venerdì 22 agosto 2008

E infine si torna a ragionare di bene comune

Dal Festival cinematografico di Lo­carno Nanni Moretti ha lanciato un grido d’allarme: nell’ Italia di oggi non ci sarebbe più una vera opposi­zione e – cosa ancora più grave – non esisterebbe più nemmeno un’«opinio­ne pubblica».

Commentando e condi­videndo in larga misura questa de­nuncia, Eugenio Scalfari ha descritto con un’espressione rapida, ma estre­mamente incisiva, quale sia, a suo av­viso, la radice di questa gravissima si­tuazione: «Tante opinioni private sen­za più una visione del bene comune» (si veda la Repubblica del 17 agosto, p. 33). Lo stato agonico dell’opinione pubblica sarebbe quindi da ascrivere all’incapacità degli italiani di oggi di guardare al di là dei loro interessi indi­viduali e privati e di impegnarsi seria­mente in progetti di interesse genera­le e non particolare. Non so se la situazione italiana di oggi sia davvero così allarmante. Quello che so è che tenderei senza difficoltà a con­dividere il grido di dolore di Moretti e le espressioni altrettanto preoccupate di Scalfari, ma ad una condizione: che si radicassero in una prospettiva an­tropologica non relativistica, ben di­versa, cioè, da quella oggi dominante. Se infatti si ritiene essenziale superare le «tante opinioni private» e costruire una significativa e condivisa «visione del bene comune» bisogna smetterla di continuare a fare gli elogi, in modo narcisisticamente miopie, di un libe­ralismo scettico, accreditato come «progressista, riformista, laico» (sono sempre parole di Scalfari) e ostile all’i­dea che esistano valori umani univer­sali e oggettivamente condivisibili.

Immagino benissimo le obiezioni che potrebbero esser mosse a questo di­scorso. Per essere liberali (ma come po­tremmo non esserlo?) dovemmo pren­dere fermamente le distanze da ogni discorso ' pubblico' che faccia riferi­mento a valori assoluti (soprattutto se trascendenti e religiosi!); dovremmo non solo tollerare, non solo rispettare, ma addirittura promuovere tutti i sin­goli stili di vita, tutte le singole ideolo­gie, tutte le singole visioni del mondo; dovremmo batterci per sostituire all’ i­dea di un ' uni- verso' quella di un 'multi-verso'. Discorso nobile e sug­gestivo, ma – ahimé! – estremamente fragile e ambiguo, che funziona solo fi­no a quando le ideologie e le visioni del mondo si rivelino compatibili tra di lo­ro (e per nostra fortuna lo sono in ge­nere in massima parte). Quando però esse entrano in conflitto, non è possi­bile tollerarle, rispettarle, promuover­le tutte contemporaneamente: biso­gna operare delle scelte, che, per quan­to possano essere difficili e dolorose, sono inevitabili. È a questo che serve un’opinione pubblica matura e re­sponsabile: ad elaborare in modo col­lettivo e libero da violenze e manipo­lazioni i criteri da adottare per risolve­re questi conflitti, perché coloro che gestiscono (si spera democraticamen­te) la cosa pubblica possano prendere decisioni meditate e soprattutto non settarie né arbitrarie.

Hanno ragione, quindi, Moretti, Scal­fari e tanti altri ad invocare l’opinione pubblica come autentico e irrinuncia­bile bene democratico, ma ha un sen­so farlo, solo se si ritiene che un bene comune esista e che sia doveroso ope­rare perché se ne elabori – tramite ap­punto la pubblica opinione – una vi­sione adeguata. È ora che si capisca che la lettura relativistica del confronto po­litico non dà alcun contributo alla cau­sa della democrazia e non conduce purtroppo da nessuna parte.

Ecco perché dobbiamo ritenere confortante il fatto che «i progressisti, i riformisti, i laici » stiano tornando a parlare di «bene comune» (cioè di un bene 'oggettivo'): potrebbe essere un primo passo verso una direzione giu­sta, quella dell’abbandono (si spera de­finitivo) di tanti decrepiti schematismi ideologici.

Francesco D'Agostino
Tratto dal quotidiano Avvenire del 21.08.08

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