martedì 1 luglio 2008

Di Pietro e la politica dell'insulto

E’ incredibile come, subito dopo le elezioni, Antonio Di Pietro, forte del suo risultato elettorale indubbiamente positivo, abbia alzato i toni, di frequente forzandoli, troppo spesso andando oltre il consentito.

L’ultima improvvida uscita nel fine settimana appena trascorso, quando il leader dell’Idv ha definito Silvio Berlusconi “un magnaccia” a proposito delle sue parole carpite dalle ultime intercettazioni telefoniche con Saccà. Qualunque persona che conosca anche solo lontanamente la storia di Antonio Di Pietro, in realtà non ha provato grande meraviglia. Chi può dimenticare la memorabile caduta di stile, quando ancora parte del pool dei magistrati milanesi, ebbe a dire, sempre rivolto al Cavaliere, “io a quello lo sfascio”? Un gergo insomma davvero poco consono ad un pubblico ministero che dovrebbe esercitare l’azione penale nelle procure della Repubblica. E’ dagli anni Novanta che l’attuale presidente del Consiglio rappresenta per l’ex magistrato una vera e propria ossessione. Rispetto a quel periodo, però, oggi si assiste ad una metamorfosi del suo comportamento: mentre prima atteggiamenti del genere erano probabilmente dettati da pura acredine e voglia di giustizia sommaria legata alla ventata forcaiola di Tangentopoli, oggi l’atteggiamento di Antonio Di Pietro è probabilmente figlio del risultato delle elezioni: non è un caso, infatti, che una maggiore aggressività sia partita proprio da quando l’Italia dei Valori ha raddoppiato il consenso in termini di voti.

Antonio Di Pietro, insomma, rispetto a 20 anni fa ha capito che l’ondata giustizialista paga, ha capito che il “partito” dei Marco Travaglio, dei girotondi, delle Procure, attira una cospicua parte del nostro Paese (ed è proprio questa attrazione per un “processo spettacolo” che dovrebbe preoccupare e molto). Discorso a parte merita l’operato di Walter Veltroni, probabilmente l’autentico artefice di questa situazione: è lui infatti che ha riscattato e di fatto tirato la volata al leader dell’Idv attraverso quell’apparentamento infausto con il Pd. Probabilmente l’ex sindaco di Roma ha sottovalutato il consenso di Di Pietro, credendo a conti fatti di poterlo controllare. La politica sta dimostrando che così non è stato e che, anzi, la leadership di Veltroni sembra sempre di più messa discussione da una persona capace di riempire il vuoto colpevolmente creato, complici anche le lotte interne che sembrano dilaniare i vertici del Pd. Facendo un paragone in termini giuridici, ci si dovrebbe chiedere se Veltroni rispetto all’alleanza con l’Italia dei valori abbia agito con colpa o con dolo. In altri termini, in campagna elettorale forse Veltroni avrebbe dovuto prevedere, conoscendo il tipo, un susseguente comportamento del genere, avrebbe dovuto in altri termini intuire che una volta passata la tornata elettorale Antonio Di Pietro avrebbe preso questa strada ed assunto decisioni tali da mettere in difficoltà per prima proprio la sinistra moderata.

Veltroni, invece, pur di raccattare voti in grado di battere Berlusconi, ha provato a mediare con un partito davvero poco incline agli accordi. Peccato però che un tale errore stia minando ogni possibilità (già molto rada) di dialogo tra i due poli. Se Veltroni sapesse cogliere l’occasione per svincolarsi definitivamente da Di Pietro, una situazione del genere paradossalmente sarebbe anche positiva: il leader del Pd invece è completamente impantanato ed incapace di prendere una decisione radicale. Continuando a fare paragoni con i termini giuridici, si potrebbe dire che Veltroni in questa circostanza ha agito con dolo eventuale, elemento soggettivo al confine con la colpa cosciente: Veltroni insomma alleandosi con l’Italia dei valori ha accettato consapevolmente il rischio che una tale scelta avrebbe potuto comportare ma nonostante ciò ha comunque deciso di andare avanti nel suo progetto. I risultati, inutile sottolinearlo oltremodo, sono sotto gli occhi di tutti.

Enrico Gagliardi
Tratto dal sito www.ideazione.org

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