mercoledì 18 giugno 2008

Dialogo si, minacce no

Dalle aperture alle minacce. Se è in questo modo che Veltroni e il Pd intendono il dialogo con il centro destra, beh, è evidente che si farà poca strada. Se il dialogo significa: o fate quello che pare a noi o non se ne parla nemmeno, beh, certo il parlare diventerà sempre più difficile. Pressato dalla sinistra interna, e martellato dagli insuccessi elettorali come la caporetto di ieri in Sicilia, Veltroni sembra non reggere alla strategia del buon senso che si era prefissato in campagna elettorale, e che aveva coltivato, seppur a luci e ombre, anche dopo il voto e la relativa sconfitta. Ora, le ombre sembrano oscurare completamente il cielo del Pd e del suo leader. No al Lodo Schifani, no al cosiddetto salva Rete 4, no a alle critiche all'Europa. Insomma, il governo Berlusconi dovrebbe essere veramente quel “Veltrusconi” che qualche buontempone ipotizzava nei mesi scorsi per andar bene al leader democratico.
A conferma, fino a nuova prova contraria che speriamo possa venire in tempi brevi, che il dialogo per Veltroni ha un significato ben diverso da quello che ha per il presidente Berlusconi. Per il quale, il confronto con l'opposizione per affrontare e sciogliere i nodi più intricati del Paese non ha un carattere strumentale, finalizzato a chissà quale inesistente, possibile inciucio. Per il presidente Berlusconi significa effettivamente affrontare e risolvere assieme i problemi che riguardano tutti in materia di funzionamento della macchina dello Stato, e della riscrittura delle regole comuni di funzionamento della nostra democrazia. Altro è governare, e questo spetta ovviamente a chi ha vinto le elezioni, con le scelte e gli orientamenti previsti dal programma elettorale e avallati dal voto popolare.
Per Veltroni, a quanto pare, il discorso è ben diverso. Non si dialoga perchè il Paese ha bisogno ad esempio di una nuova legge elettorale, o di due Camere che non facciano lo stesso lavoro, o ancora di un governo e di un premier in grado governare sul serio come in tutti gli Stati del mondo. No, si dialoga se Rete4 finisce sul satellite, se ogni diktat di Bruxelles anche in materie di competenza nazionale è seguito, se gli amici magistrati rossi non vengono toccati nei loro privilegi e nella loro ansia distruttrice nei confronti di Berlusconi. Si dialoga se c'è qualche posto da sprtire, qualche legge sgradita da bloccare. Questo sembra il nuovo orientamento di Veltroni deciso a non lasciare tutto lo spazio dell'opposizione pura, dura e becera ad Antonio di Pietro.
Le prossime settimane ci diranno se siamo di fronte a un vero cambio di strategia, e o se si tratta solo di aggiustamenti tattici per tamponare le falle di consenso createsi nell'elettorato contrario a ogni “connivenza con il nemico”. Per quello che ci riguarda, il concetto di dialogo non cambia: era per il bene del Paese prima, e lo è ora. Fino a quando gli altri lo vorranno.

Nessun commento: