venerdì 20 giugno 2008

Presentata a Roma la prossima edizione del Meeting di Rimini (24-30 agosto) dal titolo "Protagonisti o nessuno"

“O protagonisti o nessuno”: è il titolo, ma anche la sfida che il Meeting per l'amicizia tra i popoli lancia per la 29ma edizione, in programma a Rimini dal 24 al 30 agosto, e di cui stamattina a Roma è stata fatta la presentazione ufficiale.

«Se ogni uomo non è primo attore nella partita della sua vita - ha detto Emilia Guarnieri, presidente del Meeting - e non si assume la responsabilità della propria condizione, è nessuno, perché rinuncia all'avventura e alla sfida che la vita gli pone davanti. E' questa la provocazione che il Meeting vuole lanciare quest'anno: ci sono uomini capaci di accoglierla?». Su questa linea il Meeting darà spazio alle testimonianze di personaggi come il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana (il 24 agosto); Cleuza Ramos, responsabile del movimento dei Senza Terra di San Paolo, in Brasile e Marcos Zerbini, deputato al Parlamento dello Stato di San Paolo (ancora il 24); il monaco buddhista Shodo Habukawa (il 25 agosto); Marguerite Barankitse, fondatrice della Maison Shalom, in Burundi, dove vengono accolti gli orfani di etnia tutsi e hutu, e l'infermiera ugandese Rose Busingye, che lavora in un centro di accoglienza per ammalati di Aids (il 26 agosto); monsignor Paolo Pezzi, arcivescovo cattolico di Mosca (il 26).

Tra i temi di riflessione proposti, la storia, con un approfondimento sul '68 e sulla primavera di Praga, un ricordo di Giovannino Guareschi, un dibattito sui 60 anni della Costituzione (con il sen. Giulio Andreotti e il ministro Roberto Maroni); il multiculturalismo; giustizia e diritti umani.

Per il ministro per i Beni e le attivita' culturali, Sandro Bondi, che sarà a Rimini, «la politica oggi ha bisogno di autentici protagonisti, di testimonianze che siano un esempio perché capaci di dimostrare coerenza tra ciò che diciamo e ciò che poi facciamo realmente». Enrico Letta (Pd) ha definito il Meeting di Rimini «una 'free zone', un luogo dove poter davvero discutere in modo libero», suggerendo di aggiungere al titolo altre tre parole, «rischio, cioè capacità di mettersi in gioco; merito, che la società dovrebbe premiare; unicità, intesa come lotta all'omologazione e alla massificazione».

Bernhard Scholz, presidente della Compagnia delle Opere, ha segnalato una mostra - tra le tante allestite in occasione del Meeting - dedicata al tema della detenzione e della libertà, alla cui presentazione interverranno il ministro della Giustizia Angelino Alfano e il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Ettore Ferrara.

Tra le altre iniziative in programma, il confronto “Liberiamo il lavoro”, con il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi e il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni; il dibattito sulla sussidiarietà per il cambiamento del Paese, con il sindaco di Roma Gianni Alemanno e il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni; il dibattito “Le condizioni della pace”, con il ministro degli Esteri Franco Frattini, il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, e Amre Moussa, segretario generale della Lega per gli Stati arabi.

Si parlerà anche di informazione, con i direttori de Il Giornale, del Tg1, de Il Riformista e del Quotidiano Nazionale; di redditi, con lo stesso Enrico Letta e l'amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo.

Spazio alla scuola, con il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini e la senatrice Mariapia Garavaglia; al rapporto tra economia finanziaria ed economia reale, con Corrado Passera, ad di Intesa-Sanpaolo. E poi “Piccoli Stati, grandi protagonisti”, con Alberto di Monaco.

Chiuderà la presentazione del libro Uomini senza patria di Luigi Giussani, con scritti sugli anni Ottanta.

Tratto dal sito www.ilsussidiario.net

giovedì 19 giugno 2008

L'opposizione responsabile

In un Paese «normale », l'opposizione esercita in Parlamento la propria funzione, anche la più dura, ogni qual volta il governo presenta un provvedimento che essa ritiene inaccettabile. Ma evita di tradurre un singolo episodio parlamentare in una «teoria generale del crimine», e di sostenerla davanti al Paese, per dimostrare che con un governo criminale è impossibile instaurare un rapporto fisiologico. La distinzione è sottile, ma fa tutta la differenza fra un'opposizione che si candida a forza di governo - evitando di criminalizzare l'avversario e di tagliarsi alle spalle tutti i ponti di una possibile collaborazione per le riforme - e una che si connota come forza di pura agitazione. È anche la differenza fra una opposizione riformista e una con pulsioni rivoluzionarie. Ma, in democrazia, una forza rivoluzionaria o fa coerentemente la rivoluzione, e caccia con la forza l'«usurpatore», o perde credibilità e, con essa, le elezioni.

La distinzione - fra opposizione parlamentare e di agitazione - e la differenza fra riformismo come forza di governo e rivoluzionarismo verbale, Walter Veltroni ha avuto il merito di averle capite perfettamente. Se la Sinistra fosse rimasta prigioniera del rivoluzionarismo verbale, non solo avrebbe perso le imminenti elezioni, ma non le avrebbe mai vinte neppure in futuro. In campagna elettorale - attribuendo al Partito democratico una vocazione maggioritaria, di governo riformista - si era, così, liberato delle scorie oltranziste che avevano paralizzato il governo Prodi. Aveva fatto un investimento per il futuro. In Parlamento, poi, aveva teorizzato la necessità di associare a una convergenza su temi condivisibili una opposizione dura su quelli non condivisi.

Ora, la decisione del governo di presentare l'emendamento che rinvia i processi minori - compreso quello che vede Berlusconi-capo del governo sul banco degli imputati come Berlusconi- padrone di Mediaset nel «caso Mills» - e di riproporre il «lodo Schifani », che mette le cariche istituzionali al riparo dalle incursioni della magistratura per tutto il tempo del loro mandato, minaccia di far naufragare le buone intenzioni di Veltroni. Rispunta a sinistra lo stereotipo del Cavaliere- incarnazione-del Male. Il Pd dichiara addirittura «chiuso» il dialogo con il governo e rischia, ricorrendo all'agitazione nel Paese, di (ri)precipitare nel rivoluzionarismo verbale e, come si suole dire, di farsi male da solo. Non dico, con ciò, che Veltroni dovrebbe correre in soccorso del capo del governo. Ci mancherebbe. L'opposizione inviti, piuttosto, Berlusconi ad assumersi la personale responsabilità delle misure in questione; a spiegare agli italiani ciò che egli intende per distinzione fra «responsabilità politica » - di fronte al mandato che gli è stato conferito dalla sovranità popolare di realizzare il suo programma - e «responsabilità giuridica», cui dovrebbe impegnarsi a non sottrarsi una volta assolto il mandato. Dimostrerebbe, finalmente, e una volta per tutte, di non voler sconfiggere il centrodestra «per via giudiziaria», ma con gli argomenti della politica.

Piero Ostellino
Tratto dal quotidiano Il Corriere della Sera del 18.06.08

I lituani: «È come la svastica al bando la falce e martello»

La decisione del Parlamento lituano di mettere al bando falce, martello e stella rossa non è né «triste» né «offensiva», come ha dichiarato Liudmila Alexeieva, responsabile moscovita del gruppo di Helsinki per i diritti umani. Il piccolo Paese baltico, annesso militarmente all’Unione Sovietica nel 1940, per quasi mezzo secolo è stato sottoposto al dominio russo e comunista senza essere né russo né comunista.

La classe dirigente venne estromessa, perseguitata e sostituita con funzionari di partito; gli oppositori subirono tutta la sequenza dell’oppressione staliniana, incarcerati, spediti nei gulag, uccisi. Il popolo subì tutti i danni della collettivizzazione forzata, della burocrazia centralizzata, della totale mancanza di libertà. «Eravamo uno Stato totalitario, autoritario, ma non fascista», ha aggiunto la Alexeieva, seguita da parte della stampa russa: trascurando di ricordare che il comunismo ha provocato, nel mondo, centinaia di milioni di morti. A partire da quello sovietico.

Certo, i lituani - come gli altri popoli che ebbero uguale sorte - non hanno mai dimenticato i tre feroci anni di occupazione nazista (1941-44), che fra l’altro portarono allo sterminio di duecentomila ebrei locali. Ma è significativo che oggi mettano sullo stesso piano svastica, falce e martello: anche se pure da noi c’è chi può fare fatica a capirlo. In Italia abbiamo avuto il più potente Partito comunista dell’Occidente, che però non è mai riuscito ad arrivare al potere, o alla dittatura, grazie non tanto alle virtù della nostra democrazia quanto al patto di Yalta, che nel 1945 ci destinò al mondo libero. Da noi, dunque, la falce e il martello non sono stati percepiti come simbolo di distruzione e di violenza tanto più cieca quanto lucida, come quella nazista.

In Italia la memoria storica e collettiva di chi ancora crede nel marxismo, o se ne è distaccato da poco, è legata alle giuste lotte e ai sogni ottocenteschi di riscatto delle classi più povere; poi, falliti i tentativi insurrezionali del primo dopoguerra, il partito di Gramsci fu quello stroncato con la forza dal fascismo, e che contro il fascismo risorse vent’anni dopo. Oggi sappiamo che la Resistenza commise, oltre che subire, ferocie inaccettabili. E che moltissimi - troppi - partigiani aspiravano a fare dell’Italia un paradiso dell’Internazionale. I più non sapevano e non potevano sapere cosa ciò avrebbe significato: una dittatura che avrebbe portato miseria e isolamento, come negli altri Paesi satelliti dell’Unione Sovietica. Avendo avuto la fortuna - per loro e per tutti - di non arrivare al potere, i comunisti nostrani hanno potuto continuare a considerarsi i salvifici paladini degli umili, emendati dalle responsabilità storiche del comunismo sovietico per via di “strappi” sempre troppo parziali e tardivi: dopo Budapest nel 1956, dopo Praga nel 1968.

Per tutti questi motivi è impensabile che da noi si segua l’esempio lituano, mettendo sullo stesso piano la croce uncinata e la falce con il martello. Non si dica, però, che i lituani hanno torto.

Tratto dal quotidiano Il Giornale del 19.06.08

mercoledì 18 giugno 2008

Dialogo si, minacce no

Dalle aperture alle minacce. Se è in questo modo che Veltroni e il Pd intendono il dialogo con il centro destra, beh, è evidente che si farà poca strada. Se il dialogo significa: o fate quello che pare a noi o non se ne parla nemmeno, beh, certo il parlare diventerà sempre più difficile. Pressato dalla sinistra interna, e martellato dagli insuccessi elettorali come la caporetto di ieri in Sicilia, Veltroni sembra non reggere alla strategia del buon senso che si era prefissato in campagna elettorale, e che aveva coltivato, seppur a luci e ombre, anche dopo il voto e la relativa sconfitta. Ora, le ombre sembrano oscurare completamente il cielo del Pd e del suo leader. No al Lodo Schifani, no al cosiddetto salva Rete 4, no a alle critiche all'Europa. Insomma, il governo Berlusconi dovrebbe essere veramente quel “Veltrusconi” che qualche buontempone ipotizzava nei mesi scorsi per andar bene al leader democratico.
A conferma, fino a nuova prova contraria che speriamo possa venire in tempi brevi, che il dialogo per Veltroni ha un significato ben diverso da quello che ha per il presidente Berlusconi. Per il quale, il confronto con l'opposizione per affrontare e sciogliere i nodi più intricati del Paese non ha un carattere strumentale, finalizzato a chissà quale inesistente, possibile inciucio. Per il presidente Berlusconi significa effettivamente affrontare e risolvere assieme i problemi che riguardano tutti in materia di funzionamento della macchina dello Stato, e della riscrittura delle regole comuni di funzionamento della nostra democrazia. Altro è governare, e questo spetta ovviamente a chi ha vinto le elezioni, con le scelte e gli orientamenti previsti dal programma elettorale e avallati dal voto popolare.
Per Veltroni, a quanto pare, il discorso è ben diverso. Non si dialoga perchè il Paese ha bisogno ad esempio di una nuova legge elettorale, o di due Camere che non facciano lo stesso lavoro, o ancora di un governo e di un premier in grado governare sul serio come in tutti gli Stati del mondo. No, si dialoga se Rete4 finisce sul satellite, se ogni diktat di Bruxelles anche in materie di competenza nazionale è seguito, se gli amici magistrati rossi non vengono toccati nei loro privilegi e nella loro ansia distruttrice nei confronti di Berlusconi. Si dialoga se c'è qualche posto da sprtire, qualche legge sgradita da bloccare. Questo sembra il nuovo orientamento di Veltroni deciso a non lasciare tutto lo spazio dell'opposizione pura, dura e becera ad Antonio di Pietro.
Le prossime settimane ci diranno se siamo di fronte a un vero cambio di strategia, e o se si tratta solo di aggiustamenti tattici per tamponare le falle di consenso createsi nell'elettorato contrario a ogni “connivenza con il nemico”. Per quello che ci riguarda, il concetto di dialogo non cambia: era per il bene del Paese prima, e lo è ora. Fino a quando gli altri lo vorranno.

martedì 17 giugno 2008

Multiculturalismo, perché ha fallito

Il multiculturalismo è in crisi. Non riesce ad affrontare in modo appro­priato le difficili questioni che si a­prono in tutti i Paesi in cui è rilevante il fenomeno dell’immigrazione (non e­sclusi gli Usa, patria del melting pot). In Francia il divieto di indossare abiti che rivelano l’appartenenza religiosa rischia di vanificare lo stesso fondamentale di­ritto all’istruzione. In Spagna la legisla­zione catalana finisce per autorizzare la poligamia. In Italia provvedimenti di amministrazioni locali producono l’ef­fetto di ribadire l’inferiorità giuridica del­la donna immigrata. E soprattutto, un po’ dovunque in Europa, si chiudono gli occhi davanti a reati contro la persona umana. Oltre il multiculturalismo (La­terza, pagine 156, euro 16) è un libro che spiega le ragioni di questo fallimento, e descrive le distorsioni cui ha portato. L’ha scritto uno dei più autorevoli so­ciologi italiani, Pierpaolo Donati, ordi­nario di Sociologia dei Processi cultura­li all’Università di Bologna, il quale in­dica le possibili alternative. Contro la se­gregazione fra le diverse etnie o l’assi­milazione a un’unica cultura dominan­te, si può favorire il meticciato ma oc­corrono strumenti adeguati, dice.

Professor Donati, perché è giunta l’ora di abbandonare il multiculturalismo?
«Bisogna distinguere fra multiculturali­smo come realtà di fatto (che, per mol­ti versi, arricchisce la società), e multi­culturalismo come ideologia e come dottrina politica. Quest’ultima versione si basa su un immaginario collettivo ('tutti differenti, tutti uguali') secondo il quale ogni cultura deve essere consi­derata pari a ogni altra. In questo modo si alimenta il relativismo culturale, la frammentazione della società, e si crea­no nuove disuguaglianze. Alla fine, si propone tolleranza, ma si genera intol­leranza ».

Insomma il multiculturalismo non è al­l’altezza della situazione?
«Il principale difetto è la sua mancanza di relazionalità: invece di promuovere le relazioni di fiducia e cooperazione fra culture diverse, incoraggiando gli scam­bi, rende indifferenti le relazioni, e in questo modo distrugge la socialità. Iso­la le persone e le comunità, anziché con­netterle. Dove è stato applicato (soprat­tutto in Canada, Australia, Olanda, Gran Bretagna) ha generato una società fatta di segmenti culturali chiusi in se stessi. L’idea del rispetto e della tolleranza per le culture 'altre' ha prodotto incomu­nicabilità sociale e culturale, e non si rie­sce più a costruire il bene comune».

Nel suo libro, si afferma che il multi­culturalismo legittima comportamen­ti che arrivano a violare valori basilari della convivenza politica e civile. Può farci qualche esempio?
«Nei Paesi anglosassoni, alcuni reati contro la persona umana vengono or­mai depenalizzati o trattati con esen­zioni di pena, o altre 'esimenti', perché commessi in base a consuetudini di cul­ture particolari che giustificano quei comportamenti. Ad esempio, la mutila­zione di organi femminili, il matrimo­nio dei minori combinato fra i genitori, le violenze su donne e minori, sono fat­ti che trovano una difesa culturale (cultural defense) perché la dottrina del multiculturalismo li spiega come reati 'culturalmente orientati' (cultural offense). In questo modo, si rinuncia a far valere i diritti fondamentali della perso­na umana».

Come si può regolare la convivenza, quando le diverse culture esprimono valori radicalmente conflittuali fra di loro?
«Costruire un mondo comune è sempre difficile, ma è possibile individuare al­cuni criteri di fondo in grado di aiutar­ci. Innanzitutto c’è il criterio dei com­portamenti non tollerabili, cioè le azio­ni che violano la dignità della persona u­mana. Poi c’è il criterio della tolleranza, che permette l’esistenza di credenze, o­pinioni che possono essere non sanzio­nati, a patto che non si traducano in comportamenti lesivi della persona. A seguire, viene il criterio della rispettabi­lità, cioè dei valori che chiedono rispet­to attivo (per esempio, il velo della donna, qua­lora la si possa comun­que riconoscere in pub­blico). Infine il criterio della condivisibilità, che riguarda quei valori fon­damentali che cemen­tano la società perché promuovono la dignità di tutti. Penso ai valori i­scritti nella prima parte della nostra Costituzio­ne. Sulla base di questi criteri si può costruire un minimo di mondo comune rispettando le diffe­renze legittime».

Lei afferma che occorre una nuova se­mantica per affrontare la sfida delle dif­ferenze culturali. Di che cosa si tratta?
«Nel mondo moderno le differenze cul­turali sono state trattate in due modi: da un lato, si è affermato che sono espres­sione di lotte etiche per affermare nuo­vi valori (il che ha prodotto gli scontri fra le grandi ideologie dell’Otto e Nove­cento); dall’altro, si è sostenuto che le differenze sono incolmabili (l’individuo non deve relazionarsi a nessuno per es­sere una persona umana). Abbiamo bi­sogno di un’altra semantica per trattare le differenze. Nel mio libro, propongo u­na semantica relazionale, secondo la quale le differenze (anche quelle cultu­rali) sono modi diversi di plasmare la nostra identità, che si basano su rela­zioni le quali si formano non per oppo­sizione o esclusione dell’altro, ma attra­verso 'circuiti di dono' e quindi di rico­noscimento reciproco. Ho coniato l’e­spressione 'ragione relazionale', per di­re che dobbiamo sviluppare la ragione che si riferisce alle relazioni umane e so­ciali per rendere più civile e umana la società».

E come giudica la realtà del meticciato?
«Il meticciato è una mescolanza che in­corpora immigrati e minoranze, incro­ciando le differenti etnie così da forma­re generazioni che sono figlie di tante e diverse culture. La risul­tante è, in genere, una qualche forma di sin­cretismo culturale. In I­talia ha avuto finora scarso successo: nell’80% delle famiglie nate dai matrimoni mi­sti, le violenze sono in aumento e l’epilogo è la separazione e il divorzio. Il meticciato non può essere una strategia di breve-medio periodo; è piuttosto un processo in tempi lunghi, che può prodursi solo in modo sponta­neo, per creare una società relativamen­te pacifica e accogliente. In teoria può essere un arricchimento comune, ma ri­chiede una forte capacità di compren­sione reciproca e un minimo di 'spirito condiviso'. Si tratta di condizioni osta­colate dalla globalizzazione, che tende a rafforzare le divisioni culturali ed etni­che a livello locale, per il senso di insi­curezza che provoca fra i gruppi etnici. In alternativa alla segregazione fra le di­verse etnie o all’assimilazione a un’uni­ca cultura dominante, si può favorire il meticciato ma con strumenti adeguati».

Luigi Dell'Aglio
Tratto dal quotidiano Avvenire del 17.06.08

lunedì 16 giugno 2008

Autonomia, valutazione e parità scolastica per rilancio dell’istruzione

Martedì 10 giugno il Ministro dell’Istruzione Gelmini ha illustrato alla Commissione Cultura della Camera dei Deputati le Linee Programmatiche in materia di istruzione per la XVI Legislatura. Molte sono state le questioni affrontate dal Ministro Gelmini in una seduta affollata e partecipata.

Ma certamente l’annuncio che più di altri ha destato interesse e che è stato ripreso dalle maggiori testate giornalistiche e dalle televisioni ha riguardato la necessità di lavorare per adeguare gli stipendi degli insegnanti italiani alla media Ocse. È questo un obiettivo da perseguire con grande impegno. Riforme del sistema scolastico ne sono state fatte sia dal centrosinistra (Berlinguer) sia dal centrodestra (Moratti): ora occorre lavorare per migliorare la qualità complessiva del sistema scuola. E questo obiettivo si raggiunge operando anche e soprattutto sulla qualità del corpo docente: nella formazione, nel reclutamento, ma anche e soprattutto nel trattamento economico, meglio se commisurato a criteri meritocratici con riconoscimenti agli insegnati più preparati e più impegnati.

Occorre, dunque, restituire prestigio alla docenza, partendo dal riconoscimento di una nuova professionalità e dalla introduzione di sistemi premianti all’interno di un nuovo stato giuridico che affermi i valori e i principi su cui fondare la professione dell’insegnante a tutti i livelli.

Competenza, merito e qualificata professionalità dovranno ritornare ad essere le caratteristiche della docenza italiana in servizio e quelle dei nuovi insegnanti per favorire un ricambio generazionale di qualità.
Ecco perché quello annunciato dal Ministro Gelmini è un impegno che merita di essere sostenuto.

Il Parlamento farà sicuramente la sua parte dibattendo proposte di legge che vanno in questa direzione, anche per quel che riguarda una nuova governance delle scuole che garantisca più autonomia.

Fondamentale sarà anche, come ha più volte ribadito il Ministro Gelmini, la valorizzazione del merito con riferimento agli studenti, demonizzato per decenni in nome dell’egualitarismo e ora esaltato dallo stesso Pd.
L’egemonia culturale della sinistra, infatti, si è giocata a lungo su principi e strategie che oggi lo stesso Pd riconosce sbagliati. Ad esempio, quel principio per cui, in nome dell’uguaglianza, occorreva dare a tutti la stessa scuola, per lo stesso numero di anni, con la stessa struttura organizzativa, perfino con gli stessi contenuti. E tutta statale: come se questa qualifica fosse di per sé educativamente e culturalmente taumaturgica.

Ogni differenziazione didattica, organizzativa, ordinamentale e istituzionale era ritenuta una scelta reazionaria per principio. Una chiara eredità del ‘68 mai superata, ma che oggi, a 40 anni dalla sua strutturazione, sembra finalmente sottoposta alle critiche della nuova cultura riformista.

Infatti, al contrario di quanto accadeva anche solo nella Legislatura 2001-2006, idee come quelle della pari dignità delle diverse culture formative da promuovere nei licei, negli istituti tecnici e nell’istruzione e formazione professionale delle Regioni, o della articolazione più libera e differenziata dei piani di studio in funzione delle esigenze personali e territoriali, insieme alla necessità di un funzionale e sistematico servizio nazionale di valutazione, paiono accettate anche dalla maggiore forza di opposizione, almeno in linea di principio.

Restano ancora inerzie da uniformità vetero statalistiche da vincere, ma credo che la strada sia ormai tracciata, per tutti.
Bene ha fatto per questo il Ministro Gelmini a richiamare l’esigenza in questa Legislatura di attuare pienamente la parità scolastica.
La scuola, infatti, non è un’istituzione al servizio dello Stato o dell’economia o, peggio, delle maggioranze politiche. È al servizio dello Stato, dell’economia e della politica se e solo se è anzitutto al servizio della persona, e, come recita l’articolo 1 della legge n. 53/03, mutuando il concetto dalla Costituzione, ne promuove il pieno sviluppo, attraverso la cultura, al massimo livello possibile.

L’idea di scuola, poi, non può essere ridotta a “scuola statale”, ma deve coinvolgere in termini di pari dignità educativa e culturale, “le scuole paritarie”, per le quali va assicurata anche la parità economica, ma anche “le scuole dell’istruzione e formazione professionale” che la Costituzione affida alle Regioni e che sono tenute a rispettare i Lep (livelli essenziali di prestazione) stabiliti nel decreto attuativo n. 226 della legge Moratti. Bisogna quindi ragionare in termini di sistema, e di qualità dell’intero sistema dell’offerta formativa, non più per segmenti ed esclusioni pregiudiziali di natura ideologica.

Ragionare per sistema perché non possiamo permetterci il lusso di avere gli attuali tassi di dispersione e di mancato successo formativo solo perché devono essere i ragazzi ad adattarsi alla scuola licealizzata invece di offrire loro una scuola che, articolandosi in percorsi differenziati di pari dignità (licei e percorsi dell’istruzione e della formazione tecnica e professionale) si adatta alle caratteristiche e agli stili di apprendimento di ciascuno.

La lotta condotta nella scorsa legislatura dalla sinistra sindacale e politica contro la pari dignità dei percorsi dell’istruzione e formazione professionale delle Regioni a partire dai 14 anni al fine di renderli adatti alla soddisfazione del diritto dovere di istruzione e formazione fino a 18 anni è stata, in questo senso, poco lungimirante e soprattutto ha fatto pagare ai ragazzi il fondamentalismo ideologico.

L’Italia, nonostante le significative privatizzazioni degli ultimi vent’anni, è ancora un Paese nel quale la presenza dello Stato nei settori della scuola, dell’Università, della Ricerca, ma anche della cultura, del teatro, del cinema e dell’economia è ad un livello che non ha pari nel mondo occidentale.

Credo sia giunto il momento di valorizzare molto di più le iniziative private e della società civile. Lo Stato dovrebbe governare e controllare, non gestire in prima persona, come succede nella scuola.

Per questo sosteniamo due grandi innovazioni, facce della stessa medaglia: l’autonomia e la valutazione delle scuole e la parità tra scuole statali e non statali dentro un unico sistema pubblico.

Valentina Aprea
Presidente Commissione Cultura della Camera dei Deputati

Il problema non è di rapporto tra Stato laico e Chiesa cattolica, è in gioco il diritto all'istruzione

Il conto è semplice. Lo Stato spende oltre 6.500 euro all'anno per alunno, dalle elementari alle superiori. Mentre per ogni studente delle paritarie la cifra statale erogata è di 500 euro. La differenza è di 6mila euro. È proprio questa disparità di trattamento a provocare le proteste del circuito privato, che raccoglie circa un milione di ragazzi.
In sostanza, i responsabili degli istituti paritari chiedono di ricevere tanto quanto lo Stato spende per ogni alunno che frequenta la scuola statale, considerando che le scuole paritarie forniscono –di fatto– un servizio equivalente.
E l'esempio più citato per rafforzare la rivendicazione è quello del meccanismo che regola il servizio sanitario nazionale, dove le strutture private convenzionate ricevono, per ogni paziente, la stessa cifra prevista per la prestazione ottenuta nel circuito pubblico.


La questione ideologica
È evidente che non è soltanto questione di denaro quanto, piuttosto, di scelta politica. Perché su questo terreno lo scontro si sposta quasi totalmente sul piano ideologico, trasformandosi in una sorta di disfida tra i paladini della scuola pubblica e i difensori del diritto alla libera scelta. E, puntualmente, ad ogni visita tra Capo del Governo e Sommo Pontefice, il Presidente del consiglio rinnova la promessa di un maggior riconoscimento alle scuole private. Parole di cui presto si perdono le tracce.

Un'intera scuola paritaria costa allo Stato meno di un alunno della statale
Attualmente la quota complessiva di finanziamenti destinati dal ministero dell'Istruzione alle paritarie è di 538 milioni di euro all'anno, somma che finisce in gran parte alle scuole materne. Basti pensare che un istituto di scuola media può ricevere complessivamente un massimo di 5mila euro. Le superiori ricevono 4mila euro che vanno all'istituto, più 2mila euro a classe, soltanto per i primi due anni. Un'intera scuola paritaria finisce per costare al ministero dell'Istruzione meno di quanto spende per un solo alunno della statale. Da qui le quote non proprio popolare delle rette e, soprattutto negli ultimi anni, la chiusura di molti istituti. Stremati da una raffica di costi (Irap, Iva, Tarsu, affitto e gestione dei locali). A regolare i rapporti tra scuole statali e paritarie è la legge 62/2000 («Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all'istruzione»), ministro Berlinguer, che nelle intenzioni doveva assicurare la parità tra i due circuiti all'interno del sistema pubblico di istruzione ma, in realtà,l'ha garantita soltanto sul piano giuridico.

La libertà di scelta educativa è riconosciuta soltanto sulla carta
«Il riconoscimento della libertà di scelta educativa a livello europeo è sancito e operativo da tempo, attraverso una risoluzione del Parlamento europeo del 1984 collegata ai Diritti dell'uomo: ogni Stato membro deve assicurare parità di trattamento anche sul piano economico », afferma don Francesco Macrì, presidente nazionale della Fidae (oltre 3mila scuole cattoliche primarie e secondarie).

«La legge 62 è rimasta inapplicata, sul versante economico, facendo ricadere il costo della libera scelta interamente sulla famiglia. Di fatto lo Stato si contraddice: riconosce un diritto ma non crea le condizioni per garantirlo. Non si tratta di scontrarsi sulla scelta di scuola statale o non statale, quanto piuttosto di salvaguardare esclusivamente il diritto a un'istruzione di qualità», conclude Macrì.

Una scelta di civiltà
Per Luigi Sepiacci, presidente dell'Aninsei (Confindustria Federvarie), sigla che raccoglie le scuole private, «il problema non è di rapporto tra Stato laico e Chiesa cattolica, quindi tra scuole confessionali e non, è in gioco una scelta di civiltà di riconoscere il diritto all'istruzione,così come viene garantito quello alle cure sanitarie. Se posso scegliere il medico, ho ancora più diritto a scegliere l'insegnante».

Luigi Illiano
Tratto dal quotidiano Il Sole 24Ore del 7.6.08