giovedì 29 maggio 2008

Il democratico De Benedetti licenzia 230 operai

Con la presente, la scrivente Sogefi Filtration Spa comunica di dover procedere al licenziamento collettivo del personale dipendente nella propria unità di Mantova, via Barbieri 1, a seguito della decisione di cessare in via definitiva l'attività produttiva nella suddetta unità».

La lettera, contenente l'asciutto annuncio del categorico e unilaterale «tutti a casa» era arrivata ai 230 dipendenti con rara indelicatezza sindacale e palese insensibilità umana il 29 aprile scorso, proprio alla vigilia del 1° maggio, Festa del lavoro, appassendo di colpo i garofani e afflosciando le bandiere rosse pronte a garrire.

Il mittente era Carlo De Benedetti, editore di lotta salottiera attraverso le colonne della «sua» Repubblica, ma a ben vedere ringhioso imprenditore vecchia maniera. Insomma, compagno sulla carta (stampata), ma nei fatti coriaceo paron dalle belle braghe bianche, di quelli che «al diavolo i diritti e la tradizione manifatturiera italiana, perché finché c'è finanza - lui ne è un maestro - c'è speranza». Ben altra speranza rispetto a quella spentasi invece di colpo, insieme a tanti piccoli e grandi sogni, sui volti e nei cuori dei dipendenti della mantovana Sogefi, azienda specializzata nella produzione di filtri per l'industria automobilistica.

Di un «autentico fulmine a ciel sereno, perché piombatoci addosso senza nemmeno il precedente e doveroso avviso di uno stato di crisi, come vorrebbe la prassi sindacale e senza nemmeno prevedere alcun ammortizzatore sociale» parla Roberta Gioma, rappresentante sindacale della Fiom. «È vero, a dicembre c'era stata la messa in mobilità di 13 impiegati in seguito all'accorpamento degli uffici presso la sede di San Antonio in Val di Susa, ma per quanto riguardava il sito produttivo non erano stati lanciati allarmi. Anzi, ci avevano assicurato che per la fabbrica mantovana non esistevano problemi, tanto che a gennaio erano stati assunti a tempo indeterminato sei lavoratori interinali».

Così, ora, la paura di questa gente, delle tante famiglie in lotta con la realtà immobile di stipendi da mille-milleduecento euro al massimo, e con quella invece fluttuante verso l'alto dell'affitto, del mutuo e di una borsa della spesa fuori controllo, è una realtà che qui si vede e si tocca. Una paura blu, come la stoffa dei camici e delle tute, sovrastate da altrettante facce di cartone con la scritta «licenziato», appese simbolicamente alla cancellata della fabbrica insieme a inquietanti rami d'albero. «Perché è così, “rami secchi”, che ci ha definiti la direzione», dice spiegando la simbologia Alessandro Grizzi, 35 anni, delegato Fiom, che il 29 aprile ha letto quella lettera insieme con sua moglie Stefania, anche lei in attesa di licenziamento. «Per fortuna non abbiamo il problema del mutuo - riesce a consolarsi Grizzi - ma a casa abbiamo due bambini piccoli e una grande angoscia destinata a durare 75 giorni, ovvero i tempi previsti per la mobilità. Scaduti quelli, saremo entrambi senza lavoro. Intanto non possiamo fare altro che resistere, fino alla fine, e io me la sento quanto meno di provarci, di tenere botta, ma è chiaro con la mobilità, all'80% dello stipendio, non possiamo vivere. E di coppie come la nostra ce ne sono altre, così come quelle formate da madre e figlio, o ancora le donne divorziate e sole che traggono da questo lavoro il loro unico sostentamento».

Quanto alla reazione della città, da sempre roccioso caposaldo della sinistra in una regione che va decisamente in diversa direzione, si può dire che lo stupore per l'arroganza del gruppo De Benedetti (per inciso, anche il quotidiano locale è suo) inizi a mescolarsi con una sgradevole sensazione di delusione. «Tanti, anche del sindacato, sentendosi traditi, si sono sfogati con me chiedendosi se sono questi i nuovi imprenditori della sinistra», dice Mauro Vinci, consigliere comunale di Forza Italia. Mentre il suo collega di partito, il vicepresidente del Consiglio regionale Enzo Lucchini, parla senza mezzi termini di gente che «predica bene e razzola male».

Sentimento che con altre parole è lo stesso di Alessandro Pagano, segretario provinciale Fiom Cgil, che definisce la posizione padronale «di una durezza che non mi potevo aspettare, soprattutto perché in netto contrasto con quelle che sono ormai le tradizioni in situazioni simili, dove è ormai prassi collaborare per arrivare a forme di ristrutturazione soft. Così non è stato, rifiutando perfino una soluzione ragionevole proposta dal ministero del Lavoro».

E poi dici che uno - direbbe Totò - si butta a destra.

Guido Mattioni
Tratto da Il Giornale del 29.05.08

mercoledì 28 maggio 2008

Il federalismo è ineludibile, ma bisogna decidere come farlo

Quando il presidente della Repubblica definisce «ineludibile» il federalismo fiscale, contribuisce a mettere la sedicesima legislatura sul giusto binario.

Certo, l'elemento ineludibile si lega in parte alla necessità di attuare la riforma del Titolo V della Costituzione; ed è vero che Napolitano si è affrettato a sottolineare che il federalismo fiscale deve essere «solidale»: non potrà risolversi in una punizione per le regioni meridionali. Sta di fatto, però, che il presidente ha dato il suo avallo a una prospettiva in grado di modificare l'equilibrio geopolitico del Paese. Con profonde conseguenze, molte ancora insondabili, a tutti i livelli. Non a caso Tremonti si è più volte riferito al federalismo fiscale come alla «madre di tutte le riforme ». Lo sarà, ma proprio per questo è prevedibile un percorso tortuoso, per non dire drammatico.

Se è vero che la credibilità del governo Berlusconi si gioca nelle prossime settimane sui rifiuti di Napoli (e, si deve aggiungere, sul destino di Alitalia), è evidente che il successo della legislatura sarà determinato dal modo in cui verrà gestita la riforma federalista. Destinata a caricare la maggioranza di inedite responsabilità, ma anche a porre l'opposizione di fronte a nodi ineludibili.

Del resto, c'è da capire in primo luogo cosa vuol dire «federalismo solidale». La stessa espressione di Napolitano l'aveva usata nei giorni scorsi anche il premier Berlusconi nel suo discorso d'insediamento. Ma al momento non è chiaro come si possa quadrare il cerchio: cioè consentire alle regioni del Nord il controllo delle loro risorse e al tempo stesso salvaguardare il Mezzogiorno. A meno di una significativa, quasi rivoluzionaria riqualificazione della spesa pubblica, la coperta è troppo corta. Anche facendo ricorso a un fondo perequativo. E oggi le finanze dello Stato assomigliano a un pozzo essiccato.Forse è per questo che la fretta della Lega non viene assecondata dal Popolo della libertà. Quando Berlusconi usa la stessa espressione del Quirinale per richiamare il «federalismo solidale» significa che sta ancora cercando la soluzione del rebus. E non potrebbe essere altrimenti, visto che sul riassetto federalista si gioca in buona misura l'unità nazionale. Un errore di troppo potrebbe essere fatale.

D'altra parte, il federalismo è «ineludibile ». È quello che vuole il Nord e in effetti si tratta di un'opportunità straordinaria per rimettere ordine nelle finanze dello Stato centrale e degli enti locali. Purché non si perda di vista il realismo. Quel realismo in base al quale il sindaco di Torino, Chiamparino (ministro ombra delle riforme) ricorda a Luigi La Spina della "Stampa" che solo treo forse sei regioni sarebbero in grado di «gestire i servizi» se fosse applicato su tutto il territorio italiano il «modello Lombardia». Tuttavia anche Chiamparino giudica il federalismo un obiettivo irrinunciabile. Da negoziare, da aggiustare (per esempio assumendo come base la proposta delle regioni di cui parla anche Vasco Errani), ma senza chiudersi in un'opposizione pregiudiziale.

Deve essere per questo che il presidente lombardo Formigoni, dopo un colloquio con Veltroni, è arrivato a dire che esiste una sostanziale sintonia con il segretario del Pd. La verità è che i Democratici sono tuttora divisi al loro interno: basti pensare alla diffidenza di D'Alema. Ma Veltroni non vuole lasciare al centro-destra tutto lo spazio. C'è in ballo il consenso del Nord: quello presente, ma soprattutto quello futuro.

Stefano Folli
Tratto da Il Sole 24Ore del 28.05.08

martedì 27 maggio 2008

Formigoni: "Federalismo alla lombarda, il Pd ci sta"

Silvio Berlusconi ci ha fatto la campagna elettorale. Umberto Bossi la sogna da una mezza vita. Walter Veltroni giura che è il meglio che c’è. Manca solo il timbro parlamentare all’Italia federalista. Manca il timbro, ma il modello c’è già. E’ quello votato lo scorso giugno dalla maggioranza alla Regione Lombardia, con l’astensione di Ulivo e Verdi, contro solo Rifondazione e i Comunisti italiani. E’ passato nemmeno un anno. E’ cambiato quasi tutto. L’Ulivo non esiste più. Gli altri gruppi non sono nemmeno in Parlamento.

A questo punto per il federalismo è solo questione di tempo, governatore Formigoni...«Facendo i debiti scongiuri mi sembra che ci siamo. La trattativa era già iniziata con il tavolo Prodi-Formigoni. Ho chiesto di riaprire il negoziato con il nuovo governo. Va trovata un’intesa tra Governo e Regioni. Come se fosse un vero trattato internazionale».

Il modello è quello votato in Lombardia a giugno?«E’ un modello ispirato al titolo V della Costituzione. Al governo Prodi avevamo chiesto l’attribuzione alle Regioni di dodici materie fondamentali. Beni ambientali e culturali, sanità, scuola, infrastrutture... Sulla base dell’articolo 119 della Costituzione le Regioni hanno poi elaborato un documento di indirizzo, passato con voto unanime, sulle attribuzioni delle risorse. Il principio è che tante sono le materie attribuite, tante devono essere le risorse. Se no non ha senso. Abbiamo chiesto dodici materie. Apriamo il negoziato».

Il Pd è d’accordo? Il ministro ombra delle Riforme Sergio Chiamparino sembra di no...«Venerdì ho incontrato Veltroni. Mi ha assicurato che la linea del Pd nazionale è uguale a quella del Pd della Lombardia. La posizione di Chiamparino mi ha sorpreso. Ho il sospetto che si confonda sul modello su cui stiamo lavorando. Gli parlerò nei prossimi giorni».

Però pure il Sud teme che il federalismo fiscale possa favorire troppo le Regioni del Nord, le più ricche del Paese. E’ al lavoro un pool di esperti per scrivere una proposta di federalismo fiscale del Sud. Siamo già alla secessione federalista?«In sei anni le Regioni avevano raggiunto una griglia di principi e indicazioni metodologiche innovative. Senza distinzioni di latitudine. Non vorrei che l’iniziativa dei colleghi del Sud pregiudicasse questo lavoro».

I numeri tra Nord e Sud però sono troppo differenti. Il bilancio della Regione Lombardia oggi è di 27 miliardi di euro l’anno. Col federalismo fiscale potrebbe arrivare a 50. Non c’è il rischio di allargare il solco tra Nord e Sud?«Non bisogna avere preoccupazioni. I meccanismi di compensazione continueranno ad esserci. I trasferimenti di risorse verranno commisurati alla capacità di rinnovamento delle Regioni. Nessuna Regione potrà avere più della media delle cinque Regioni più virtuose. Ma non potrà essere tollerato che in certe zone si spenda 100 euro per una Tac che altrove ne costa 5. Non può essere un ritorno mascherato alla Cassa del Mezzogiorno».

Soprattutto al Nord c’è chi sogna già zero tasse e servizi a mille grazie al federalismo. Illusi?«Non avremo più soldi, ma competenze in più. Sarà una maggiore assunzione di responsabilità. Si potranno amministrare meglio i fondi. Penso alla scuola e agli incentivi che si possono adottare per lo studio delle lingue. Penso a un intervento sui ticket sanitari...».

Che senso aveva tagliare l’Ici, se con il federalismo avremo altre imposte di stampo federale? Lo dice Bruno Tabacci dell’Udc...«Non ha tutti i torti. L’Ici andava tagliata. Era una delle tasse più odiose. Era una promessa fatta in campagna elettorale. Ma è chiaro che i tributi che alimentano il federalismo devono essere locali. Va chiusa l’epoca dei trasferimenti statali. Ci vogliono imposte federaliste».

Nel nome del federalismo c’è chi sogna una mezza secessione. A Milano la Lega vorrebbe i vigili urbani del Nord. Si può fare? «E’ solo una boutade che non ha senso. Una boutade che danneggia l’immagine del federalismo. C’è chi ancora lo confonde con il localismo. I vigili urbani a Milano basta che conoscano bene le strade...».

Il federalismo per la Lombardia e per Milano è più che una scommessa. Tra sette anni c’è l’Expo...«Mi aspetto una legge speciale, più poteri per Regione e Comune. Determinate infrastrutture sono partite da tempo, prima che Milano vincesse l’Expo. Pedemontana, Brebemi, Tangenziale esterna... Tra federalismo ed Expo abbiamo la possibilità di dare una botta di accelerazione al Paese».

Subito dopo le elezioni lei sognava di fare il ministro. Berlusconi le ha chiesto di rimanere in Regione. Con il federalismo all’orizzonte, non è meglio fare il governatore della Lombardia che un ministro qualsiasi?(ride, ndr) «Se la mette così, fare il governatore è più importante che il ministro, che certi ministri...».

Fabio Poletti
Tratto dal quotidiano La Stampa del 26.05.2008

Bagnasco (Cei): la politica operi per il bene comune

«Esprimere liberamente la propria fede, partecipare in nome del Vangelo al dibattito pubblico, portare serenamente il proprio contributo nella formazione degli orientamenti politico-legislativi, accettando sempre le decisioni prese dalla maggioranza: ecco ciò che non può mai essere scambiato per una minaccia alla laicità dello Stato».

Con queste parole, sul rapporto tra fede e politica, il presidente della Conferenza episcopale italiana Angelo Bagnasco, ha aperto i lavori dell'assemblea generale della Cei.

L’auspicio per il futuro è che, «al di là di quelle che sono state le specificazioni del voto», ci sia «un periodo di operosa stabilità, al quale costruttivamente partecipino tutte le forze politiche, nei ruoli loro assegnati». Durante la campagna elettorale, ha tenuto a ricordare il presidente della Cei, «la Chiesa, com'è stato da più parti riconosciuto, si è scrupolosamente attenuta ai suoi compiti e, conformemente ad un costume ben collaudato, non si è schierata, ma certo non si è neppure ritirata».

Ai «grandi problemi che affliggono il Paese» bisogna «saper dare ora risposte sagge ma anche sollecite» per «il bene comune della Nazione», ha detto il presidente dei vescovi italiani. «Oltre al problema gravissimo e urgente dei rifiuti urbani della Campania, per la cui soluzione all'intervento delle pubbliche autorità deve corrispondere la responsabile collaborazione delle popolazioni - ha detto - una serie di attese si apposta sul fronte degli stipendi e delle pensioni, per una difesa reale del potere d'acquisto, un'altra serie riguarda la famiglia: dall'emergenza abitativa alle iniziative di sostegno della maternità».

Tra le altre esortazioni, ci sono anche le garanzie alle scuole cattoliche. Il porporato ha ricordato, infatti, «la dignità di tutto il sistema scolastico, all'interno del quale noi vediamo la prospettiva concreta di un'effettiva libertà, pluralità e autonomia anche economica, che deve essere assunta in modo organico e propositivo».

Un giudizio netto arriva sulle linee guida sulla legge 40, approvate dall'ex ministro della Sanità Livia Turco agli sgoccioli della scorsa legislatura, che rischiano di «promuovere una mentalità eugenetica». «Da vari e qualificati osservatori si è già eccepito sul merito e sui tempi del provvedimento», ha rilevato il porporato. «Infrangendo un delicatissimo bilanciamento delle esigenze in campo, esso comporta oggettivamente il rischio di promuovere una mentalità eugenetica, inaccettabile ieri al pari di oggi. È da auspicare che i criteri ispiratori e le disposizioni della legge 40 non siano oggetto di interventi volti a stravolgere il punto di equilibrio raggiunto dal Parlamento, e poi chiaramente confermato dall'esito referendario, ma al contrario - ha concluso - possano trovare piena attuazione in uno spirito di condivisa attenzione alla vita».

«Si va esprimendo - ha detto Bagnasco a proposito del “crescente bisogno di sicurezza” - un'esigenza incoercibile di persone e famiglie, a cui sarà bene che i pubblici poteri sappiano, ai vari livelli, dare risposte calibrate ed efficaci. Una risposta disattesa o differita potrebbe in questo caso moltiplicare i problemi, anziché attenuarli». Secondo il porporato, alla "radice" di questa insicurezza - «che prima di essere un sospetto verso gli altri è senso dell'isolamento in cui molti cittadini oggi si trovano» - c'è anche «un'insicurezza sui valori che devono interiormente rassicurare le persone, e renderle più salde».

«Segnaliamo inoltre l'urgenza di approntare e affinare delle buone politiche volte ad una reale integrazione dei cittadini immigrati che legittimamente soggiornano sul nostro suolo» ha aggiunto il presidente della Cei, per il quale «a chi vuole stabilirsi in Italia si deve arrivare a proporre un patto di cittadinanza che, mettendo in chiaro diritti e doveri, non ricerchi scorciatoie illusorie».

Sui giovani, a cui è dedicata l’assemblea della Cei aperta oggi, Bagnasco ha affermato che essi «vivono quasi per l'intero arco della loro giornata in qualche modo “connessi”, ossia collegati a questo e quel mezzo di comunicazione, e dunque l'abilità suasiva dei media è potente, perché lusinga e promette. Per questo è di vitale importanza insinuare nei giovani la voglia di non concedersi acriticamente, di non consegnare se stessi, e i loro anni migliori, ad una cultura che pervade mentre snerva, e che blandisce mentre smonta. La progressiva confidenza con i media di ispirazione cristiana li aiuterà in questa opera di disincanto e di spogliazione delle mitologie e dei lustrini. Seppur questo non può essere un alibi per nessuno, neppure per i grandi network e il sottile habitat che riescono a insinuare».

Bagnasco ha quindi auspicato che gli italiani riscoprano il sagrato, «luogo dell'accoglienza e dell'incontro», così come «gli altri ambienti comunitari come l'oratorio, l'asilo parrocchiale, la sala della comunità», e momenti tipici della pietà popolare «quali sono le feste patronali e le sagre del paese o del rione». «Sarà utile se lo spazio antecedente la chiesa, anziché via di fuga o spiazzo che si attraversa frettolosamente, diventa luogo del dialogo, dell'amicizia e dell'ascolto».

Tratto dal sito www.ilsussidiario.net