Oramai è lo sbando. Non solo la sinistra stenta a elaborare il lutto della sconfitta elettorale, ma sembra ogni giorno di più a rischio esplosione.
Sia la sinistra-sinistra, quella scomparsa dalle aule parlamentari, sia la sinistra-moderata, rimasta saldamente in Parlamento a coltivare il progetto di un partito nuovo e costretta a prendere atto ogni giorno di più che se la semina è stata interessante, il raccolto è sempre più magro.
Ma ciò che più conta è il quotidiano degradarsi del Pd, un partito che ha una nuova sigla, ma che assomiglia molto nei vertici e nelle dinamiche interne, al vecchio caro Ds-Pds. E di questo, se ne stanno accorgendo finalmente i cattolici, a loro volta ridotti a minoranza etnica, all'interno della maggioranza di razza diessina.
Se n'era accorto Rutelli nella sua lettera choc contro l'ingresso del Pd nel gruppo socialista europeo.
Se n'è accorto Prodi che si gode qualche mese di pensione, pensando di tornare alla vita attiva in autunno come salvatore della patria riformista.
Se n'è accorta Famiglia Cristiana, il periodico più autorevole e diffuso del mondo cattolico, non certo sospettabile di antipatia verso la fusione degli ex popolari con gli ex comunisti. Anzi.
Bene, come noto, Famiglia Cristiana, non ha usato mezzi termini per definire il Pd: un partito fantasma. Ipotizzando anche che vi possa essere un esodo dei cattolici da questa fusione fredda che sta diventando sempre più calda. In realtà, al di là delle dichiarazioni o delle mezze parole dell'uno o dell'altro, è difficile ipotizzare una scissione.
Intanto perchè il bipolarsimo, anzi, il bipartitismo propugnato proprio dallo stesso Pd, sembra aver trovato concreti riscontri nell'opinione pubblica, che non a caso ha provveduto a quella semplificazione e a quella razionalizzazione del quadro politico a cui non avevano posto mano le riforme istituzionali.
Poi, perchè questa schematizzazione del quadro politico non lascia certo spazio a ipotetiche terze vie. Lo si vede, come detto a sinistra, dove prevale la rissa e il fuggi fuggi. E lo si conferma al centro dove l'Udc di Casini cerca di battere un colpo lanciandosi in una battaglia sul voto di preferenza che suona solo come un patetico tentativo di certificare una esistenza in vita, più che un lo sforzo di portare avanti un progetto (velleitario) di terzo polo.
Inutile dire che di fronte a questo quadro, l'atteggiamento non può che essere di attesa e di attenzione per offrirsi anche come approdo sicuro ai cattolici schiacciati dal peso degli ex comunisti.
Ma soprattutto va sottolineata la necessità di un ulteriore compattamento del centro destra, a marcare sempre di più la differenza culturale e politica tra le forze che esprimono un Dna di governo, e quelle che confermano l'incapacità di unire se stesse in un progetto, e dunque, a maggior ragione, di unire le esigenze dei cittadini italiani.
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