venerdì 4 luglio 2008

Betancourt: il trionfo della dignità della persona

La notizia arrivata nella serata di ieri è una delle più liete degli ultimi anni. La liberazione di Ingrid Betancourt regala al Mondo intero il trionfo della dignità della persona contro tutti i soprusi dell'ideologia e del potere.

Dietro la liberazione arrivata grazie a un blitz dei militari colombiani, si registra la vittoria della linea della fermezza del Presidente Uribe e di quella parte della comunità internazionale compresa l'Unione europea che non ha mai ceduto agli approcci ambigui dei fiancheggiatori del terrorismo e di improbabili alternative ad una vera forma del dialogo, quello basato sulla verità e sul rispetto della persona. Ingrid Betancourt è la dimostrazione vivente del fatto che la dignità umana viene prima di tutto e non può essere calpestata per nessuna ragione, che il nostro ideale di libertà è più forte di chi come in Colombia calpesta l'uomo in nome di un progetto di potere.

«Ringrazio innanzitutto Dio e la Vergine e tutti coloro che hanno avuto compassione e pietà di noi ostaggi. Ho tanto immaginato quando avrei potuto riabbracciare mia madre. Potevamo soltanto sperare in voi, colombiani. Grazie a tutti voi che nel mondo ci avete accompagnati e che ci avete mantenuti vivi perché sei sempre vivo se il mondo non ti dimentica».

«Grazie all'esercito, per questa operazione impeccabile, veramente perfetta. Oggi quando mi sono svegliata alle 4 del mattino ho preso il diario e mi sono raccomandata a Dio sperando che sarebbe arrivato presto questo giorno di liberazione». Se queste prime dichiarazioni di Ingrid Betancourt subito dopo essere tornata in libertà possono sembrare in apparenza la naturale reazione di chi non è rimasto privo della propria libertà per sei interminabili anni, in realtà evidenziano un'anomalia non da poco, soprattutto se andiamo a guardare le origini e il background della Betancourt e se confrontiamo la sua reazione con la reazione di altri prigionieri provenienti dalla sua stessa area politica. Durante questi sei anni, Ingrid Betancourt è stata ritenuta ed esaltata dalla sinistra di tutto il mondo e soprattutto dai Verdi come un simbolo del progressismo che ha come cardini la negazione di Dio e un pacifismo ideologico e astratto, che a prescindere si scaglia contro tutto ciò che è militare. Con due sole frasi Ingrid Betancourt sembra dare una smentita generale: solo due i suoi ringraziamenti, a Dio (la Bibbia era il suo unico lusso) e al suo esercito. Un fatto innegabilmente strano che diventa ancora più anomalo associato al fatto che la notizia della liberazione della donna politica colombiana è stata accolta con sollievo e soddisfazione dai principali capi di Stato e di governo dell'America Latina. Tutti tranne uno, il Presidente venezuelano Hugo Chavez, simbolo odierno del comunismo in America latina che, nonostante abbia svolto un ruolo di mediatore durante altri rapimenti, si è chiuso nel silenzio, addirittura il giornale colombiano di sua proprietà non ha neppure divulgato la notizia.

Mario Mauro
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net

"2014: Agricoltura Domani", un'associazione per rilanciare dal basso il mondo agricolo

Di seguito riporto un'intervista rilasciata da Mario Sala al sito www.ilsussidiario.net

Come nasce l’idea di fondare questa nuova associazione “2014: Agricoltura Domani”, in un contesto già ricco di associazioni e sigle sindacali?

Non è una nuova associazione, è una associazione “nuova”! Le novità sono almeno tre: innanzitutto è un’associazione di persone, non di aziende o di enti. Si è deciso di fare così perché le cose cambiano quando si incontrano le persone, ben prima che le strutture. Alcuni giorni fa abbiamo presentato l’Associazione a Milano, a Villa Mozart, e c’erano agricoltori, sindacalisti, industriali, sindaci, studenti universitari, dirigenti di associazioni sindacali e di prodotto: più di cento persone mosse dal desiderio di essere vicendevolmente influenzate, desiderose di condividere, oserei dire contaminare la propria esperienza con quella di altri.
In secondo luogo, è un’associazione con uno scopo specifico, che è quello di promuovere il principio di sussidiarietà presso le istituzioni e i protagonisti del mondo agricolo. Un principio quasi totalmente disatteso in agricoltura, per mille motivi anche di ordine storico, culturale e giuridico.
Da ultimo, è un’associazione che non aggiungerà una sola goccia al mare di lamentele, anche se talvolta legittime, riguardo alla situazione dell’agricoltura e delle mille cose che non vanno. Al contrario noi desideriamo conoscere “perché van bene le cose che van bene”. E’ questo un campo di indagine pieno di fascino perché ci mette in rapporto con realtà già orientate verso la scadenza del 2014: iniziative tutte da scoprire perché esempi concreti e positivi che una maggiore applicazione del principio di sussidiarietà farebbero ancor più grandi e con un effetto trascinante per tutto il settore. L’associazione vorrà conoscere e far conoscere i protagonisti di questi casi, perché il passaggio delle esperienze avvenga in modo diretto, concreto e davanti a tutti.

Quali sono le prime iniziative in cantiere dell’Associazione e come intende rapportarsi con il territorio?

Ho ascoltato moltissime proposte di iniziativa specialmente dopo “Villa Mozart”. La richiesta che mi ha fatto più piacere è stata quella d’iniziare davvero a conoscere il principio di sussidiarietà “al di là” dell’idea che ciascuno, di esso, se ne è fatto. Vedremo come fare per allargare a tutti coloro che lo desiderano il lavoro che i promotori dell’Associazione hanno fatto sul libro “ Che cosa è la sussidiarietà. Un altro nome della libertà”.
Altra richiesta molto diffusa è quella di organizzare a breve un seminario per spiegare che cos’è davvero l’Expo 2015 e quali sono le opportunità che questo evento internazionale offre al nostro sistema e in particolare a quello agricolo. C’è poi chi ha proposto di fare una web radio per collegare tutti, per veicolare informazioni e giudizi, per promuovere dibattiti sui temi più qualificanti, insomma per mettere in comune il sapere che emerge dalle singole esperienze. Vi sono infatti realtà che meritano di essere conosciute e che hanno molto da dire di utile per tutti, in particolare sul dopo 2013, anno in cui dovrebbero finire le risorse previste nel bilancio europeo a sostegno dell’agricoltura.
Alla presentazione inoltre erano presenti molti sindaci che ora vogliono portare l’associazione sul loro territorio, e farla conoscere ai loro Agricoltori.
Un passo importantissimo sarà quello di incontrare le principali Istituzioni, a partire dalla Regione Lombardia e dal nuovo Assessore all’Agricoltura, sia per presentare l’associazione ma anche per portare proposte “sussidiarie”.
Il principio di sussidiarietà ha molto da dire circa i problemi che sembrano “insolubili”: crisi alimentare mondiale, acque, suolo, nitrati, suini, riduzione delle terre, prezzi, quote, ecc,ecc.

In che modo il mondo dell’agricoltura può vincere la sfida di andare avanti senza i finanziamenti europei?

Innanzitutto, e fin d’ora, il problema è che c’è modo e modo di spendere i soldi pubblici. La gestione dei finanziamenti europei, per esempio, costa troppo per far giungere alle imprese le risorse (tra struttura e burocrazia…).
La sussidiarietà insegna: che i soldi pubblici premino azioni virtuose, investimenti che sappiano rispondere ai bisogni delle imprese e anche della collettività. Faccio un esempio: è giusto che si sostengano le famiglie che curano i propri anziani a casa? Sì! E’ giusto che si sostengano gli investimenti di un azienda agricola che garantisca la sicurezza di ciò che mangiamo o contribuisca a fare ancora più bello il paesaggio? Io dico di sì! E’ giusto che si sostengano investimenti innovativi di un produttore agricolo che abbatte le sostanze inquinanti in atmosfera o nei terreni o risparmia il consumo di un bene prezioso come l’acqua con nuove pratiche irrigue? Certo!

Cosa significa “mettere al centro la persona”, in un settore (quello agricolo) che sarà sempre più aperto al mercato globale?

Una persona è al centro quando le è possibile essere protagonista dei bisogni che vive e che incontra.
In fondo, il principio di sussidiarietà dice che ogni uomo ha il diritto di far fronte ai propri bisogni e a quelli che incontra nella sua comunità (imprenditoriale, familiare, territoriale…ogni comunità!) secondo i criteri della propria esperienza, non secondo quelli del potere di turno: politico, sindacale o statale che fosse.
Sarebbe ad esempio bello se le aziende agricole e tutti i protagonisti delle varie filiere del settore potessero accedere ai servizi di cui hanno bisogno secondo un sistema di voucher, scegliendo liberamente dove prenderli: nelle università, nei consorzi di ricerca, nei propri sindacati, in associazioni di produttori o magari da altre aziende agricole. Ritengo che, invece di dare denaro ai centri che erogano servizi, sia ora di sostenere, magari proprio in forma di voucher, chi questi servizi li deve acquistare e liberamente scegliere. La concorrenza che ne scaturirebbe sarebbe davvero virtuosa…
Sostenendo la libertà di scelta in agricoltura, premiando i progetti virtuosi e innovativi, avremo anche aziende più competitive e capaci di operare sempre più per un bene comune. Oppure sarebbe bello che emergessero distretti e metadistretti sul modello che la legge lombarda della competitività consente e che favorisce la sussidiarietà orizzontale ben più dei progetti “concordati” che pur sono interessanti. Non si può da una parte sostenere che l’agricoltura non deve essere più “assistita” e che deve aprirsi al mercato e dall’altra orientare le imprese agricole unicamente sui piani regionali di sviluppo decisi “dall’alto” piuttosto che sugli strumenti legislativi della competitività che riconoscono “le mosse” e “le iniziative” dal basso delle imprese e delle loro associazioni.

Le imprese agricole oggi, in particolare per quanto riguarda le nuove generazioni, si caratterizzano per una crescente richiesta di professionalizzazione e un sempre più diffuso utilizzo di tecnologie all’avanguardia: la Lombardia in questo senso esprime eccellenze che ne sono un esempio. Quali sono i fronti su cui concentrarsi per fare innovazione?

Il primo passo per fare innovazione è prepararsi a presentarci bene all’Expo 2015, che si intitola “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Un titolo che chiama direttamente in causa l’agricoltura e tutto il sistema agroalimentare ed energetico. L’Expo 2015 rappresenta sicuramente un’opportunità per promuovere i nostri prodotti, per promuovere l’innovazione, per favorire il processo di apertura di questo importante settore del paese: non possiamo perdere l’occasione culturale, educativa, impresarile che questa apertura implica.
Questo evento offrirà la possibilità di allargare enormemente i nostri orizzonti, anche sui tanti e gravi problemi che affliggono il pianeta, alla soluzione dei quali il mondo dell’agricoltura può dare un grande contributo. Come non si stanca mai di ripetere Alberto Piatti, anche sul sussidiario.net, siamo in un mondo nel quale 800 milioni di persone lottano con la fame, due miliardi di persone hanno problemi gravi dovuti alla malnutrizione e un miliardo e mezzo di persone spende enormi risorse per fare diete dimagranti. Dove il 17% delle terre irrigate genera il 40% della produzione planetaria. Dove gli aiuti all’agricoltura “occidentale” si aggirano sui 230 miliardi di dollari, che sono circa 30 volte la cifra che va ai Paesi in via di sviluppo.

E’ per tener presente tutto questo in modo realistico e costruttivo che “la 2014” chiama a raccolta chi ha a cuore davvero l’applicazione del principio di sussidiarietà anche in agricoltura.

Vedi il manifesto di "2014: Agricoltura Domani"

Tratto dal sito www.ilsussidario.net

giovedì 3 luglio 2008

Le ragioni dell'abbraccio tra l'Islam e la sinistra

L'unione - ormai non più solo "di fatto" - tra la sinistra di matrice marxista e l'islam radicale è uno dei grandi misteri del nostro tempo. Giacché la sinistra ha trascorso le ultime quattro decadi «battendosi per quelle stesse libertà contro cui l'Islam si oppone: la libertà sessuale, i diritti degli omosessuali, la libertà dalla religione, la pornografia e varie forme di trasgressione artistica, pacifismo e così via».

Eppure, a saldare questa alleanza, ognuno a modo suo, ci sono nomi di primissimo piano e di varia estrazione, quali Hugo Chávez, il terrorista Ilich Ramírez Sánchez, Ken Livingstone, Noam Chomsky, il ministro olandese Ella Vogelaar, Michel Foucault, Jean Baudrillard, Oskar Lafontaine...

Daniel Pipes, in un pezzo scritto per la National Review, spiega il mistero con quattro ragioni. Primo: la sinistra anticapitalista e l'islam radicale, anche se per ragioni diverse, hanno gli stessi nemici, cioè la civiltà occidentale e in particolare gli Stati Uniti. Secondo: hanno alcuni obiettivi politici comuni, quali la fine di Israele e l'apertura più ampia possibile delle frontiere occidentali all'arrivo di nuovi immigrati. Terzo: nonostante la loro apparente inconciliabilità, islam e sinistra hanno alcuni legami storici e filosofici. Quarto: hanno capito che, insieme, possono ottenere risultati impossibili da raggiungere se marciano separati.

Fausto Carioti
Tratto dal blog www.aconservativemind.blogspot.com

mercoledì 2 luglio 2008

Se stai col Cavaliere o sei matto o sei corrotto

Ho condotto per una settimana la trasmissione “prima Pagina”, la rassegna stampa in onda su Radio3 e condotta a rotazione da giornalisti di diverse testate. Dopo la lettura dei giornali la trasmissione prevede un “filo diretto” con gli ascoltatori durante il quale il conduttore risponde alle loro domande.

E’ stata una esperienza interessante che mi ha fatto molto riflettere sulla qualità del dibattito pubblico nel paese e sulla mia capacità di incassare insulti. I temi caldi di quella settimana appena trascorsa erano gli stessi di questa appena cominciata: la giustizia, con tutto il suo accompagnamento di provvedimenti “salva-premier” e le impronte per i bambini rom. Chi legge l’Occidentale un po’ conosce le mie opinioni in proposito, ma non è di questo che voglio parlare: mi interessa invece la meccanica del dialogo con gli ascoltatori perché essa riflette – in piccolo – la generale dinamica della discussione politica.

La maggior parte delle telefonate che ho ricevuto erano fortemente polemiche nei miei confronti, soprattutto quando mi permettevo di argomentare in difesa delle misure del governo sulle questioni già citate. Le reazioni negative degli ascoltatori (ce n’era qualcuna anche positiva per mia fortuna) si dividevano in due grandi gruppi: i primi mi accusavano di essere incompetente, di non sapere quello che dicevo e in sostanza di essere un po’ “fuori di testa”; i secondi erano invece convinti che io fossi un venduto, un prezzolato del Caimano, uno che tradiva le sue vere idee per qualche inconfessabile motivo. A parte il fatto che non sapevo chi preferire, ne sono uscito con le ossa rotte ma ne ho anche tratto qualche lezione.

La maggior parte di coloro che votano a sinistra, leggono Repubblica o l’Unità e si ritengono di diritto dalla parte del Bene e del Vero, ragionano allo stesso modo. E così fanno i loro rappresentati in politica o in Parlamento. Le opinioni che non si condividono sono 1) frutto di annebbiamento o di colpevole incompetenza; 2) dovute al “prolasso morale” di chi ha tradito se stesso e le sue vere idee in cambio di qualche vantaggio.

E’ un modo molto comodo e auto-consolatorio di ragionare perché risparmia la fatica di mettere alla prova le proprie idee con quelle altrui. Chi non la pensa come noi, infatti, non ha opinioni: o è mezzo matto o è mezzo corrotto. O rinsavisce o va in galera, non resta che attendere.

Quando Eugenio Scalfari, senza neppure nominarlo, accusa il direttore del Riformista, Antonio Polito, di aver mantenuto il suo talento ma perduto la sua fibra morale, corrisponde esattamente a questo schema, anzi lo alimenta e lo rafforza. Allo stesso modo i giornali che accusano Roberto Maroni di essere un epigono di Hitler per il fatto di voler prendere le impronte ai bimbi rom, dicono che il ministro dell’Interno è impazzito, ha tragicamente tralignato verso il male assoluto. Con costoro non si discute, ci si limita a metterli all’indice.

Tutto il dibattito sulla giustizia di questi giorni è corrotto da questo modo di pensare: Berlusconi è pazzo, ossessionato dalla sindrome dell’imputato e tutti coloro che lo seguono, parlamentari, giuristi, giornalisti, e persino elettori, sono suoi manutengoli prezzolati.

Se lo schema del centro sinistra resta questo: interdittivo, contro gli “interessi” e le “follie” della maggioranza quando è all’opposizione; e punitivo contro gli stessi “interessi” e “follie” quando è al governo, questo paese non farà mai un passo avanti. Veltroni l’ha capito e prepara le valigie.

Giancarlo Loquenzi
Tratto dal sito www.loccidentale.it

martedì 1 luglio 2008

Di Pietro e la politica dell'insulto

E’ incredibile come, subito dopo le elezioni, Antonio Di Pietro, forte del suo risultato elettorale indubbiamente positivo, abbia alzato i toni, di frequente forzandoli, troppo spesso andando oltre il consentito.

L’ultima improvvida uscita nel fine settimana appena trascorso, quando il leader dell’Idv ha definito Silvio Berlusconi “un magnaccia” a proposito delle sue parole carpite dalle ultime intercettazioni telefoniche con Saccà. Qualunque persona che conosca anche solo lontanamente la storia di Antonio Di Pietro, in realtà non ha provato grande meraviglia. Chi può dimenticare la memorabile caduta di stile, quando ancora parte del pool dei magistrati milanesi, ebbe a dire, sempre rivolto al Cavaliere, “io a quello lo sfascio”? Un gergo insomma davvero poco consono ad un pubblico ministero che dovrebbe esercitare l’azione penale nelle procure della Repubblica. E’ dagli anni Novanta che l’attuale presidente del Consiglio rappresenta per l’ex magistrato una vera e propria ossessione. Rispetto a quel periodo, però, oggi si assiste ad una metamorfosi del suo comportamento: mentre prima atteggiamenti del genere erano probabilmente dettati da pura acredine e voglia di giustizia sommaria legata alla ventata forcaiola di Tangentopoli, oggi l’atteggiamento di Antonio Di Pietro è probabilmente figlio del risultato delle elezioni: non è un caso, infatti, che una maggiore aggressività sia partita proprio da quando l’Italia dei Valori ha raddoppiato il consenso in termini di voti.

Antonio Di Pietro, insomma, rispetto a 20 anni fa ha capito che l’ondata giustizialista paga, ha capito che il “partito” dei Marco Travaglio, dei girotondi, delle Procure, attira una cospicua parte del nostro Paese (ed è proprio questa attrazione per un “processo spettacolo” che dovrebbe preoccupare e molto). Discorso a parte merita l’operato di Walter Veltroni, probabilmente l’autentico artefice di questa situazione: è lui infatti che ha riscattato e di fatto tirato la volata al leader dell’Idv attraverso quell’apparentamento infausto con il Pd. Probabilmente l’ex sindaco di Roma ha sottovalutato il consenso di Di Pietro, credendo a conti fatti di poterlo controllare. La politica sta dimostrando che così non è stato e che, anzi, la leadership di Veltroni sembra sempre di più messa discussione da una persona capace di riempire il vuoto colpevolmente creato, complici anche le lotte interne che sembrano dilaniare i vertici del Pd. Facendo un paragone in termini giuridici, ci si dovrebbe chiedere se Veltroni rispetto all’alleanza con l’Italia dei valori abbia agito con colpa o con dolo. In altri termini, in campagna elettorale forse Veltroni avrebbe dovuto prevedere, conoscendo il tipo, un susseguente comportamento del genere, avrebbe dovuto in altri termini intuire che una volta passata la tornata elettorale Antonio Di Pietro avrebbe preso questa strada ed assunto decisioni tali da mettere in difficoltà per prima proprio la sinistra moderata.

Veltroni, invece, pur di raccattare voti in grado di battere Berlusconi, ha provato a mediare con un partito davvero poco incline agli accordi. Peccato però che un tale errore stia minando ogni possibilità (già molto rada) di dialogo tra i due poli. Se Veltroni sapesse cogliere l’occasione per svincolarsi definitivamente da Di Pietro, una situazione del genere paradossalmente sarebbe anche positiva: il leader del Pd invece è completamente impantanato ed incapace di prendere una decisione radicale. Continuando a fare paragoni con i termini giuridici, si potrebbe dire che Veltroni in questa circostanza ha agito con dolo eventuale, elemento soggettivo al confine con la colpa cosciente: Veltroni insomma alleandosi con l’Italia dei valori ha accettato consapevolmente il rischio che una tale scelta avrebbe potuto comportare ma nonostante ciò ha comunque deciso di andare avanti nel suo progetto. I risultati, inutile sottolinearlo oltremodo, sono sotto gli occhi di tutti.

Enrico Gagliardi
Tratto dal sito www.ideazione.org