Il dado è (finalmente) tratto: Veltroni ha dovuto prendere atto dell’impossibilità di proseguire l’alleanza politico-strategica con Di Pietro, salvo sconfessare definitivamente la svolta riformista e anti-giustizialista che aveva fatto candidandosi alla guida del governo contro Berlusconi.
La scelta dell’apparentamento con l’Italia dei Valori era stata il peccato originale di una legislatura che avrebbe dovuto nascere – secondo l’intendimento dei due partiti maggiori – come costituente, per portare l’Italia a diventare finalmente un Paese normale. Ora, verificata l’impossibilità di proseguire un esperimento assurdo, perché un partito che vuol davvero radicarsi nel solco riformista non può procedere a braccetto con un alleato giacobino la cui unica aspirazione politica è il qualunquismo abbinato alle manette facili, si potrebbe voltare pagina.
Prima di parlare di un cambiamento vero del quadro politico occorre però molta cautela, perché è inevitabile che Veltroni sia costretto a fronteggiare la forte dissidenza non solo della sinistra del partito, ma degli stessi prodiani come Parisi, che non a caso sono scesi in piazza martedì insieme a Di Pietro e ai girotondini che si sono lanciati all’assalto del capo dello Stato (e del Papa). E poi, appena due giorni fa, c’è stato l’incidente con Veltroni e Franceschini scatenati contro Gianfranco Fini, la cui unica colpa era quella di aver offerto la sponda al Quirinale nel tentativo di svelenire lo scontro tra politica e settori della magistratura. Sembrava che i girotondi fossero entrati anche in Parlamento, e che Veltroni si fosse definitivamente fatto ammaliare dalle deriva dipietrista.
Questi continui cambiamenti di strategia dimostrano la mancanza di una bussola certa nella navigazione del Pd, che prima ha messo Fini nel mirino, e ora vuole rompere con Di Pietro. D’altra parte, per gli strateghi del Pd è ardua l’impresa di mostrare alla maggioranza la faccia feroce senza invadere il terreno di gioco preferito dell’Idv: nel momento in cui hanno lanciato una campagna per “salvare l’Italia”, i veltroniani hanno in pratica condiviso la sostanza - se non i toni - del messaggio apocalittico di Di Pietro.
Il Partito democratico, così, è diventato una maionese impazzita, in cui si confrontano una sinistra prodian-radicale, che continua a ritenere intoccabile l’alleanza con l’ex pm, e l’ala riformista, pronta invece a riprendere da subito il dialogo con il Pdl. I rutelliani, ad esempio, ieri hanno detto esplicitamente che il patto elettorale con l’Idv è stato un errore e che si sarebbe dovuto prendere atto che era stato Di Pietro a romperlo subito dopo le elezioni, non confluendo all’interno del Pd. Una scelta alla quale non seguì una reazione politica.
Ci sono tre elementi di riflessione a cui il Pd non può sfuggire: in primis, il nuovo corso veltroniano, quello del confronto costruttivo maggioranza-opposizione, si deve svolgere con ostinazione anche nelle difficoltà e fino in fondo. Secondo: di fronte al monito costante del capo dello Stato sulla necessità di una “stagione nuova”, il Pd non può rispondere sì in modo solo formale, ma deve anche agire in modo coerente.
Infine, il lodo Alfano. Per l’ala rutelliana non è una legge incostituzionale e ha il merito di porre fine a un problema figlio dell’anomalia italiana: quella dello scontro politica-giustizia. Da qui si può e si deve ripartire per aprire una vera stagione di dialogo.
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