giovedì 3 gennaio 2008

Per una buona politica

testo elaborato dalla consulta cattolica di liberal per la settimana sociale dei cattolici italiani

presentato da:Ferdinando Adornato, Roberto Formigoni, Giuseppe Pisanu

e sottoscritto da:Valentina Aprea, Claudio Azzolini, Giacomo Baiamonte, Raniero Benedetto, Maurizio Bernardo, Isabella Bertolini, Laura Bianconi, Mariella Bocciardo, Maria Burani, Cesare Campa, Gabriella Carlucci, Giuseppe Cossiga, Simone Di Cagno Abbrescia, Ida D’Ippolito, Luigi Fedele, Giuseppe Franzoso, Raffaele Fitto, Giuseppe Gargani, Enrico La Loggia, Luigi Lazzari, Maurizio Lupi, Salvatore Mazzaracchio, Patrizia Paoletti Tangheroni, Adriano Paroli, Egidio Ponzo, Roberto Rosso, Maurizio Sacconi, Angelo Santori, Angelo Sanza, Gustavo Selva, Franco Stradella, Antonio Tajani, Roberto Tortoli, Guido Viceconte, Ortensio Zecchino.

Scriviamo queste pagine e le proponiamo alla discussione pubblica perché riteniamo necessario aprire una nuova stagione di impegno da cristiani e da liberali nella politica italiana.
Nel dopoguerra il mondo cristiano-liberale fu protagonista, sotto la spinta di Alcide De Gasperi e di Luigi Einaudi, dell’opera straordinaria di edificazione della Prima Repubblica. Nel nome della libertà, della giustizia sociale e della democrazia. Dopo aver combattuto il nazifascismo, e in contrapposizione al perdurante totalitarismo comunista, si vollero nuove istituzioni fondate sul valore della persona e della famiglia, sul diritto al lavoro e alla proprietà privata, basi naturali della libertà.
Noi pensiamo che anche oggi occorra un nuovo straordinario impegno per riaffermare il quadro di valori occidentali che ha garantito decenni di sviluppo dell’uomo nella pace e nella libertà. Questi valori tornano infatti ad essere minacciati da due grandi nemici: il terrorismo islamista che vorrebbe abolirli e il relativismo etico che vorrebbe snaturarli. Due nemici di natura assolutamente diversa ma che possono, ciascuno dal proprio punto di vista, mettere in discussione le fondamenta della nostra civiltà. Perciò è necessario che in tutto l’Occidente e in Italia si determini un risveglio morale e uno straordinario impegno politico di laici e cattolici desiderosi di riaffermare i valori che sono alla base della nostra società. Peraltro, su questi stessi valori, i due pilastri dell’Occidente, l’Europa e l’America possono rinsaldare le loro relazioni per fronteggiare insieme, con gli strumenti di cui la democrazia si serve e che hanno per obiettivo la pace, le sfide planetarie dell’espansionismo islamico e del capitalismo illiberale della Cina comunista.
Vogliamo dunque chiamare il mondo liberale e il mondo cristiano ad una nuova alleanza che sulla base della retta ragione e nel rispetto del diritto naturale, promuova la vita, la libertà e la dignità della persona per rinnovare la politica italiana, le sue istituzioni, le sue leggi.

II
La società italiana ha saputo superare grandi sfide con fatica ma sempre con grande vitalità; Di recente, invece, dà segni, sempre più evidenti e gravi, di sfilacciamento, degrado, spaesamento e insicurezza. Occorre perciò rimboccarsi le maniche e reagire. Di fronte agli effetti negativi del secolarismo, alle lusinghe onnipotenti della tecnoscienza, alle illusioni del guadagno facile, alla diffusione del corporativismo sociale, il primo nostro impegno deve essere volto alla tutela della vita umana e della famiglia che è il suo habitat naturale, della libertà di educazione e, infine, di una ecologia dei mass media che li renda alleati della crescita civile morale della scuola, della famiglia, della società.
Il fatto è che si vanno perdendo nella nostra società le virtù dell’onestà, della trasparenza, del rispetto di sé e degli altri, della responsabilità e della libera creatività; in una parola si va perdendo il seme di ogni autentica libertà. Così, nel linguaggio e nelle intenzioni della politica si va smarrendo il senso del bene comune. Viceversa esso è, secondo noi, l’unico fondamento di ogni agire pubblico senza il quale decade la necessità stessa della attività politica.
Rilanciare e diffondere la cultura del bene comune: è questo, dunque, il primo nucleo di un programma per il futuro della società italiana. Un programma basato su un chiaro profilo etico e su un altrettanto chiaro progetto sociale.
Dal punto di vista etico ci sentiamo portatori di una concezione positiva della laicità dello Stato. Per noi è sacra, intangibile l’autonoma determinazione della moralità privata di ogni singolo uomo. Essa va difesa continuamente da ogni Stato etico, ideologico o religioso che sia. Ma è da considerarsi altrettanto sacra la carta dei nostri valori universali che sono in gran parte i valori del cristianesimo. Nel momento in cui la Legge, qualsiasi Legge, ritenesse di essere superarli e piegarli a sé, come nel Novecento è accaduto, in quello stesso momento, la libertà dell’uomo comincerebbe a tramontare. Sorgerebbe l’alba della tirannia.
Per noi il principio liberale della laicità dello Stato non ha nulla a che vedere con quel laicismo ideologico che pretende di espungere la dimensione religiosa dalla vita pubblica, relegandola a mera scelta privata. Se è vero che nessuno Stato liberale può assumere alcuna dottrina religiosa come fondamento della propria giurisdizione, è altrettanto vero che nessuno Stato liberale può escludere i valori religiosi dalla costruzione della propria etica pubblica. Qualora le democrazie rinunciassero a fondare il loro contratto sociale e politico sulla centralità della persona e sul primato della legge naturale, esse annullerebbero le basi stesse della loro libertà. Ecco perché essere laici, come noi siamo nella vita pubblica, non vuol in alcun modo dire essere nichilisti o relativisti o estranei ai valori assoluti e universali del cristianesimo.
Altrettanto chiaro è il nostro progetto sociale. Sentiamo da tempo l’urgenza di una nuova stagione della modernizzazione italiana. In questi ultimi quindici anni, a dispetto dell’enfasi data da tutti gli schieramenti politici alla necessità di liberalizzare l’economia, il mercato del lavoro e il sistema amministrativo, poco si è riuscito a fare, accumulando in realtà ulteriori ritardi. Così la lunga transizione italiana, invece di favorire una riconciliazione tra i cittadini e la politica, dopo il tracollo degli anni Novanta, rischia di chiudersi diffondendo nuovi veleni antipolitici e, in ultima istanza, antidemocratici.
È arrivata dunque l’ora di affermare le ragioni di una nuova politica o, per meglio dire, della buona politica, alzando lo sguardo verso una modernizzazione liberale e solidale del nostro Paese.
Le attuali dinamiche economico-sociali, oltre a non garantire la crescita necessaria, diffondono nel Paese disagio, precarietà, insicurezza. L’antico Welfare State, inefficiente e assistenzialista, mette piombo alle ali della crescita e non risolve, anzi aggrava, il malessere sociale. Esso infatti alimenta da una parte lo statalismo e dall’altra l’individualismo; pone freni di ogni genere all’intrapresa economica e insieme produce crescente dissipazione delle risorse destinate alla solidarietà.
È necessario quindi un nuovo programma per la nazione che abbia al centro la persona e la famiglia e che poggi su tre pilastri: 1) un’efficiente economia sociale di mercato liberata finalmente da pregiudizi, lacci e laccioli; 2) il dispiegamento di una effettiva solidarietà verso chi ha bisogno; 3) la realizzazione del principio di sussidiarietà secondo cui il corpo più piccolo, a partire dalla famiglia, ha diritto di poter agire e scegliere autonomamente e di chiedere aiuto a corpi e istituzioni più grandi, senza mai essere coartato.
Su questi tre principi si può passare dallo Stato assistenziale alla Welfare society realizzando una vera economia sociale di mercato nel quadro di un armonico riassetto delle istituzioni e di un’incisiva riduzione della sfera pubblica.
Noi pensiamo che sia questa la via per rafforzare la coesione sociale e rivitalizzare la società civile. Tutto ciò, a sua volta. comporta l’adozione di tre priorità 1) rilancio della scuola, della ricerca e della formazione 2)ripristino della legalità e della sicurezza 3) riduzione delle tasse allo scopo di tenere insieme la crescita economica con la coesione civile e sociale. Se non si rinsaldano i legami tra economia e società, se non si passa dal Welfare State alla Welfare society, si mette a rischio anche l’unità nazionale.

III
Noi non siamo nazionalisti, siamo invece convinti europeisti: ma viviamo la nazione come solida comunità di appartenenza e prosperità e, non di meno, come fonte di dignità storica, sentimento e retaggio che ci viene dai nostri padri e che vogliamo lasciare ai nostri figli.
Parallelamente sentiamo l’Europa come incontro tra popoli e nazioni, le cui peculiarità storico-culturali ed economico-sociali, combinandosi al meglio nel segno dei valori cristiani, debbono fare insieme la ricchezza del nostro continente. Anche per questo il nuovo assetto istituzionale dell’Unione deve essere regolato dal principio di sussidiarietà. Perciò mentre cediamo quote di sovranità alla patria europea, sentiamo il dovere di consolidare l’unità della nazione italiana. Dopo essere stata largamente insidiata dalle divisioni ideologiche e politiche della guerra fredda, essa è oggi esposta al rischio di una arbitraria contrapposizione tra l’emergente Questione Settentrionale e la storica Questione Meridionale.
Si tratta di problemi diversi che vanno risolti insieme e in spirito di solidarietà. La Questione Settentrionale consiste essenzialmente nella giusta e pressante domanda di uno stato più moderno ed efficiente in grado di assecondare quelle straordinarie capacità di crescita che hanno fatto del Nord Italia una delle regioni più prospere d’Europa.
La Questione Meridionale invece è l’espressione di uno storico divario economico e sociale tra il Sud e il Nord del paese che, quasi a centoquaranta anni dell’unificazione nazionale, rischia oggi di ampliarsi. Basti considerare che l’emigrazione dal Sud al Nord è tornata ai livelli degli anni Sessanta. Con la differenza che ora non emigrano più braccianti e manovali, ma diplomati e laureati, privando il Mezzogiorno delle sue migliori risorse umane e delle sue residue speranze di sviluppo. Paradossalmente, pur continuando l’oppressione dell’intreccio burocrazia-clientele-criminalità, ci si presenta oggi una inedita opportunità storica per sciogliere i nodi più tenaci della Questione Meridionale.
Infatti con l’emergere delle nuove potenze orientali come l’India e la Cina, il Mediterraneo riconquista una posizione privilegiata nel gioco delle grandi correnti di sviluppo, offrendo al nostro Mezzogiorno, naturale piattaforma mediterranea, la possibilità di intercettare flussi crescenti di risorse energetiche, merci varie, capitali e persone che attraversano il “piccolo mare delle grandi civiltà”. Ma la piattaforma va attrezzata e gestita con adeguate decisioni di politica economica e di politica estera, nell’interesse generale del paese.
In questa prospettiva il Nord in attesa di rilancio ed il Sud in attesa di riscatto possono legarsi, come non mai, completando anche sul piano economico e sociale l’opera del Risorgimento. Peraltro, come ha recentemente ribadito anche il Governatore della Banca d’Italia, il Nord senza il Sud non riparte.
Viceversa non si troverà mai alcuna via d’uscita alimentando la contrapposizione tra Nord e Sud. Sarebbe una contrapposizione sterile e falsa, che fornirebbe alibi a chi vuole lasciare le cose come stanno rendendo impossibile ogni seria riforma politica e istituzionale.
Noi crediamo che il passaggio dal Welfare State alla Welfare Society e dal centralismo istituzionale alla piena attuazione della sussidiarietà, sia anche la chiave per la soluzione sia della questione settentrionale che di quella meridionale e del loro attuale minaccioso dualismo.
Questo implica molte cose e innanzitutto due. 1) Il processo di rinnovamento deve essere vissuto in spirito di solidarietà nazionale e deve metter capo a un ordinamento fondato sulla fattiva collaborazione solidarietà tra diverse regioni e aree del Paese.
2) Se la dimensione europea dell’economia e della politica fa di Bruxelles un centro decisivo per l’Italia, cruciale deve essere per ogni scelta nazionale anche il contesto Mediterraneo. L’Italia deve mettersi alla guida del processo di Barcellona e delle nuove iniziative per lo sviluppo euro-mediterraneo, facendo valere la sua posizione geopolitica, la sua esperienza storica e la peculiare vocazione mediterranea del suo Mezzogiorno. Anche oggi lo sviluppo è il nome nuovo della pace.

IV
È ormai evidente che il sistema politico italiano non è ancora riuscito a chiudere la fase di transizione cominciata negli anni Novanta. Ciò compromette la credibilità della classe dirigente facendola apparire lontana dalla realtà del Paese e incapace di comprendere le domande che provengono dalla società, selezionarle, dare loro ordine e infine decidere. Noi riconosciamo i grandi meriti del vecchio sistema politico, ma non abbiamo alcuna nostalgia di quel suo consociativismo che prima inclinò verso forme di democrazia popolare e poi finì per cristallizzarsi in partitocrazia. Siamo però assolutamente convinti che nulla di positivo può venire dalle suggestioni dell’antipolitica. Essa, infatti, illude i cittadini che di fronte ai complessi problemi delle società contemporanee possano esistere scorciatoie risolutive. Ma la storia ci ha dimostrato che le scorciatoie non si trovano e che l’antipolitica produce ben presto politica scadente, personale dequalificato, delusione generale e ripiegamenti illiberali.
Dobbiamo tuttavia riconoscere che nella presente situazione del nostro Paese, l’ANTIPOLITICA è figlia della MALAPOLITICA: e cioè della carenza di serietà e di qualità della classe politica, della decadenza del livello culturale della rappresentanza, della crescente disaffezione al bene comune e della generale caduta di moralità che si avverte, più che nella società civile, tra i gruppi dirigenti politici, sindacali, economici e culturali.
Occorre, dunque, incamminarsi lungo la difficile strada delle riforme reali promuovendo, attraverso la selezione democratica, una classe dirigente dotata di passione civile e competenza, di professionalità politica e tecnica. Libertà, qualità e serietà sono le tre parole d’ordine della buona politica che occorre all’Italia.
Da questo punto di vista sentiamo la necessità di rivedere anche la Parte Prima della Costituzione, liberandola da alcuni tratti ormai anacronistici, senza tuttavia alterare l’impianto voluto dai padri Costituenti. Pensiamo pertanto ad una Repubblica che venga dotata: 1) di rapporti più avanzati tra intervento dello Stato ed iniziativa privata, in modo che si dia corso anche alla sussidiarietà orizzontale e si riconosca finalmente lo spazio dovuto alla creatività della persona, della famiglia e dei corpi intermedi in tutti i campi di attività; 2) di un sistema politico e istituzionale forte ma non pervasivo sia al centro che alla periferia; 3) di maggiori poteri decisionali degli esecutivi a ogni livello; 4) di più incisivi ruoli di indirizzo e controllo delle assemblee rappresentative; 5) di un federalismo solidale nelle decisioni di spesa e di riscossione delle imposte; 6) di un sistema elettorale che consolidi la democrazia dell’alternanza e la sovranità dei cittadini nella scelta dei governi.
Il bipolarismo è per noi una conquista alla quale l’Italia moderna non può rinunciare. Ma riconosciamo che attualmente se ne fa un uso rozzo e immaturo, promuovendo alleanze innaturali forse adatte a vincere ma non a governare. Siamo invece convinti che si possa e si debba arrivare ad un bipolarismo maturo, figlio di alleanze omogenee, legate da valori e ideali comuni. Questo risultato non si può raggiungere solo cambiando la legge elettorale. Qualsiasi legge elettorale, anche la migliore, può infatti essere aggirata se non è accompagnata da coraggiose scelte politiche, culturali e persino etiche da parte dei partiti. Allearsi con chiunque, anche molto lontano dai propri valori, pur di vincere, non è buona politica e non è neanche vera politica.
Per quanto ci riguarda, noi lavoriamo nella nostra area perché nasca un solo grande partito dei moderati italiani legato al Ppe, un partito della libertà, della serietà e della qualità, che porti a compimento positivo la storia del centrodestra italiano e riunifichi i gruppi e gli elettori popolari e liberali anche diversamente collocati. Per analogia, guardiamo con favore alla nascita del Partito Democratico auspicando che esso risolva le contraddizioni di valori e di programmi che finora lo caratterizzano, in modo che diventi non solo nostro leale avversario, ma anche interlocutore autorevole nella dialettica democratica.
Portiamo queste idee e questi propositi alla settimana sociale dei cattolici italiani con la speranza che possano contribuire all’impegno di tutta la nostra società per il bene comune.

1 commento:

Gabriele Bandioli ha detto...

Mi piace molto l'idea di creare un blog ad hoc per il progetto "RETE ITALIA".
Solo confrontandoci in tempo reale sulle problematiche che emergeranno, potrà crescere e progredire.

Gabriele