Dal Festival cinematografico di Locarno Nanni Moretti ha lanciato un grido d’allarme: nell’ Italia di oggi non ci sarebbe più una vera opposizione e – cosa ancora più grave – non esisterebbe più nemmeno un’«opinione pubblica».
Commentando e condividendo in larga misura questa denuncia, Eugenio Scalfari ha descritto con un’espressione rapida, ma estremamente incisiva, quale sia, a suo avviso, la radice di questa gravissima situazione: «Tante opinioni private senza più una visione del bene comune» (si veda la Repubblica del 17 agosto, p. 33). Lo stato agonico dell’opinione pubblica sarebbe quindi da ascrivere all’incapacità degli italiani di oggi di guardare al di là dei loro interessi individuali e privati e di impegnarsi seriamente in progetti di interesse generale e non particolare. Non so se la situazione italiana di oggi sia davvero così allarmante. Quello che so è che tenderei senza difficoltà a condividere il grido di dolore di Moretti e le espressioni altrettanto preoccupate di Scalfari, ma ad una condizione: che si radicassero in una prospettiva antropologica non relativistica, ben diversa, cioè, da quella oggi dominante. Se infatti si ritiene essenziale superare le «tante opinioni private» e costruire una significativa e condivisa «visione del bene comune» bisogna smetterla di continuare a fare gli elogi, in modo narcisisticamente miopie, di un liberalismo scettico, accreditato come «progressista, riformista, laico» (sono sempre parole di Scalfari) e ostile all’idea che esistano valori umani universali e oggettivamente condivisibili.
Immagino benissimo le obiezioni che potrebbero esser mosse a questo discorso. Per essere liberali (ma come potremmo non esserlo?) dovemmo prendere fermamente le distanze da ogni discorso ' pubblico' che faccia riferimento a valori assoluti (soprattutto se trascendenti e religiosi!); dovremmo non solo tollerare, non solo rispettare, ma addirittura promuovere tutti i singoli stili di vita, tutte le singole ideologie, tutte le singole visioni del mondo; dovremmo batterci per sostituire all’ idea di un ' uni- verso' quella di un 'multi-verso'. Discorso nobile e suggestivo, ma – ahimé! – estremamente fragile e ambiguo, che funziona solo fino a quando le ideologie e le visioni del mondo si rivelino compatibili tra di loro (e per nostra fortuna lo sono in genere in massima parte). Quando però esse entrano in conflitto, non è possibile tollerarle, rispettarle, promuoverle tutte contemporaneamente: bisogna operare delle scelte, che, per quanto possano essere difficili e dolorose, sono inevitabili. È a questo che serve un’opinione pubblica matura e responsabile: ad elaborare in modo collettivo e libero da violenze e manipolazioni i criteri da adottare per risolvere questi conflitti, perché coloro che gestiscono (si spera democraticamente) la cosa pubblica possano prendere decisioni meditate e soprattutto non settarie né arbitrarie.
Hanno ragione, quindi, Moretti, Scalfari e tanti altri ad invocare l’opinione pubblica come autentico e irrinunciabile bene democratico, ma ha un senso farlo, solo se si ritiene che un bene comune esista e che sia doveroso operare perché se ne elabori – tramite appunto la pubblica opinione – una visione adeguata. È ora che si capisca che la lettura relativistica del confronto politico non dà alcun contributo alla causa della democrazia e non conduce purtroppo da nessuna parte.
Ecco perché dobbiamo ritenere confortante il fatto che «i progressisti, i riformisti, i laici » stiano tornando a parlare di «bene comune» (cioè di un bene 'oggettivo'): potrebbe essere un primo passo verso una direzione giusta, quella dell’abbandono (si spera definitivo) di tanti decrepiti schematismi ideologici.
Francesco D'Agostino
Tratto dal quotidiano Avvenire del 21.08.08
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