire, scavare, analizzare il modo in cui una spaventosa emergenza sociale dalle dimensioni ciclopiche è stata domata in un batter d'occhio. Su questo, silenzio. Silenzio anche dal mondo intelettuale, dai professoroni, dai politologi che ogni giorno pure ci spiegano da questi giornali come radrizzare l'Italia e il mondo.
La spiegazione di questi colpevoli e vili silenzi è semplice: Berlusconi ha domato i rifiuti a Napoli eliminando ogni influenza della magistratura -con la Superprocura- e obbligando così i magistrati -che avevano contribuito al debordare dei rifiuti- a essere subordinati alle scelte politiche; poi Berlusconi ha costretto i sindaci, dichiarando le discariche ''di interesse strategico nazionale'' a smettere con le loro manfrine localistiche e a sedersi a serii tavoli delle trattative (il bello del miracolo è che è stato pienamente partecipato) e infine Berlusconi ha fato capire con le cattive alla Camorra che non doveva azzardarsi a muoversi più, perché l'avrebbe stesa.
Decisionismo, dunque, ma ben mirato, proprio contro quei protagonisti della società meridionale che avevano creato l'esplosione dello scandalo.
Nessuno ne parla, dunque, ed è l'ennesima occasione persa dalla stampa e dall'intellighentjia italiane per dare un segno di intelligenza e vitalità.
Si meritano solo Bassolino, loro vero modello di vita.
Tratto dal sito www.carlopanella.it
Vignali: dal Papa nessuna ingerenza
L’intervento del Papa a Sidney è stato fondamentale, per aver voluto aprire undibattito culturale, che ritengo fondamentale per la vita sociale, economica e politica oggi. Don Giussani affermava che “la politica in quanto forma più compiuta di cultura non può che trattenere come preoccupazione fondamentale l’uomo”.
È decisivo, dunque, che la politica si ponga la domanda che Benedetto XVI ha rivolto ai giovani della Gmg, che è la domanda ultima che ogni uomo, in quanto dotato di ragione a differenza degli animali, non può non porsi: la domanda sul senso del vivere e del morire, della gioia e della sofferenza, la domanda sul senso del fare e del lavorare. Dal fatto di porsi indomabilmente questa domanda e dalla risposta che si dà ad essa (anche praticamente) dipende anche la concezione dell’altro, della società, del bene comune.
Il Papa richiama i giovani al fatto che la vita non è semplicemente il risultato degli antecedenti biologici, che rende “homo homini lupus”, né l’economia è semplicemente il risultato di strane “congiunzioni astrali” provocate da occulti salotti d’oltremare, ma che la vita sociale ed economica dipende dall’uso che della libertà ciascuno di noi fa. Non si tratta di ingenuità: non nasconde che la crisi finanziaria internazionale, la globalizzazione e il caro petrolio fanno sentire i loro effetti, ma afferma che non sono l’ultima parola. L’ultima parola sta nella libertà impegnata con la realtà. È in fondo l’invito fatto anche a Ratisbona di “allargare la ragione”.
L’uomo è molto più che un cittadino-consumatore. Se uno riflette sulla sua esperienza, sa che non basta: non basta che il proprio figlio sia un cittadino che rispetta formalmente le regole e che sia un consumatore eco-compatibile, se poi è solo davanti ad una play station! Questo cittadino era quello promosso dall’antropologia del blocco sovietico, il prodotto perfetto di un sistema politico e il consumatore programmato dalle aziende.
Non meraviglia che nelle aule parlamentare, dalle colonne dei giornali, nelle piazze si inveisca contro la presunta ingerenza della Chiesa: ricordare agli uomini che l’uomo tende all’infinito e che dunque la libertà sfonda qualunque ideologia e potere è scomodo, e dunque va censurato. In un bell’articolo sul discorso del Papa a Ratisbona, un politico serio come Vannino Chiti invitava la sinistra a non liquidarlo troppo velocemente; affermava che quella domanda riguarda a fondo la politica perché “la verità si trova nella realtà”. Il senso della vita non lo si trova sbandierando slogan o schemi, ma se lo si cerca nella realtà concreta e se ci si compromette fino in fondo con essa in ogni aspetto della vita. La politica è precisamente questa arte del compromesso, cioè della compromissione di sé con il reale, il cui metodo consiste essenzialmente nel guardare e nell’ascoltare.
Ecco l’imperativo politico: ripartire dai bisogni, valorizzando le esperienze positive di risposta che ci sono nella società (questa è la sussidiarietà!), senza avere paura del confronto appassionato volto alla ricerca delle soluzioni, volto al bene comune.
Da questo punto di vista, la soluzione dell’emergenza rifiuti in Campania è un grande esempio paradigmatico: Berlusconi che fa il primo Consiglio dei Ministri a Napoli, che coinvolge la Protezione civile, che torna sistematicamente in quella città per seguire i lavori e incontrare istituzioni, forze sociali ed economiche, semplici cittadini, e in meno di due mesi, attraverso un impegno sistematico l’emergenza è risolta. La politica rinasce quando affronta i problemi in questo modo. Verrebbe da dire con gratuità, che è la dimensione e la cifra autentica della politica. Quando manca, non ci può essere il riconoscimento dell’altro, resta solo l’interesse di parte, da perseguire con la demonizzazione sistematica dell’avversario per delegittimarlo.
Questa è la strada anche per superare venti di crisi che soffiano nel nostro Paese: le risorse ci sono, sono gli uomini e le donne che vivono responsabilmente l’essere genitori, lavoratori, insegnanti, imprenditori, politici, ecc. Per imboccare la strada di un rinnovato sviluppo, ad ogni livello, basta semplicemente ripartire da qui.
Per questo è decisivo non evacuare l’invito del Papa, che è il pressante monito rivolto a ciascuno di noi a non avere paura di essere uomini, cioè ad impegnare fino in fondo, lì dove siamo, il bene più prezioso che abbiamo, la nostra libertà.
Raffaello Vignali
È decisivo, dunque, che la politica si ponga la domanda che Benedetto XVI ha rivolto ai giovani della Gmg, che è la domanda ultima che ogni uomo, in quanto dotato di ragione a differenza degli animali, non può non porsi: la domanda sul senso del vivere e del morire, della gioia e della sofferenza, la domanda sul senso del fare e del lavorare. Dal fatto di porsi indomabilmente questa domanda e dalla risposta che si dà ad essa (anche praticamente) dipende anche la concezione dell’altro, della società, del bene comune.
Il Papa richiama i giovani al fatto che la vita non è semplicemente il risultato degli antecedenti biologici, che rende “homo homini lupus”, né l’economia è semplicemente il risultato di strane “congiunzioni astrali” provocate da occulti salotti d’oltremare, ma che la vita sociale ed economica dipende dall’uso che della libertà ciascuno di noi fa. Non si tratta di ingenuità: non nasconde che la crisi finanziaria internazionale, la globalizzazione e il caro petrolio fanno sentire i loro effetti, ma afferma che non sono l’ultima parola. L’ultima parola sta nella libertà impegnata con la realtà. È in fondo l’invito fatto anche a Ratisbona di “allargare la ragione”.
L’uomo è molto più che un cittadino-consumatore. Se uno riflette sulla sua esperienza, sa che non basta: non basta che il proprio figlio sia un cittadino che rispetta formalmente le regole e che sia un consumatore eco-compatibile, se poi è solo davanti ad una play station! Questo cittadino era quello promosso dall’antropologia del blocco sovietico, il prodotto perfetto di un sistema politico e il consumatore programmato dalle aziende.
Non meraviglia che nelle aule parlamentare, dalle colonne dei giornali, nelle piazze si inveisca contro la presunta ingerenza della Chiesa: ricordare agli uomini che l’uomo tende all’infinito e che dunque la libertà sfonda qualunque ideologia e potere è scomodo, e dunque va censurato. In un bell’articolo sul discorso del Papa a Ratisbona, un politico serio come Vannino Chiti invitava la sinistra a non liquidarlo troppo velocemente; affermava che quella domanda riguarda a fondo la politica perché “la verità si trova nella realtà”. Il senso della vita non lo si trova sbandierando slogan o schemi, ma se lo si cerca nella realtà concreta e se ci si compromette fino in fondo con essa in ogni aspetto della vita. La politica è precisamente questa arte del compromesso, cioè della compromissione di sé con il reale, il cui metodo consiste essenzialmente nel guardare e nell’ascoltare.
Ecco l’imperativo politico: ripartire dai bisogni, valorizzando le esperienze positive di risposta che ci sono nella società (questa è la sussidiarietà!), senza avere paura del confronto appassionato volto alla ricerca delle soluzioni, volto al bene comune.
Da questo punto di vista, la soluzione dell’emergenza rifiuti in Campania è un grande esempio paradigmatico: Berlusconi che fa il primo Consiglio dei Ministri a Napoli, che coinvolge la Protezione civile, che torna sistematicamente in quella città per seguire i lavori e incontrare istituzioni, forze sociali ed economiche, semplici cittadini, e in meno di due mesi, attraverso un impegno sistematico l’emergenza è risolta. La politica rinasce quando affronta i problemi in questo modo. Verrebbe da dire con gratuità, che è la dimensione e la cifra autentica della politica. Quando manca, non ci può essere il riconoscimento dell’altro, resta solo l’interesse di parte, da perseguire con la demonizzazione sistematica dell’avversario per delegittimarlo.
Questa è la strada anche per superare venti di crisi che soffiano nel nostro Paese: le risorse ci sono, sono gli uomini e le donne che vivono responsabilmente l’essere genitori, lavoratori, insegnanti, imprenditori, politici, ecc. Per imboccare la strada di un rinnovato sviluppo, ad ogni livello, basta semplicemente ripartire da qui.
Per questo è decisivo non evacuare l’invito del Papa, che è il pressante monito rivolto a ciascuno di noi a non avere paura di essere uomini, cioè ad impegnare fino in fondo, lì dove siamo, il bene più prezioso che abbiamo, la nostra libertà.
Raffaello Vignali
lunedì 21 luglio 2008
Il futuro del Paese passa dalla sussidiarietà
Nello stesso giorno due fra i ministri di maggior peso di questo governo, Franco Frattini, in un’intervista di ieri sul Messaggero, e Giulio Tremonti sul Corriere della Sera rilanciano il federalismo fiscale come priorità fondamentale per il Paese.
Federalismo fiscale può significare settore pubblico più pesante o più leggero, meno Stato e più privato, meno spese e meno tasse, a condizione che sia accompagnato da quella che è l’altra faccia del Federalismo, una faccia però sin qui molto oscurata: la regola e la pratica della sussidiarietà. La sussidiarietà è infatti il grimaldello non solo per rifondare lo Stato in senso federale ma, anche per ricostruire un serio rapporto tra Stato, cittadini e imprese. Un rapporto più che mai squilibrato e sfilacciato, man mano che lo Stato dimostra scarso senso dei cittadini e questi di conseguenza dimostrano minor senso dello Stato e senso civico. Eppure, a seguito dell’introduzione di una prima, forma di federalismo nella nostra Costituzione, il principio di sussidiarietà è entrato nell’ordinamento, per lo meno sulla carta, e potrebbe e dovrebbe essere la chiave di volta per una vera e seria rifondazione del rapporto tra pubblico e privato, uno dei fondamentali nodi irrisolti vale la pena di ribadirlo - che pesano sull’economia e sulla società italiana. "Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni, favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento delle attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà" recita l’ultimo comma del nuovo articolo 118 della Costituzione. Si racchiude in questa norma quella che viene definita sussidiarietà orizzontale. Quella verticale è stata avviata con la riforma del Titolo V della Costituzione (in cui è appunto ricompreso il nuovo articolo 118), con il trasferimento, in qualche caso un poco confusionale, di funzioni alle regioni e agli enti locali. Molto meno è stata invece incentivata l’applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale. Quello secondo cui spettano ai pubblici poteri, a partire dagli enti più vicini ai cittadini (i comuni), solo le funzioni che i privati, in forma singola, associata, cooperativa o di volontariato cono possono esercitare meglio. Si tratta, per una parte molto significativa, di funzioni oggettivamente pubbliche, che non necessariamente debbono essere esercitate da soggetti pubblici, con presumibili significativi risparmi di spesa. Si pensi per tutti all’inflazione di municipalizzate (con il codazzo di migliaia di consiglieri di amministrazione) che sono soggetti sostanzialmente pubblici, nonostante il “belletto”; in vari casi, della forma della società per azioni. Siamo pertanto ancora in presenza, tanto al vertice quanto in periferia, di una sorta di "statalismo pervadente e invasivo", basato soprattutto sull’assunto che la larghissima parte delle attività di interesse pubblico debbano essere gestite in forma “statale” o "municipale” Questo genera una pesante “pressione burocratica”; non meno opprimente e disincentivante per i cittadini e per gli operatori della pressione fiscale.
Fortunatamente in vari settori, specie nelle regioni del Centro Nord, si sono liberate iniziative della società civile, vuoi promosse dalle varie associazioni cooperative o imprenditoriali, vuoi da soggetti di volontariato e del terzo settore vuoi da imprese tradizionali, che di fatto traducono spontaneamente il principio di sussidiarietà e, per fortuna, esercitano legittime epressioni aprendo dei varchi significativi sui vari monoloch pubblici. E si tratta, in molti casi, di soggetti non certo pubblici, che si occupano però del bene pubblico e dei beni comuni, nella sanità come nei servizi sociali, come nei servizi alla persona in genere, nei servizi alle imprese, nell’istruzione come in varie altre attività economiche e sociali. Peccato però che mediamente gli enti statali e territoriali, in questi anni abbiano fatto ben poco per liberarsi da pesi e zavorre, esternalizzare funzioni e incentivare una vera sussidiarietà, un principio su cui, fra l’altro, dovrebbe basarsi, secondo i trattati, la costituzione europea. E’ questa una sfida da lanciare e possibilmente da cogliere, per abbattere monopoli ed oligopoli, favorendo quella seria concorrenza che, con la sua gemella siamese meritocrazia, dovrebbe generare lo slancio vitale per superare i vari statalismi e corporativismi che asfissiano la società italiana. Vogliamo dunque cominciare fnalmente a coniugare insieme, sia nelle politiche pubbliche che nei commenti di opinione, federalismo fiscale e sussidiarietà?
Andrea Monorchio e Luigi Tivelli
Tratto dal quotidiano Il Messaggero del 14.07.08
Federalismo fiscale può significare settore pubblico più pesante o più leggero, meno Stato e più privato, meno spese e meno tasse, a condizione che sia accompagnato da quella che è l’altra faccia del Federalismo, una faccia però sin qui molto oscurata: la regola e la pratica della sussidiarietà. La sussidiarietà è infatti il grimaldello non solo per rifondare lo Stato in senso federale ma, anche per ricostruire un serio rapporto tra Stato, cittadini e imprese. Un rapporto più che mai squilibrato e sfilacciato, man mano che lo Stato dimostra scarso senso dei cittadini e questi di conseguenza dimostrano minor senso dello Stato e senso civico. Eppure, a seguito dell’introduzione di una prima, forma di federalismo nella nostra Costituzione, il principio di sussidiarietà è entrato nell’ordinamento, per lo meno sulla carta, e potrebbe e dovrebbe essere la chiave di volta per una vera e seria rifondazione del rapporto tra pubblico e privato, uno dei fondamentali nodi irrisolti vale la pena di ribadirlo - che pesano sull’economia e sulla società italiana. "Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni, favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento delle attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà" recita l’ultimo comma del nuovo articolo 118 della Costituzione. Si racchiude in questa norma quella che viene definita sussidiarietà orizzontale. Quella verticale è stata avviata con la riforma del Titolo V della Costituzione (in cui è appunto ricompreso il nuovo articolo 118), con il trasferimento, in qualche caso un poco confusionale, di funzioni alle regioni e agli enti locali. Molto meno è stata invece incentivata l’applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale. Quello secondo cui spettano ai pubblici poteri, a partire dagli enti più vicini ai cittadini (i comuni), solo le funzioni che i privati, in forma singola, associata, cooperativa o di volontariato cono possono esercitare meglio. Si tratta, per una parte molto significativa, di funzioni oggettivamente pubbliche, che non necessariamente debbono essere esercitate da soggetti pubblici, con presumibili significativi risparmi di spesa. Si pensi per tutti all’inflazione di municipalizzate (con il codazzo di migliaia di consiglieri di amministrazione) che sono soggetti sostanzialmente pubblici, nonostante il “belletto”; in vari casi, della forma della società per azioni. Siamo pertanto ancora in presenza, tanto al vertice quanto in periferia, di una sorta di "statalismo pervadente e invasivo", basato soprattutto sull’assunto che la larghissima parte delle attività di interesse pubblico debbano essere gestite in forma “statale” o "municipale” Questo genera una pesante “pressione burocratica”; non meno opprimente e disincentivante per i cittadini e per gli operatori della pressione fiscale.
Fortunatamente in vari settori, specie nelle regioni del Centro Nord, si sono liberate iniziative della società civile, vuoi promosse dalle varie associazioni cooperative o imprenditoriali, vuoi da soggetti di volontariato e del terzo settore vuoi da imprese tradizionali, che di fatto traducono spontaneamente il principio di sussidiarietà e, per fortuna, esercitano legittime epressioni aprendo dei varchi significativi sui vari monoloch pubblici. E si tratta, in molti casi, di soggetti non certo pubblici, che si occupano però del bene pubblico e dei beni comuni, nella sanità come nei servizi sociali, come nei servizi alla persona in genere, nei servizi alle imprese, nell’istruzione come in varie altre attività economiche e sociali. Peccato però che mediamente gli enti statali e territoriali, in questi anni abbiano fatto ben poco per liberarsi da pesi e zavorre, esternalizzare funzioni e incentivare una vera sussidiarietà, un principio su cui, fra l’altro, dovrebbe basarsi, secondo i trattati, la costituzione europea. E’ questa una sfida da lanciare e possibilmente da cogliere, per abbattere monopoli ed oligopoli, favorendo quella seria concorrenza che, con la sua gemella siamese meritocrazia, dovrebbe generare lo slancio vitale per superare i vari statalismi e corporativismi che asfissiano la società italiana. Vogliamo dunque cominciare fnalmente a coniugare insieme, sia nelle politiche pubbliche che nei commenti di opinione, federalismo fiscale e sussidiarietà?
Andrea Monorchio e Luigi Tivelli
Tratto dal quotidiano Il Messaggero del 14.07.08
L'intervento del Papa a Sidney
C’è un discorso questa settimana che vale più di tutti i discorsi politici pronunciati nelle Camere ed è quello che l’Avvenire definisce: “Lo sbarco del Papa nel cuore dei giovani”. L’arrivo di Benedetto XVI nel mondo nuovo, nel mondo giovane e dei giovani dell’Australia ha un significato profondo: i ragazzi vengono considerati nella loro personalità individuale e non vengono visti semplicemente come una massa indistinta di potenziali consumatori in un mercato dove già lo scegliere in sé stesso, il potere di scelta, diventa il bene; dove la novità viene contrabbandata sempre e comunque come bellezza; dove l’esperienza soggettiva soppianta la verità oggettiva, portandosi dietro i rischi del relativismo, la malattia del secolo appena passato. L’analisi del sommo Pontefice vale anche e soprattutto nella politica perché la visione secolare della vita - una visione che non porta a Dio come punto di riferimento - in realtà si presenta solo apparentemente come neutrale, imparziale, rispettosa di tutti. E invece essa manca di quell’amore, di quell’unità di intenti, di quell’umiltà nell’agire, di quella libertà che sole possono portare ad una concezione più interiore, più individuale e quindi più responsabile della vita, della società, della politica stessa. Il messaggio di Papa Benedetto XVI sotto questo aspetto è molto chiaro: “Dio non è irrilevante nella vita pubblica”. È un messaggio che induce a riflettere anche sugli scandali degli ultimi tempi, sul livello sempre più acceso del dibattito, sul rischio continuo che gli avversari preferiscano vedersi come nemici e soprattutto che prosegua la demonizzazione di chi la pensa in maniera diversa dall’altro. Le parole del Papa arrivano anche a definire, a tracciare la rotta di un preciso impegno. Quando ai giovani dice: “la vita non è governata dalla sorte e non è causale, la vostra personale esistenza è stata voluta da Dio”, il Papa mette l’accento sul rischio che si presenta in questi tempi di crisi economica e finanziaria, di rialzi indiscriminati delle materie prime e del petrolio, sul rischio che si diffonda una generale avidità e di uno sfruttamento egoistico di questa situazione da parte di individui spregiudicati o di governi senza principio. Ecco perché il monito del Papa, anche se rivolto ai giovani, si indirizza al futuro di tutti e quindi all’agire nella vita politica. E proprio su questo tema sarebbe interessante aprire un dibattito: come sbloccare il meccanismo egoistico che impedisce alla politica di decollare e, nella maggior parte dei casi, di entrare in contatto con gli elettori e con i bisogni reali della gente?
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