giovedì 12 giugno 2008

Clinica Santa Rita

Di seguito riporto le dichiarazioni di Roberto Formigoni:

Avete letto e visto molte testimonianze legate alla terribile vicenda della clinica s.Rita. Oltre alle cose che ho spiegato l’altra sera a Matrix (che vedete in streaming e resterà nell’archivio video di radioformigoni) vorrei aggiungere solo alcuni elementi. Per fare chiarezza. Innanzitutto in tutta la Lombardia ci sono 150 ispettori incaricati di controllare l’attività delle cliniche e nella sola città di Milano, da 15 che erano, nei mesi scorsi sono passati ad essere una cinquantina. L’attenzione – per quanto compete alla Regione – è molto alta, e non da oggi. Facciamo più controlli di quanto accade nelle altre regioni italiane dove pure esistono cliniche private e in misura superiore a quanto accade in Lombardia. In questi giorni si stanno dicendo e scrivendo molte inesattezze. Quello che non dobbiamo dimenticare è la responsabilità personale di questi medici, elemento imprescindibile per capire quanto è grave quello che è successo ma anche quanto sia difficile prevedere atti criminali di questo tipo.
Da parte mia assicuro che molto è stato fatto in questi ultimi anni per migliorare i controlli e siamo intervenuti più volte per sanzionare chi ha sbagliato. Abbiamo ristretto sempre più le maglie della rete e grazie alla nostra collaborazione sono partite le prime segnalazioni alla magistratura che ha altre competenze e soprattutto altri strumenti in grado di far emergere gesti sconsiderati e riprovevoli. L’azione regionale può prevenire, scoraggiare e punire chi fa il furbo. Contro chi gioca sulla pelle della gente, chi viola il giuramento di Ippocrate, chi organizza un’associazione a delinquere all’interno di una sala operatoria può muoversi solo la magistratura. E così è stato.
L’ultimo chiarimento riguarda i malati che sono al s.Rita in queste ore e ai dipendenti della struttura: la Regione sta già intervenendo sui casi più urgenti e garantisce il trasferimento in altri ospedali, mentre si aprirà un confronto con i sindacati per dare risposte ai lavoratori.

mercoledì 11 giugno 2008

Santa Rita: "una cosa disumana, ci costituiremo parte civile" dichiara Formigoni

«È una cosa orribile, disumana. Siamo in presenza di veri e propri crimini, compiuti oltretutto da medici». Questa la reazione del governatore Roberto Formigoni davanti alle accuse alla clinica Santa Rita: «La condanna non può che essere totale. Se questa è la verità, la Regione si costituirà parte civile».
Però, presidente Formigoni, c´è voluta una lettera anonima, per far scattare l´inchiesta. La Regione dov´era?
«Attenzione, segnalo che in questi anni la Lombardia ha messo in piedi un sistema di controlli e di collaborazione continua con la magistratura, assolutamente all´avanguardia in Italia. Facciamo il doppio dei controlli previsti dalla legge, il cinque per cento degli oltre due milioni e mezzo di ricoveri l´anno. Spesso ci hanno anche consentito di beccare il colpevole. Ma quello che è venuto a galla nel caso della Santa Rita non poteva che emergere che da una denuncia personale».
Perché?
«Solo la magistratura ha il potere di investigare. Se un medico che riscontra un´imperfezione al seno prescrive invece una mastectomia, lo si può apprendere solo da una denuncia del paziente. Ecco perché penso che in questo caso la responsabilità sia innanzitutto del medico. Siamo di fronte a dei comportamenti criminali messi in atto non da ragazzini analfabeti, ma da persone che hanno studiato, che si sono specializzate, che guadagnano molto e soprattutto hanno fatto il giuramento di Ippocrate. Per questo faccio appello agli ordini professionali perché intervengano. Non possiamo più assistere allo scempio di questa professione».
Nessuna sottovalutazione di ciò che accadeva alla Santa Rita?
«Al contrario. Nei confronti di questa struttura avevamo già preso due provvedimenti nel 2007. Prima abbiamo tagliato rimborsi per 1 milione 124mila euro, dopo che i controlli avevano riscontrato irregolarità. Poi per due mesi, da ottobre a settembre, abbiamo sospeso qualsiasi tipo di attività di chirurgia toracica in quella struttura. Tutto questo a dimostrazione che i controlli sono stati efficaci».
È solo la punta di un iceberg?
«Non so se i casi come questo sono uno o centomila. Certo dobbiamo continuare a vigilare e a collaborare con la magistratura, alla quale abbiamo sempre segnalato ogni irregolarità. Si deve sapere che in Lombardia c´è un livello di attenzione molto alto e queste cose prima o poi vengono a galla. Mi auguro che questa capacità di iniziativa dia la sveglia anche ad altre regioni».
Che cosa intende?
«Se casi come questi succedono in Lombardia, temo che da altre parti succeda molto di più».
Si può intervenire con maggiore efficacia?
«Me lo sto chiedendo anch´io, in queste ore. Ogni quattro mesi mandiamo le ispezioni. Certo, si può sempre migliorare la preparazione di chi fa i controlli e dotarsi di attrezzature più sofisticate, ma soprattutto dobbiamo intensificare la collaborazione con la magistratura. In Italia c´è il principio della divisione dei poteri, non possiamo sostituirci a loro».
Il nuovo statuto lombardo prevede le commissioni d´inchiesta. Accetterà la proposta dell´opposizione di farne una su questo caso?
«Facciamo la commissione sul lavoro della magistratura? Ma certo siamo di fronte a crimini di una gravità orrenda».
La Lombardia è diventata il paradiso delle cliniche private?
«Non è assolutamente vero. Da sei anni non accreditiamo una struttura privata. Abbiamo messo un tetto. Il paradiso dei privati non è qui. Ci sono ben cinque regioni che hanno più privato di noi. Il nostro è un privato di grande qualità che controlliamo e continueremo a controllare insieme alla magistratura».

Intervista tratta dal quotidiano La Repubblica del 10.06.08

Il disegno di legge sulla sicurezza

Giro di vite sugli stranieri irregolari e sui ‘pirati’ della strada; più poteri ai sindaci e ai prefetti in materia di ordine pubblico e sicurezza; misure di prevenzione contro la criminalità organizzata con ampliamento dei poteri del procuratore nazionale anti-mafia; interventi sulle lungaggini dei processi con aumento dei casi di rito direttissimo e giudizio immediato e abolizione del patteggiamento in fase di appello.

Sono i cinque capitoli su cui interviene il decreto sicurezza approvato dal Consiglio dei ministri a Napoli e da oggi di nuovo all’attenzione delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia del Senato in attesa del via libera per l’aula dove è già stato calendarizzato domani alle 10.

Le commissioni discuteranno e avvieranno il voto sugli emendamenti (circa 140), cercando di licenziare il provvedimento già in serata.
Ecco intanto cosa prevede il testo del governo.

Espulsione di immigrati e allontanamento di cittadini comunitari. Le nuove norme ampliano i casi di espulsione degli immigrati clandestini su ordine del giudice prevedendo analogo provvedimento per i cittadini comunitari, attraverso la misura dell’allontanamento del cittadino appartenente a uno stato membro Ue che non abbia reddito o che delinque. Il limite della pena per l’irrogazione del provvedimento di espulsione (ora fissato a una pena detentiva non inferiore a 10 anni) viene portato a due anni. In pratica il giudice, in tutti i casi di condanna dello straniero o del cittadino comunitario a più di due anni di carcere, ne ordina il rimpatrio. Chi trasgredisce l’ordine di espulsione o di allontanamento è punito con la reclusione da uno a quattro anni.

Arresto e confisca immobili per chi affitta a irregolari. È previsto che chiunque cede a titolo oneroso un immobile a un cittadino straniero irregolarmente soggiornante sul territorio italiano è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. La condanna comporta la confisca dell’immobile affittato, salvo che appartenga a persona estranea al reato. Le somme ricavate dall’eventuale vendita dei beni confiscati sono destinate al potenziamento delle attività di prevenzione e repressione contro l’immigrazione clandestina.

Aggravante della clandestinità. Se chi commette un reato si trova illegalmente sul territorio nazionale le pene sono aumentate di un terzo. La nuova aggravante di clandestinità viene applicata sia agli immigrati extracomunitari che ai cittadini di Stati membri dell’Unione europea irregolarmente entrati in Italia.

Più processi per direttissima e no al patteggiamento in appello. Per accelerare i processi, il decreto prevede l’obbligo, e non più la facoltà per il pubblico ministero (a meno che ciò non pregiudichi gravemente le indagini) di richiedere il rito direttissimo o il giudizio immediato per i reati per i quali sono previsti i riti speciali. Si ampliano inoltre le fattispecie perseguibili con processo ordinario. Si prevede che il pubblico ministero proceda con il rito direttissimo nei confronti dell’imputato quando l’arresto in flagranza è già stato convalidato e quando lo stesso abbia reso confessione o quando la prova della sua colpevolezza risulta evidente. Il rito direttissimo pertanto diverrà la regola in relazione a tutte le indagini che non richiedono attività ulteriori da parte del pm. Anche per il giudizio immediato si è introdotta la previsione della necessità come regola generale. Infine viene introdotto il divieto di patteggiamento in fase di appello: l’accordo tra le parti potrà aversi solo in fase di udienza preliminare. La sospensione della pena non potrà essere applicata per tutti i reati in relazione ai quali ci sono esigenze di tutela della collettività.

Giro di vite su chi guida ubriaco o drogato. È uno dei capitoli più ‘corposi’ del dl sicurezza. Per chi guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti sono stabilite pene più severe nel caso di lesioni gravi e gravissime o di omicidio colposo. L’inasprimento delle sanzioni per chi provoca incidenti stradali avviene sia sul piano penale che su quello delle sanzioni amministrative accessorie. Per chi provoca la morte di una persona viene elevato il massimo di detenzione in carcere da cinque a sei anni. Per chi guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti o psicotrope, il carcere può arrivare a dieci anni se si cagiona la morte di una sola persona e fino a quindici anni le vittime sono più di una. Anche per chi provoca lesioni gravi (e non gravissime) viene previste il solo carcere (da sei mesi a due anni) in luogo della pena alternativa. Per le lesioni gravissime si innalza a quattro anni il massimo del carcere. Niente attenuanti inoltre per chi guida ubriaco o sotto l’effetto di droga. A chi viene trovato al volante con un tasso alcolemico superiore a 1.5 grammi/litro inoltre segue sempre la confisca del veicolo (a meno che non appartenga a persona estranea al fatto).
Ulteriori inasprimenti della pena sono previsti per chi non si ferma a prestare soccorso: in caso di omicidio colposo, oltre al carcere, scatta la revoca della patente, mentre prima era prevista la sola sospensione fino a un massimo di quattro anni. Per chi rifiuta di sottoporsi ai controlli per accertare lo stato di ebbrezza o l’assunzione di droghe non ci sarà più solo una sanzione amministrativa ma l’arresto da tre mesi a un anno con sospensione della patente e confisca del mezzo. Infine, per le lesioni gravi o gravissime provocate da guidatori ubriachi o drogati la competenza a decidere viene affidata al tribunale ordinario prevedendo espressamente che non se ne occupi il giudice di pace.

PD: i cattolici sono isolati

Oramai è lo sbando. Non solo la sinistra stenta a elaborare il lutto della sconfitta elettorale, ma sembra ogni giorno di più a rischio esplosione.

Sia la sinistra-sinistra, quella scomparsa dalle aule parlamentari, sia la sinistra-moderata, rimasta saldamente in Parlamento a coltivare il progetto di un partito nuovo e costretta a prendere atto ogni giorno di più che se la semina è stata interessante, il raccolto è sempre più magro.

Ma ciò che più conta è il quotidiano degradarsi del Pd, un partito che ha una nuova sigla, ma che assomiglia molto nei vertici e nelle dinamiche interne, al vecchio caro Ds-Pds. E di questo, se ne stanno accorgendo finalmente i cattolici, a loro volta ridotti a minoranza etnica, all'interno della maggioranza di razza diessina.
Se n'era accorto Rutelli nella sua lettera choc contro l'ingresso del Pd nel gruppo socialista europeo.

Se n'è accorto Prodi che si gode qualche mese di pensione, pensando di tornare alla vita attiva in autunno come salvatore della patria riformista.
Se n'è accorta Famiglia Cristiana, il periodico più autorevole e diffuso del mondo cattolico, non certo sospettabile di antipatia verso la fusione degli ex popolari con gli ex comunisti. Anzi.

Bene, come noto, Famiglia Cristiana, non ha usato mezzi termini per definire il Pd: un partito fantasma. Ipotizzando anche che vi possa essere un esodo dei cattolici da questa fusione fredda che sta diventando sempre più calda. In realtà, al di là delle dichiarazioni o delle mezze parole dell'uno o dell'altro, è difficile ipotizzare una scissione.

Intanto perchè il bipolarsimo, anzi, il bipartitismo propugnato proprio dallo stesso Pd, sembra aver trovato concreti riscontri nell'opinione pubblica, che non a caso ha provveduto a quella semplificazione e a quella razionalizzazione del quadro politico a cui non avevano posto mano le riforme istituzionali.

Poi, perchè questa schematizzazione del quadro politico non lascia certo spazio a ipotetiche terze vie. Lo si vede, come detto a sinistra, dove prevale la rissa e il fuggi fuggi. E lo si conferma al centro dove l'Udc di Casini cerca di battere un colpo lanciandosi in una battaglia sul voto di preferenza che suona solo come un patetico tentativo di certificare una esistenza in vita, più che un lo sforzo di portare avanti un progetto (velleitario) di terzo polo.

Inutile dire che di fronte a questo quadro, l'atteggiamento non può che essere di attesa e di attenzione per offrirsi anche come approdo sicuro ai cattolici schiacciati dal peso degli ex comunisti.

Ma soprattutto va sottolineata la necessità di un ulteriore compattamento del centro destra, a marcare sempre di più la differenza culturale e politica tra le forze che esprimono un Dna di governo, e quelle che confermano l'incapacità di unire se stesse in un progetto, e dunque, a maggior ragione, di unire le esigenze dei cittadini italiani.

martedì 10 giugno 2008

Anatema dei cattolici sul Pd: «I pannelliani contagiano il partito»

Walter? Dirige «un partito fantasma e senza identità», ha tradito «le attese dei cattolici», ha flirtato con i radicali ed è pure sull’orlo di una scissione interna, visto che i teo-dem «si stanno interrogando sulla loro permanenza nel Pd».

Che volete di più, si chiede Famiglia Cristiana, che aspettate a cacciarlo? «All’assemblea costituente del 20 giugno forse sarà il caso di interrogarsi sulla leadership».

Il peccato originale sta nell’alleanza con Pannella. «Era così difficile capire che con l’ingresso dei radicali si cancellava lo spirito originario che ha portato Ds e Margherita a fondersi? Veltroni non ha neppure balbettato una critica alla Bonino che ha dato del patetico al Papa, ma al tempo stesso si fa rappresentare da un ministro ombra alla pagliacciata del Gay pride a Roma». Insomma, insiste il settimanale dei paolini, «grazie ai radicali l’anarchia dei valori teorizzata da Berlusconi ha infettato pure il Pd». Non è tempo, conclude, «di sciogliere questa ambiguità?».

Dopo i mal di pancia dalemiani, ecco il forte malessere della componente cattolica, che non vuole finire socialista in Europa e radicale in Italia. Paola Binetti condivide infatti le critiche di Famiglia Cristiana. «Il nostro dissenso iniziale sui radicali - dice - e le perplessità sull’alleanza con loro sono sempre presenti. In questo inizio di legislatura abbiamo visto che molti disegni di legge vanno in direzione opposta ai nostri». Ma la scissione, giura, non è all’ordine del giorno: «Siamo impegnati a creare nel Pd una prospettiva in cui i valori abbiano diritto di cittadinanza, però non c’è alcuna remota intenzione di uscire dal partito». E i radicali? «Io - risponde la Binetti - li considero altri, diversi. L’ospitalità nelle nostre liste era l’unico escamotage per farli entrare in Parlamento. Vogliamo evitare che contagino il partito, anzi intendiamo contagiarli con i nostri principi». Ancora più netta Emanuela Baio: «Sono due componenti che non possono stare insieme. Non puoi far convivere il diavolo e l’acqua santa». E Luigi Bobba: «Non vogliamo essere ospiti sgraditi nel partito». Ma per Dario Franceschini «è fantasia pensare ai cattolici fuori, il Pd è nato dal voto degli italiani, è un processo irreversibile». Anna Finocchiaro si dice «stupita dalla durezza dei toni da anatema».

L’attacco di Famiglia Cristiana arriva proprio mentre Veltroni è a Berlino per un convegno sul futuro delle socialdemocrazie e per cercare una casa europea al Pd. Il piano segreto di D’Alema? «Non esiste, è una discussione che stiamo facendo tutti insieme». Si tratta, spiega, «di una materia di evidente delicatezza, sulla quale stiamo cercando una soluzione che corrisponda al nostro obiettivo, e cioè promuovere un campo che tenga insieme le forze riformiste in un contesto il più possibile unitario». Dunque, le grandi famiglie europee «vanno riconfigurate» sui modelli mondiali, come i democratici Usa, il partito indiano, l’Anc sudafricano, il partito di Lula. Nel frattempo, precisa Veltroni, «non penso a soluzioni di parcheggio», tipo l’adesione al gruppo misto.

Marco Follini apprezza «la prudenza» del segretario. «Noi nel Pse? Un’ipotesi lunare. Non esiste». Franco Marini invita a trovare una mediazione: «Non è possibile accettare direttamente di passare da uno schieramento all’altro. Dobbiamo lavorare per essere autonomi in Europa e per difendere l’esperienza italiana, ma sia chiaro, va trovata una soluzione concordata».

Massimiliano Scafi
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 09.06.08

lunedì 9 giugno 2008

Mai neutrali tra bene e male

I recenti interventi della Chiesa sul tema dell’immigrazione non hanno sollevato la tipica levata di scudi di coloro che gridano all’ingerenza ogni volta che la Chiesa stessa interviene sui temi etici.

Lo ha messo bene in luce Pierluigi Battista, sul 'Corriere della sera' di venerdì, chiedendosi come sia possibile che «se la Chiesa dice la sua sul trattamento degli immigrati clandestini, o sull’amnistia, oppure sulla spedizione italiana in Iraq (su temi insomma sempre molto cari alla sinistra), è giusto fare attenzione, e se invece interviene sull’aborto, o sull’eutanasia, allora bisogna fermamente rintuzzare l’attacco allo Stato laico». Insomma, se certi pronunciamenti della Chiesa sono legittimi, «come possono diventare illegittimi i suoi interventi su altre materie sulle quali lo Stato deve legiferare?». Nel suo lucido editoriale, Battista segnala «che non esistono leggi dello Stato eticamente 'neutrali', sulle quali l’intervento della Chiesa sarebbe arbitrario, e altre così cariche di valori morali da permettere anche alla Chiesa di esprimersi».

Quest’affermazione sulla non neutralità etica delle leggi è sovente contestata. C’è chi sostiene, infatti, che lo Stato non dovrebbe prendere posizione e dovrebbe assumere un atteggiamento a-valoriale, eticamente neutrale. Diversi pensatori hanno elaborato questa prospettiva, ma è Battista ad aver perfettamente ragione.

Se si nega l’esistenza del bene e del male, la legge dello Stato diventa lo strumento del dominio dei potenti sui deboli, procura l’utilità del più forte.

Ma se, invece, esiste una dimensione etica, allora lo Stato (persino inconsapevolmente) ogni volta che legifera su qualcosa, agisce alla luce di una visione morale.

Per esempio, se lo Stato delibera di contrastare la povertà, l’ignoranza e la disuguaglianza, vuol dire che ritiene che questi fenomeni siano dei mali. E se vieta la calunnia, il furto e l’omicidio, vuol dire che li ritiene malvagi e assume che la tutela della buona fama, della proprietà e della vita siano dei beni.

Ancora, vietare o permettere significa disciplinare un certo tipo di comportamento di qualcuno nei riguardi di qualcun altro: per esempio, vietare la frode significa sanzionare il comportamento di un soggetto che inganna fraudolentemente un altro. Così, la legge ha una valenza relazionale, regola i rapporti tra gli uomini (per questo, per la Chiesa, il furto dev’essere vietato, perché è un atto che danneggia un altro, mentre la contraccezione, pur sbagliata, non deve essere proibita).

E, allora, sempre se esistono il bene e il male, lo Stato, ogni volta che legifera, presuppone che sia un bene evitare che i rapporti interpersonali degenerino nella guerra civile e nell’anarchia, considera un bene la pace sociale. Ma non qualsiasi pace sociale, non quella in cui il forte spadroneggia sul debole, bensì solo quella che è frutto della vera giustizia, il che vuol dire che ritiene che sia un bene proteggere il debole dalle prevaricazioni. Inoltre, per diverse (non tutte) concezioni filosofico-politiche, anche quando mi permette di fare qualcosa, lo Stato ritiene che sia un bene lasciarmi la libertà di agire e che sia un male che altri o lo Stato stesso me lo impediscano.

Da queste brevi e necessariamente incomplete considerazioni dovrebbe, allora, scaturire una conclusione: la Chiesa ha pieno titolo per pronunciarsi non solo perché la libertà di espressione deve valere per tutti, ma anche perché è un’autorità morale che si interroga sull’uomo e sul suo bene. E lo fa da duemila anni.

Giacomo Samek Lodovici
Tratto dal quotidiano Avvenire del 08.06.2008

“Senza oneri per lo Stato”, alibi di chi non vuole la libertà di scelta

Sei miliardi di euro è quanto lo Stato risparmia sull’istruzione grazie agli studenti che frequentano le scuole private. Tale dato costringe a ripensare alla clausola contenuta nel comma 3 dell’articolo 33 della Costituzione che, come è noto, impone che la scuola privata debba essere istituita “senza oneri per lo Stato”. Essa era già stata letta come un inciso volto solo ad escludere l’intervento statale nella fase istitutiva della scuola privata, ma che non ostacolava – come del resto normalmente avviene – l’intervento dello Stato o di altri enti pubblici a sostenerne il funzionamento. Altri hanno sostenuto che oneri per lo Stato sarebbero consentiti solo nella fase gestionale, mentre per altro orientamento ancora i contributi statali alle scuole private sarebbero legittimi, purché mantenuti nei limiti di quella riduzione di spesa (6 miliardi di euro, appunto) di cui lo Stato si verrebbe ad avvantaggiare in conseguenza della diminuzione del numero di alunni delle scuole non statali e per i quali, diversamente, si sarebbe dovuto impartire l’istruzione gratuita o a prezzo politico.

Al momento presente, i tempi sono maturi per ripensare alla normativa costituzionale in una nuova prospettiva: in un sistema scolastico moderno ed efficiente il problema su cui riflettere non è tanto la provenienza dei finanziamenti, quanto che l’insieme degli investimenti pubblici a sostegno del capitale umano sia ripartito in modo equo e che essi producano i risultati attesi. La parità scolastica, infatti, comporta che siano ristrutturate le logiche che sottostanno alla distinzione tra pubblico e privato per accedere a nuove logiche e a nuovi principi, tra cui primeggia il principio della libertà di scelta, già adombrato in sede costituente.

È per questo che, oggi più che mai, occorre riportare alla ribalta una lettura della clausola in esame volta essenzialmente a tutelare le libertà su cui si fonda il sistema scolastico: la libertà di scelta di studenti e famiglie come valore ideale e come principio di efficienza e la libertà di insegnamento volta a promuovere il pluralismo culturale ed educativo, coerentemente con i principi del pluralismo educativo e delle due libertà nella scuola e della scuola dettati dalla Costituzione. La clausola in esame costituirebbe pertanto un baluardo a presidio e difesa di tali libertà, che verrebbero pregiudicate se lo Stato, tramite un uso distorto della leva finanziaria, finisse, assumendosi oneri improduttivi, per gestire e controllare tutte le scuole, non solo statali, ma anche non statali, quasi che queste ultime (ma anche le prime) agissero nell’ambito di un regime di concessione amministrativa.

Ciò comporta, in concreto, che tutti devono essere liberi di istituire scuole, senza che questo comporti un “onere” per i pubblici poteri, cosicché il sistema scolastico possa configurarsi come un insieme di enti che forniscono il servizio educativo in modo articolato e plurale. Se poi lo Stato stesso o le Regioni si attivano per fornire a studenti e famiglie provvidenze finanziarie volte ad attenuare o rimborsare in toto le spese per l’istruzione, ciò non può essere considerato una violazione più o meno surrettizia della clausola costituzionale citata, ma costituisce invece la modalità concreta con cui l’ente pubblico svolge la sua funzione sussidiaria di sostegno al libero esercizio da parte dei cittadini dei loro diritti fondamentali e sociali, quale è quello di procurarsi un’istruzione adeguata.
Lorenza Violini
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net