Nell'embrione del Pdl mantovano sono le aree cattoliche, in questo momento, ad organizzarsi. Se pochi giorni fa si sono costituiti ufficialmente in Cattolici moderati i transfughi dall'Udc guidati da Gilberto Sogliani, ora è un gruppo di 30-40enni, con un albero politico-genealogico che affonda le radici più grosse in organizzazioni come Comunione e Liberazione, a muoversi e a lanciare un'associazione che punta a «generare idee politico-amministrative per il Pdl». Il gruppo si chiama Libertà in azione e annovera tra i fondatori esponenti non privi di esperienza politica.
I nomi? Il presidente dell'associazione è Arnaldo De Pietri, che ricordiamo anni fa come giovane esponente del Cdu, poi passato in Forza Italia (anche se da qualche anno un po' defilato) nell'area in qualche modo vicina a CL. Poi c'è Simone Paganini, che è stato presidente provinciale di Ari prima di Maccari, poi uscito dal partito e anche lui confluito nell'area ciellina. Nel gruppo fondatore ci sono anche due esponenti di Forza Italia, quali il consigliere comunale Mauro Vinci e quello di circoscrizione Marco Germiniasi, area formigoniana del partito. Non mancano esponenti di area laica, come Marisa Bonometti o i giovanissimi (19 anni) Camilla Pesoni e Edorardo De Berti.
«Siamo nati un mese fa e abbiamo già quasi un centinaio di iscritti», dice De Pietri.
Ed è lo stesso presidente a spiegare che l'obiettivo principale dell'associazione è quella di favorire «la formazione di un blocco cattolico all'interno del Pdl, l'anima del nuovo partito» . Per questo De Pietri fa subito riferimento all'esperienza dei Cattolici moderati di Sogliani (appoggiati da Giancarlo Abelli, vice coordinatore nazionale di FI), spiegando che ci sono già stati i primi contatti. «Ma siamo interessati ad espandere il confronto per ragionare non solo sui valori che ci accomunano, ma anche sulla creazione di una piattaforma politica e programmatica per il futuro partito», dice De Pietri, riferendosi al versante cattolico di An. Non a caso, nel gruppo promotore dell'associazione ci sono esponenti che provengono da Fi, ma c'è pure l'ex presidente provinciale di An.
«Un'anticipazione in piccolo del Pdl», dice De Pietri, Scherza, ma non troppo. Gli assetti del Pdl mantovano, come quello nazionale, sono ancora un'incognita e il tentativo di formare un «blocco cattolico» rappresenta qualcosa di più di un semplice salotto di discussione politica. Soprattutto se si pensa che la stagione congressuale di Fi a Mantova, dovrebbe riprendere in autunno con le assemblee di città e provinciale. Se Sogliani e i suoi non sono iscritti a Fi, molti dell'associazione di De Pietri, invece, la tessera azzurra ce l'hanno eccome.
De Pietri lancia anche un messaggio al gruppo dei Coordinatori di Fi (leader è Gabriele Bandioli) che tempo fa hanno avuto uno scontro con Enzo Lucchini. «Vorremmo incontrarli», dice.
Nicola Corradini
Tratto dal quotidiano La Gazzetta di Mantova del 18.07.08
venerdì 18 luglio 2008
Scuole private? Paga lo Stato
Chi si occupa di scuola dovrebbe dare un'occhiata alla Svezia. Proprio nel regno della socialdemocrazia, del welfare vecchio stile e delle tasse (però anche gli svedesi negli ultimi anni hanno assunto idee più moderne), è in vigore da quasi quindici anni una riforma della scuola che farebbe inorridre gli statalisti tricolori. In pratica, chiunque rispetti una lista di requisti può aprire una scuola e ricevere dallo Stato attraverso la municipalità (avete letto bene: ricevere) una somma pari al costo annuo di ogni alunno iscritto e frequentante: tra 5.300 a 8.000 euro, a seconda dell'età e della zona di residenza. Oggi circa il 10% degli studenti svedesi frequenta scuole private, che possono essere anche a carattere religioso. Lo Stato non si intromette, purché vengano assolti i criteri standard. Il sistema è ben visto dall'Economist, che ne esalta sia gli aspetti liberali sia quelli imprenditoriali: un'"azienda scolastica" ha aperto 30 istituti con 700 dipendenti e 10.000 alunni, e riesce anche a fare profitti.
Tratto dal mensile Tracce di luglio/agosto 2008
Tratto dal mensile Tracce di luglio/agosto 2008
Gino Strada in Darfur difende l’aguzzino
Ogni tanto si parla del genocidio razzista del Darfur. Una volta se ne ricorda il Papa, un'altra Bush. E sempre torna in mente Gino Strada, il fondatore di Emergency. Un'icona della sinistra italiana, la sola capace di elevare certi tipi al rango di eroi.
Il Darfur è la zona del Sudan popolata dai Fur, neri musulmani. Dal 2003 il regime arabo di Khartum, la capitale sudanese, sta annientando i Fur. Ora, la procura della Corte dell'Aia ha chiesto l'arresto per genocidio del ras sudanese, Al Bashir. Il procuratore, l'argentino Ocampo, ha snocciolato le cifre del massacro: 300 mila morti, 2, 5 milioni di profughi. Al Bashir se ne impipa, grida all'ingerenza occidentale e continua nella carneficina.
Dal dottor Gino Strada, il medico buono che «liberò» il giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo dai talebani, ti aspetteresti una reazione in favore degli angariati. Invece, sta dalla parte di Al Bashir e a Khartum ha aperto un ospedale della catena Emergency. Come dire che assiste il carnefice, anziché le vittime. Inoltre, non bastandogli tenere bordone al tiranno, all'unisono con lui, nega il massacro.
«La storia del genocidio è un'invenzione totale - ha ripetuto più volte Gino -. In Darfur è in corso una guerra tribale, ma nessun genocidio. Un genocidio non ti può sfuggire fisicamente. Come fai a non vedere 50 mila morti?». Gino fa le tre scimmiette. I Fur uccisi sono sei volte tanto e, come dice Ocampo, vanno all'altro mondo «senza bisogno di proiettili, ma per stupro, fame e paura. Armi efficaci e silenziose».
Come negazionista, Strada fa il paio con Ahmadinejad per il quale gli eccidi degli ebrei sono una balla. Un chiaro esempio di terzomondismo nostrano pronto a inveire contro l'Occidente più che a dare una mano a chi soffre. Per lui, Bush si occupa del Darfur per prepararne l'invasione poiché lì «c'è il petrolio». Tace però che i soli a sfruttare il greggio dei Fur siano oggi i comunisti cinesi.
Il medico che piace alla sinistra - ex katanga della Statale milanese - è uno che nei giorni pari dice, «tra Bush e Hitler le analogie sono evidenti» e nei dispari aggiunge: «Bin Laden e Bush sono più o meno lo stesso». Finezza di analisi che prescinde tra chi provoca l'11 settembre e chi reagisce all'attentato. Se uno che ragiona così fosse solo un no global alla Caruso, pace. Ma è stato anche uno stretto consigliere di Max D'Alema quando, fino a tre mesi fa, costui era alla Farnesina.
Pensate in che mani era la nostra politica estera. E che terno al lotto abbiamo vinto dando il benservito a Prodi & co.
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 18.07.08
Il Darfur è la zona del Sudan popolata dai Fur, neri musulmani. Dal 2003 il regime arabo di Khartum, la capitale sudanese, sta annientando i Fur. Ora, la procura della Corte dell'Aia ha chiesto l'arresto per genocidio del ras sudanese, Al Bashir. Il procuratore, l'argentino Ocampo, ha snocciolato le cifre del massacro: 300 mila morti, 2, 5 milioni di profughi. Al Bashir se ne impipa, grida all'ingerenza occidentale e continua nella carneficina.
Dal dottor Gino Strada, il medico buono che «liberò» il giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo dai talebani, ti aspetteresti una reazione in favore degli angariati. Invece, sta dalla parte di Al Bashir e a Khartum ha aperto un ospedale della catena Emergency. Come dire che assiste il carnefice, anziché le vittime. Inoltre, non bastandogli tenere bordone al tiranno, all'unisono con lui, nega il massacro.
«La storia del genocidio è un'invenzione totale - ha ripetuto più volte Gino -. In Darfur è in corso una guerra tribale, ma nessun genocidio. Un genocidio non ti può sfuggire fisicamente. Come fai a non vedere 50 mila morti?». Gino fa le tre scimmiette. I Fur uccisi sono sei volte tanto e, come dice Ocampo, vanno all'altro mondo «senza bisogno di proiettili, ma per stupro, fame e paura. Armi efficaci e silenziose».
Come negazionista, Strada fa il paio con Ahmadinejad per il quale gli eccidi degli ebrei sono una balla. Un chiaro esempio di terzomondismo nostrano pronto a inveire contro l'Occidente più che a dare una mano a chi soffre. Per lui, Bush si occupa del Darfur per prepararne l'invasione poiché lì «c'è il petrolio». Tace però che i soli a sfruttare il greggio dei Fur siano oggi i comunisti cinesi.
Il medico che piace alla sinistra - ex katanga della Statale milanese - è uno che nei giorni pari dice, «tra Bush e Hitler le analogie sono evidenti» e nei dispari aggiunge: «Bin Laden e Bush sono più o meno lo stesso». Finezza di analisi che prescinde tra chi provoca l'11 settembre e chi reagisce all'attentato. Se uno che ragiona così fosse solo un no global alla Caruso, pace. Ma è stato anche uno stretto consigliere di Max D'Alema quando, fino a tre mesi fa, costui era alla Farnesina.
Pensate in che mani era la nostra politica estera. E che terno al lotto abbiamo vinto dando il benservito a Prodi & co.
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 18.07.08
giovedì 17 luglio 2008
Eutanasia: Mauro; inaccettabile sentenza sul caso Englaro
"La sentenza della Corte d'appello civile di Milano rappresenta un pericoloso precedente volto ad orientare fatalmente il legislatore verso l'eutanasia". Cosi Mario Mauro, Vicepresidente del Parlamento europeo, commenta il caso di Eluana Englaro, da 16 anni in stato vegetativo permanente a seguito di un incidente stradale."Quale esperto potrebbe dichiarare, allo stato attuale, l'irreversibilità della condizione di stato vegetativo? E soprattutto, come si puo' considerare la dichiarazione di un momento come parametro per presumere la volontà di Eluana? La vita - continua l'On Mauro - va difesa fino alla sua naturale conclusione e con essa va difeso altresì il principio dell'indisponibilità della vita stessa. Per questi motivi - conclude l'On Mauro - ho presentato un'interrogazione scritta alla Commissione europea e al Consiglio in cui chiedo chiarimenti sulla sentenza della Corte d'appello di Milano che, approfittando di un vuoto legislativo, si arroga il diritto di decidere su chi deve vivere e chi deve morire nel nostro Paese."
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"Don Giussani, la lezione etica di un cristiano 'senza patria'" di Julián Carrón
Pubblichiamo uno stralcio della prefazione di Julián Carrón al libro di don Luigi Giussani Uomini senza patria, in libreria da oggi (Bur, pagg. 400, euro 9,20).
«Voi non avete patria, perché voi siete inassimilabili a questa società». Come ci piacerebbe essere degni di queste parole che Giovanni Paolo II rivolse a don Giussani, durante un'udienza privata nell'estate del 1982!
In realtà, queste parole esprimono la situazione in cui viene a trovarsi qualsiasi cristiano, se vive il cristianesimo secondo la sua vera natura. Così lesse don Giussani le parole del Papa: «Non ha patria da nessuna parte nella società di oggi colui che riconosce la presenza di Cristo – una presenza diversa da tutte le altre – nella propria vita, nella trama dei propri rapporti, nella società in cui vive \. Fino a quando il cristianesimo è sostenere dialetticamente e anche praticamente valori cristiani, esso trova spazio e accoglienza dovunque. Ma là dove il cristiano è l'uomo che annuncia nella realtà umana, storica, la presenza permanente \ di Dio fatto Uno tra noi, oggetto di esperienza \ la presenza di Cristo centro del modo di vedere, di concepire e di affrontare la vita, senso di ogni azione, sorgente di tutta l'attività dell'uomo intero, vale a dire dell'attività culturale dell'uomo, questo uomo non ha patria» .
Dal 1982 sono successe tante cose, che ci consentono di capire quanto fosse profetica l'osservazione del Papa. \
Come cristiani siamo sempre più senza patria. Questa è la bellezza della sfida che abbiamo davanti, se non fosse allo stesso tempo tragica: «L'epoca moderna, anzi, l'epoca contemporanea è la documentazione tragica di ciò cui l'uomo arriva nella pretesa di autonomia: la pretesa di farsi da sé, di realizzarsi da sé, di crearsi da sé, di decidere da sé, di avere sé come centro. Questa pretesa porta alla dissoluzione, alla perdita della libertà come originalità di giudizio sulla vita: si diventa alienati nell'opinione comune, nella cultura, nelle opinioni indotte dalla cultura dominante» \.
Etica o sentimentalismo: ecco le due interpretazioni riduttive del cristianesimo, operate dall'uomo moderno, lungo una strada che ha reso sempre più astratto Cristo. E ha lasciato l'uomo da solo.
La conseguenza non si è fatta aspettare: concependosi come autonomo, sganciato dal rapporto con l'Infinito, l'io diventa preda del potere: «La persona individualista è il fascio dei suoi fatti. L'individualista non ha consistenza personale, è un fascio di reazioni. Invece un fatto veicola una funzione, un riferimento a un ordine più grande: è questo che dà il senso della sua consistenza. Un fatto, una reazione, appartiene a qualcosa di più grande \. Per questo la lotta di oggi – culturale – è fra due concezioni dell'uomo, fra l'uomo che appartiene a qualcosa di più grande, oppure che appartiene a se stesso. Ma dov'è il veleno che sta in coda a tutta questa situazione? Che l'uomo che appartiene a se stesso è una manciata di polvere in cui ogni grano è staccato dall'altro e perciò può essere utilizzabile facilmente dal potere».
Venticinque anni dopo vediamo tutta la verità di questo giudizio. Anche noi ci troviamo immersi in questa lotta. Perciò la domanda più stringente è come venirne fuori vincitori. O, detto con altre parole: come possiamo vivere da cristiani, inassimilabili a questa situazione? Per don Giussani è chiaro qual è il primo passo da compiere: «L'uomo ritorna a essere se stesso quando ritorna a essere mendicante, a mendicare il suo traguardo, il suo destino, come un bambino che mendica la presenza della madre».
Solo così ciascuno di noi potrà capire la portata di Cristo nella propria vita. Parlando agli universitari nell'estate del 1982, don Giussani la descrive così: «Cristo è una risposta all'uomo», ma «una risposta è capita solo nella misura in cui uno sente la domanda addosso a sé. E se Cristo è il Redentore, è perché io sono un poveraccio, un povero». E più avanti augura ai suoi giovani amici che abbiano «a covare la percezione della Presenza che è risposta al vuoto che si ha addosso, a quello che non si è ancora».
Si capisce così qual è il nostro vero bisogno per potere vivere da cristiani senza patria: «Vivere l'urgenza personale di Cristo nella nostra vita, vivere l'incombenza di questa Presenza sulla nostra vita».
La conseguenza che si prospetta non può essere più entusiasmante per chi vuole vivere il cristianesimo di fronte a tutto e tutti: «Centrare questo punto stabilisce una iniziale libertà, rappresenta un punto fermo al di là di tutto, consente una stabilità umana indipendente dalle circostanze, e perciò finalmente la libertà, finalmente l'autonomia che è propria della personalità» \.
Non smetto mai di stupirmi di come don Giussani continua ad accompagnarci, sgomberando il campo dagli equivoci e mettendo davanti ai nostri occhi il vero compito: «Abbiamo riconosciuto stamattina che mai il movimento è stato così attivo, mai le comunità sono state così in attività e anche così presenti. Il progetto del movimento va! Allora, il momento che stiamo attraversando ci obbliga a sgomberare la nostra attesa o pretesa di una implicazione progettuale. Questa volta non possiamo parlare di cose da fare, ma di un atteggiamento che la storia oramai esige. La differenza è che l'atteggiamento è un problema della tua persona. Il punto non è dunque la proposta di sviluppo di un discorso né la proposta di cose da realizzare. Se il movimento non è un'avventura per sé e non è il fenomeno d'un allargarsi del cuore, allora diventa il partito, che può essere sovraccarico di progetti, ma nel quale la singola persona è destinata a rimanere sempre più tragicamente sola e individualisticamente definita».
«Voi non avete patria, perché voi siete inassimilabili a questa società». Come ci piacerebbe essere degni di queste parole che Giovanni Paolo II rivolse a don Giussani, durante un'udienza privata nell'estate del 1982!
In realtà, queste parole esprimono la situazione in cui viene a trovarsi qualsiasi cristiano, se vive il cristianesimo secondo la sua vera natura. Così lesse don Giussani le parole del Papa: «Non ha patria da nessuna parte nella società di oggi colui che riconosce la presenza di Cristo – una presenza diversa da tutte le altre – nella propria vita, nella trama dei propri rapporti, nella società in cui vive \. Fino a quando il cristianesimo è sostenere dialetticamente e anche praticamente valori cristiani, esso trova spazio e accoglienza dovunque. Ma là dove il cristiano è l'uomo che annuncia nella realtà umana, storica, la presenza permanente \ di Dio fatto Uno tra noi, oggetto di esperienza \ la presenza di Cristo centro del modo di vedere, di concepire e di affrontare la vita, senso di ogni azione, sorgente di tutta l'attività dell'uomo intero, vale a dire dell'attività culturale dell'uomo, questo uomo non ha patria» .
Dal 1982 sono successe tante cose, che ci consentono di capire quanto fosse profetica l'osservazione del Papa. \
Come cristiani siamo sempre più senza patria. Questa è la bellezza della sfida che abbiamo davanti, se non fosse allo stesso tempo tragica: «L'epoca moderna, anzi, l'epoca contemporanea è la documentazione tragica di ciò cui l'uomo arriva nella pretesa di autonomia: la pretesa di farsi da sé, di realizzarsi da sé, di crearsi da sé, di decidere da sé, di avere sé come centro. Questa pretesa porta alla dissoluzione, alla perdita della libertà come originalità di giudizio sulla vita: si diventa alienati nell'opinione comune, nella cultura, nelle opinioni indotte dalla cultura dominante» \.
Etica o sentimentalismo: ecco le due interpretazioni riduttive del cristianesimo, operate dall'uomo moderno, lungo una strada che ha reso sempre più astratto Cristo. E ha lasciato l'uomo da solo.
La conseguenza non si è fatta aspettare: concependosi come autonomo, sganciato dal rapporto con l'Infinito, l'io diventa preda del potere: «La persona individualista è il fascio dei suoi fatti. L'individualista non ha consistenza personale, è un fascio di reazioni. Invece un fatto veicola una funzione, un riferimento a un ordine più grande: è questo che dà il senso della sua consistenza. Un fatto, una reazione, appartiene a qualcosa di più grande \. Per questo la lotta di oggi – culturale – è fra due concezioni dell'uomo, fra l'uomo che appartiene a qualcosa di più grande, oppure che appartiene a se stesso. Ma dov'è il veleno che sta in coda a tutta questa situazione? Che l'uomo che appartiene a se stesso è una manciata di polvere in cui ogni grano è staccato dall'altro e perciò può essere utilizzabile facilmente dal potere».
Venticinque anni dopo vediamo tutta la verità di questo giudizio. Anche noi ci troviamo immersi in questa lotta. Perciò la domanda più stringente è come venirne fuori vincitori. O, detto con altre parole: come possiamo vivere da cristiani, inassimilabili a questa situazione? Per don Giussani è chiaro qual è il primo passo da compiere: «L'uomo ritorna a essere se stesso quando ritorna a essere mendicante, a mendicare il suo traguardo, il suo destino, come un bambino che mendica la presenza della madre».
Solo così ciascuno di noi potrà capire la portata di Cristo nella propria vita. Parlando agli universitari nell'estate del 1982, don Giussani la descrive così: «Cristo è una risposta all'uomo», ma «una risposta è capita solo nella misura in cui uno sente la domanda addosso a sé. E se Cristo è il Redentore, è perché io sono un poveraccio, un povero». E più avanti augura ai suoi giovani amici che abbiano «a covare la percezione della Presenza che è risposta al vuoto che si ha addosso, a quello che non si è ancora».
Si capisce così qual è il nostro vero bisogno per potere vivere da cristiani senza patria: «Vivere l'urgenza personale di Cristo nella nostra vita, vivere l'incombenza di questa Presenza sulla nostra vita».
La conseguenza che si prospetta non può essere più entusiasmante per chi vuole vivere il cristianesimo di fronte a tutto e tutti: «Centrare questo punto stabilisce una iniziale libertà, rappresenta un punto fermo al di là di tutto, consente una stabilità umana indipendente dalle circostanze, e perciò finalmente la libertà, finalmente l'autonomia che è propria della personalità» \.
Non smetto mai di stupirmi di come don Giussani continua ad accompagnarci, sgomberando il campo dagli equivoci e mettendo davanti ai nostri occhi il vero compito: «Abbiamo riconosciuto stamattina che mai il movimento è stato così attivo, mai le comunità sono state così in attività e anche così presenti. Il progetto del movimento va! Allora, il momento che stiamo attraversando ci obbliga a sgomberare la nostra attesa o pretesa di una implicazione progettuale. Questa volta non possiamo parlare di cose da fare, ma di un atteggiamento che la storia oramai esige. La differenza è che l'atteggiamento è un problema della tua persona. Il punto non è dunque la proposta di sviluppo di un discorso né la proposta di cose da realizzare. Se il movimento non è un'avventura per sé e non è il fenomeno d'un allargarsi del cuore, allora diventa il partito, che può essere sovraccarico di progetti, ma nel quale la singola persona è destinata a rimanere sempre più tragicamente sola e individualisticamente definita».
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''E se Eluana fosse in uno stato di serenità?'' Bene Cossiga e Quagliariello che contestano al tribunale il diritto di decidere
Adriano Celentano, questa volta, l'ha detta giusta, invitando a portare in Duomo una bottigia d'acqua per esserle vicino e per protestare contro la sua esecuzione: non sappiamo nulla di Eluana ed è ragionevole il dubbio che -circondata di amore come è- viva in uno stato incosciente di serenità. Dubbio altrettanto ragionevole della certezza di una sua sofferenza che spinge il padre -ovviamente insindacabile da chiunque- a desiderarne la morte veloce.Purtroppo, però, in questo sgangherato paese, qui non si parla solo di Eluana. Il problema oggi è che una corte di giustizia si è arrogata il diritto -in assenza di una legge- di decidere sulle base di prove fallaci e parziali e di un ancor più parziale codice di procedura civile, che Eluana in realtà desidera morire.Ma questo, molto semplicemente, un tribunale non lo può fare.Bene hanno fatto i senatori Quafgliariello e Cossiga a sollevare un conflitto d'attribuzione, a chiedere che la Consulta decida se mai è possibile che un tribunale si arroghi il diritto di stabilire per sentenza che una persona -in realtà. avrebbe -il condizionale è il punto- deciso di morire se potesse decidere.Lo straripamento dei poteri che la magistratura attribuisce a sé stessa è ormai feroce.Così come feroce sarà l'esecuzione di Eluana, che non è sottoposta a nessuna terapia, che è solo alimentata con un sondino e che quindi morirà lentamente di sete e di fame.E se Eluana, in qualche modo, sentisse?
Tratto dal sito www.carlopanella.it
Tratto dal sito www.carlopanella.it
Siamo sicuri di volere il sistema elettorale tedesco? In Germania sta mostrando parecchi limiti...
La calura estiva ha riacceso il dibattito sulla legge elettorale, tema ormai fuori dai palinsesti televisivi da alcuni mesi. L'occasione è venuta da un convegno organizzato lunedì scorso dalla Fondazione Italianieuropei, i cui principali interventi sono stati ripresi anche dal quotidiano Il Riformista. Al di là dello svolgimento dei lavori, articolati sulla falsariga dei think tank americani, la litania rimane pur sempre quella dei "modelli" da importare: spagnolo corretto, francese puro, tedesco emendato e via di seguito. In particolare, sembra tornato in auge il famigerato "modello tedesco". Ma lo stesso D'Alema, quando ha invitato a riconsiderare l'archetipo d'Oltralpe, non si è soffermato a spiegare che cosa intendeva esattamente. In effetti, parlare, come fa lui, di sistema proporzionale con soglia di sbarramento al 5% non significa affatto discutere di modello tedesco, ma soltanto mostrarne sommariamente l'ossatura. In realtà il sistema è ben più complesso.
Quando in Germania ci si reca alle urne per eleggere i propri rappresentanti alla Camera bassa (Bundestag), si ha a disposizione un'unica scheda, divisa in due parti, su un lato della quale è possibile esprimere la preferenza per il candidato del proprio collegio uninonimale, mentre sull'altro si appone una croce sul simbolo della lista prescelta. Dei 598 deputati fissati dalla legge, 299 vengono direttamente eletti attraverso il primo voto (Erste Stimme), mentre gli altri 299 tramite il secondo (Zweite Stimme). Per la ripartizione dei seggi si guarderà alla somma dei voti (di lista) effettivamente ricevuti dai vari partiti nelle diverse regioni, ma a tal fine non verranno conteggiati i suffragi ricevuti da quelle liste che non abbiano raggiunto almeno il 5%. In questo modo, grazie al voto di lista si determina il numero dei deputati che siederà effettivamente in Parlamento.
Oltre allo sbarramento, v'è poi un altro meccanismo di correzione, ossia il cosiddetto Überhangmandat, o mandato in sovranumero. Non è infatti raro che tra primo e secondo voto si verifichi una palese discrasia, tale per cui, in una stessa regione, il numero di vincitori dei collegi uninonimali facenti capo ad uno stesso partito superi il numero di deputati che sarebbero spettati al medesimo partito in base al voto di lista. Ad esempio: in Assia vengono di norma eletti 110 deputati, 55 con il primo voto, 55 con il secondo. Potrebbe capitare che la CDU (il partito cristiano-democratico) ottenga 22 deputati grazie alla erste Stimme, ma solo 20 con la zweite. Questo evidentemente a causa di un voto disgiunto da parte degli elettori. Ebbene, in tal caso i deputati in sovranumero (rispetto alla ripartizione già effettuata attraverso il voto di lista) saranno due. La legge, così come finora congegnata, ha sempre riconosciuto a costoro il diritto di entrare comunque in Parlamento. La conseguenza, naturalmente, sarà quella di ingrossarne le fila, giacché a ciascun deputato in sovranumero corrisponde inevitabilmente un seggio in più rispetto ai 598 originariamente previsti. L'effetto risulta comunque ancora più paradossale, se si pensa che a causa di complicate alchimie aritmetiche è addirittura possibile che, ottenendo meno consensi in base al voto di lista, si ottenga un seggio in più tramite il mandato diretto. È accaduto a Dresda nel 2005, quando la CDU ottenne 38.000 suffragi con il voto di lista e si aggiudicò il deputato in sovranumero. Peccato che se ne avesse ricevuti più di 41.000 l'avrebbe perso...
Per questa ragione la Corte Costituzionale di Karlsruhe ha provveduto, qualche settimana fa, a dichiarare incostituzionali tali norme e a disporre la revisione della legge in sede parlamentare. A tali difficoltà di ordine tecnico si aggiunge poi anche un problema di ordine politico. Il sistema elettorale tedesco ha garantito sinora stabilità, giacché le coalizioni tradizionali sono sempre state sostanzialmente le stesse: verdi e socialdemocratici da una parte, democristiani e liberali dall'altra. Ora che la Linke, il partito di estrema sinistra nato dalle ceneri della DDR, pare voler puntare ad un 12% a livello federale, il sistema potrebbe inopinatamente implodere, dal momento che le due coalizioni non sarebbero più in grado di raccogliere la maggioranza assoluta. Insomma, di qui in avanti dovremo sempre più abituarci ad alleanze inusitate e a compromessi storici che tutto serviranno fuorché a dare solidità e compattezza al potere legislativo.
Alla luce di quanto detto, pare quindi impossibile che ci sia ancora qualcuno intenzionato a recepire in toto una disciplina elettorale, la cui estrema complessità e controintuitività consiglierebbe al contrario di restarne prudentemente alla larga.
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Quando in Germania ci si reca alle urne per eleggere i propri rappresentanti alla Camera bassa (Bundestag), si ha a disposizione un'unica scheda, divisa in due parti, su un lato della quale è possibile esprimere la preferenza per il candidato del proprio collegio uninonimale, mentre sull'altro si appone una croce sul simbolo della lista prescelta. Dei 598 deputati fissati dalla legge, 299 vengono direttamente eletti attraverso il primo voto (Erste Stimme), mentre gli altri 299 tramite il secondo (Zweite Stimme). Per la ripartizione dei seggi si guarderà alla somma dei voti (di lista) effettivamente ricevuti dai vari partiti nelle diverse regioni, ma a tal fine non verranno conteggiati i suffragi ricevuti da quelle liste che non abbiano raggiunto almeno il 5%. In questo modo, grazie al voto di lista si determina il numero dei deputati che siederà effettivamente in Parlamento.
Oltre allo sbarramento, v'è poi un altro meccanismo di correzione, ossia il cosiddetto Überhangmandat, o mandato in sovranumero. Non è infatti raro che tra primo e secondo voto si verifichi una palese discrasia, tale per cui, in una stessa regione, il numero di vincitori dei collegi uninonimali facenti capo ad uno stesso partito superi il numero di deputati che sarebbero spettati al medesimo partito in base al voto di lista. Ad esempio: in Assia vengono di norma eletti 110 deputati, 55 con il primo voto, 55 con il secondo. Potrebbe capitare che la CDU (il partito cristiano-democratico) ottenga 22 deputati grazie alla erste Stimme, ma solo 20 con la zweite. Questo evidentemente a causa di un voto disgiunto da parte degli elettori. Ebbene, in tal caso i deputati in sovranumero (rispetto alla ripartizione già effettuata attraverso il voto di lista) saranno due. La legge, così come finora congegnata, ha sempre riconosciuto a costoro il diritto di entrare comunque in Parlamento. La conseguenza, naturalmente, sarà quella di ingrossarne le fila, giacché a ciascun deputato in sovranumero corrisponde inevitabilmente un seggio in più rispetto ai 598 originariamente previsti. L'effetto risulta comunque ancora più paradossale, se si pensa che a causa di complicate alchimie aritmetiche è addirittura possibile che, ottenendo meno consensi in base al voto di lista, si ottenga un seggio in più tramite il mandato diretto. È accaduto a Dresda nel 2005, quando la CDU ottenne 38.000 suffragi con il voto di lista e si aggiudicò il deputato in sovranumero. Peccato che se ne avesse ricevuti più di 41.000 l'avrebbe perso...
Per questa ragione la Corte Costituzionale di Karlsruhe ha provveduto, qualche settimana fa, a dichiarare incostituzionali tali norme e a disporre la revisione della legge in sede parlamentare. A tali difficoltà di ordine tecnico si aggiunge poi anche un problema di ordine politico. Il sistema elettorale tedesco ha garantito sinora stabilità, giacché le coalizioni tradizionali sono sempre state sostanzialmente le stesse: verdi e socialdemocratici da una parte, democristiani e liberali dall'altra. Ora che la Linke, il partito di estrema sinistra nato dalle ceneri della DDR, pare voler puntare ad un 12% a livello federale, il sistema potrebbe inopinatamente implodere, dal momento che le due coalizioni non sarebbero più in grado di raccogliere la maggioranza assoluta. Insomma, di qui in avanti dovremo sempre più abituarci ad alleanze inusitate e a compromessi storici che tutto serviranno fuorché a dare solidità e compattezza al potere legislativo.
Alla luce di quanto detto, pare quindi impossibile che ci sia ancora qualcuno intenzionato a recepire in toto una disciplina elettorale, la cui estrema complessità e controintuitività consiglierebbe al contrario di restarne prudentemente alla larga.
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
mercoledì 16 luglio 2008
La tattica di Zapatero contro il diritto alla vita e la libertà
Aborto, eutanasia, laicismo sono le nuove bandiere di una lottta che ha bisogno di essere reinventata. Lo zapaterismo, come un organismo che cresce e cambia, e che già comprende ampi settori del Psoe e anche una parte del Pp (sì, una parte del Pp!) ha bisogno di reinventarsi ancora una volta, con nuove lotte e nuovi avversari: segni del passato che è necessario sepellire.Quando l’opposizione rifiuta di affrontare questi temi, perché «non importano a nessuno», dimostra che non capisce la posta in palio. Rajoy sottostima l’effetto amplificatore della propaganda.
Non è una casualità che nel suo 37° congresso il Psoe abbia eliminato il riferimento alla “lotta di classe” che Pablo Iglesias aveva portato 129 anni fa. Quella “lotta di classe” coniata da Marx e Engels dava nome allo scontro tra la borghesia capitalista e il proletariato, ed era considerata lo strumento necessario perché gli operai prendessero il controllo dei mezzi di produzione e per la collettivizzazione della proprietà. Ora, la nuova filosofia espressa nei discorsi dell’ultimo congresso federale stabilisce che «la sinistra deve trasformare la sua visione dell’impresa e superare il suo antagonismo idelogico e il suo disprezzo storico per essa».
Senza dubbio, il meccanismo Zapatero continua ad aver bisogno della lottta, del conflitto, proprio come una tavola da surf ha bisogno di una serie continua di onde per mantenersi a galla. Il progressismo si fa sempre contro qualcosa o qualcuno seguendo fermamente la dialettica hegeliana. Il moderno trova la sua identità solamente come contrapposizione all’antico. È necessaria la lotta, ma bisogna cambiare gli avversari poiché la sinistra è più borghese che proletaria. E non serve nemmeno ricorrere alle ricette della vecchia socialdemocrazia. Non si può aiutare chi ha di meno attraverso servizi o salari più alti, perché i conti pubblici sono sull’orlo del deficit.
Le conquiste sociali della sinistra non hanno più come beneficiari i disoccupati, le famiglie in difficoltà o i lavoratori più poveri che non arrivano alla fine del mese. Il socialismo di oggi assume come proprie le strane rivendicazioni che arrivano da alcuni gruppi di pressione minoritari.
Per questo, se nella passata legislatura lo zapaterismo ha preso con sé il matrimonio omosessuale, la memoria storica e la sperimentazione sugli embrioni, il congresso socialista di dieci giorni fa ha stabilito che le nuove “conquiste sociali” saranno l’aborto, l’eutanasia, il laicismo e il voto agli immigrati. Nuove battaglie inventante contro un nemico diffuso, più fittizio che reale, una specie di magma costruito con luoghi comuni sulla Chiesa cattolica e la destra, illustrato con vecchie fotografie del regime franchista.
La reazione del leader dell’opposizione di fronte alla radicalizzazione del discorso del Psoe è stata troppo prevedibile. Dicendo che al congresso socialista «non si è parlato della disoccupazione e dei mutui e si è parlato di altri temi che non interessano a nessuno» o sostenendo che «nessuno, quando si trova per strada, si preoccupa per la laicità, o che non c’è nessuno che non dorme perché gli immigrati hanno diritto di votare o meno alle amministrative», Rajoy dimostra di peccare di ingenuità e di non capire il gioco dei suoi avversari; cosa che succede anche al suo delfino alla Camera dei deputati, Soraya Sáenz de Santamaría, che, a una domanda sui nuovi temi che fanno parte dell’agenda di Governo, non è capace di dare una seria risposta e se la cava dicendo: «Non mi immischio nelle manovre di distrazione del Psoe».
I dirigenti popolari non hanno capito niente, perché sottostimano il fattore della propaganda. Senza dubbio, all’inizio l’aborto, l’eutanasia, il laicismo e il voto agli immigrati sono aspirazioni di una minoranza che non riguardano l’interesse generale (i primi due, certamente, sono diretti cotro il diritto alla vita, e la terza riduce le libertà), ma l’effetto amplificatore della propaganda fa diventare questi temi prioritari per quella maggioranza di cittadini che cade nella trappola di pensare che saranno più felici e più liberi se queste politiche verranno portate avanti.
Facciamo un esempio. Una delle grandi “conquiste sociali” che si è aggiudicato il Governo nella passata legislatura è stato il matrimonio tra gli omosessuali. Da quando è stata approvata questa legge, solamente una piccola minoranza di 5. 000 coppie ha utilizzato questa misura (dato del Ministero della Giustizia), mentre alla manifestazione dell’orgoglio gay abbiamo visto centinaia di migliaia di spagnoli (la maggioranza eterosessuali) festeggiare per le strade gli effetti di questa politica, senza dimenticare i sondaggi che mostrano come un’ampia maggioranza di cittadini appoggia la modifica del Codice civile (a quattro anni dall’entrata in vigore, il 66% degli spagnoli era favorevole al matrimonio fra gay).
C’è una massa neutra di cittadini sui quali rapidamente si proietta, come su di un grande schermo, la propaganda governativa su temi che all’inizio non gli interessano, ma che sono presentati come i nuovi simboli di una lotta manichea tra il Bene moderno e il Male retrogrado. L’aborto, l’eutanasia, il laicismo, il voto agli immigrati sono i nuovi simboli. Il “gregge” di menti indifferenti sta quasi per farli propri.
Sebbene il manicheismo progressista abbia abolito il dibattito, la società, e con essa il Pp, non deve sfuggire questi temi. È necessario smontare il grande inganno. Bisogna riscattare i fatti e i dati dalle interpretazioni ideologiche per scoprire che diminuire il diritto alla vita è qualcosa di profondamente ingiusto e disumano. Come è possibile convincere una maggioranza che pratiche disuamane come l’aborto e l’eutanasia non porteranno più libertà e giustizia? Ciò coincide con il vero desiderio di libertà e giustizia di questa maggioranza neutra?
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Formigoni: su sanità passo avanti del governo, ma non esaustivo.
"Il Governo ha annunciato di passare da 50 milioni a 400 milioni lo stanziamento per il ticket”, ma “la partita ticket vale 835 milioni”. Quello del governo è dunque “un passo avanti significativo ma non ancora esaustivo".
Lo ha dichiarato il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, a margine di un incontro in merito alla proposta di Governo di attribuire in esclusiva al Tar del Lazio le competenze sulle controversie in tema di energia, tenutosi questa mattina presso la sede della Regione Lombardia.
Stasera alle 20 a Palazzo Chigi, Governo e Regioni si incontreranno per discutere di sanità: le rispettive posizioni sembrano ancora distanti. "Gli incontri di ieri sono stati preparatori e non hanno portato ad una soluzione - ha aggiunto Formigoni -. Stasera ci incontriamo per trovarla". Il governatore della Lombardia ha poi spiegato che è previsto "un aumento in cifra assoluta, ma questo aumento è inferiore all'inflazione programmata, che a sua volta è inferiore all'inflazione reale, che è inferiore al tasso di crescita tendenziale della spesa sanitaria". Quest'ultima, ha sottolineato, "in tutta Europa e in tutto il mondo cresce ad un livello superiore all'inflazione reale: questo è il dato con cui dobbiamo misurarci".
"E' vero che le risorse aumentano in cifra assoluta - ha affermato Formigoni - ma aumentano troppo poco rispetto al tendenziale, noi diciamo che c'è una sottostima del Fondo sanitario". "Rispetto al tendenziale la cifra di meno è tra i 7 e i 9 miliardi in tre anni - ha concluso Formigoni - rimanesse così temo che tutte le Regioni saranno costrette ad andare in deficit: ci sarà un pezzo che mancherà, dovremo decidere come coprirlo".
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Lo ha dichiarato il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, a margine di un incontro in merito alla proposta di Governo di attribuire in esclusiva al Tar del Lazio le competenze sulle controversie in tema di energia, tenutosi questa mattina presso la sede della Regione Lombardia.
Stasera alle 20 a Palazzo Chigi, Governo e Regioni si incontreranno per discutere di sanità: le rispettive posizioni sembrano ancora distanti. "Gli incontri di ieri sono stati preparatori e non hanno portato ad una soluzione - ha aggiunto Formigoni -. Stasera ci incontriamo per trovarla". Il governatore della Lombardia ha poi spiegato che è previsto "un aumento in cifra assoluta, ma questo aumento è inferiore all'inflazione programmata, che a sua volta è inferiore all'inflazione reale, che è inferiore al tasso di crescita tendenziale della spesa sanitaria". Quest'ultima, ha sottolineato, "in tutta Europa e in tutto il mondo cresce ad un livello superiore all'inflazione reale: questo è il dato con cui dobbiamo misurarci".
"E' vero che le risorse aumentano in cifra assoluta - ha affermato Formigoni - ma aumentano troppo poco rispetto al tendenziale, noi diciamo che c'è una sottostima del Fondo sanitario". "Rispetto al tendenziale la cifra di meno è tra i 7 e i 9 miliardi in tre anni - ha concluso Formigoni - rimanesse così temo che tutte le Regioni saranno costrette ad andare in deficit: ci sarà un pezzo che mancherà, dovremo decidere come coprirlo".
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
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Per Vassalli nella sentenza della Corte d’appello su Eluana ''mancano le basi giuridiche”
Il penalista Giuliano Vassali, presidente emerito della Corte Costituzionale ed ex ministro della Giustizia, commenta gli ultimi sviluppi del caso Eluana Englaro:
“Ognuno sta cercando una soluzione secondo le proprie vedute ideologiche, morali, religiose o non religiose. Io non voglio entrare nel merito di questi aspetti, ma solo della questione strettamente giuridica, di diritto positivo. E secondo il diritto positivo vigente italiano io non trovo una base per la decisione della suprema Corte di Cassazione”. Quella decisione è alla base del decreto esecutivo con il quale la Corte d’appello civile di Milano ha autorizzato pochi giorni fa il padre di Eluana a interrompere la nutrizione e l’idratazione della ragazza attraverso un sondino. Vassalli afferma di nutrire “il massimo rispetto nei confronti del giudice che ha firmato quella sentenza, la dottoressa Maria Gabriella Luccioli, la quale si era laureata con me in Diritto penale a Roma ed è stata la prima donna magistrato. Ma non trovo né nella decisione della Corte di Cassazione, né nel decreto esecutivo della Corte civile d’appello di Milano la base giuridica rispetto al diritto vigente. Decisioni simili a quelle riguardanti il caso Englaro le si può forse trarre da principi umanitari e ideali, ma certo non in base al diritto vigente. Sento parlare di continuo del fatto che sarà risolutivo il testamento biologico. Ma di per sé il testamento biologico non risolve proprio niente, esso dovrebbe essere elemento di una legge che disciplini la materia per intero. Il parlamento affronti, se vuole, la questione. Altrimenti le vie extralegali non sono ammissibili. Io almeno non ne vedo la praticabilità”. Così conclude il presidente merito della Corte costituzionale: “Ogni giorno sentiamo invocare la certezza del diritto, il principio di legalità, ma al dunque, di fronte a certi casi tragici, vogliamo aggirare quella certezza. Le leggi scritte esistono: possiamo discutere da punti di vista sentimentali, ideali, di principio. Ma dal punto di vista del diritto positivo non ci sono equivoci possibili. Non posso far altro che ribadire la mia impotenza a trovare un fondamento giuridico positivo a favore di quelle decisioni giudiziarie”.
Tratto dal quotidiano Il Foglio del 16.07.2008
“Ognuno sta cercando una soluzione secondo le proprie vedute ideologiche, morali, religiose o non religiose. Io non voglio entrare nel merito di questi aspetti, ma solo della questione strettamente giuridica, di diritto positivo. E secondo il diritto positivo vigente italiano io non trovo una base per la decisione della suprema Corte di Cassazione”. Quella decisione è alla base del decreto esecutivo con il quale la Corte d’appello civile di Milano ha autorizzato pochi giorni fa il padre di Eluana a interrompere la nutrizione e l’idratazione della ragazza attraverso un sondino. Vassalli afferma di nutrire “il massimo rispetto nei confronti del giudice che ha firmato quella sentenza, la dottoressa Maria Gabriella Luccioli, la quale si era laureata con me in Diritto penale a Roma ed è stata la prima donna magistrato. Ma non trovo né nella decisione della Corte di Cassazione, né nel decreto esecutivo della Corte civile d’appello di Milano la base giuridica rispetto al diritto vigente. Decisioni simili a quelle riguardanti il caso Englaro le si può forse trarre da principi umanitari e ideali, ma certo non in base al diritto vigente. Sento parlare di continuo del fatto che sarà risolutivo il testamento biologico. Ma di per sé il testamento biologico non risolve proprio niente, esso dovrebbe essere elemento di una legge che disciplini la materia per intero. Il parlamento affronti, se vuole, la questione. Altrimenti le vie extralegali non sono ammissibili. Io almeno non ne vedo la praticabilità”. Così conclude il presidente merito della Corte costituzionale: “Ogni giorno sentiamo invocare la certezza del diritto, il principio di legalità, ma al dunque, di fronte a certi casi tragici, vogliamo aggirare quella certezza. Le leggi scritte esistono: possiamo discutere da punti di vista sentimentali, ideali, di principio. Ma dal punto di vista del diritto positivo non ci sono equivoci possibili. Non posso far altro che ribadire la mia impotenza a trovare un fondamento giuridico positivo a favore di quelle decisioni giudiziarie”.
Tratto dal quotidiano Il Foglio del 16.07.2008
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martedì 15 luglio 2008
Vittadini: cambiare la società “dal basso”. Dagli Usa una buona lezione
Una concezione obsoleta di statalismo laicista continua a soffocare e rallentare il nostro Paese.Che lo sviluppo di un Paese civile moderno non possa essere realizzato se non liberando le energie di tutti i soggetti sociali che lo compongono e ridando allo Stato centrale la sua funzione regolatrice, è sempre più evidente.
Barack Obama (descritto comunque a torto quasi come l’alter ego di Veltroni), lo scorso primo luglio, in un discorso in cui sottolineava l’importanza per la vita civile dei gruppi caratterizzati da appartenenze religiose, ha affermato che “il cambiamento non avviene dall'alto verso il basso, ma dal basso verso l'alto e pochi sono vicini alla gente più delle chiese, delle sinagoghe, dei templi e delle moschee”, anche negli interventi sociali a favore dei poveri.
Prendendo poi ad esempio il successo del programma “Youth Education for Tomorrow” realizzato a Philadelphia, il senatore arriva addirittura a dire che questa modalità di intervento a favore delle classi meno abbienti che nasce da realtà sociali e gruppi mossi da motivazioni religiose, è cruciale anche in campo educativo e se diventerà presidente farà nascere un organismo “for Faith-Based and Neighborhood Partnerships”, attraverso cui utilizzare fondi federali a favore di queste realtà.
Se si pensa che una concezione di vita civile che riconosce l'apporto imprescindibile di realtà sociali di base (visione “sussidiaria” della società) è appannaggio ancora di più del repubblicano McCain, si evince il suggerimento che arriva da oltreoceano. La sinistra italiana, nonostante la nascita del Partito democratico, continua ad essere egemonizzata da opinionisti e politici ossessionati dalle presunte violazioni clericali della laicità dello Stato, bloccati su una gestione diretta dei servizi da parte degli enti pubblici, convinti, in una concezione in cui allo Stato si contrappone solo l’individuo atomisticamente inteso, che l’unica alternativa allo statalismo è un mercato selvaggio dei servizi.
Questa concezione, contrabbandata per moderna, ma in realtà residuo di ideologie ottocentesche, è il più pesante orpello allo sviluppo libero e responsabile e al cambiamento del nostro Paese.
Giorgio Vittadini
Tratto dal sito www.loccidentale.it
5 x mille. Bene l’introduzione anche nel 2009, ma ora va stabilizzato
Che il 5 per mille vada reso definitivo lo dicono un po’ tutti.
Il gruppo di fondazioni – coordinato dalla Fondazione per la Sussidiarietà - che funge da segreteria scientifica dell’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà ha deciso di andare oltre i proclami e di preparare il testo del provvedimento relativo alla stabilizzazione dell’istituto.
A proposito del metodo
Per comprendere lo sviluppo di qualsiasi realtà è necessario rispondere alla domanda “di che si tratta?”. È pertanto questa la domanda che ci siamo posti in relazione allo strumento 5 per mille, nato come norma ed evolutosi come “fenomeno”.
La risposta che ci siamo dati è la seguente: si tratta della possibilità riconosciuta al cittadino di destinare direttamente una parte del denaro che – attraverso il prelievo fiscale – verrebbe sottratto dalla propria disponibilità per andare a costruire la cosa di tutti. Anche la quota di denaro relativa al 5 per mille esce dalla sfera della disponibilità personale, per essere indirizzato a realtà che la legge identifica implicitamente come artefici di una utilità sociale. La legge si limita a identificare le categorie di soggetti ammessi al beneficio. Sono invece le norme istitutive di tali soggetti destinatari (ONLUS, organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale, associazioni riconosciute e fondazioni) a dettare le regole cui tali soggetti devono subordinare il proprio assetto e la propria azione. Pertanto, le modalità di utilizzo delle somme non sono dettate dalla norma del 5 per mille, dovendo esse esclusivamente essere finalizzate al raggiungimento degli scopi, nel rispetto della natura dell’ente e delle leggi istitutive della categoria cui esso appartiene. Ad esempio, una ONLUS di beneficenza utilizzerà le somme per i propri scopi statutari, nell’alveo di ciò che il decreto istitutivo delle ONLUS dispone. Questa considerazione, all’apparenza ovvia, ha conseguenze operative importanti, che di seguito osserveremo.
Nell’alveo delle categorie di enti identificati dalla norma, il cittadino è libero di scegliere a chi destinare la propria quota di imposte. Pertanto, egli diventa protagonista nella scelta del come utilizzare risorse pubbliche; nella scelta dei soggetti privati che realizzano il bene comune; nel superamento del dogma dello statalismo, ai sensi del quale la pubblica utilità è realizzata – o almeno decisa – dall’ente pubblico.
Riconosciuto ciò che il 5 per mille è, si tratta di formulare e rispondere alla domanda successiva: “come farlo funzionare al meglio?”. Da qui l’osservazione di quel che funziona e di quel che deve essere migliorato. Per rispondere alla domanda abbiamo osservato che cosa gli enti chiedono allo strumento e abbiamo identificato queste macro categorie di problematiche ed esigenze.
La definitività del provvedimento: è di fondamentale importanza per gli enti poter contare stabilmente sul gettito del 5 per mille. Certo, il “quanto” dipende dall’impegno nella “campagna”, dall’utilità riconosciuta all’operato dell’ente dal contesto sociale di riferimento, ecc. Ciò detto, la continuità del provvedimento consentirebbe a molti enti l’ingresso nel periodo della maturità, che normalmente coincide con il dotarsi di un minimo di struttura stabile.
Il tempismo nell’erogazione: su questo tema è stato detto molto. Si pensi che la maggior parte degli enti non ha ancora ricevuto il 5 per mille 2006 e che non sono ancora disponibili gli importi relativi al 2007. Dando per appurata la volontà condivisa di giungere a tempi ragionevoli di erogazione, si tratta di capire come fare.
La semplicità di accesso: la gran parte degli enti ammessi al beneficio è piccolo e non ha strutture amministrative e segretariati in grado di supportarlo nell’adempiere a pratiche complesse. Pertanto, vanno ridotti al minimo gli adempimenti burocratici.
L’assenza di tetto: come osservato da molti, in presenza di un numero di destinatari prevedibilmente crescente, un tetto di spesa – parametrato sugli importi destinati nel precedente esercizio – rende la denominazione “5 per mille” puramente nominalistica, in quanto l’importo effettivamente erogato è destinato ad essere percentualmente inferiore.
Le proposte dell’Intergruppo
Queste riflessioni hanno portato alla formulazione di un articolato, i cui punti salienti sono riassunti di seguito:
- alcune disposizioni relative ai contribuenti esercenti attività professionali o di impresa che realizzano redditi di fascia bassa, introducono – in luogo dell’IRPEF – delle imposte sostitutive (articolo 1, comma 105, Legge 244/07; articolo 13, Legge 388/00). Ci sembra coerente con la ratio della norma la previsione che il 5 per mille di tali imposte sostitutive possa anch’esso essere destinato;
- relativamente ai soggetti ammessi al beneficio, la nostra stesura prevede un ritorno alla formulazione iniziale. Infatti, perché le associazioni in possesso di riconoscimento della personalità giuridica che operano in determinati settori sono ammesse al beneficio e le fondazioni che operano nei medesimi settori invece no? Se la ratio sottesa alla identificazione dei soggetti destinatari è l’utilità sociale perseguita dagli stessi, tale esclusione è priva di ragioni. Inoltre, almeno per il settore non profit non deve essere ammessa la prassi dell’iscrizione d’ufficio, come è accaduto quest’anno per le associazioni sportive dilettantistiche iscritte al registro tenuto presso il Coni. Ogni ente deve essere libero di scegliere se aderire o meno; ogni federazione deve poter decidere se aderire solo a livello centrale o coinvolgendo anche le strutture periferiche;
- il testo prevede una semplificazione del meccanismo dell’iscrizione. Trattandosi della messa a norma dell’istituto, l’articolato proposto prevede che l’ente debba produrre tutti i propri dati solo in sede di prima iscrizione, essendo sufficiente – negli anni successivi – la manifestazione della volontà di permanenza nella lista dei beneficiari;
- il decreto proposto stabilirà i tempi di pubblicazione degli elenchi delle somme destinate e i tempi di erogazione delle stesse. In caso di erogazione tardiva verranno conteggiati interessi da corrispondere agli enti. Inoltre, l’osservazione di ciò che è fino ad ora accaduto ci porta a pensare all’Agenzia delle Entrate, e non ai Ministeri coinvolti, quale soggetto incaricato della erogazione materiale delle somme, proprio in quanto dotata di una struttura operativa più adeguata al disbrigo di tale adempimento;
- la rendicontazione delle somme richiesta nell’ultima stesura della norma è un adempimento inutile. Infatti, per l’anno 2008 i rendiconti – al di sopra di certi importi di 5 per mille – dovranno essere inviati all’Agenzia delle Entrate; al di sotto di tali cifre dovranno comunque essere compilati e, in caso di accertamento, l’assenza della rendicontazione causerebbe l’inammissibilità al beneficio del 5 per mille per l’ente e il relativo obbligo di restituzione. Ma, come abbiamo visto in premessa, il 5 per mille non è una somma che deve essere destinata ad una specifica attività, dovendo essa essere semplicemente utilizzata dall’ente dell’alveo delle proprie finalità. In tal senso, risulta molto più interessante la pubblicazione di alcuni dati significativi del bilancio dell’ente e di una descrizione di ciò che esso realizza, in modo che tali informazioni possano essere utili a coloro che devono scegliere a chi destinare il proprio 5 per mille. Pertanto, l’articolato proporrà la pubblicazione di alcuni dati di bilancio degli enti destinatari su un sito accessibile a tutti. L’obbligo sarà però limitato agli enti che ricevono somme considerevoli, in modo da non costituire un inutile orpello per gli enti di piccole dimensioni.
- Infine, verrà richiesta una sanatoria per quegli enti che, a causa di errori formali (tardiva presentazione dell’autocertificazione, modello non conforme, carta di identità del legale rappresentante scaduta…) allo stato attuale non sono ammessi alla ripartizione del 5 per mille 2006.
Monica Poletto
Tratto dal sito www.loccidentale.it
Il gruppo di fondazioni – coordinato dalla Fondazione per la Sussidiarietà - che funge da segreteria scientifica dell’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà ha deciso di andare oltre i proclami e di preparare il testo del provvedimento relativo alla stabilizzazione dell’istituto.
A proposito del metodo
Per comprendere lo sviluppo di qualsiasi realtà è necessario rispondere alla domanda “di che si tratta?”. È pertanto questa la domanda che ci siamo posti in relazione allo strumento 5 per mille, nato come norma ed evolutosi come “fenomeno”.
La risposta che ci siamo dati è la seguente: si tratta della possibilità riconosciuta al cittadino di destinare direttamente una parte del denaro che – attraverso il prelievo fiscale – verrebbe sottratto dalla propria disponibilità per andare a costruire la cosa di tutti. Anche la quota di denaro relativa al 5 per mille esce dalla sfera della disponibilità personale, per essere indirizzato a realtà che la legge identifica implicitamente come artefici di una utilità sociale. La legge si limita a identificare le categorie di soggetti ammessi al beneficio. Sono invece le norme istitutive di tali soggetti destinatari (ONLUS, organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale, associazioni riconosciute e fondazioni) a dettare le regole cui tali soggetti devono subordinare il proprio assetto e la propria azione. Pertanto, le modalità di utilizzo delle somme non sono dettate dalla norma del 5 per mille, dovendo esse esclusivamente essere finalizzate al raggiungimento degli scopi, nel rispetto della natura dell’ente e delle leggi istitutive della categoria cui esso appartiene. Ad esempio, una ONLUS di beneficenza utilizzerà le somme per i propri scopi statutari, nell’alveo di ciò che il decreto istitutivo delle ONLUS dispone. Questa considerazione, all’apparenza ovvia, ha conseguenze operative importanti, che di seguito osserveremo.
Nell’alveo delle categorie di enti identificati dalla norma, il cittadino è libero di scegliere a chi destinare la propria quota di imposte. Pertanto, egli diventa protagonista nella scelta del come utilizzare risorse pubbliche; nella scelta dei soggetti privati che realizzano il bene comune; nel superamento del dogma dello statalismo, ai sensi del quale la pubblica utilità è realizzata – o almeno decisa – dall’ente pubblico.
Riconosciuto ciò che il 5 per mille è, si tratta di formulare e rispondere alla domanda successiva: “come farlo funzionare al meglio?”. Da qui l’osservazione di quel che funziona e di quel che deve essere migliorato. Per rispondere alla domanda abbiamo osservato che cosa gli enti chiedono allo strumento e abbiamo identificato queste macro categorie di problematiche ed esigenze.
La definitività del provvedimento: è di fondamentale importanza per gli enti poter contare stabilmente sul gettito del 5 per mille. Certo, il “quanto” dipende dall’impegno nella “campagna”, dall’utilità riconosciuta all’operato dell’ente dal contesto sociale di riferimento, ecc. Ciò detto, la continuità del provvedimento consentirebbe a molti enti l’ingresso nel periodo della maturità, che normalmente coincide con il dotarsi di un minimo di struttura stabile.
Il tempismo nell’erogazione: su questo tema è stato detto molto. Si pensi che la maggior parte degli enti non ha ancora ricevuto il 5 per mille 2006 e che non sono ancora disponibili gli importi relativi al 2007. Dando per appurata la volontà condivisa di giungere a tempi ragionevoli di erogazione, si tratta di capire come fare.
La semplicità di accesso: la gran parte degli enti ammessi al beneficio è piccolo e non ha strutture amministrative e segretariati in grado di supportarlo nell’adempiere a pratiche complesse. Pertanto, vanno ridotti al minimo gli adempimenti burocratici.
L’assenza di tetto: come osservato da molti, in presenza di un numero di destinatari prevedibilmente crescente, un tetto di spesa – parametrato sugli importi destinati nel precedente esercizio – rende la denominazione “5 per mille” puramente nominalistica, in quanto l’importo effettivamente erogato è destinato ad essere percentualmente inferiore.
Le proposte dell’Intergruppo
Queste riflessioni hanno portato alla formulazione di un articolato, i cui punti salienti sono riassunti di seguito:
- alcune disposizioni relative ai contribuenti esercenti attività professionali o di impresa che realizzano redditi di fascia bassa, introducono – in luogo dell’IRPEF – delle imposte sostitutive (articolo 1, comma 105, Legge 244/07; articolo 13, Legge 388/00). Ci sembra coerente con la ratio della norma la previsione che il 5 per mille di tali imposte sostitutive possa anch’esso essere destinato;
- relativamente ai soggetti ammessi al beneficio, la nostra stesura prevede un ritorno alla formulazione iniziale. Infatti, perché le associazioni in possesso di riconoscimento della personalità giuridica che operano in determinati settori sono ammesse al beneficio e le fondazioni che operano nei medesimi settori invece no? Se la ratio sottesa alla identificazione dei soggetti destinatari è l’utilità sociale perseguita dagli stessi, tale esclusione è priva di ragioni. Inoltre, almeno per il settore non profit non deve essere ammessa la prassi dell’iscrizione d’ufficio, come è accaduto quest’anno per le associazioni sportive dilettantistiche iscritte al registro tenuto presso il Coni. Ogni ente deve essere libero di scegliere se aderire o meno; ogni federazione deve poter decidere se aderire solo a livello centrale o coinvolgendo anche le strutture periferiche;
- il testo prevede una semplificazione del meccanismo dell’iscrizione. Trattandosi della messa a norma dell’istituto, l’articolato proposto prevede che l’ente debba produrre tutti i propri dati solo in sede di prima iscrizione, essendo sufficiente – negli anni successivi – la manifestazione della volontà di permanenza nella lista dei beneficiari;
- il decreto proposto stabilirà i tempi di pubblicazione degli elenchi delle somme destinate e i tempi di erogazione delle stesse. In caso di erogazione tardiva verranno conteggiati interessi da corrispondere agli enti. Inoltre, l’osservazione di ciò che è fino ad ora accaduto ci porta a pensare all’Agenzia delle Entrate, e non ai Ministeri coinvolti, quale soggetto incaricato della erogazione materiale delle somme, proprio in quanto dotata di una struttura operativa più adeguata al disbrigo di tale adempimento;
- la rendicontazione delle somme richiesta nell’ultima stesura della norma è un adempimento inutile. Infatti, per l’anno 2008 i rendiconti – al di sopra di certi importi di 5 per mille – dovranno essere inviati all’Agenzia delle Entrate; al di sotto di tali cifre dovranno comunque essere compilati e, in caso di accertamento, l’assenza della rendicontazione causerebbe l’inammissibilità al beneficio del 5 per mille per l’ente e il relativo obbligo di restituzione. Ma, come abbiamo visto in premessa, il 5 per mille non è una somma che deve essere destinata ad una specifica attività, dovendo essa essere semplicemente utilizzata dall’ente dell’alveo delle proprie finalità. In tal senso, risulta molto più interessante la pubblicazione di alcuni dati significativi del bilancio dell’ente e di una descrizione di ciò che esso realizza, in modo che tali informazioni possano essere utili a coloro che devono scegliere a chi destinare il proprio 5 per mille. Pertanto, l’articolato proporrà la pubblicazione di alcuni dati di bilancio degli enti destinatari su un sito accessibile a tutti. L’obbligo sarà però limitato agli enti che ricevono somme considerevoli, in modo da non costituire un inutile orpello per gli enti di piccole dimensioni.
- Infine, verrà richiesta una sanatoria per quegli enti che, a causa di errori formali (tardiva presentazione dell’autocertificazione, modello non conforme, carta di identità del legale rappresentante scaduta…) allo stato attuale non sono ammessi alla ripartizione del 5 per mille 2006.
Monica Poletto
Tratto dal sito www.loccidentale.it
lunedì 14 luglio 2008
Formigoni: inammissibili i tagli alle Regioni in campo sanitario
Tra gli aspetti della legge Finanziaria non ben visti dagli enti locali ci sono alcune proposte alle Regioni come i tagli alla Sanità che «sono insostenibili»: lo dice il presidente della Regione Lombardia Formigoni. «Come Regioni abbiamo chiesto un incontro urgente con il presidente del Consiglio Berlusconi, il ministro dell'Economia e quello per gli Affari Regionali, perchè ci era stato assicurato che non ci sarebbero state decisioni unilaterali» ha spiegato Formigoni, che ha annunciato che l'incontro sarà la prossima settimana, anche se la data è ancora da stabilire. «Siamo disponibili a partecipare per ridurre il deficit - ha concluso il governatore - ma attraverso misure sostenibili, e con un metodo concordato. I fondi prelevati ai cittadini devono restare sul territorio».
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
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