Martedì 10 giugno il Ministro dell’Istruzione Gelmini ha illustrato alla Commissione Cultura della Camera dei Deputati le Linee Programmatiche in materia di istruzione per la XVI Legislatura. Molte sono state le questioni affrontate dal Ministro Gelmini in una seduta affollata e partecipata.
Ma certamente l’annuncio che più di altri ha destato interesse e che è stato ripreso dalle maggiori testate giornalistiche e dalle televisioni ha riguardato la necessità di lavorare per adeguare gli stipendi degli insegnanti italiani alla media Ocse. È questo un obiettivo da perseguire con grande impegno. Riforme del sistema scolastico ne sono state fatte sia dal centrosinistra (Berlinguer) sia dal centrodestra (Moratti): ora occorre lavorare per migliorare la qualità complessiva del sistema scuola. E questo obiettivo si raggiunge operando anche e soprattutto sulla qualità del corpo docente: nella formazione, nel reclutamento, ma anche e soprattutto nel trattamento economico, meglio se commisurato a criteri meritocratici con riconoscimenti agli insegnati più preparati e più impegnati.
Occorre, dunque, restituire prestigio alla docenza, partendo dal riconoscimento di una nuova professionalità e dalla introduzione di sistemi premianti all’interno di un nuovo stato giuridico che affermi i valori e i principi su cui fondare la professione dell’insegnante a tutti i livelli.
Competenza, merito e qualificata professionalità dovranno ritornare ad essere le caratteristiche della docenza italiana in servizio e quelle dei nuovi insegnanti per favorire un ricambio generazionale di qualità.
Ecco perché quello annunciato dal Ministro Gelmini è un impegno che merita di essere sostenuto.
Il Parlamento farà sicuramente la sua parte dibattendo proposte di legge che vanno in questa direzione, anche per quel che riguarda una nuova governance delle scuole che garantisca più autonomia.
Fondamentale sarà anche, come ha più volte ribadito il Ministro Gelmini, la valorizzazione del merito con riferimento agli studenti, demonizzato per decenni in nome dell’egualitarismo e ora esaltato dallo stesso Pd.
L’egemonia culturale della sinistra, infatti, si è giocata a lungo su principi e strategie che oggi lo stesso Pd riconosce sbagliati. Ad esempio, quel principio per cui, in nome dell’uguaglianza, occorreva dare a tutti la stessa scuola, per lo stesso numero di anni, con la stessa struttura organizzativa, perfino con gli stessi contenuti. E tutta statale: come se questa qualifica fosse di per sé educativamente e culturalmente taumaturgica.
Ogni differenziazione didattica, organizzativa, ordinamentale e istituzionale era ritenuta una scelta reazionaria per principio. Una chiara eredità del ‘68 mai superata, ma che oggi, a 40 anni dalla sua strutturazione, sembra finalmente sottoposta alle critiche della nuova cultura riformista.
Infatti, al contrario di quanto accadeva anche solo nella Legislatura 2001-2006, idee come quelle della pari dignità delle diverse culture formative da promuovere nei licei, negli istituti tecnici e nell’istruzione e formazione professionale delle Regioni, o della articolazione più libera e differenziata dei piani di studio in funzione delle esigenze personali e territoriali, insieme alla necessità di un funzionale e sistematico servizio nazionale di valutazione, paiono accettate anche dalla maggiore forza di opposizione, almeno in linea di principio.
Restano ancora inerzie da uniformità vetero statalistiche da vincere, ma credo che la strada sia ormai tracciata, per tutti.
Bene ha fatto per questo il Ministro Gelmini a richiamare l’esigenza in questa Legislatura di attuare pienamente la parità scolastica.
La scuola, infatti, non è un’istituzione al servizio dello Stato o dell’economia o, peggio, delle maggioranze politiche. È al servizio dello Stato, dell’economia e della politica se e solo se è anzitutto al servizio della persona, e, come recita l’articolo 1 della legge n. 53/03, mutuando il concetto dalla Costituzione, ne promuove il pieno sviluppo, attraverso la cultura, al massimo livello possibile.
L’idea di scuola, poi, non può essere ridotta a “scuola statale”, ma deve coinvolgere in termini di pari dignità educativa e culturale, “le scuole paritarie”, per le quali va assicurata anche la parità economica, ma anche “le scuole dell’istruzione e formazione professionale” che la Costituzione affida alle Regioni e che sono tenute a rispettare i Lep (livelli essenziali di prestazione) stabiliti nel decreto attuativo n. 226 della legge Moratti. Bisogna quindi ragionare in termini di sistema, e di qualità dell’intero sistema dell’offerta formativa, non più per segmenti ed esclusioni pregiudiziali di natura ideologica.
Ragionare per sistema perché non possiamo permetterci il lusso di avere gli attuali tassi di dispersione e di mancato successo formativo solo perché devono essere i ragazzi ad adattarsi alla scuola licealizzata invece di offrire loro una scuola che, articolandosi in percorsi differenziati di pari dignità (licei e percorsi dell’istruzione e della formazione tecnica e professionale) si adatta alle caratteristiche e agli stili di apprendimento di ciascuno.
La lotta condotta nella scorsa legislatura dalla sinistra sindacale e politica contro la pari dignità dei percorsi dell’istruzione e formazione professionale delle Regioni a partire dai 14 anni al fine di renderli adatti alla soddisfazione del diritto dovere di istruzione e formazione fino a 18 anni è stata, in questo senso, poco lungimirante e soprattutto ha fatto pagare ai ragazzi il fondamentalismo ideologico.
L’Italia, nonostante le significative privatizzazioni degli ultimi vent’anni, è ancora un Paese nel quale la presenza dello Stato nei settori della scuola, dell’Università, della Ricerca, ma anche della cultura, del teatro, del cinema e dell’economia è ad un livello che non ha pari nel mondo occidentale.
Credo sia giunto il momento di valorizzare molto di più le iniziative private e della società civile. Lo Stato dovrebbe governare e controllare, non gestire in prima persona, come succede nella scuola.
Per questo sosteniamo due grandi innovazioni, facce della stessa medaglia: l’autonomia e la valutazione delle scuole e la parità tra scuole statali e non statali dentro un unico sistema pubblico.
Valentina Aprea
Presidente Commissione Cultura della Camera dei Deputati
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