venerdì 11 luglio 2008

É fatta: sì dell’Unesco a Mantova e Sabbioneta

Mantova e Sabbioneta sono, da ieri, patrimonio mondiale dell’umanità. A Quebec city, in Canada, dove è in corso la sessione annuale del Comitato dell’Unesco, gli Stati membri hanno accolto la proposta di inserire le due città gonzaghesche nella lista dei siti da proteggere come massima espressione del genio umano e, quindi, da tramandare, così come sono, con tutti i loro gioielli di arte e cultura, ai posteri. Non c’è stato nemmeno bisogno di votare. Il Comitato, formato da trenta delegati in rappresentanza di altrettanti paesi, in pochi minuti ha deliberato sottolineando con un caloroso applauso la proclamazione. Occhi lucidi, in platea, per la delegazione mantovana, capeggiata dai due sindaci Fiorenza Brioni e Antonio Beccari.
É stato coronato il loro sogno iniziato anni fa e per il quale hanno profuso tante energie assieme ai loro collaboratori, sfidando anche lo scetticismo di alcuni settori delle loro comunità, spaventati dai vincoli di conservazione del territorio che potrebbero derivare. Adesso è il momento della gioia e dell’orgoglio per aver lanciato i nomi di Mantova e Sabbioneta nell’élite mondiale della cultura.
Le due città sono state iscritte con la seguente motivazione: «Esse rappresentano gli esempi più eminenti delle due modalità più emblematiche della progettazione urbanistica del Rinascimento, rispettivamente quella evolutiva e quella fondativa. Come tali, esse sono servite di riferimento per gran parte delle successive esperienze di costruzione della città fino all’epoca moderna». Insomma, «gli artisti che hanno concorso alla realizzazione delle due città hanno prodotto capolavori che hanno portato a compimento gli ideali del primo Rinascimento, contribuendo in maniera determinante alla diffusione internazionale di un movimento destinato ad influenzare e plasmare l’intera Europa». L’esame della candidatura è cominciato ieri alle 12,10 ora locale. Prima di Mantova e Sabbioneta il Comitato del patrimonio mondiale aveva esaminato una quindicina di siti che aspiravano a diventare patrimonio dell’umanità. Era l’elenco fornito dall’Icomos, organismo tecnico che con i suoi esperti in conservazione monumentale e paesaggistica aiuta l’Unesco nella valutazione delle varie candidature e consente, poi, al Comitato di prendere la decisione politica di dire sì o no. Quando è stata la volta di Mantova e Sabbioneta, i mantovani hanno incrociato le dita. Le informazioni con cui erano partiti venerdì scorso dall’Italia davano le due città per «promosse» ma la tensione, nel salone, era ugualmente tanta. A rassicurarli c’era l’ambasciatore italiano presso l’Unesco, Giuseppe Moscato. E’ toccato al delegato inglese illustrare ai colleghi l’unica candidatura italiana, spiegare perchè le due città aspiravano a quel ruolo e con che carte giocavano. Dopo di lui sono intervenuti altri tre delegati, l’australiano, il keniano e l’egiziano. L’intervento di quest’ultimo, dopo i favorevoli discorsi degli altri due, ha costituito l’apoteosi per i mantovani: «Io - ha detto - sono stato una settimana a Mantova in vacanza e, quindi, caldeggio la sua iscrizione tra i siti Unesco». Un caloroso applauso si è alzato dalla platea: erano le 12,20 locali, le 18,20 in Italia. Mantova e Sabbioneta da quel momento sono città universali.

Sandro Mortari
Tratto dal quotidiano La Gazzetta di Mantova del 08.07.2008

Veltroni, un lampo di saggezza

Il dado è (finalmente) tratto: Veltroni ha dovuto prendere atto dell’impossibilità di proseguire l’alleanza politico-strategica con Di Pietro, salvo sconfessare definitivamente la svolta riformista e anti-giustizialista che aveva fatto candidandosi alla guida del governo contro Berlusconi.

La scelta dell’apparentamento con l’Italia dei Valori era stata il peccato originale di una legislatura che avrebbe dovuto nascere – secondo l’intendimento dei due partiti maggiori – come costituente, per portare l’Italia a diventare finalmente un Paese normale. Ora, verificata l’impossibilità di proseguire un esperimento assurdo, perché un partito che vuol davvero radicarsi nel solco riformista non può procedere a braccetto con un alleato giacobino la cui unica aspirazione politica è il qualunquismo abbinato alle manette facili, si potrebbe voltare pagina.

Prima di parlare di un cambiamento vero del quadro politico occorre però molta cautela, perché è inevitabile che Veltroni sia costretto a fronteggiare la forte dissidenza non solo della sinistra del partito, ma degli stessi prodiani come Parisi, che non a caso sono scesi in piazza martedì insieme a Di Pietro e ai girotondini che si sono lanciati all’assalto del capo dello Stato (e del Papa). E poi, appena due giorni fa, c’è stato l’incidente con Veltroni e Franceschini scatenati contro Gianfranco Fini, la cui unica colpa era quella di aver offerto la sponda al Quirinale nel tentativo di svelenire lo scontro tra politica e settori della magistratura. Sembrava che i girotondi fossero entrati anche in Parlamento, e che Veltroni si fosse definitivamente fatto ammaliare dalle deriva dipietrista.

Questi continui cambiamenti di strategia dimostrano la mancanza di una bussola certa nella navigazione del Pd, che prima ha messo Fini nel mirino, e ora vuole rompere con Di Pietro. D’altra parte, per gli strateghi del Pd è ardua l’impresa di mostrare alla maggioranza la faccia feroce senza invadere il terreno di gioco preferito dell’Idv: nel momento in cui hanno lanciato una campagna per “salvare l’Italia”, i veltroniani hanno in pratica condiviso la sostanza - se non i toni - del messaggio apocalittico di Di Pietro.

Il Partito democratico, così, è diventato una maionese impazzita, in cui si confrontano una sinistra prodian-radicale, che continua a ritenere intoccabile l’alleanza con l’ex pm, e l’ala riformista, pronta invece a riprendere da subito il dialogo con il Pdl. I rutelliani, ad esempio, ieri hanno detto esplicitamente che il patto elettorale con l’Idv è stato un errore e che si sarebbe dovuto prendere atto che era stato Di Pietro a romperlo subito dopo le elezioni, non confluendo all’interno del Pd. Una scelta alla quale non seguì una reazione politica.

Ci sono tre elementi di riflessione a cui il Pd non può sfuggire: in primis, il nuovo corso veltroniano, quello del confronto costruttivo maggioranza-opposizione, si deve svolgere con ostinazione anche nelle difficoltà e fino in fondo. Secondo: di fronte al monito costante del capo dello Stato sulla necessità di una “stagione nuova”, il Pd non può rispondere sì in modo solo formale, ma deve anche agire in modo coerente.
Infine, il lodo Alfano. Per l’ala rutelliana non è una legge incostituzionale e ha il merito di porre fine a un problema figlio dell’anomalia italiana: quella dello scontro politica-giustizia. Da qui si può e si deve ripartire per aprire una vera stagione di dialogo.

giovedì 10 luglio 2008

Mantovano: nessuna discriminazione, l'ordinanza tutela i più deboli

Sottosegretario Mantovano, fa discutere l’ordinanza della Presidenza del Consiglio dei ministri che ha nominato i prefetti di Milano, Roma e Napoli commissari straordinari per la gestione dell’emergenza rom. Che cosa separa un'azione di prevenzione da un'azione di polizia?

È la stessa differenza tra la condotta di Luis Pasteur e la condotta di Erode. Entrambi cercavano bambini: Pasteur per vaccinarli, Erode per ucciderli. Questa distinzione può darsi che sfugga a Famiglia Cristiana, ma non sfugge a chi ha canoni interpretativi della realtà diversi, attenti a tutelare persone che vivono in condizioni di emergenza sanitaria e a rispondere ad un oggettivo problema di sicurezza.

Le norme previste - dichiarazione dello stato di emergenza, conferimento di poteri speciali ai prefetti - non sono sproporzionate rispetto alle dimensioni reali del problema?

Ma no. Intanto l'ordinanza del presidente del Consiglio che conferisce il potere di Commissario straordinario per le regioni Lombardia, Lazio, Campania ai tre prefetti di Milano, Roma e Napoli è un'ordinanza che segue lo stesso schema di tutte le ordinanze di protezione civile che si sono susseguite nel corso degli ultimi anni in materia di immigrazione. I termini possono apparire roboanti; in realtà sono termini cui corrisponde una maggiore possibilità operativa con qualche vincolo amministrativo più elastico per intervenire in situazioni che richiedono di saltare alcune formalità burocratiche. In altri termini, se c’è un campo che, invaso dai topi, si trova in condizioni sanitarie assolutamente disastrose, non si deve aspettare la gara d’appalto per decidere chi fa pulizia. Non mi sembra così irragionevole. Si conferiscono poteri in grado di circoscrivere situazioni di grave degrado, attribuendoli al soggetto istituzionale che sul territorio interpreta di più le funzioni dello Stato.

Ecco, come può avvenire il passaggio tra il censimento - e quindi la fotografia della situazione di emergenza - e i veri e propri provvedimenti finalizzati, come dice l’ordinanza, a «favorire l’inserimento e l’integrazione sociale delle persone trasferite nei campi autorizzati (…)», scolarizzazione compresa?

Se si legge l’ordinanza del presidente del Consiglio, all’articolo 1 comma 2 lettera c si parla di identificazione e censimento delle persone anche attraverso i “rilievi biometrici” (cioè le impronte); alla lettera h si parla di interventi finalizzati a favorire l’inserimento e l’integrazione sociale, con particolare riferimento alla scolarizzazione e così via. La scolarizzazione, come l’integrazione in genere, passano dal presupposto della conoscenza esatta delle persone, delle situazioni familiari, dei casi difficili, a cominciare dalla situazione delle persone deboli: e per persone deboli si intendono, per ragioni diverse ma coincidenti, gli anziani e i minori, i bambini.

Un’ultima domanda. C’è contraddizione tra il provvedimento del governo e la normativa europea? I giornali, tra l’altro, hanno riferito di un dibattito svoltosi lunedì a Strasburgo in cui si è parlato del provvedimento come atto discriminatorio basato sulla razza e sulle origini etniche. Che osservazioni si sente di fare?

Inviterei a guardare nella loro oggettività gli atti normativi assunti da questo governo, e anche gli atti concreti, e a dare una valutazione ex-post non ex-ante. Ho l’impressione che in qualche dichiarazione, sia di qualche uomo di Chiesa sia di qualche esponente dell’Unione Europea nelle sue varie articolazioni, ci sia più il riflesso di una suggestione mediatica che non di una presa d’atto di ciò che si sta facendo in concreto: il possibile per risolvere situazioni di serio disagio. Nell’ordinanza non c’è nulla di discriminatorio: la discriminazione, al contrario, c’è quando vi è lo sfruttamento delle persone.

Intervista rilasciata da Alfredo Mantovano al sito www.ilsussidiario.net

L'Italia difende i diritti dei più deboli, la sinistra li dimentica pur di colpire il Governo Berlusconi

"Nonostante questa mattina in aula il Commissario alla Giustizia, libertà e sicurezza Barrot abbia rappresentato i chiarimenti forniti dal Governo italiano in questi giorni. Nonostante alla luce degli sforzi fatti dal governo per garantire i diritti dei più deboli, diritti non considerati nel nostro paese. Nonostante il Partito popolare europeo abbia proposto il rinvio del voto sulla risoluzione al fine di consentire alla Commissione europea di verificare l'efficacia delle misure adottate dal Governo italiano, la sinistra ideologica e dimentica dei bisogni dei più poveri ha scelto di scrivere una delle pagine peggiori delle istituzioni europee, piegandola ad una strumentalizzazione che ben poco ha a che fare con il progetto dell'Europa unita". - Così il Vicepresidente del Parlamento europeo, On. Mario Mauro, commenta il voto di stamattina che ha visto approvare una Risoluzione sulle impronte digitali ai bambini Rom in Italia - "Ora i cittadini italiani ed europei sanno che solo le forze che sostengono il Governo Berlusconi e il Partito popolare europeo hanno a cuore la sicurezza dei propri popoli e i diritti dei più indifesi" - prosegue Mauro - "Dall'altra parte ci sono quelli che sacrificano questi diritti sull'altare di astrazioni ideologiche e che per anni hanno lasciato i bambini dei campi nomadi abbandonati al proprio destino".

martedì 8 luglio 2008

Il censimento dei minori: una misura a tutela dei più deboli, anche negli altri paesi europei

Il Parlamento europeo ha discusso ieri la proposta avanzata dal Ministro degli Interni, Roberto Maroni, volta ad effettuare un censimento all'interno di tutti i campi di abusivi presenti in Italia attraverso la raccolta di impronte digitali. L'annuncio fatto dal Ministro Maroni nei giorni scorsi ha generato una serie di reazioni polemiche in seno all'Europarlamento. Infatti, mentre la Commissione europea ha preferito non commentare direttamente la proposta fino alla notificazione di un eventuale testo legislativo, al Parlamento europeo la sinistra di casa nostra non perde occasione per colpire strumentalmente il nostro paese. Nonostante il Capogruppo socialista al Parlamento europeo abbia dichiarato di voler affrontare con intento costruttivo il problema dell'accoglienza e delle regole imprescindibili che anche i Rom devono osservare per partecipare a quel progetto di convivenza che chiamiamo Unione europea, la sinistra italiana sembra aver fatto "orecchie da mercante". Rimango, infatti, perplesso circa l'intento costruttivo e la credibilità che la sinistra italiana possa ancora conservare dopo aver presentato l’ennesima interrogazione alla Commissione europea sullo stesso tema, camuffando il bieco tentativo di screditare il Governo italiano con una presunta battaglia a tutela dei diritti fondamentali dell'uomo e in favore del principio di non discriminazione. Mi chiedo dove fossero gli onorevoli parlamentari che oggi si ergono a difensori dei diritti umani in Italia quando nel nostro paese, sotto il governo Prodi, si consumava lo stillicidio dei diritti e della dignità dei Rom ed anche di inermi cittadini italiani coinvolti in una spirale di violenza senza precedenti.

Mi chiedo dove sia l’uguaglianza e la tutela della dignità umana quando si consente, nel nome della tolleranza e del rispetto delle culture altrui, che esseri umani e soprattutto i bambini, vivano in condizioni igienico- sanitarie disastrose, senza andare a scuola, costretti a rubare, a mendicare, a prostituirsi sotto la minaccia – che spesso diventa realtà - di abusi fisici e sessuali. Che futuro potrà avere questa giovane generazione se non offriamo loro un’istruzione, un’educazione, una speranza di riscatto?
Nel rapporto presentato la settimana scorsa da Vladimir Spidla, Commissario europeo per l'Occupazione - Affari sociali e Pari Opportunità, addirittura non è possibile precisare il numero dei Rom in Europa per mancanza di dati attendibili, in particolare in alcuni Stati membri. La cifra complessiva dei Rom in Europa, laddove per Rom si intende un termine «ombrello» che comprende Rom, Sinti, nomadi, Ashkali, Kalè e tutte le etnie che soffrono della esclusione sociale, viene approssimativamente stimata in «alcuni milioni».

Se le persone che oggi definiscono la proposta in questione discriminatoria stessero ai fatti, si accorgerebbero che tutte le misure proposte dal nuovo Governo in merito ai Rom possono essere considerate tutto fuorché razziste o lesive della dignità umana di questa popolazione. L'attività di monitoraggio proposta dal Ministro Maroni è, infatti, parte integrante del "Pacchetto sicurezza" volto a fronteggiare le numerose situazioni di emergenza registrate in molti campi di abusivi e soprattutto in quelli che si trovano nei pressi delle più grandi città italiane. Pertanto tale misura, non solo consentirebbe di censire in modo preciso e dettagliato la presenza dei Rom nel nostro paese contribuendo cosi a colmare il deficit di informazioni a tal riguardo, ma soprattutto getterebbe le basi per operare verso un miglioramento delle terribili condizioni di vita in cui versano queste comunità. Mi preme, inoltre, osservare che nelle tre diverse ordinanze del Presidente del Consiglio dei Ministri del 30 maggio 2008 che attribuiscono ai Prefetti di Napoli, Roma e Milano, poteri per fronteggiare lo stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nei territori delle rispettive regioni, non vi è alcun riferimento a specifiche etnie e i provvedimenti non hanno portata nazionale.

Per quanto riguarda invece l'inclusione dei minori Rom nella proposta del Governo italiano, sono molte le analogie sia in Italia che in altri paesi europei relativamente al problema del riconoscimento delle persone, soprattutto se minori. In Italia, sulla nuova carta d’identità elettronica, vengono obbligatoriamente registrate le impronte digitali dell’indice sinistro. In Francia, la notizia è di pochi giorni fa, la polizia potrà schedare i minori «suscettibili di minacciare l'ordine pubblico» a partire dall'età di 13 anni. In quest'ottica, l'estensione del censimento ai minori, rappresenterebbe uno strumento a tutela dei bambini Rom che, spesso in balia di se stessi, sono facilmente vittime di tragici fenomeni quali rapimenti, tratta di esseri umani e abusi di ogni genere. Per garantire l’identificazione e, quindi, la tutela dell’identità, le ordinanze prevedono che si possa procedere, anche nei confronti dei minori a rilievi segnaletici, tra cui quelli dattiloscopici. Non viene realizzato nessun data base e il trattamento dei dati avviene nelle forme utilizzate per la generalità dei cittadini e in conformità con le norme nazionali ed internazionali a tutela della privacy.

Occorre che il tema della tutela dell’infanzia, dell'accoglienza degli immigrati e quello dell'integrazione delle popolazioni Rom non siano separati da quello della legalità. La legalità non è soltanto un'esigenza della popolazione italiana, deve rappresentare il punto di partenza per chi viene accolto per soddisfare il proprio desiderio di integrazione, il primo passo per vivere nel rispetto della propria dignità di uomini.

Tuttavia la condizione della legalità da sola non basta per uscire dalla crisi. Non si può non ammettere che le possibilità di integrazione nella civiltà europea delle popolazioni nomadi sono molto basse, e non solo per la resistenza degli stessi Rom all'integrazione, ma per le difficoltà concrete, essendo nomadi, di trovare lavoro, casa, di essere ammessi a scuola. La loro aspettativa di vita media, in Italia, è di poco più di 45 anni, contro gli oltre 79 anni del resto della popolazione. Tra loro solo il trenta per cento dei bambini in età scolare frequenta la scuola dell'obbligo.

Nella legislazione italiana, la mendicità non è reato. Costituisce reato ad esempio, sottrarre minori alla scuola per mandarli a mendicare. Se le autorità non intervengono, anche sottraendo i minori alla potestà dei genitori, è per il diffuso pregiudizio che si tratti di un atteggiamento naturale, indice di una diversità inassimilabile, non integrabile nella società. Di fronte a tali pregiudizi, non solo non aiutiamo l'integrazione, e anzi la blocchiamo, ma non colpiamo nemmeno la criminalità. L'appartenenza all'Unione europea ci impone dei doveri che sono da ricordare, volentieri e giustamente, ai Paesi che vogliono addirittura esserne parte rilevante.

Siamo noi che dobbiamo dare l'esempio, testimoniando tutto il positivo della nostra esperienza, attraverso uno strumento che è un patrimonio della nostra storia e di cui chi governa deve assolutamente fare tesoro, utilizzando il metodo sussidiario, guardando con fiducia alla solidarietà di cui il popolo è capace, di quella carità cristiana che è stata ed è ancora l'elemento unificante della costruzione europea.

Mario Mauro
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net

lunedì 7 luglio 2008

Ma il problema è dei cattolici in tutta Europa

Non bisogna stupirsi delle intenzioni del governo spagnolo. La guerra contro il cristianesimo, ma soprattutto contro la sua presenza più incisiva, quella della Chiesa Cattolica, è cominciata già da molti anni. Era sottintesa nel progetto di unificazione europea in quanto l'unificazione di per sé comportava necessariamente da parte degli Stati la consegna delle religioni al vissuto privato.

Per poterle far convivere tutte è stato sancito l'obbligo del rispetto assoluto verso le religioni, un rispetto che in realtà significa che nessuno può discuterne né criticare in pubblico i contenuti né i costumi che ne discendono, ma al tempo stesso che le istituzioni sono tenute ad ignorarle. La questione dei crocifissi nelle aule scolastiche, per esempio, vaga già da parecchio tempo anche in Francia e in Italia ed è analoga a quella del velo sulla testa delle studentesse musulmane, anche se a noi sembra più grave togliere dai luoghi pubblici il crocifisso in quanto il crocifisso riassume tutto il contenuto del cristianesimo cattolico e ortodosso mentre ci è difficile renderci conto del significato del "velo" per le donne in qualche modo a sua volta riassuntivo della fede coranica.

Il problema dunque appartiene alla vita pubblica. O si decide una volta per tutte che uno Stato laico non esibisce, non assume su di sé nessuna appartenenza religiosa, oppure bisogna cominciare a riflettere sul serio alle conseguenze della unificazione europea, senza continuare a fingere che i problemi di convivenza di religioni, di culture, di storia, di costumi profondamente diversi non esistano o siano facilmente superabili. Sorprende, da questo punto di vista, il silenzio mantenuto dalla Chiesa in tutti questi anni nei confronti dell'unione europea; un silenzio che non può essere giustificato soltanto sulla base della volontà di non interferire con le decisioni politiche dei governi.

L'unificazione europea è ben altro che una serie di trattati: è una "visione del mondo" e come tale coinvolge tutto l'assetto di vita dei cittadini costringendoli ad abbracciare quella visione. È stato il Papa odierno, quando era ancora il Cardinal Ratzinger, a denunciare, in un suo libro sull'Europa, il carattere marxista di questa visione, con la sua predominanza dei fattori economici, e a mettere in luce gli inevitabili collegamenti e interazioni che ne discendono influendo su tutti i piani della vita. Ma il clero non ha mai ripreso il suo discorso; cardinali, vescovi, religiosi tacciono, incuranti del compito loro affidato dal Vangelo di prendersi cura del proprio gregge.

Si può vivere senza simboli? Senza immagini, senza segni di appartenenza di nessun genere? Alcune persone certamente possono, anzi lo desiderano; ma la maggior parte non può. E non si tratta soltanto di un bisogno individuale: se si cancellano i simboli, a lungo andare la memoria si indebolisce, i sentimenti evaporano, l'essenza sparisce insieme al segno. Del resto i governanti lo sanno bene e contano proprio su questo effetto: per far diventare "uguali" i cittadini europei bisogna cancellare a poco a poco i più importanti fattori di differenza. Inutile negarlo: è il cattolicesimo il più importante. Infatti l’intenzione di Zapatero ha un peso notevolissimo in quanto la Spagna è "la cattolica" per definizione. Si potrebbe domandarsi perfino se avrebbe avuto il coraggio di togliere le immagini della Madonna se fossero state al posto del crocifisso. Comunque è arrivata per tutti i cattolici l'ora di affrontare questo problema. Quasi tutta la storia d'Europa sta per andarsene. Storia religiosa, ma anche storia dell'arte, storia della musica, storia del pensiero.

Tratto dal quotidiano Il Giornale del 06.07.08