Lo scorso 28 maggio dal proprio blog Roberto Formigoni ha detto la sua su come dovrebbe essere il Popolo della Libertà.
"Il PdL un partito federale? Certamente. Sottoscrivo ciò che ha detto nei giorni scorsi l’amico governatore Galan: il Popolo delle Libertà sarà un partito federale. È la direzione in cui abbiamo iniziato a muoverci. Sono riflessioni condivise all’interno di Forza Italia che sottoporremo anche agli amici di An. Stiamo preparando lo statuto, crediamo che il partito oltre che essere organizzato su base regionale debba scegliere i candidati di tutte le competizioni elettorali con le primarie e debba avere un’autonomia amministrativa e patrimoniale."
giovedì 5 giugno 2008
Don Giussani parla giapponese
A tre anni dalla scomparsa, don Luigi Giussani sta per conquistare il Sol levante. L’11 giugno, all’Istituto italiano di cultura di Tokyo, sarà presentata l’edizione giapponese di Il senso religioso, pubblicata dalla Don Bosco Press.Il volume appartiene alla trilogia del «PerCorso», che ripercorre le riflessioni del fondatore di Comunione e liberazione, ed è stato tradotto in 18 lingue. La nuova edizione vuole avvicinare i lettori giapponesi alla proposta di don Giussani grazie alla traduzione di Tomoko Sadahiro. Alla presentazione di mercoledì prossimo, organizzata da Comunione e liberazione in collaborazione con l’Università cattolica di Milano, parteciperanno il responsabile di Cl per l’Asia, don Ambrogio Pisoni, e monsignor Giuseppe Pittau, missionario e docente della Sophia University di Tokyo. Sono previsti inoltre gli interventi della traduttrice, di Shodo Habukawa, docente all’università del Monte Koya, e un collegamento video con Etsuro Sotoo, scultore nipponico della Sagrada Familia di Barcellona. L’evento avrà inizio alle 18.30 e comprenderà anche un concerto eseguito da Sadao Udagawa e Ichiro Takamoto.
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Il Sessantotto è la patologia dell’università italiana
C’è un nesso tra le parole sui giovani pronunciate dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi nel corso della consueta Assemblea annuale e quanto successo a “La Sapienza” qualche giorno fa?
Nelle sue Considerazioni finali il numero uno di Via Nazionale ha parlato dell’“istruzione inadeguata”, che oggi “mortifica i giovani” e che sostanzialmente preclude loro la possibilità di diventare classe dirigente nel Paese, se non per esclusivo ius sanguinis. La solita retorica sulla questione generazionale e sulla mancanza di spazi per gli under-35, insomma? Mica tanto. Perché, sostengono le statistiche di Bankitalia, “non raggiungono il livello minimo di competenze giudicato necessario in una società avanzata il 50, 9% dei quindicenni nella lettura e nella comprensione dei testi (con un aumento rispetto al 2006 di oltre 6 punti percentuali), il 32, 8% in matematica e il 25, 3% in scienze (42, 8%, 21, 3% e 23, 3%, rispettivamente, nella media dei paesi Ocse)”. Altro che emergenza educativa. Qui si tratta di un disastro culturale.
Lo stesso disastro dal quale emergono le gramigne umanoidi che dal sessantotto invadono e infestano le nostre scuole e università. Professori e studenti. Tutti appassionatamente immersi in quel brodo di coltura che genera opposti estremismi, indolenza, anti-meritocrazia, pigrizia intellettuale, che in Italia ancora osiamo chiamare mondo accademico. Perché meravigliarsi allora dei collettivi di sinistra che hanno sequestrato il preside della facoltà di Lettere dell'Università La Sapienza Guido Pescosolido, reo di aver autorizzato una conferenza sulle foibe organizzata da un gruppo sedicente neofascista all’interno dell’ateneo romano?
La domanda iniziale allora è ovviamente retorica, e il nesso c’è. Eccome. E riguarda il più ampio problema del sistema educativo e dell’istruzione, così come uscito dalla “rivoluzione” del 68. Perché lo spartiacque è solo quello. Chi lo nega o ignora i fatti o è in malafede. E dovrebbe arrossire di vergogna davanti alle parole di chi ancora sostiene che “l’Italia non è riuscita ad elaborare, come è stato fatto in altri Paesi a partire dalla Germania, il proprio passato in modo democratico” anche a causa del “governo attuale in cui siedono i fascisti che hanno un’idea della gestione del potere totalitaria e non democratica”, come ha detto sabato in un’intervista al Corriere della Sera la professoressa Laura Ronchi De Michelis. Onestamente c’è di che rimanere affascinati, e la tesi qualora dimostrata ben potrebbe concorrere per il Nobel. Già perché se da sempre la storia la fanno i vincitori, credevamo di vivere in un mondo quantomeno impregnato dall’ideologia comunista e di sinistra, che dal 1948 – e ancor più dal 1968 – ha saputo “okkupare” cultura e università, spazi politici e informativi. Ma forse abbiamo dormito a occhi aperti. Ed è ora il caso di svegliarsi.
L’emergenza educativa riguarda le scuole e gli atenei, che non assolvono più ai loro impegni, e nei quali gli studenti – o presunti tali – partecipano solamente a giganteschi happening organizzati da professori fannulloni figli del “vietato vietare”, che pretendono di assegnare patenti di legittimità istituzionale antifascista e di conferire diritto di parola a chi lo merita. Purché la parola, però, rispetti un certo conformismo benpensante e radical chic. Scuole e atenei sono diventati centri sociali più che strutture formative. In cui si è completamente abdicato alla trasmissione rigorosa della conoscenza, all’apprendimento metodico della materia, allo sviluppo meritocratico delle capacità dei discenti. In nome dell’assenza di doveri, di un egualitarismo ipocrita e dannoso, di un sapere-bricolage che ognuno può modellare a propria immagine e somiglianza.
Don Giussani parlava di rischio educativo già nella metà degli anni 90, e le sue affermazioni sono state riprese solo pochi giorni fa da Papa Benedetto XVI, bandito a sua volta dalle aule della Sapienza. Purtroppo però si è oggi ben oltre la soglia dell’emergenza, della quale invero si può parlare riguardo a un evento improvviso che va contrastato con azioni rapide e intensive. L’istruzione italiana naviga a vista da tempo, segno che ormai l’emergenza è diventata, e non da ieri, patologia. Alitalia e la riforma della pubblica amministrazione sono importanti, emergenze da affrontare immediatamente. Ma se non si metterà mano in profondità e con solerzia al sistema educativo, tra dieci anni ci ritroveremo con un nuovo caso Alitalia e un’altra marea di “fannulloni” con cui fare i conti. Sono la bontà e la competenza della classe dirigente che fanno il pil. Non viceversa. Forse Draghi voleva dire proprio questo.
Roberto Paglialonga
Tratto da L'Occidentale del 04.06.2008
Nelle sue Considerazioni finali il numero uno di Via Nazionale ha parlato dell’“istruzione inadeguata”, che oggi “mortifica i giovani” e che sostanzialmente preclude loro la possibilità di diventare classe dirigente nel Paese, se non per esclusivo ius sanguinis. La solita retorica sulla questione generazionale e sulla mancanza di spazi per gli under-35, insomma? Mica tanto. Perché, sostengono le statistiche di Bankitalia, “non raggiungono il livello minimo di competenze giudicato necessario in una società avanzata il 50, 9% dei quindicenni nella lettura e nella comprensione dei testi (con un aumento rispetto al 2006 di oltre 6 punti percentuali), il 32, 8% in matematica e il 25, 3% in scienze (42, 8%, 21, 3% e 23, 3%, rispettivamente, nella media dei paesi Ocse)”. Altro che emergenza educativa. Qui si tratta di un disastro culturale.
Lo stesso disastro dal quale emergono le gramigne umanoidi che dal sessantotto invadono e infestano le nostre scuole e università. Professori e studenti. Tutti appassionatamente immersi in quel brodo di coltura che genera opposti estremismi, indolenza, anti-meritocrazia, pigrizia intellettuale, che in Italia ancora osiamo chiamare mondo accademico. Perché meravigliarsi allora dei collettivi di sinistra che hanno sequestrato il preside della facoltà di Lettere dell'Università La Sapienza Guido Pescosolido, reo di aver autorizzato una conferenza sulle foibe organizzata da un gruppo sedicente neofascista all’interno dell’ateneo romano?
La domanda iniziale allora è ovviamente retorica, e il nesso c’è. Eccome. E riguarda il più ampio problema del sistema educativo e dell’istruzione, così come uscito dalla “rivoluzione” del 68. Perché lo spartiacque è solo quello. Chi lo nega o ignora i fatti o è in malafede. E dovrebbe arrossire di vergogna davanti alle parole di chi ancora sostiene che “l’Italia non è riuscita ad elaborare, come è stato fatto in altri Paesi a partire dalla Germania, il proprio passato in modo democratico” anche a causa del “governo attuale in cui siedono i fascisti che hanno un’idea della gestione del potere totalitaria e non democratica”, come ha detto sabato in un’intervista al Corriere della Sera la professoressa Laura Ronchi De Michelis. Onestamente c’è di che rimanere affascinati, e la tesi qualora dimostrata ben potrebbe concorrere per il Nobel. Già perché se da sempre la storia la fanno i vincitori, credevamo di vivere in un mondo quantomeno impregnato dall’ideologia comunista e di sinistra, che dal 1948 – e ancor più dal 1968 – ha saputo “okkupare” cultura e università, spazi politici e informativi. Ma forse abbiamo dormito a occhi aperti. Ed è ora il caso di svegliarsi.
L’emergenza educativa riguarda le scuole e gli atenei, che non assolvono più ai loro impegni, e nei quali gli studenti – o presunti tali – partecipano solamente a giganteschi happening organizzati da professori fannulloni figli del “vietato vietare”, che pretendono di assegnare patenti di legittimità istituzionale antifascista e di conferire diritto di parola a chi lo merita. Purché la parola, però, rispetti un certo conformismo benpensante e radical chic. Scuole e atenei sono diventati centri sociali più che strutture formative. In cui si è completamente abdicato alla trasmissione rigorosa della conoscenza, all’apprendimento metodico della materia, allo sviluppo meritocratico delle capacità dei discenti. In nome dell’assenza di doveri, di un egualitarismo ipocrita e dannoso, di un sapere-bricolage che ognuno può modellare a propria immagine e somiglianza.
Don Giussani parlava di rischio educativo già nella metà degli anni 90, e le sue affermazioni sono state riprese solo pochi giorni fa da Papa Benedetto XVI, bandito a sua volta dalle aule della Sapienza. Purtroppo però si è oggi ben oltre la soglia dell’emergenza, della quale invero si può parlare riguardo a un evento improvviso che va contrastato con azioni rapide e intensive. L’istruzione italiana naviga a vista da tempo, segno che ormai l’emergenza è diventata, e non da ieri, patologia. Alitalia e la riforma della pubblica amministrazione sono importanti, emergenze da affrontare immediatamente. Ma se non si metterà mano in profondità e con solerzia al sistema educativo, tra dieci anni ci ritroveremo con un nuovo caso Alitalia e un’altra marea di “fannulloni” con cui fare i conti. Sono la bontà e la competenza della classe dirigente che fanno il pil. Non viceversa. Forse Draghi voleva dire proprio questo.
Roberto Paglialonga
Tratto da L'Occidentale del 04.06.2008
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mercoledì 4 giugno 2008
BOSSI-BERSANI/ Quali squilibri? Il federalismo lombardo è più "solidale" di quello del Pd
La recente polemica, sollevata da Bersani contro il modello lombardo di federalismo fiscale presentato dalla Lega e l’insistenza sulla necessità di partire invece dal testo approvato dal precedente Governo, ben rappresenta il livello di inquinamento ideologico che purtroppo ancora contamina il dibattito sul federalismo fiscale. Quando il Ministro ombra sostiene la necessità di tutelare i diritti dei cittadini, siano essi calabresi o emiliani, perché questi devono godere di eguali garanzie e sarebbero inaccettabili distanze nelle posizioni di partenza rispetto a prestazioni sanitarie o di scuola, riflette una convinzione diffusa, quanto infondata.
In base a questa convinzione l’uguaglianza dei cittadini delle diverse Regioni dipenderebbe quasi esclusivamente dalle risorse finanziarie disponibili, per cui una forte perequazione sarebbe sufficiente a garantire l’eguaglianza dei servizi in tutto il Paese. Questo è un postulato ideologico che non trova fondamento nella realtà, che confonde eguaglianza e egualitarismo, che dirotta enormi quantità di risorse a finanziamento di situazioni di efficienza sottraendola a quelle aree dove quelle stesse risorse avrebbero una resa produttiva altamente maggiore a beneficio di tutto il Paese. Viene da chiedersi come mai nemmeno situazioni come quella dei rifiuti di Napoli possano riuscire a scalfire l’ideologia dell’egualitarismo!
È evidente che dopo decenni di finanziamento fortemente egualitario la sanità della Calabria o della Campania non garantisce assolutamente gli stessi livelli di assistenza del Veneto o della Lombardia. Lo dimostrano i dati sulle migrazioni sanitarie. Lo stesso vale per la scuola: la scuola statale fornisce risultati diversissimi nelle diverse aree geografiche nonostante l’impiego di risorse (come misurato dalla spesa per alunno, dal rapporto alunni/docenti, dalla dimensione delle classi) sia stato identico per decenni. La rilevazione delle conoscenze con la metodologia standardizzata PISA mostra che gli alunni del Nord si collocano sulla media OCSE, il Centro sotto la media e il Mezzogiorno a distanza enorme dalla media (si veda ministero dell’Economia e delle finanze - ministero della Pubblica istruzione, Quaderno bianco sulla scuola, Roma, settembre 2007).
Il disegno di legge approvato dal precedente governo - cui fa riferimento Bersani - strutturava, lo ha recentemente dimostrato Buratti nella rivista Federalismo fiscale, un modello di finanziamento non troppo dissimile da quello che si sarebbe avuto con un sistema di finanza derivata. Nonostante i richiami ai costi standard, in realtà la gran parte della spesa delle amministrazioni regionali risultava infatti garantita da una sostanziale copertura integrale dei fabbisogni, senza che venissero messi in campo reali incentivi all’efficienza; l’autonomia sui tributi propri veniva inoltre soffocata impedendo anche alle Regioni più avanzate ogni seria possibilità di sviluppare politiche innovative a vantaggio delle imprese o della “welfare society”.
Il modello proposto da Bossi, invece, questa possibilità la valorizza con vigore, assieme ad una potenzialità diretta a sviluppare meccanismi incentivanti delle pratiche virtuose; rispetto alla perequazione, infine, quel modello non esclude la possibilità di un periodo transitorio diretto a rendere graduale l’entrata a regime del meccanismo. D’altronde, per rispondere ad una situazione che è diventata negli anni gravissima, il Sud, più che di assistenzialismo, ha bisogno di formule nuove, come ad esempio potrebbero essere misure di fiscalità regionali di vantaggio, che paradossalmente solo la proposta Bossi renderebbe compatibili con il divieto europeo di aiuti di Stato. La stessa popolazione meridionale, come recentemente evidenziato dal Rapporto 2007 di Fondazione per la Sussidiarietà, è favorevole al federalismo fiscale, perché ben comprende la rovina cui ha condotto la logica dell’egualitarismo.
È senz’altro auspicabile un accordo bipartisan sul federalismo fiscale, tuttavia dal disegno di legge del precedente governo si può raccogliere qualche spunto; è un po’ troppo pensare di farlo diventare l’asse portante del nuovo federalismo fiscale. Il valore costituzionale della solidarietà merita grande attenzione, ma proprio per questo occorre altrettanta considerazione dei principi costituzionali di responsabilità e di buona amministrazione - implicitamente richiamati anche da Draghi nel suo recente intervento - senza dei quali tutto si risolve in una retorica ideologica che non responsabilizza una certa classe politica, a danno di tutto il Paese.
Luca Antonini
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
In base a questa convinzione l’uguaglianza dei cittadini delle diverse Regioni dipenderebbe quasi esclusivamente dalle risorse finanziarie disponibili, per cui una forte perequazione sarebbe sufficiente a garantire l’eguaglianza dei servizi in tutto il Paese. Questo è un postulato ideologico che non trova fondamento nella realtà, che confonde eguaglianza e egualitarismo, che dirotta enormi quantità di risorse a finanziamento di situazioni di efficienza sottraendola a quelle aree dove quelle stesse risorse avrebbero una resa produttiva altamente maggiore a beneficio di tutto il Paese. Viene da chiedersi come mai nemmeno situazioni come quella dei rifiuti di Napoli possano riuscire a scalfire l’ideologia dell’egualitarismo!
È evidente che dopo decenni di finanziamento fortemente egualitario la sanità della Calabria o della Campania non garantisce assolutamente gli stessi livelli di assistenza del Veneto o della Lombardia. Lo dimostrano i dati sulle migrazioni sanitarie. Lo stesso vale per la scuola: la scuola statale fornisce risultati diversissimi nelle diverse aree geografiche nonostante l’impiego di risorse (come misurato dalla spesa per alunno, dal rapporto alunni/docenti, dalla dimensione delle classi) sia stato identico per decenni. La rilevazione delle conoscenze con la metodologia standardizzata PISA mostra che gli alunni del Nord si collocano sulla media OCSE, il Centro sotto la media e il Mezzogiorno a distanza enorme dalla media (si veda ministero dell’Economia e delle finanze - ministero della Pubblica istruzione, Quaderno bianco sulla scuola, Roma, settembre 2007).
Il disegno di legge approvato dal precedente governo - cui fa riferimento Bersani - strutturava, lo ha recentemente dimostrato Buratti nella rivista Federalismo fiscale, un modello di finanziamento non troppo dissimile da quello che si sarebbe avuto con un sistema di finanza derivata. Nonostante i richiami ai costi standard, in realtà la gran parte della spesa delle amministrazioni regionali risultava infatti garantita da una sostanziale copertura integrale dei fabbisogni, senza che venissero messi in campo reali incentivi all’efficienza; l’autonomia sui tributi propri veniva inoltre soffocata impedendo anche alle Regioni più avanzate ogni seria possibilità di sviluppare politiche innovative a vantaggio delle imprese o della “welfare society”.
Il modello proposto da Bossi, invece, questa possibilità la valorizza con vigore, assieme ad una potenzialità diretta a sviluppare meccanismi incentivanti delle pratiche virtuose; rispetto alla perequazione, infine, quel modello non esclude la possibilità di un periodo transitorio diretto a rendere graduale l’entrata a regime del meccanismo. D’altronde, per rispondere ad una situazione che è diventata negli anni gravissima, il Sud, più che di assistenzialismo, ha bisogno di formule nuove, come ad esempio potrebbero essere misure di fiscalità regionali di vantaggio, che paradossalmente solo la proposta Bossi renderebbe compatibili con il divieto europeo di aiuti di Stato. La stessa popolazione meridionale, come recentemente evidenziato dal Rapporto 2007 di Fondazione per la Sussidiarietà, è favorevole al federalismo fiscale, perché ben comprende la rovina cui ha condotto la logica dell’egualitarismo.
È senz’altro auspicabile un accordo bipartisan sul federalismo fiscale, tuttavia dal disegno di legge del precedente governo si può raccogliere qualche spunto; è un po’ troppo pensare di farlo diventare l’asse portante del nuovo federalismo fiscale. Il valore costituzionale della solidarietà merita grande attenzione, ma proprio per questo occorre altrettanta considerazione dei principi costituzionali di responsabilità e di buona amministrazione - implicitamente richiamati anche da Draghi nel suo recente intervento - senza dei quali tutto si risolve in una retorica ideologica che non responsabilizza una certa classe politica, a danno di tutto il Paese.
Luca Antonini
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
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Ue, i verdi preparano un altro sgambetto
«Non remiamo contro l’Italia!» assicura l’eurodeputata verde Monica Frassoni, in replica alle voci che la volevano in prima linea nel sottolineare alla commissione Ambiente le «discrasie» del decreto spazza-monnezza a Napoli con le norme Ue.
Sarà. Ma non passano 24 ore dalla sua affermazione che si scopre come lei, assieme alla sinistra radicale italiana, organizza per quest’oggi una «audizione» chiara fin dal titolo: «La situazione dei rom in Europa e in particolare in Italia».
Il gioco è semplice: si chiede alla presidenza la possibilità di avere un’aula e degli ospiti, si discute di un tema et voilà, il giorno seguente si sarà pronti a lanciare un nuovo avvertimento alla stampa della penisola della serie: «preoccupazioni dell’Europarlamento per le decisioni del governo Berlusconi nei confronti degli zingari». Come si può esser sicuri che sarà questo il risultato dell’audizione? Semplice: basta leggere il programma della manifestazione. Apre Giusto Catania (Prc) sui «diritti dei rom in Europa». Seguono gli interventi della rom ungherese Viktoria Mohacsi sulla sua «inchiesta sui campi rom di Roma e Napoli», di Claude Cahn (esperto della commissione rifugiati) che non si nasconde certo dietro un dito dovendo parlare dei «riflessi sulla crisi italiana, la necessità di un intervento della Ue», di Claudio Fava (Ps ma oggi vicino al gruppo di Mussi) sull’«impatto della situazione politica italiana sui rom», e ancora di un paio d’altri europarlamentari di sinistra, tra cui Agnoletto (Prc), che tratteggeranno la difesa dei diritti degli zingari.
Più tardi sarà proprio Monica Frassoni a mettere in evidenza «la compatibilità del pacchetto sicurezza varato in Italia e la legislazione europea» mentre a chiudere saranno il professor Salvatore Palidda, sociologo genovese che spesso scrive sul Manifesto e il radicale Marco Cappato.
Insomma se la suonano e se la cantano da soli, per poi far arrivare l’allarme dell’Europarlamento nella penisola. Anche se Mario Mauro, vicepresidente a Strasburgo eletto in Forza Italia, annuncia che un occhiata andrà a darla e magari chiederà perché nei due anni di governo Prodi, con la stessa situazione, non si levò alcuna voce per chiedere che i campi rom venissero salvati dal degrado.
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 03.06.2008
Sarà. Ma non passano 24 ore dalla sua affermazione che si scopre come lei, assieme alla sinistra radicale italiana, organizza per quest’oggi una «audizione» chiara fin dal titolo: «La situazione dei rom in Europa e in particolare in Italia».
Il gioco è semplice: si chiede alla presidenza la possibilità di avere un’aula e degli ospiti, si discute di un tema et voilà, il giorno seguente si sarà pronti a lanciare un nuovo avvertimento alla stampa della penisola della serie: «preoccupazioni dell’Europarlamento per le decisioni del governo Berlusconi nei confronti degli zingari». Come si può esser sicuri che sarà questo il risultato dell’audizione? Semplice: basta leggere il programma della manifestazione. Apre Giusto Catania (Prc) sui «diritti dei rom in Europa». Seguono gli interventi della rom ungherese Viktoria Mohacsi sulla sua «inchiesta sui campi rom di Roma e Napoli», di Claude Cahn (esperto della commissione rifugiati) che non si nasconde certo dietro un dito dovendo parlare dei «riflessi sulla crisi italiana, la necessità di un intervento della Ue», di Claudio Fava (Ps ma oggi vicino al gruppo di Mussi) sull’«impatto della situazione politica italiana sui rom», e ancora di un paio d’altri europarlamentari di sinistra, tra cui Agnoletto (Prc), che tratteggeranno la difesa dei diritti degli zingari.
Più tardi sarà proprio Monica Frassoni a mettere in evidenza «la compatibilità del pacchetto sicurezza varato in Italia e la legislazione europea» mentre a chiudere saranno il professor Salvatore Palidda, sociologo genovese che spesso scrive sul Manifesto e il radicale Marco Cappato.
Insomma se la suonano e se la cantano da soli, per poi far arrivare l’allarme dell’Europarlamento nella penisola. Anche se Mario Mauro, vicepresidente a Strasburgo eletto in Forza Italia, annuncia che un occhiata andrà a darla e magari chiederà perché nei due anni di governo Prodi, con la stessa situazione, non si levò alcuna voce per chiedere che i campi rom venissero salvati dal degrado.
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 03.06.2008
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