Sollecitato dal massiccio sciopero della scuola, dalla continuazione delle occupazioni/autogestioni, da una ritrovata forza “fisica” (quella delle idee langue!) dell’opposizione, il governo ha presentato alla Commissione cultura della Camera del 6 novembre scorso una relazione intitolata “Piano programmatico di interventi volti alla razionalizzazione dell’utilizzo delle risorse umane e strumentali del sistema scolastico”.
È un atto di chiarezza, che dissolve la nebbia di una comunicazione insufficiente e confusa da parte del governo e il fumo ideologico e le menzogne da terrorismo psicologico dell’opposizione.
Quanto al “dimensionamento delle istituzioni scolastiche”, si assume come riferimento il DPR n. 233 del 1998 relativo alle scuole autonome e il DM n. 331 del 1998 relativo ai plessi scolastici. Era Ministro Luigi Berlinguer. Il Decreto ministeriale fissava tra i 500 e i 1000 alunni i confini per ogni istituzione scolastica con diritto di avere un dirigente. Il limite inferiore era ridotto a 300 per le scuole di montagna e piccole isole. I minimi per il numero degli iscritti di ogni scuola-punto di offerta erano fissati a 50 bambini nella scuola di base, 45 nella scuola media, 100 nelle superiori, con deroghe per le scuole di montagna. Con tutta evidenza non è ridotta l’ampiezza dell’offerta, ma solo le dirigenze. Le regioni e gli Enti locali hanno competenza esclusiva in materia di dimensionamento. Peraltro, nell’ultima riunione della Conferenza Stato-Regioni hanno chiesto e ottenuto di poter dilazionare ulteriormente di un anno un’operazione che avrebbero dovuto fare già dal 1999! Ora si lamentano con il governo per i “tagli” bruschi e ultimativi, ma sono anche le loro lunghe e non sanzionate inadempienze che hanno portato all’attuale emergenza finanziaria nella spesa scolastica. Il che la dice lunga sul cosiddetto “federalismo” di molte Regioni, oggi quasi tutte in mano all’opposizione: a loro basta che lo Stato paghi a piè di lista. Tanto più che si avvicinano le elezioni regionali del 2010. Così le Regioni si comportano come centri di spesa irresponsabili.
Quanto ai profili ordinamentali delle scuole di ogni ordine e grado, la situazione si prospetta nel modo seguente: nessuna riduzione di posti nella scuola dell’infanzia. Quanto alla scuola primaria, gli insegnamenti e le attività didattiche saranno assicurati solo da docenti interni. I modelli possibili sono quattro: 24 ore (con docente unico), 27 ore, 30 ore, 40 ore. Il tempo pieno, oggi usufruito da 34. 270 classi su 136. 964, sarà confermato. Il sostegno non subisce riduzioni: tendenzialmente 1 docente ogni due alunni disabili. È previsto un aumento di 1 o 2 alunni per classe. Per la secondaria di primo grado si passa dalle 32 ore attuali alle 30 ore: scompaiono le materie facoltative. Sono previsti sei Licei: l’abbassamento è a 30 ore settimanali, eccetto l’Artistico che ne avrà 34 nel biennio e 35 nel triennio e quello Musicale e Coreutico, che ne avrà 32. Complessivamente viene confermato l’impianto della riforma Moratti, che Fioroni aveva sospeso, eccetto che per la soppressione dei Licei economico e tecnologico, che tornano a far parte dell’Istruzione tecnica.
Il riordino degli istituti tecnici procederà in base alla legge Fioroni n. 40 del 2007 (è, in realtà, il Decreto legge Bersani sulle liberalizzazioni, cui Fioroni agganciò la materia del tutto estranea del riordino dell’Istruzione tecnica). Gli indirizzi sono ridotti da 39 a 11. Il monte-ore scende a 32 ore settimanali contro le 35-36 attuali.
Il risparmio di posti è di 87. 400 per i docenti e di 44. 500 per il personale ATA. Risparmio significa, in primo luogo, che non vi saranno nuove assunzioni, che sarà accelerato il turn over (nei prossimi 10 anni sono in uscita circa 300. 000 per pensionamento) e che gli insegnanti perdenti cattedra saranno utilizzati in altro modo dall’Amministrazione scolastica e da quella pubblica. Insomma: chi è attualmente in servizio non perderà lo stipendio. E i precari? Si chiude crudelmente sulla loro pelle una storia di illusioni alimentate irresponsabilmente dal Ministero dell’istruzione, dai sindacati, dalle Università, dai politici. Una laurea non dà automaticamente diritto a un posto di lavoro nella scuola. Il diritto al lavoro non equivale al diritto al posto. Perciò questi “risparmi” obbligano non solo alla scioglimento rapido delle graduatorie permanenti, che Fioroni aveva rinviato al 2011, in coincidenza con la fine naturale della legislatura incominciata nel 2006; ma anche a istituire da subito nuove modalità di formazione e reclutamento dei nuovi insegnanti. Se non sarà fatto, inevitabilmente si riprodurranno nuovi precari.
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
venerdì 14 novembre 2008
Viaggio nella scuola anti-Gelmini «Bimbi, fate il tema contro il ministro»
Da che mondo è mondo la politica è sempre rimasta fuori dagli insegnamenti, almeno fino ai tempi del liceo. Troppo noiosa, complicata e sporca per dei bimbi innocenti.
Ma non tutti la pensano così, evidentemente. La denuncia di un nostro lettore, il papà Alessio Monti, pubblicata ieri sul Giornale ne è la prova: ci sono scuole come la «Pasquale Sottocorno» di Milano dove alunni di quarta elementare sono invitati a mettere per iscritto «cosa pensano della Gelmini».
È in questo istituto di periferia, contraddistinto da una forte componente di immigrati di etnie completamente diverse tra loro, che il decreto del ministro è diventato materia di discussione tra i 26 piccoli alunni di una classe quarta. Tanto che alla maestra di italiano è venuta un'idea: facciamo addirittura un compito sulla Gelmini. «I bambini erano così interessati e avevano così voglia di esprimere il loro punto di vista che ho proposto loro di scriverlo. È stata una battuta spontanea, in buona fede, cui non è seguito ovviamente alcun compito in classe e alcuna valutazione», si difende oggi l'insegnante, coadiuvata da una collega ben più combattiva di lei. Alessio Monti, il papà che ha dato il via alla protesta, non fa sconti e rincara la dose: «La politica non deve entrare a scuola. E invece in quella di mio figlio si assiste all'esatto contrario. Striscioni con scritte anti-Gelmini sono rimasti appesi per due settimane alle finestre dell'edificio. E sa chi le ha realizzate quelle scritte? I ragazzini delle quinte, spinti dalle insegnanti. Poi sono arrivate le magliette con la frase “Gelmini vattene” e ora il tema sul ministro: mi sembra troppo per un’elementare».
Che alla «Sottocorno» ci sia una certa cultura dominante lo dimostrano le parole della vicepreside Clotilde Russo. «Qui le voci fuori dal coro sono poche. Noi come dirigenza facciamo di tutto per tutelare i bambini all'interno della scuola dall'invasione della politica. Proprio ieri abbiamo rimosso un cartello anti-Gelmini appeso vicino alle scale. Però non mi risulta si sia mai arrivati agli episodi descritti dal signor Monti. Spero si sbagli, anche se, bisogna ammetterlo, se ne vedono di tutti i colori qui. Come in tutta Italia, del resto». Persino le magliette anti-Gelmini? «Sì, le ho viste qui e in tv - continua la Russo -. Anche se solo nel giorno dello sciopero (il 30 ottobre scorso, ndr) e non in aula, per fortuna. Fuori dall'istituto ognuno è libero di manifestare come vuole, d’altronde: basta non coinvolgere i bambini durante le ore di lezione».
Tra le altre insegnanti, molte difendono la maestra incriminata, una donna vicina alla pensione, dai capelli bianchi, il viso dolce e mansueti occhi azzurri. «Sulla buona fede della nostra collega mettiamo la mano sul fuoco - dicono in coro -. Non voleva sicuramente plagiare gli alunni. E poi in fondo è normale che a scuola ci si occupi di attualità». E le tabelline? Roba per pivelli. A 9 anni meglio esercitarsi sul decreto di legge numero 137 del 2008. Alla stessa età, Niccolò Machiavelli si cimentava per la prima volta nello studio della grammatica con Battista da Poppi. E pensare che Wolfgang Amadeus Mozart a 3 anni batteva i tasti del clavicembalo. Un genio con il pannolino. Non risulta però che Alexis de Tocqueville si occupasse già di politica in tenera età. Praticamente dei menomati in confronto ai «bimbi prodigio» dell'istituto «Sottocorno».
Eppure sembrano così normali mentre escono al suono della campanella, urlando come matti, per abbracciare mamme, papà e nonni che li attendono all'uscita con l'ombrello. Oggi gli striscioni alle finestre dell'istituto di via Monte Piana non ci sono più. Della protesta combinata di genitori e insegnanti contro il ministro sopravvivono due volantini appiccicati al muro esterno: il primo esorta pure i nonni a partecipare alla manifestazione del 29 novembre, l'altro invita a prendere parte a un incontro sulla riforma Gelmini programmato per lunedì prossimo con la senatrice del Pd Marilena Adamo e un pedagogista. Sulla porta a vetri dell'ingresso campeggia però un cartellone: «Io amo e difendo la scuola pubblica». Ma da chi? Intanto Camilleri ha svelato l'arcano: dagli alieni in tailleur, con gli occhiali e la cadenza bresciana.
E pensare che a Brescia credevano di aver visto passare un solo extraterrestre dalle loro parti, Roberto Baggio. Ma quello giocava a pallone. Poveri bambini.
Marco Guidi
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 14.11.208
Ma non tutti la pensano così, evidentemente. La denuncia di un nostro lettore, il papà Alessio Monti, pubblicata ieri sul Giornale ne è la prova: ci sono scuole come la «Pasquale Sottocorno» di Milano dove alunni di quarta elementare sono invitati a mettere per iscritto «cosa pensano della Gelmini».
È in questo istituto di periferia, contraddistinto da una forte componente di immigrati di etnie completamente diverse tra loro, che il decreto del ministro è diventato materia di discussione tra i 26 piccoli alunni di una classe quarta. Tanto che alla maestra di italiano è venuta un'idea: facciamo addirittura un compito sulla Gelmini. «I bambini erano così interessati e avevano così voglia di esprimere il loro punto di vista che ho proposto loro di scriverlo. È stata una battuta spontanea, in buona fede, cui non è seguito ovviamente alcun compito in classe e alcuna valutazione», si difende oggi l'insegnante, coadiuvata da una collega ben più combattiva di lei. Alessio Monti, il papà che ha dato il via alla protesta, non fa sconti e rincara la dose: «La politica non deve entrare a scuola. E invece in quella di mio figlio si assiste all'esatto contrario. Striscioni con scritte anti-Gelmini sono rimasti appesi per due settimane alle finestre dell'edificio. E sa chi le ha realizzate quelle scritte? I ragazzini delle quinte, spinti dalle insegnanti. Poi sono arrivate le magliette con la frase “Gelmini vattene” e ora il tema sul ministro: mi sembra troppo per un’elementare».
Che alla «Sottocorno» ci sia una certa cultura dominante lo dimostrano le parole della vicepreside Clotilde Russo. «Qui le voci fuori dal coro sono poche. Noi come dirigenza facciamo di tutto per tutelare i bambini all'interno della scuola dall'invasione della politica. Proprio ieri abbiamo rimosso un cartello anti-Gelmini appeso vicino alle scale. Però non mi risulta si sia mai arrivati agli episodi descritti dal signor Monti. Spero si sbagli, anche se, bisogna ammetterlo, se ne vedono di tutti i colori qui. Come in tutta Italia, del resto». Persino le magliette anti-Gelmini? «Sì, le ho viste qui e in tv - continua la Russo -. Anche se solo nel giorno dello sciopero (il 30 ottobre scorso, ndr) e non in aula, per fortuna. Fuori dall'istituto ognuno è libero di manifestare come vuole, d’altronde: basta non coinvolgere i bambini durante le ore di lezione».
Tra le altre insegnanti, molte difendono la maestra incriminata, una donna vicina alla pensione, dai capelli bianchi, il viso dolce e mansueti occhi azzurri. «Sulla buona fede della nostra collega mettiamo la mano sul fuoco - dicono in coro -. Non voleva sicuramente plagiare gli alunni. E poi in fondo è normale che a scuola ci si occupi di attualità». E le tabelline? Roba per pivelli. A 9 anni meglio esercitarsi sul decreto di legge numero 137 del 2008. Alla stessa età, Niccolò Machiavelli si cimentava per la prima volta nello studio della grammatica con Battista da Poppi. E pensare che Wolfgang Amadeus Mozart a 3 anni batteva i tasti del clavicembalo. Un genio con il pannolino. Non risulta però che Alexis de Tocqueville si occupasse già di politica in tenera età. Praticamente dei menomati in confronto ai «bimbi prodigio» dell'istituto «Sottocorno».
Eppure sembrano così normali mentre escono al suono della campanella, urlando come matti, per abbracciare mamme, papà e nonni che li attendono all'uscita con l'ombrello. Oggi gli striscioni alle finestre dell'istituto di via Monte Piana non ci sono più. Della protesta combinata di genitori e insegnanti contro il ministro sopravvivono due volantini appiccicati al muro esterno: il primo esorta pure i nonni a partecipare alla manifestazione del 29 novembre, l'altro invita a prendere parte a un incontro sulla riforma Gelmini programmato per lunedì prossimo con la senatrice del Pd Marilena Adamo e un pedagogista. Sulla porta a vetri dell'ingresso campeggia però un cartellone: «Io amo e difendo la scuola pubblica». Ma da chi? Intanto Camilleri ha svelato l'arcano: dagli alieni in tailleur, con gli occhiali e la cadenza bresciana.
E pensare che a Brescia credevano di aver visto passare un solo extraterrestre dalle loro parti, Roberto Baggio. Ma quello giocava a pallone. Poveri bambini.
Marco Guidi
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 14.11.208
ELUANA CONDANNATA A MORTE: L’ESECUZIONE SIA PUBBLICA, CON TESTIMONI E VIDEO
Consapevoli che la sentenza pronunciata dalla Corte di Cassazione in riferimento al caso di Eluana Englaro non possa non essere rispettata e applicata, ci permettiamo però, da liberi cittadini di uno Stato libero, di dissentire. E chiediamo che alla lunga fine di Eluana, proprio perché si tratta di una vera e propria condanna a morte in età repubblicana, non solo assistano alcuni testimoni, ma possa essere registrata in video e messa a disposizione di quanti ne facciano richiesta. Come accade nei Paesi che prevedono la pena di morte per i propri cittadini. Così i nostri figli e i nostri nipoti potranno scoprire come un cittadino italiano possa essere condannato da un giudice di uno Stato civile e democratico a morire di fame e di sete”. Questa la reazione dell’Associazione Scienza & Vita alla sentenza che “condanna a morte Eluana”.
“La decisione della Suprema Corte – osserva l’Associazione – di fatto autorizza la sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione che restano secondo noi, e anche per una larghissima parte dell’opinione pubblica italiana, semplici sostegni vitali e non terapie”.
“Da questa scelta consegue – rimarca Scienza & Vita – un’interpretazione riduttiva della vita, quale non degna di essere vissuta. E soprattutto l’idea che la vita umana sia disponibile. Ovvero, che ciascuno di noi possa esercitare addirittura un diritto di morire con il corrispettivo dovere di uccidere (perché qualcuno deve pure eseguire la sentenza). Diritto di morire che non è contemplato nella Costituzione e che sfida il criterio umanistico del favor vitae a cui essa si ispira.
Comunicato di Scienza e Vita
“La decisione della Suprema Corte – osserva l’Associazione – di fatto autorizza la sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione che restano secondo noi, e anche per una larghissima parte dell’opinione pubblica italiana, semplici sostegni vitali e non terapie”.
“Da questa scelta consegue – rimarca Scienza & Vita – un’interpretazione riduttiva della vita, quale non degna di essere vissuta. E soprattutto l’idea che la vita umana sia disponibile. Ovvero, che ciascuno di noi possa esercitare addirittura un diritto di morire con il corrispettivo dovere di uccidere (perché qualcuno deve pure eseguire la sentenza). Diritto di morire che non è contemplato nella Costituzione e che sfida il criterio umanistico del favor vitae a cui essa si ispira.
Comunicato di Scienza e Vita
venerdì 31 ottobre 2008
Approvata una mozione contro la persecuzione dei cristiani
Il Senato italiano ha approvato all'unanimità una mozione sottoscritta da tutti i gruppi politici contro la persecuzione subita dalle comunità cristiane nel mondo. Il testo ha unificato le quattro mozioni presentate da Lega, Partito democratico, Popolo delle libertà e Unione di centro.
La mozione così unificata e approvata in aula impegna il Governo "ad adoperarsi in tutte le sedi comunitarie e internazionali, nonché nell'ambito dei rapporti internazionali bilaterali, affinché vengano garantiti i diritti fondamentali della persona e le libertà religiose e venga posta fine alle violenze e alle persecuzioni alimentate dal fondamentalismo etnico e religioso in ciascun Paese o area di crisi mondiale". In particolare, la mozione impegna il Governo "ad assumere iniziative volte a contrastare le persecuzioni delle comunità cristiane in India, Iraq e in altri Paesi da parte di gruppi estremisti e fondamentalisti; a promuovere il rafforzamento del ruolo internazionale dell'Unione europea quale modello culturale, sociale e istituzionale di riferimento per la tutela e la promozione su scala mondiale dei diritti umani e della pace; a considerare il dramma delle persecuzioni come prioritario nell'ambito delle relazioni bilaterali e internazionali". Anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel corso dell'intervista rilasciata a "L'Osservatore Romano", aveva espresso l'auspicio che si levasse più alta la voce dell'Occidente per fermare le persecuzioni.
Tratto dal quotidiano L'Osservatore Romano del 30.10.2008
La mozione così unificata e approvata in aula impegna il Governo "ad adoperarsi in tutte le sedi comunitarie e internazionali, nonché nell'ambito dei rapporti internazionali bilaterali, affinché vengano garantiti i diritti fondamentali della persona e le libertà religiose e venga posta fine alle violenze e alle persecuzioni alimentate dal fondamentalismo etnico e religioso in ciascun Paese o area di crisi mondiale". In particolare, la mozione impegna il Governo "ad assumere iniziative volte a contrastare le persecuzioni delle comunità cristiane in India, Iraq e in altri Paesi da parte di gruppi estremisti e fondamentalisti; a promuovere il rafforzamento del ruolo internazionale dell'Unione europea quale modello culturale, sociale e istituzionale di riferimento per la tutela e la promozione su scala mondiale dei diritti umani e della pace; a considerare il dramma delle persecuzioni come prioritario nell'ambito delle relazioni bilaterali e internazionali". Anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel corso dell'intervista rilasciata a "L'Osservatore Romano", aveva espresso l'auspicio che si levasse più alta la voce dell'Occidente per fermare le persecuzioni.
Tratto dal quotidiano L'Osservatore Romano del 30.10.2008
Tutti a protestare? Sembra proprio di no. La parola alla “maggioranza silenziosa” degli studenti
Guardano con attenzione quello che accade, ma non nascondono sospetto, incomprensione, insofferenza. Pochi si sono accorti di loro. Eppure sono tanti: sono i tanti ragazzi ai quali il subbuglio generale di questi giorni sta un po’stretto, e in cui, diciamolo pure, avvertono un certo disagio.
Il sospetto – dicono – è che si tratti solo di una vacanza generale; l’incomprensione è per manifestazioni un po’ sopra le righe, con un accaloramento eccessivo rispetto alle politiche contestate, che non sono certo stravolgenti; l’insofferenza è per l’arroganza con cui si pretende che tutti debbano partecipare alle adunate di piazza o alle occupazioni. E infine quello che c’è in loro è anche un grande desiderio di normalità, e di discussione pacata sui contenuti.
La “maggioranza silenziosa” dei ragazzi, che di questi giorni “incasinati” farebbe volentieri a meno, non se la sente affatto di “sospendere le attività” così come se nulla fosse; lo sanno, loro, che il giorno dopo si torna regolarmente a scuola e che il problema vero è quello; e se chiedi anche solo una mezz’oretta per intervistarli, ti dicono candidamente che “sì, va bene, ma facciamo un venti minuti, perché sono indietro in matematica e venerdì c’è il compito”. E da questo “venerdì c’è il compito” si capisce tanto: che la testa sulle spalle ce l’hanno, che i conti con la realtà li sanno fare, che non sono cinici e menefreghisti (altrimenti non parlerebbero, direbbero “chiedetelo a chi fa le manifestazioni”). Che insomma sono una cosa un po’ più complessa dei quattro slogan in cui i giornali li vorrebbero ingabbiare.
Bigiate, o giù di lì
Prima cosa, fanno piazza pulita di ogni retorica. “Siamo in piazza per dire che…”, gridano i ragazzi inquadrati dalle telecamere, con un bel microfono piazzato davanti alla bocca. Ma sono in piazza proprio per quello? O per altro? I ragazzi della “maggioranza silenziosa” non usano mezzi termini: «decidere di legalizzare la “bigiata” scolastica (da noi si dice così) non mi sembra il modo più ragionevole di risolvere la faccenda», dice Anna di Crema; «molte adesioni a queste manifestazioni sono avvenute per fare un “cabò legalizzato”, e senza accorgersene sono state strumentalizzate da partiti e giornali», le fa eco Giulia di Modena. Cambiano i termini a seconda della provenienza geografica, ma il concetto è sempre quello: smascherare con schiettezza i veri motivi che portano i ragazzi a passare un po’ di ore fuori dalle aule di scuola, via da lezioni, compiti e interrogazioni.
Liberi di distinguersi
Ma se c’è una cosa su cui i non-manifestanti veramente non accettano compromessi è la libertà di scelta, la libertà cioè di distinguersi dal clima di agitazione che vorrebbe forzatamente bloccare tutto. «La maggior parte degli studenti rimane in classe o vorrebbe farlo», spiega ancora Giulia di Modena: «il fatto che uno studente non possa entrare in classe anche dissentendo dalla protesta, oppure che molti ripetano solo slogan senza vere ragioni non mi sembra certamente libertà». D’altronde la spinta a condurre tutti nel mucchio, senza concepire diversità e articolazioni all’interno della presunta massa indistinta degli studenti, ha portato molte scuole, anche con l’appoggio di docenti e presidi, a gesti e iniziative veramente discutibili. E gli studenti se ne sono accorti. Al liceo Gian Battista Vico di Corsico, ad esempio, il Consiglio d’Istituto ha dato la regolare autorizzazione per lo svolgimento dell’assemblea degli studenti. «Tuttavia», racconta Alessandro, che frequenta lo stesso liceo, «l'incontro è stato presentato agli alunni come un sit-in di protesta cui hanno partecipato molti ragazzi. Dopo tre ore, si è tramutato in assemblea informativa in cui l'ex preside del liceo ha parlato per un'ora dei vari punti della riforma Gelmini. Il paradosso è che un'assemblea richiesta come un diritto è stata imposta dai suoi organizzatori come un obbligo per tutti. Infatti chi ha provato a uscire dal luogo in cui si teneva l'incontro, è stato costretto a rimanervi sino alla fine della mattinata». «Bell’esempio di democrazia!», continua deciso Alessandro: «chi avrebbe voluto restare in classe si è visto negare il diritto all'istruzione, poiché essendo stata richiesta "un'assembla" i professori non erano autorizzati a tenere le loro lezioni».
Sapere il perché
Si protesta e ci si scalda per cosa, poi? Si chiedono anche questo, i tanti, tantissimi studenti che stanno fuori dai cortei. Perché, come dice ancora Anna di Crema, «il decreto Gelmini non mi sembra altro che il tentativo di rimettere in sesto una situazione obiettivamente un po' critica. I punti presi in considerazione non mirano, a mio parere, ad uno smantellamento dell'istituzione scolastica». E qualunque sia l’opinione sulle tematiche discusse, l’importante, dicono, è cercare di ragionare e capire, invece che mettersi subito a urlare. Così ad esempio la pensa “Margi”, che frequenta il liceo a Rimini: «Mi sembra di essere circondata da gente che invece di cercare di capire quale sia la verità e di andare a fondo dei fatti che ci circondano, preferisce rimanere in superficie e farsi trasportare da ciò che accade». E continua: «i miei coetanei si stanno mobilitando tanto per aspetti parziali, senza guardare all’urgenza di un cambiamento nel mondo della scuola».
Quando l’ideologia genera il menefreghismo
Giulia, Francesca e Gabriele sono del liceo Berchet di Milano, e oggi vanno a scuola, anche se quasi tutti i loro professori sciopereranno. Il loro istituto è fortemente schierato a favore delle ragioni della manifestazione, e l’adesione allo sciopero così alta che la maggioranza degli studenti, compresi i tanti assai poco interessati all’argomento, staranno a casa. «Non dico che tutti quelli che fanno la manifestazione non siano preparati sull’argomento» dice Giulia: «alcuni miei compagni di classe hanno organizzato dei momenti di discussione anche fuori dall’orario scolastico. Il problema è che informandomi mi sono resa conto che buona parte del decreto Gelmini non è che contenga cose rivoluzionarie, e le cose principali, come il maestro unico, non hanno a che fare con la scuola superiore». «Una cosa assolutamente evidente è che molti vanno contro la Gelmini per partito preso, sostanzialmente andando dietro a un pregiudizio», continua Francesca. Ma quello che più preoccupa è che l’alternativa è tra il “movimentismo” dei collettivi e il menefreghismo generale: «molti miei compagni di classe», dice Gabriele, «rimangono a casa solo per giocare alla play-station, e non c’è alcun nesso con le proteste. In generale quelli dei collettivi negli ultimi anni hanno sempre più perso la capacità di attrarre la gente, e così prevale il menefreghismo». Come dire che se l’impegno politico è solo fatto di proteste e di manifestazione pregiudiziali, allora meglio occuparsi degli affari propri. Inoltre, dicono all’unisono Giulia, Francesca e Gabriele, non è assolutamente vero che la protesta è apolitica e apartitica, come molti giornali sostengono in questi giorni: cartelli, volantini e slogan sono tutti fortemente politicizzati e chiaramente ascrivibili all’ideologia di sinistra.
Essere protagonisti
Ma tra disinteresse e ideologia c’è comunque un’alternativa. Lo dice Federica, del liceo scientifico del Parco Nord, nell’hinterland milanese: «quando c'è manifestazione la si prende molto alla leggera, stando o a casa a dormire o a studiare da qualcuno; a volte entriamo se c'è qualche compito. Ma all'interno della scuola non c'è tutta questa tensione di cui si parla nei telegiornali, almeno non nella nostra. Ma sicuramente – continua Federica – c'è il bisogno di essere più protagonisti nella scuola italiana, nel senso che a volte ci muoviamo molto più come pedine, invece che prendere una posizione e stare sul serio su determinate idee».
Protagonisti: eccola qua l’alternativa. I tanti giornalisti, intellettuali e sociologi improvvisati che in questi giorni si mostrano stucchevolmente commossi dall’impegno civile di giovani che lanciano slogan imparati a memoria, e che impediscono a chi lo vuole di fare lezione regolarmente, dovrebbe stamparsela nella memoria questa parola. Protagonisti: è questo che la “maggioranza silenziosa” degli studenti chiede di poter essere. E lo chiedono agli adulti, ai professori, ai giornalisti, ai politici: non vogliono essere marchiati dall’ideologia, sempre più vuota e stanca; e non vogliono essere abbandonati al nichilismo del disinteresse e della dormita di comodo. Qualcuno risponda.
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Il sospetto – dicono – è che si tratti solo di una vacanza generale; l’incomprensione è per manifestazioni un po’ sopra le righe, con un accaloramento eccessivo rispetto alle politiche contestate, che non sono certo stravolgenti; l’insofferenza è per l’arroganza con cui si pretende che tutti debbano partecipare alle adunate di piazza o alle occupazioni. E infine quello che c’è in loro è anche un grande desiderio di normalità, e di discussione pacata sui contenuti.
La “maggioranza silenziosa” dei ragazzi, che di questi giorni “incasinati” farebbe volentieri a meno, non se la sente affatto di “sospendere le attività” così come se nulla fosse; lo sanno, loro, che il giorno dopo si torna regolarmente a scuola e che il problema vero è quello; e se chiedi anche solo una mezz’oretta per intervistarli, ti dicono candidamente che “sì, va bene, ma facciamo un venti minuti, perché sono indietro in matematica e venerdì c’è il compito”. E da questo “venerdì c’è il compito” si capisce tanto: che la testa sulle spalle ce l’hanno, che i conti con la realtà li sanno fare, che non sono cinici e menefreghisti (altrimenti non parlerebbero, direbbero “chiedetelo a chi fa le manifestazioni”). Che insomma sono una cosa un po’ più complessa dei quattro slogan in cui i giornali li vorrebbero ingabbiare.
Bigiate, o giù di lì
Prima cosa, fanno piazza pulita di ogni retorica. “Siamo in piazza per dire che…”, gridano i ragazzi inquadrati dalle telecamere, con un bel microfono piazzato davanti alla bocca. Ma sono in piazza proprio per quello? O per altro? I ragazzi della “maggioranza silenziosa” non usano mezzi termini: «decidere di legalizzare la “bigiata” scolastica (da noi si dice così) non mi sembra il modo più ragionevole di risolvere la faccenda», dice Anna di Crema; «molte adesioni a queste manifestazioni sono avvenute per fare un “cabò legalizzato”, e senza accorgersene sono state strumentalizzate da partiti e giornali», le fa eco Giulia di Modena. Cambiano i termini a seconda della provenienza geografica, ma il concetto è sempre quello: smascherare con schiettezza i veri motivi che portano i ragazzi a passare un po’ di ore fuori dalle aule di scuola, via da lezioni, compiti e interrogazioni.
Liberi di distinguersi
Ma se c’è una cosa su cui i non-manifestanti veramente non accettano compromessi è la libertà di scelta, la libertà cioè di distinguersi dal clima di agitazione che vorrebbe forzatamente bloccare tutto. «La maggior parte degli studenti rimane in classe o vorrebbe farlo», spiega ancora Giulia di Modena: «il fatto che uno studente non possa entrare in classe anche dissentendo dalla protesta, oppure che molti ripetano solo slogan senza vere ragioni non mi sembra certamente libertà». D’altronde la spinta a condurre tutti nel mucchio, senza concepire diversità e articolazioni all’interno della presunta massa indistinta degli studenti, ha portato molte scuole, anche con l’appoggio di docenti e presidi, a gesti e iniziative veramente discutibili. E gli studenti se ne sono accorti. Al liceo Gian Battista Vico di Corsico, ad esempio, il Consiglio d’Istituto ha dato la regolare autorizzazione per lo svolgimento dell’assemblea degli studenti. «Tuttavia», racconta Alessandro, che frequenta lo stesso liceo, «l'incontro è stato presentato agli alunni come un sit-in di protesta cui hanno partecipato molti ragazzi. Dopo tre ore, si è tramutato in assemblea informativa in cui l'ex preside del liceo ha parlato per un'ora dei vari punti della riforma Gelmini. Il paradosso è che un'assemblea richiesta come un diritto è stata imposta dai suoi organizzatori come un obbligo per tutti. Infatti chi ha provato a uscire dal luogo in cui si teneva l'incontro, è stato costretto a rimanervi sino alla fine della mattinata». «Bell’esempio di democrazia!», continua deciso Alessandro: «chi avrebbe voluto restare in classe si è visto negare il diritto all'istruzione, poiché essendo stata richiesta "un'assembla" i professori non erano autorizzati a tenere le loro lezioni».
Sapere il perché
Si protesta e ci si scalda per cosa, poi? Si chiedono anche questo, i tanti, tantissimi studenti che stanno fuori dai cortei. Perché, come dice ancora Anna di Crema, «il decreto Gelmini non mi sembra altro che il tentativo di rimettere in sesto una situazione obiettivamente un po' critica. I punti presi in considerazione non mirano, a mio parere, ad uno smantellamento dell'istituzione scolastica». E qualunque sia l’opinione sulle tematiche discusse, l’importante, dicono, è cercare di ragionare e capire, invece che mettersi subito a urlare. Così ad esempio la pensa “Margi”, che frequenta il liceo a Rimini: «Mi sembra di essere circondata da gente che invece di cercare di capire quale sia la verità e di andare a fondo dei fatti che ci circondano, preferisce rimanere in superficie e farsi trasportare da ciò che accade». E continua: «i miei coetanei si stanno mobilitando tanto per aspetti parziali, senza guardare all’urgenza di un cambiamento nel mondo della scuola».
Quando l’ideologia genera il menefreghismo
Giulia, Francesca e Gabriele sono del liceo Berchet di Milano, e oggi vanno a scuola, anche se quasi tutti i loro professori sciopereranno. Il loro istituto è fortemente schierato a favore delle ragioni della manifestazione, e l’adesione allo sciopero così alta che la maggioranza degli studenti, compresi i tanti assai poco interessati all’argomento, staranno a casa. «Non dico che tutti quelli che fanno la manifestazione non siano preparati sull’argomento» dice Giulia: «alcuni miei compagni di classe hanno organizzato dei momenti di discussione anche fuori dall’orario scolastico. Il problema è che informandomi mi sono resa conto che buona parte del decreto Gelmini non è che contenga cose rivoluzionarie, e le cose principali, come il maestro unico, non hanno a che fare con la scuola superiore». «Una cosa assolutamente evidente è che molti vanno contro la Gelmini per partito preso, sostanzialmente andando dietro a un pregiudizio», continua Francesca. Ma quello che più preoccupa è che l’alternativa è tra il “movimentismo” dei collettivi e il menefreghismo generale: «molti miei compagni di classe», dice Gabriele, «rimangono a casa solo per giocare alla play-station, e non c’è alcun nesso con le proteste. In generale quelli dei collettivi negli ultimi anni hanno sempre più perso la capacità di attrarre la gente, e così prevale il menefreghismo». Come dire che se l’impegno politico è solo fatto di proteste e di manifestazione pregiudiziali, allora meglio occuparsi degli affari propri. Inoltre, dicono all’unisono Giulia, Francesca e Gabriele, non è assolutamente vero che la protesta è apolitica e apartitica, come molti giornali sostengono in questi giorni: cartelli, volantini e slogan sono tutti fortemente politicizzati e chiaramente ascrivibili all’ideologia di sinistra.
Essere protagonisti
Ma tra disinteresse e ideologia c’è comunque un’alternativa. Lo dice Federica, del liceo scientifico del Parco Nord, nell’hinterland milanese: «quando c'è manifestazione la si prende molto alla leggera, stando o a casa a dormire o a studiare da qualcuno; a volte entriamo se c'è qualche compito. Ma all'interno della scuola non c'è tutta questa tensione di cui si parla nei telegiornali, almeno non nella nostra. Ma sicuramente – continua Federica – c'è il bisogno di essere più protagonisti nella scuola italiana, nel senso che a volte ci muoviamo molto più come pedine, invece che prendere una posizione e stare sul serio su determinate idee».
Protagonisti: eccola qua l’alternativa. I tanti giornalisti, intellettuali e sociologi improvvisati che in questi giorni si mostrano stucchevolmente commossi dall’impegno civile di giovani che lanciano slogan imparati a memoria, e che impediscono a chi lo vuole di fare lezione regolarmente, dovrebbe stamparsela nella memoria questa parola. Protagonisti: è questo che la “maggioranza silenziosa” degli studenti chiede di poter essere. E lo chiedono agli adulti, ai professori, ai giornalisti, ai politici: non vogliono essere marchiati dall’ideologia, sempre più vuota e stanca; e non vogliono essere abbandonati al nichilismo del disinteresse e della dormita di comodo. Qualcuno risponda.
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Cesana: oltre la piazza, per ricorstruire serve gente che ami la propria libertà
Sciopero e manifestazione su scuola e università: protagonista negativo è ancora “la Gelmini”. Ma “la Gelmini” non è il problema.
Il Ministro dell’Istruzione è responsabile di una legge che intende razionalizzare e ridurre la spesa. Si può e si deve discutere. Possibilità e tempo ce ne sono, data la limitatezza e la dilazione del provvedimento (gli aspetti economici verranno attuati dal 2010). Tuttavia la proposta di alternative non verrà dal vociare delle dimostrazioni, perché proprio queste costituiscono il problema di scuola e università. Parlo di quest’ultima, in cui lavoro.
Mi sono iscritto a Medicina, Milano, nel 1967. A dicembre abbiamo occupato. Da allora tutti gli anni ci sono stati, oltre a occupazioni, scioperi, blocchi, proteste, vandalismi e quant’altro, in un numero variabile di atenei. L’abitudine si è diffusa alla scuola, a inizio anno, con prolungamenti fino alle vacanze di Natale. Ora i ribelli sono una minoranza sempre più piccola e povera di contenuti, ma il rumore e la confusione che fanno sono sempre notevoli. Infatti un fenomeno di contestazione così persistente non è solo studentesco. Ha il sostegno e la complicità degli adulti, dentro e fuori le aule. Sembra un metodo scelto per sfogare il malcontento e la frustrazione di un cambiamento mancato, e anzi di un peggioramento in atto. Ma è un metodo corrosivo. Non c’è istituzione che possa reggere a quarant’anni di rivoluzione strisciante e di demagogia conseguente. In effetti l’università italiana ha perso il suo prestigio internazionale e vacilla paurosamente verso l’insignificanza sociale. D’altra parte, l’università, in quanto luogo di formazione dell’elite della società, è lo specchio di questa e anche la società italiana ha perso molto in capacità di lavoro e tecnologia.
Sembrerebbe una situazione disperante e non perché non vi siano rimedi, ma perché, dato il basso livello raggiunto, ne sono proposti troppi, tutti giusti, prioritari e quindi in conflitto tra di loro. Non si sa da che parte incominciare. Contro-appelli e contro-manifestazioni aumentano la confusione generale. Ministri assai più esperti della Gelmini, anche di sinistra, sono stati insultati allo stesso modo. Il ricorso all’ordine pubblico spaventa anche chi lo propone, e non senza ragione.
Eppure una possibilità ci deve essere perché non siamo finiti, checché ne dicano le classifiche internazionali. Nell’università italiana ci sono esperienze di comunità, insegnamento e ricerca dove si impara non solo a studiare, ma a vivere. Si impara cioè una cultura, che è la vera anima della scuola, che è libera e non di Stato, non solo perché, come vediamo, lo Stato non può darla, ma perché è meglio che non la dia. Bisogna che i protagonisti di queste esperienze amino la loro libertà, non cedano alla tentazione di delegarla ad altri o a un ribellismo impotente che cerchi di bruciare le tappe. E’ responsabilità degli studenti che non vogliono perdere il tempo – che è della vita e non dell’università – e soprattutto dei docenti che vogliono essere tali, ovvero propositivi della positività di conoscenza e tradizione che li sostiene. Al punto in cui siamo, per ricostruire ci vorranno anni, se non decenni. D’altra parte, la politica, se vuole concorrere allo sviluppo pacifico, non può essere che democrazia e compromesso. Gridare per le strade o sui binari della ferrovia, ora, non serve più. Grazie dell’ospitalità.
Giancarlo Cesana
Tratto dal quotidiano Il Foglio del 30.10.2008
Il Ministro dell’Istruzione è responsabile di una legge che intende razionalizzare e ridurre la spesa. Si può e si deve discutere. Possibilità e tempo ce ne sono, data la limitatezza e la dilazione del provvedimento (gli aspetti economici verranno attuati dal 2010). Tuttavia la proposta di alternative non verrà dal vociare delle dimostrazioni, perché proprio queste costituiscono il problema di scuola e università. Parlo di quest’ultima, in cui lavoro.
Mi sono iscritto a Medicina, Milano, nel 1967. A dicembre abbiamo occupato. Da allora tutti gli anni ci sono stati, oltre a occupazioni, scioperi, blocchi, proteste, vandalismi e quant’altro, in un numero variabile di atenei. L’abitudine si è diffusa alla scuola, a inizio anno, con prolungamenti fino alle vacanze di Natale. Ora i ribelli sono una minoranza sempre più piccola e povera di contenuti, ma il rumore e la confusione che fanno sono sempre notevoli. Infatti un fenomeno di contestazione così persistente non è solo studentesco. Ha il sostegno e la complicità degli adulti, dentro e fuori le aule. Sembra un metodo scelto per sfogare il malcontento e la frustrazione di un cambiamento mancato, e anzi di un peggioramento in atto. Ma è un metodo corrosivo. Non c’è istituzione che possa reggere a quarant’anni di rivoluzione strisciante e di demagogia conseguente. In effetti l’università italiana ha perso il suo prestigio internazionale e vacilla paurosamente verso l’insignificanza sociale. D’altra parte, l’università, in quanto luogo di formazione dell’elite della società, è lo specchio di questa e anche la società italiana ha perso molto in capacità di lavoro e tecnologia.
Sembrerebbe una situazione disperante e non perché non vi siano rimedi, ma perché, dato il basso livello raggiunto, ne sono proposti troppi, tutti giusti, prioritari e quindi in conflitto tra di loro. Non si sa da che parte incominciare. Contro-appelli e contro-manifestazioni aumentano la confusione generale. Ministri assai più esperti della Gelmini, anche di sinistra, sono stati insultati allo stesso modo. Il ricorso all’ordine pubblico spaventa anche chi lo propone, e non senza ragione.
Eppure una possibilità ci deve essere perché non siamo finiti, checché ne dicano le classifiche internazionali. Nell’università italiana ci sono esperienze di comunità, insegnamento e ricerca dove si impara non solo a studiare, ma a vivere. Si impara cioè una cultura, che è la vera anima della scuola, che è libera e non di Stato, non solo perché, come vediamo, lo Stato non può darla, ma perché è meglio che non la dia. Bisogna che i protagonisti di queste esperienze amino la loro libertà, non cedano alla tentazione di delegarla ad altri o a un ribellismo impotente che cerchi di bruciare le tappe. E’ responsabilità degli studenti che non vogliono perdere il tempo – che è della vita e non dell’università – e soprattutto dei docenti che vogliono essere tali, ovvero propositivi della positività di conoscenza e tradizione che li sostiene. Al punto in cui siamo, per ricostruire ci vorranno anni, se non decenni. D’altra parte, la politica, se vuole concorrere allo sviluppo pacifico, non può essere che democrazia e compromesso. Gridare per le strade o sui binari della ferrovia, ora, non serve più. Grazie dell’ospitalità.
Giancarlo Cesana
Tratto dal quotidiano Il Foglio del 30.10.2008
giovedì 30 ottobre 2008
Mauro: nel resto d’Europa più spazio alla libertà di educazione
Nessuna delle decine di migliaia di persone che nei giorni scorsi hanno partecipato alle manifestazioni anti-Governo e anti-Gelmini intonando i consueti slogan in favore della non libertà di educazione sa di aver manifestato contro tagli che colpiscono esattamente il loro bersaglio preferito: la scuola libera.
Con il decreto legge approvato a fine luglio, ai ministeri è stata data la piena discrezionalità rispetto alla scelta di come attuare i tagli di spesa previsti dal decreto.
Questa discrezionalità ha avuto come risultato che nel Bilancio di previsione dello Stato lo stanziamento previsto per il 2009 per le scuole paritarie viene ridotto di oltre 133 milioni di euro. Si passa da 535. 318. 000 a 401. 924. 000 euro, con un taglio del 25%.
Nei due anni successivi (2010 e 2011) lo stanziamento per le scuole paritarie prevede per il 2010 406 milioni di euro e nel 2011 la cifra viene tagliata ancora drasticamente di altri 94 milioni di euro: si passa da 406. 100. 000 a 312. 410. 000 euro. Un ulteriore taglio di quasi il 25%. In quattro anni dal (2008 al 2011) la cifra investita dallo Stato per le scuole paritarie viene dunque tagliata in totale di oltre il 40%. Da 535 milioni di euro si arriva a 312.
Un taglio che ricadrà esclusivamente sulle famiglie che scelgono la scuola paritaria, indebolendo fortemente la libertà di educazione nel nostro Paese.
Ancora più paradossale e preoccupante è il fatto che nel “Bilancio di previsione dello Stato per il 2009" la spesa complessiva riguardo il funzionamento dell’istruzione viene aumentata di 656 milioni di euro, con un forte aumento delle spese per l’istruzione primaria, secondaria di primo e di secondo grado.
Il problema può essere risolto in due modi: approvando l'emendamento dell'On. Toccafondi firmato anche da altri trenta deputati della maggioranza tra cui Maurizio Lupi, Valentina Aprea, Raffaello Vignali, Renato Farina e Antonio Palmieri, nel quale si prevede il reintegro dei fondi tagliati, oppure con un maxiemendamento del Governo che appone fiducia alla legge finanziaria e alla legge di bilancio di previsione.
Preoccupa altresì il fatto che sono dati assolutamente discordanti con la tendenza verso la strada dell'autonomia intrapresa dalla più parte dei paesi dell'Unione Europea, nei quali si è arrivati a capire quali sono i nemici da combattere per migliorare l'efficienza e la libertà di educazione dei cittadini: questi nemici sono i "malati di ideologia", chi vede cioè nello strapotere dello Stato il dispensatore supremo dei diritti e dei servizi per i cittadini, chi crede che la cosa giusta sia essere forti con i deboli e deboli con i forti.
Un sistema scolastico ancora fortemente centralistico non può che rispondere a una logica della rendita politica tutta tesa a salvaguardare il tornaconto di burocrazie ministeriali e sindacati a dispetto dell’emergenza educativa del Paese.
Bisogna invece avere il coraggio di liberalizzare l’intero meccanismo, altrimenti lo scontro ideologico produrrà ulteriori danni a quello che è già una mastodontica e inefficiente struttura al servizio soltanto della corporazione che vi lavora.
Dobbiamo evitare che la scuola italiana ritorni a compiere gli stessi errori che comporterebbero un ulteriore abbassamento della qualità della scuola pubblica, ma soprattutto un impietoso "affamamento" della scuola libera.
Mario Mauro
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Con il decreto legge approvato a fine luglio, ai ministeri è stata data la piena discrezionalità rispetto alla scelta di come attuare i tagli di spesa previsti dal decreto.
Questa discrezionalità ha avuto come risultato che nel Bilancio di previsione dello Stato lo stanziamento previsto per il 2009 per le scuole paritarie viene ridotto di oltre 133 milioni di euro. Si passa da 535. 318. 000 a 401. 924. 000 euro, con un taglio del 25%.
Nei due anni successivi (2010 e 2011) lo stanziamento per le scuole paritarie prevede per il 2010 406 milioni di euro e nel 2011 la cifra viene tagliata ancora drasticamente di altri 94 milioni di euro: si passa da 406. 100. 000 a 312. 410. 000 euro. Un ulteriore taglio di quasi il 25%. In quattro anni dal (2008 al 2011) la cifra investita dallo Stato per le scuole paritarie viene dunque tagliata in totale di oltre il 40%. Da 535 milioni di euro si arriva a 312.
Un taglio che ricadrà esclusivamente sulle famiglie che scelgono la scuola paritaria, indebolendo fortemente la libertà di educazione nel nostro Paese.
Ancora più paradossale e preoccupante è il fatto che nel “Bilancio di previsione dello Stato per il 2009" la spesa complessiva riguardo il funzionamento dell’istruzione viene aumentata di 656 milioni di euro, con un forte aumento delle spese per l’istruzione primaria, secondaria di primo e di secondo grado.
Il problema può essere risolto in due modi: approvando l'emendamento dell'On. Toccafondi firmato anche da altri trenta deputati della maggioranza tra cui Maurizio Lupi, Valentina Aprea, Raffaello Vignali, Renato Farina e Antonio Palmieri, nel quale si prevede il reintegro dei fondi tagliati, oppure con un maxiemendamento del Governo che appone fiducia alla legge finanziaria e alla legge di bilancio di previsione.
Preoccupa altresì il fatto che sono dati assolutamente discordanti con la tendenza verso la strada dell'autonomia intrapresa dalla più parte dei paesi dell'Unione Europea, nei quali si è arrivati a capire quali sono i nemici da combattere per migliorare l'efficienza e la libertà di educazione dei cittadini: questi nemici sono i "malati di ideologia", chi vede cioè nello strapotere dello Stato il dispensatore supremo dei diritti e dei servizi per i cittadini, chi crede che la cosa giusta sia essere forti con i deboli e deboli con i forti.
Un sistema scolastico ancora fortemente centralistico non può che rispondere a una logica della rendita politica tutta tesa a salvaguardare il tornaconto di burocrazie ministeriali e sindacati a dispetto dell’emergenza educativa del Paese.
Bisogna invece avere il coraggio di liberalizzare l’intero meccanismo, altrimenti lo scontro ideologico produrrà ulteriori danni a quello che è già una mastodontica e inefficiente struttura al servizio soltanto della corporazione che vi lavora.
Dobbiamo evitare che la scuola italiana ritorni a compiere gli stessi errori che comporterebbero un ulteriore abbassamento della qualità della scuola pubblica, ma soprattutto un impietoso "affamamento" della scuola libera.
Mario Mauro
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Università - Mille studenti chiedono di far lezione, 18 si oppongono.
Il Consiglio di Facoltà di Scienze Politiche di giovedì 23 ottobre non ha votato alcuna forma di sospensione della didattica come invece appare in alcuni quotidiani nazionali. Al contrario, docenti e rappresentanti degli studenti hanno votato all’unanimità una mozione che auspica che «si sensibilizzi maggiormente il corpo studentesco e l’opinione pubblica (...) per evitare che prevalga l’immagine degli atenei come campi di battaglia».
L’Università oggi è effettivamente aperta. Vi sono docenti che oggi faranno lezione, ricevimento studenti, esami. Tanti altri l’avrebbero voluto fare, ma non “osano” mettersi contro il volere del preside. Se non sarà possibile svolgere alcuna attività didattica è solo per una decisione presa unicamente dal preside, partito per il Messico, senza il parere del Consiglio di Facoltà, per prevenire, così ha detto, l’intervento violento e antidemocratico di pochi. I soliti pochi che hanno avuto spazio nei servizi delle ultime settimane. Perché? C’è forse un “doppio fine” nel far credere che la protesta stia montando?
Negli ultimi due giorni c’è stata una raccolta di firme a Scienze Politiche. Si tratta di una petizione contro qualunque forma di sospensione della didattica, nella speranza che i mezzi di informazione dicano ciò che sta accadendo veramente in università. Risultato: 1025 firme raccolte in due giorni. Ci chiediamo allora: perchè vale di più lo sparuto gruppo di chi vuole interrompere le lezioni? (Si tratta infatti di 18/20 studenti iscritti a questa facoltà: tutti gli altri vengono da fuori). C’è forse un “doppio fine” nel far credere che la protesta stia montando?
All’università chi ci pensa? Paradossalmente a fare le spese di questa situazione è proprio l’università. Chi vuole veramente lavorare a una riforma del sistema viene sistematicamente censurato.
(Lista aperta Obiettivo Studenti e Unicentro di Scienze Politiche, Milano)
L’Università oggi è effettivamente aperta. Vi sono docenti che oggi faranno lezione, ricevimento studenti, esami. Tanti altri l’avrebbero voluto fare, ma non “osano” mettersi contro il volere del preside. Se non sarà possibile svolgere alcuna attività didattica è solo per una decisione presa unicamente dal preside, partito per il Messico, senza il parere del Consiglio di Facoltà, per prevenire, così ha detto, l’intervento violento e antidemocratico di pochi. I soliti pochi che hanno avuto spazio nei servizi delle ultime settimane. Perché? C’è forse un “doppio fine” nel far credere che la protesta stia montando?
Negli ultimi due giorni c’è stata una raccolta di firme a Scienze Politiche. Si tratta di una petizione contro qualunque forma di sospensione della didattica, nella speranza che i mezzi di informazione dicano ciò che sta accadendo veramente in università. Risultato: 1025 firme raccolte in due giorni. Ci chiediamo allora: perchè vale di più lo sparuto gruppo di chi vuole interrompere le lezioni? (Si tratta infatti di 18/20 studenti iscritti a questa facoltà: tutti gli altri vengono da fuori). C’è forse un “doppio fine” nel far credere che la protesta stia montando?
All’università chi ci pensa? Paradossalmente a fare le spese di questa situazione è proprio l’università. Chi vuole veramente lavorare a una riforma del sistema viene sistematicamente censurato.
(Lista aperta Obiettivo Studenti e Unicentro di Scienze Politiche, Milano)
martedì 28 ottobre 2008
Garavaglia: il ruolo pubblico svolto dalle scuole paritarie è un bene per tutti, da difendere
Senatrice Garavaglia, nonostante il clima di scontro dell’ultimo periodo, la scuola è e deve rimanere un banco di prova per un vero riformismo. Archiviata la manifestazione di sabato, è ora possibile ripartire per trovare punti di accordo tra maggioranza e opposizione?
Purtroppo il tema dell’incontro è stato impedito da come è stata posta da parte del governo la soluzione ai problemi della scuola. Quando il ministro Gelmini ha tenuto la sua prima audizione alle commissioni parlamentari, io mi sono lasciata andare ad espressioni di apprezzamento, indicando che si poteva prospettare un grande lavoro comune per il rilancio del nostro sistema scolastico. Poi, l’estate scorsa, è arrivato il decreto finanziario, in cui, prendere o lasciare, ci sono stati una serie di articoli a nostro modo di vedere tremendi, che mettono la scuola in ginocchio. Anche su questo noi abbiamo detto che avremmo lavorato in comune, cercando delle soluzioni in parlamento, anche perché sappiamo che l’Istruzione, come è successo anche nelle precedenti legislature, si trova in difficoltà a far valere di fronte al ministero dell’Economia le proprie ragioni.
Ma il dialogo può ripartire?
Io ribadisco che è un grande dolore il fatto che non si sia ancora trovata un’intesa, perché la scuola non può essere un terreno di scontro; dovrebbe invece essere argomento di dibattito, e su questo io sono disposta in ogni momento a ricominciare da capo. Ma se non c’è dibattito parlamentare e non c’è la possibilità di introdurre emendamenti, allora non ci può essere dialogo. Noi comunque non cambiamo parere, e aspettiamo che il governo apra una discussione, perché abbiamo idee che possono servire.
Un tema fondamentale, su cui si possono trovare convergenze tra maggioranza e una parte dell’opposizione, è la difesa della parità scolastica. Si teme però che in finanziaria possano essere previsti tagli, e c’è chi già protesta all’interno della maggioranza: cosa fare su questo terreno?
Io tengo alla scuola paritaria, come scuola che svolge un’importante funzione pubblica, da cui lo Stato non deve ritrarsi. Se la scuola paritaria risponde ai requisiti che le consentono di svolgere questa funzione, allora deve essere aiutata e sostenuta; e naturalmente è meglio aiutare il non profit che il profit. Noi, naturalmente, diciamo anche che la scuola deve essere valutata; quindi non è la scuola dei cosiddetti diplomifici che deve esser aiutata, bensì la scuola paritaria rappresentata dai tanti istituti seri che svolgono un lavoro di grande valore. Ad esempio, le scuole costituite da cooperative di genitori, così come la gran parte delle scuole cattoliche non sono diplomifici, e si inseriscono a pieno titolo in quelle realtà che svolgono una grande e utile funzione pubblica. Direi anche che il finanziamento, decretato con criteri rigorosi, può essere utile per distinguere e creare una selezione tra scuole che hanno valore e quelle che non l’hanno.
In effetti la difesa della parità ha un vero e proprio valore culturale, di cui può giovare l’intero sistema scolastico, non solo le scuole private.
Faccio un parallelo con la sanità, di cui mi sono a lungi occupata: nel campo sanitario il privato accreditato entra nella programmazione pubblica e corrisponde a criteri su cui il pubblico opera un controllo. Questo sistema misto pubblico-privato, basato sul criterio fondamentale dell’accreditamento, crea un bene per tutti. Motivo per cui non ci devono essere assolutamente disparità di trattamento, perché tutte le realtà che, in forme diverse, rientrano in questo sistema creano un bene per tutti.
La parità si colloca comunque sulla scia del più ampio discorso dell’autonomia; si parla anche della trasformazione della governance delle scuole, con il passaggio a fondazioni, come previsto ad esempio dal ddl Aprea: cosa ne pensa?
La scelta sta diventando difficile, perché se i tagli continuano la scelta della fondazione sarà solo una scappatoia per trovare fondi privati. Scuola e università sono un patrimonio di tutti, e soprattutto in momenti di crisi come questo è sbagliato pensare che l’affluenza di fondi da parte del privato possa essere un’ancora di salvezza per la scuola e l’università. Il ddl Aprea rimane comunque un progetto positivo; diciamo però che se si garantisce parità e autonomia vera, non è lo stato giuridico che conta. L’importante è guardare alla scuola come sede dell’autonomia e della libera scelta per le famiglie. Se garantisco l’autonomia e un budget da gestire, poi ogni scuola costruisce la propria risposta formativa, tenendo conto delle esigenze del territorio e della personalizzazione dei progetti educativi.
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Purtroppo il tema dell’incontro è stato impedito da come è stata posta da parte del governo la soluzione ai problemi della scuola. Quando il ministro Gelmini ha tenuto la sua prima audizione alle commissioni parlamentari, io mi sono lasciata andare ad espressioni di apprezzamento, indicando che si poteva prospettare un grande lavoro comune per il rilancio del nostro sistema scolastico. Poi, l’estate scorsa, è arrivato il decreto finanziario, in cui, prendere o lasciare, ci sono stati una serie di articoli a nostro modo di vedere tremendi, che mettono la scuola in ginocchio. Anche su questo noi abbiamo detto che avremmo lavorato in comune, cercando delle soluzioni in parlamento, anche perché sappiamo che l’Istruzione, come è successo anche nelle precedenti legislature, si trova in difficoltà a far valere di fronte al ministero dell’Economia le proprie ragioni.
Ma il dialogo può ripartire?
Io ribadisco che è un grande dolore il fatto che non si sia ancora trovata un’intesa, perché la scuola non può essere un terreno di scontro; dovrebbe invece essere argomento di dibattito, e su questo io sono disposta in ogni momento a ricominciare da capo. Ma se non c’è dibattito parlamentare e non c’è la possibilità di introdurre emendamenti, allora non ci può essere dialogo. Noi comunque non cambiamo parere, e aspettiamo che il governo apra una discussione, perché abbiamo idee che possono servire.
Un tema fondamentale, su cui si possono trovare convergenze tra maggioranza e una parte dell’opposizione, è la difesa della parità scolastica. Si teme però che in finanziaria possano essere previsti tagli, e c’è chi già protesta all’interno della maggioranza: cosa fare su questo terreno?
Io tengo alla scuola paritaria, come scuola che svolge un’importante funzione pubblica, da cui lo Stato non deve ritrarsi. Se la scuola paritaria risponde ai requisiti che le consentono di svolgere questa funzione, allora deve essere aiutata e sostenuta; e naturalmente è meglio aiutare il non profit che il profit. Noi, naturalmente, diciamo anche che la scuola deve essere valutata; quindi non è la scuola dei cosiddetti diplomifici che deve esser aiutata, bensì la scuola paritaria rappresentata dai tanti istituti seri che svolgono un lavoro di grande valore. Ad esempio, le scuole costituite da cooperative di genitori, così come la gran parte delle scuole cattoliche non sono diplomifici, e si inseriscono a pieno titolo in quelle realtà che svolgono una grande e utile funzione pubblica. Direi anche che il finanziamento, decretato con criteri rigorosi, può essere utile per distinguere e creare una selezione tra scuole che hanno valore e quelle che non l’hanno.
In effetti la difesa della parità ha un vero e proprio valore culturale, di cui può giovare l’intero sistema scolastico, non solo le scuole private.
Faccio un parallelo con la sanità, di cui mi sono a lungi occupata: nel campo sanitario il privato accreditato entra nella programmazione pubblica e corrisponde a criteri su cui il pubblico opera un controllo. Questo sistema misto pubblico-privato, basato sul criterio fondamentale dell’accreditamento, crea un bene per tutti. Motivo per cui non ci devono essere assolutamente disparità di trattamento, perché tutte le realtà che, in forme diverse, rientrano in questo sistema creano un bene per tutti.
La parità si colloca comunque sulla scia del più ampio discorso dell’autonomia; si parla anche della trasformazione della governance delle scuole, con il passaggio a fondazioni, come previsto ad esempio dal ddl Aprea: cosa ne pensa?
La scelta sta diventando difficile, perché se i tagli continuano la scelta della fondazione sarà solo una scappatoia per trovare fondi privati. Scuola e università sono un patrimonio di tutti, e soprattutto in momenti di crisi come questo è sbagliato pensare che l’affluenza di fondi da parte del privato possa essere un’ancora di salvezza per la scuola e l’università. Il ddl Aprea rimane comunque un progetto positivo; diciamo però che se si garantisce parità e autonomia vera, non è lo stato giuridico che conta. L’importante è guardare alla scuola come sede dell’autonomia e della libera scelta per le famiglie. Se garantisco l’autonomia e un budget da gestire, poi ogni scuola costruisce la propria risposta formativa, tenendo conto delle esigenze del territorio e della personalizzazione dei progetti educativi.
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Perché al Circo Massimo non erano due milioni e mezzo
Avrebbero potuto gridare dai microfoni della manifestazione di essere in cinque milioni, ma anche otto o dieci, qualunque cifra purché sotto il miliardo. Perché il Pd i numeri li aveva dati fin dall’inizio. La campagna in vista del 25 ottobre era partita con la pubblicità-patacca di una piazza colma di folla, peccato che fosse una foto scippata, quella dell’Angelus di una domenica a San Pietro. Viste le premesse, non poteva che finire così, con un’altra “patacca”, quella della cifra-monstre di due milioni e mezzo di partecipanti.
E dire che il Pd può vantare, tra i suoi fans, scienziati e professionisti di tutto rispetto, dal matematico Odifreddi all’architetto Fuksas. Gente in grado di calcolare e suggerire i numeri giusti, laici, duri e puri che credono nella legge dell’impenetrabilità dei corpi e un po’ meno nella moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Gente che può confermare che il Circo Massimo, cifre alla mano, non può contenere più di 250/300mila persone. È un calcolo molto semplice e che non si presta a equivoci: in un metro quadro possono stare (gomito a gomito e purché non si agitino più di tanto) quattro persone; il Circo Massimo ha un’estensione di 72mila metri quadrati che, moltiplicati per quattro, portano alla cifra di 288mila. A dir tanto.
Altra gente, tanta gente stava nelle strade vicine? Diciamo 50mila o 100mila? Siamo comunque stratosfericamente lontani dai due milioni e mezzo delle parole e dei sogni degli organizzatori.
Ma diciamo che sì, che quel numero è giusto. E allora non ci resta che certificare, calcoli alla mano che:
1. Su ogni metro quadrato del Circo Massimo si accalcavano 34,25 persone (abbracciate, impilate, sovrapposte, l’ultimo era a quindici metri da terra), un dato che conferma la giustezza da parte del Pd della scelta di un’area circense;
2. Dando per buoni centomila e più venuti da fuori, alla manifestazione ha partecipato i due terzi della popolazione della Capitale, inclusi neonati, infermi ed elettori del Popolo della Libertà, pronti a sbracciarsi per il Pd dopo aver sancito la vittoria di Alemanno alle recenti comunali.
La sinistra delle frottole, appunto.
E dire che il Pd può vantare, tra i suoi fans, scienziati e professionisti di tutto rispetto, dal matematico Odifreddi all’architetto Fuksas. Gente in grado di calcolare e suggerire i numeri giusti, laici, duri e puri che credono nella legge dell’impenetrabilità dei corpi e un po’ meno nella moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Gente che può confermare che il Circo Massimo, cifre alla mano, non può contenere più di 250/300mila persone. È un calcolo molto semplice e che non si presta a equivoci: in un metro quadro possono stare (gomito a gomito e purché non si agitino più di tanto) quattro persone; il Circo Massimo ha un’estensione di 72mila metri quadrati che, moltiplicati per quattro, portano alla cifra di 288mila. A dir tanto.
Altra gente, tanta gente stava nelle strade vicine? Diciamo 50mila o 100mila? Siamo comunque stratosfericamente lontani dai due milioni e mezzo delle parole e dei sogni degli organizzatori.
Ma diciamo che sì, che quel numero è giusto. E allora non ci resta che certificare, calcoli alla mano che:
1. Su ogni metro quadrato del Circo Massimo si accalcavano 34,25 persone (abbracciate, impilate, sovrapposte, l’ultimo era a quindici metri da terra), un dato che conferma la giustezza da parte del Pd della scelta di un’area circense;
2. Dando per buoni centomila e più venuti da fuori, alla manifestazione ha partecipato i due terzi della popolazione della Capitale, inclusi neonati, infermi ed elettori del Popolo della Libertà, pronti a sbracciarsi per il Pd dopo aver sancito la vittoria di Alemanno alle recenti comunali.
La sinistra delle frottole, appunto.
giovedì 16 ottobre 2008
Dov'è lo scandalo se si insegna l'italiano agli studenti stranieri?
Sono sempre più titanici e degni di nota gli sforzi di Repubblica per inventarsi un movimento degli studenti che non c’è: per ultimo il quotidiano di Ezio Mauro si è inventata una clamorosa occupazione della Statale con blocco delle lezioni che non c’è mai stata (era una gazzarra in rettorato da parte di 70-studenti-70), c’è nelle scuole quel che c’è sempre stato: in autunno cadono le foglie e si okkupano gli istituti.
Tristissima coercizione ripetitiva che si strascina da 40 anni contro tutti i ministri della Pubblica Istruzione, inclusi Rosa Russo Iervolino e Giuseppe Fioroni.
Come sempre, però, Repubblica fa di più che diffondere disinformatjia movimentista: fa anche da cassa di risonanza alle peggiori stupidaggini della sinistra e deforma a tal punto le notizie, da stravolgerle e rendere abbietto quel che è nobile. Terreno d’elezione di questa pratica di diretta derivazione moscovita di Largo Fochetti è l’immigrazione e la pubblicizzazione gridata – con ben più forza di qualsiasi movimento xenofobo in Europa - di episodi di razzismo, per lo più inventati di sana pianta (clamoroso il caso della somala “denudata”, risultata poi essere una trafficante di droga che rifiutava i dovuti controlli). Oggi è la volta (purtroppo a firma dell’eccellente Francesco Merlo) della invenzione pura e semplice di “classi differenziate per immigrati”, con tanto di svolazzi pindarici su classi in cui i reietti sarebbero relegati, naturalmente, “classi senza cielo”. Repubblica si inventa questa porcata –non c’è altro termine per definire una così smaccata alterazione della realtà - perché imboccata da Piero Fassino e dal Pd che ieri ha fatto baccano a Montecitorio a fronte di una proposta della Lega che è la più progressista possibile.
Il problema affrontato dall’emendamento della Lega è noto – ma non a Repubblica e a Fassino - ogni anno si iscrivono a classi di tutti gli ordini e grado, anche seconda e terza media, anche scuole medie superiori, bambini e ragazzi che non capiscono nulla, perché non conoscono la lingua. Il risultato di questo disastro è un disastro elevato all’ennesima potenza: questi studenti non possono materialmente capire, se non a spizzichi e bocconi, quanto viene detto dagli insegnanti, non possono scrivere i compiti, non comprendono le domande scritte sui libri. Per imparare l’italiano impiegano chi uno, chi due, chi tre anni. Ma per tutto questo periodo la scuola che fa? Li promuove, perché ovviamente gli insegnanti non se la sentono di “discriminarli”. In questo modo questi studenti vengono letteralmente “azzoppati”, perché nella loro formazione c’è un buco di uno, due, tre anni. Il risultato finale è una estrema difficoltà ad affrontare le scuole superiori, una resa scolastica nella fase di specializzazione anch’essa azzoppata, una vera, strisciante, discriminazione.
L’emendamento della Lega – corretto dal Pdl - fa fronte a questo vero e proprio disastro in modo diretto: gli studenti stranieri devono superare un test (sarà ai professori che lo terranno non renderlo fiscale, ovviamente) e se si appurerà che non sono in grado di comprendere l’insegnamento per problemi di lingua, frequenteranno dei corsi di italiano che gli permetteranno di accedere all’insegnamento alla pari dei ragazzi di madrelingua italiana. Naturalmente si può discutere sulla tecnicalità di questo provvedimento, ma è innegabile la sua ispirazione profondamente progressista, tesa a dare ai figli degli immigrati le stesse chances dei figli degli italiani.
Invece di ragionare sul tema, di proporre correzioni che rendessero ancora più esplicito questo fine, Piero Fassino e tutto il Pd si è scagliato contro la “discriminazione tra i più piccoli” e oggi Repubblica fa da Eco con un Merlo che non sapendo come fare a difendere l’indifendibile situazione esistente e la demenziale posizione conservatrice – ancora una volta - del Pd, si inventa le necessità che gli insegnanti si “dotino di archi con molte faretre” per risolvere il problema di classi semplicemente impossibili da gestire. Come sempre “la frase”, l’aggettivazione, l’immagine poetica per non risolvere niente, per mettere la testa sotto la sabbia, per allargare le ragioni materiali della differenza e quindi del possibile razzismo. Naturalmente don Sciortino di Famiglia Cristiana ci mette del suo e tanti altri esponenti della sinistra culturale e politica si lanciano nei soliti peana in lode della multiculturalità. Un monstrum che ha dominato e domina purtroppo non solo la sinistra, ma anche tanti settori della Chiesa e che ha costruito le basi degli stridori sempre più gravi che si sentono nella società del settentrione d’Italia. Un mito della multiculturalità che – peraltro - con le sue conseguenze folli, ha letteralmente regalato alla Lega il suo incredibile successo elettorale
Carlo Panella
Tratto dal sito www.loccidentale.it
Tristissima coercizione ripetitiva che si strascina da 40 anni contro tutti i ministri della Pubblica Istruzione, inclusi Rosa Russo Iervolino e Giuseppe Fioroni.
Come sempre, però, Repubblica fa di più che diffondere disinformatjia movimentista: fa anche da cassa di risonanza alle peggiori stupidaggini della sinistra e deforma a tal punto le notizie, da stravolgerle e rendere abbietto quel che è nobile. Terreno d’elezione di questa pratica di diretta derivazione moscovita di Largo Fochetti è l’immigrazione e la pubblicizzazione gridata – con ben più forza di qualsiasi movimento xenofobo in Europa - di episodi di razzismo, per lo più inventati di sana pianta (clamoroso il caso della somala “denudata”, risultata poi essere una trafficante di droga che rifiutava i dovuti controlli). Oggi è la volta (purtroppo a firma dell’eccellente Francesco Merlo) della invenzione pura e semplice di “classi differenziate per immigrati”, con tanto di svolazzi pindarici su classi in cui i reietti sarebbero relegati, naturalmente, “classi senza cielo”. Repubblica si inventa questa porcata –non c’è altro termine per definire una così smaccata alterazione della realtà - perché imboccata da Piero Fassino e dal Pd che ieri ha fatto baccano a Montecitorio a fronte di una proposta della Lega che è la più progressista possibile.
Il problema affrontato dall’emendamento della Lega è noto – ma non a Repubblica e a Fassino - ogni anno si iscrivono a classi di tutti gli ordini e grado, anche seconda e terza media, anche scuole medie superiori, bambini e ragazzi che non capiscono nulla, perché non conoscono la lingua. Il risultato di questo disastro è un disastro elevato all’ennesima potenza: questi studenti non possono materialmente capire, se non a spizzichi e bocconi, quanto viene detto dagli insegnanti, non possono scrivere i compiti, non comprendono le domande scritte sui libri. Per imparare l’italiano impiegano chi uno, chi due, chi tre anni. Ma per tutto questo periodo la scuola che fa? Li promuove, perché ovviamente gli insegnanti non se la sentono di “discriminarli”. In questo modo questi studenti vengono letteralmente “azzoppati”, perché nella loro formazione c’è un buco di uno, due, tre anni. Il risultato finale è una estrema difficoltà ad affrontare le scuole superiori, una resa scolastica nella fase di specializzazione anch’essa azzoppata, una vera, strisciante, discriminazione.
L’emendamento della Lega – corretto dal Pdl - fa fronte a questo vero e proprio disastro in modo diretto: gli studenti stranieri devono superare un test (sarà ai professori che lo terranno non renderlo fiscale, ovviamente) e se si appurerà che non sono in grado di comprendere l’insegnamento per problemi di lingua, frequenteranno dei corsi di italiano che gli permetteranno di accedere all’insegnamento alla pari dei ragazzi di madrelingua italiana. Naturalmente si può discutere sulla tecnicalità di questo provvedimento, ma è innegabile la sua ispirazione profondamente progressista, tesa a dare ai figli degli immigrati le stesse chances dei figli degli italiani.
Invece di ragionare sul tema, di proporre correzioni che rendessero ancora più esplicito questo fine, Piero Fassino e tutto il Pd si è scagliato contro la “discriminazione tra i più piccoli” e oggi Repubblica fa da Eco con un Merlo che non sapendo come fare a difendere l’indifendibile situazione esistente e la demenziale posizione conservatrice – ancora una volta - del Pd, si inventa le necessità che gli insegnanti si “dotino di archi con molte faretre” per risolvere il problema di classi semplicemente impossibili da gestire. Come sempre “la frase”, l’aggettivazione, l’immagine poetica per non risolvere niente, per mettere la testa sotto la sabbia, per allargare le ragioni materiali della differenza e quindi del possibile razzismo. Naturalmente don Sciortino di Famiglia Cristiana ci mette del suo e tanti altri esponenti della sinistra culturale e politica si lanciano nei soliti peana in lode della multiculturalità. Un monstrum che ha dominato e domina purtroppo non solo la sinistra, ma anche tanti settori della Chiesa e che ha costruito le basi degli stridori sempre più gravi che si sentono nella società del settentrione d’Italia. Un mito della multiculturalità che – peraltro - con le sue conseguenze folli, ha letteralmente regalato alla Lega il suo incredibile successo elettorale
Carlo Panella
Tratto dal sito www.loccidentale.it
Gelmini: la scuola diventi terreno di confronto privilegiato.
Ministro Gelmini, ora che il testo del decreto è statoapprovato in aula le vorrei chiedere di spiegare a tutti, studenti, famiglie e docenti qual è sinteticamente il contributo utile e positivo che la scuola italiana ottiene da questa legge: cioè, in che cosa potrà migliorare la nostra scuola?
Parto dalla novità più contestata: la reintroduzione del maestro unico, anzi, come occorrerebbe dire, del maestro al posto del modulo. Mi è stato contestato di essere partita a cambiare un sistema di eccellenza, ma è proprio così? Cosa misurano i test internazionali? La capacità di lettura di un testo. Ebbene, è una competenza che viene rapidamente persa, come mostrano le prove degli anni successivi. Resta un fatto: e cioè che i “figli” della riforma del 1990 hanno visto crollare la loro capacità di leggere, scrivere, far di conto. Insomma, le basi, le fondamenta su cui poi costruire un percorso di istruzione in grado di andare anche oltre gli anni di scuola o di università. Il contrario di quanto capita. Il maestro è una scelta pedagogica forte, che torna a individuare una figura di riferimento per i bambini, mentre la scelta del 1990, quando il modulo venne introdotto, fu occupazionale ed ebbe anche il risultato di bruciare miliardi di risorse che sarebbero potuti servire per gli investimenti, a partire dall’aumento degli stipendi per gli insegnanti. Secondo punto, la duplice previsione dell’insegnamento di “Cittadinanza e costituzione” e la reintroduzione del voto in condotta vogliono innestare un processo vero di alfabetizzazione civile, che parte dalla conoscenza delle regole e dal loro rispetto. Terzo, la reintroduzione dei voti in decimi vuole contribuire a ridare chiarezza alla scuola. Quarto, è previsto un nuovo impulso all’edilizia scolastica. Ogni edificio scolastico è, in fondo, il biglietto da visita con cui la Repubblica si presenta ai futuri cittadini. Se un edificio scolastico è cadente o inadeguato, anche l’istituzione pubblica e l’istruzione verranno considerate cadenti e inadeguate.
Il fronte sindacale sembrava fino a qualche giorno fa unito intorno alla proposta di sciopero generale; ora invece sembra che alcuni posizioni siano ancora aperte. È possibile secondo lei che si arrivi a trovare un accordo almeno con una parte del sindacato?
Io spero ancora che il richiamo alla ragionevolezza vinca sulla paura del cambiamento. E’ stato così per la vicenda Alitalia, del resto, dove le frange conservatrici del sindacato sono rimaste isolate. Capisco che sul terreno della scuola, che coinvolge milioni di persone, questo processo sia più complicato. Ma non mi arrendo e guardo con attenzione sia alle aperture del segretario generale della CISL Raffaele Bonanni che del segretario generale della Uil Angeletti. La scuola deve passare da essere terreno di scontro privilegiato a terreno di confronto privilegiato. Si tratterebbe di una vera rivoluzione culturale, per attuare la quale sarebbe necessario mettere da parte da un lato gli interessi corporativi e la difesa della situazione attuale, dall’altro di utilizzare la scuola per altri scopi: e cioè per dare fiato a una opposizione a tutt’oggi in crisi di idee e proposte. Ci sono due slogan che rendono difficile il processo riformatore in Italia. E cioè il benaltrismo (“ma la questione è ben altra!”) e il “piùsoldismo”, l’illusione che ogni problema si risolva concedendo più risorse. La storia italiana è piena di esempi dove “benaltrismo” e “piùsoldismo” hanno prodotto spreco di risorse e incancrenirsi dei problemi. Se un motore è guasto, è inutile e controproducente mettere più benzina nel serbatoio. Io dico aggiustiamo il motore, restituiamo alla scuola i compiti che le sono propri, innalziamo il livello di qualità avendo al centro i nostri ragazzi e il loro futuro.
Guardiamo al futuro, e alle prossime scelte che lei affronterà. In alcune dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi lei ha rilanciato il tema della trasformazione delle scuole in fondazioni: quale sarà il percorso concreto per arrivare a questo modello di governance delle scuole, la cui positività è testata a livello internazionale?
La possibilità di trasformare le scuole in fondazioni è attualmente oggetto di dibattito alla commissione cultura della camera dei deputati a partire dal progetto di legge presentato da Valentina Aprea. Io spero che il confronto metta per una volta da parte le lenti delle ideologie e affronti il dibattito nei suoi termini reali. Per intenderci, farneticare di fondazioni come forma di “privatizzazione” della scuola mi sembrerebbe assolutamente fuori tema e frutto della volontà di disinformare. La domanda giusta è un’altra. Si tratta o meno di una opportunità per le “scuole dell’autonomia”, una autonomia, peraltro, rimasta in larga parte sulla carta? E’ in grado di attrarre nuove risorse dalla società? Ci consente di creare un nuovo rapporto, anzi, di tornare a gettare un ponte tra scuola e società? Io credo di sì. Il presupposto per un dibattito sereno e costruttivo è che si parta dalla realtà, non dalle sovrapposizioni ideologiche o peggio dietrologiche.
Un aspetto positivo delle scuole paritarie è che in molti casi sono scuole costituite in fondazioni dove il dirigente ha il potere di decidere, dove gli insegnanti sono adeguatamente motivati. Guardo pragmaticamente alla realtà, agli esempi positivi per declinarli in tutto il paese.
Il discorso della governance delle scuole e dell’autonomia va di pari passo con quello della positiva concorrenza fra scuole e quindi della libera scelta da parte degli utenti. Lei ha più volte usato parole di apprezzamento per il sistema lombardo della “dote scuola”: come questo sistema può diventare un modello anche a livello nazionale?
La Regione Lombardia è da sempre una delle punte di lancia dell’innovazione. Vorrei ricordare quanto realizzato, in materia di secondo ciclo dell’Istruzione, da Marino Bassi, che arrivò a sperimentare in Lombardia quanto poi è confluito nella Legge Moratti: e cioè la possibilità reale di innalzare il livello di scolarizzazione valorizzando anche la formazione personale. Un approccio pragmatico che ho fatto mio, in base al principio che occorre valorizzare il talento di ognuno, cercare percorsi personalizzati che facciano sì che ogni ragazzo stia bene a scuola e trovi a scuola gli strumenti per realizzare il proprio progetto di vita. La dote scuola ha rappresentato una importante innovazione, partita dal precedente buono scuola e da un sistema di borse di studio e contributi assolutamente all’avanguardia. Si tratta di esperienze estremamente positive, soprattutto perché partono da due presupposti: la libertà di scelta delle famiglie e la loro valutazione “dal basso” dei servizi.
Quale percorso prevede invece per introdurre quella differenziazione di carriera per i docenti che può essere la sola base della valorizzazione di questa tanto importante quanto snobbata professione?
Uno dei miei obiettivi di legislatura è di ridare agli insegnanti uno status sociale ed economico all’altezza della loro missione. L’inverso di quanto purtroppo è successo in Italia, dove si è preferito dare poco a molti chiedendo poco in cambio. Nella scuola che ho in mente sarà del tutto normale che un docente preparato, impegnato e responsabile sia destinato ad avere un premio per il proprio lavoro. Io ritengo realistico pensare a riconoscimenti fino a 7 mila euro l’anno, per dare un ordine di grandezza, che verranno erogati gradualmente già a partire dal 2010-2011, a un numero di docenti inizialmente più limitato ma che entro la fine della legislatura coprirà una percentuale rilevante. Ai tantissimi docenti che in questi anni hanno mandato avanti la scuola, spesso anche con sacrifici, penso che dobbiamo guardare con riconoscenza, e non solo a parole, come si è fatto finora, ma finalmente con iniziative concrete. Le risorse necessarie deriveranno da un recupero di efficienza del sistema scolastico e amministrativo e dai risparmi, il 30 per cento dei quali - come ha previsto la recente legge n. 133 - verranno reinvestiti per lo sviluppo della carriera. In particolare attraverso l’eliminazione degli sprechi e la riqualificazione della spesa realizzeremo economie per 7. 8 miliardi di euro entro il 2012. Ne reinvestiremo oltre 2 miliardi di euro nel triennio 2010-2012, e in particolare 956 milioni a partire dal 2012. E in prospettiva ci poniamo l’obiettivo di arrivare a stipendi più elevati. Ma c’è un altro aspetto del problema da mettere al centro dell’agenda politica. Per troppo tempo si è ritenuto che chiunque potesse fare l’insegnante e per troppo tempo si sono riempite le graduatorie, creando sacche di centinaia di migliaia di precari. Occorre intervenire sui meccanismi di formazione degli insegnanti e di selezione, per impedire che persone inadeguate entrino in aula e mettere fine allo sconcio di docenti che entrano di ruolo a quarant’anni. E occorre dare agli insegnanti una prospettiva di carriera legata al merito e non agli scatti di anzianità. Il che non può essere fatto senza un sistema di valutazione serio e condiviso dei risultati della didattica, che tenga conto delle situazioni di partenza e misuri i progressi fatti.
Quali altre novità ci potranno essere nel prossimo futuro? Si è parlato anche di un cambio per quanto riguarda la maturità…
Una commissione ministeriale è già all’opera e attendo il risultato del loro lavoro. Le proposte, comunque, potranno vedere la luce a partire dalla maturità 2009/2010. C’è invece un aspetto su cui vorrei concentrami. E’ riassunto dalla parola semplificazione. Abbiamo meccanismi burocratici che appesantiscono la vita dei docenti. Il docente non è chiamato più solo a insegnare, ma ha una serie di incombenze, di riunioni, di adempimenti burocratici che non servono a nulla. E non parliamo dei dirigenti scolastici, soffocati dalle scartoffie. Allora diamo un taglio alla burocrazia, semplifichiamo il linguaggio anche delle circolari, riduciamo il numero delle norme che nel corso dei decenni si sono stratificate dando vita a una legislazione farraginosa, contraddittoria, spesso incomprensibile. Soprattutto, ricostruiamo un linguaggio comune alla comunità scolastica, comprensibile per i genitori e per gli stessi studenti.
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Parto dalla novità più contestata: la reintroduzione del maestro unico, anzi, come occorrerebbe dire, del maestro al posto del modulo. Mi è stato contestato di essere partita a cambiare un sistema di eccellenza, ma è proprio così? Cosa misurano i test internazionali? La capacità di lettura di un testo. Ebbene, è una competenza che viene rapidamente persa, come mostrano le prove degli anni successivi. Resta un fatto: e cioè che i “figli” della riforma del 1990 hanno visto crollare la loro capacità di leggere, scrivere, far di conto. Insomma, le basi, le fondamenta su cui poi costruire un percorso di istruzione in grado di andare anche oltre gli anni di scuola o di università. Il contrario di quanto capita. Il maestro è una scelta pedagogica forte, che torna a individuare una figura di riferimento per i bambini, mentre la scelta del 1990, quando il modulo venne introdotto, fu occupazionale ed ebbe anche il risultato di bruciare miliardi di risorse che sarebbero potuti servire per gli investimenti, a partire dall’aumento degli stipendi per gli insegnanti. Secondo punto, la duplice previsione dell’insegnamento di “Cittadinanza e costituzione” e la reintroduzione del voto in condotta vogliono innestare un processo vero di alfabetizzazione civile, che parte dalla conoscenza delle regole e dal loro rispetto. Terzo, la reintroduzione dei voti in decimi vuole contribuire a ridare chiarezza alla scuola. Quarto, è previsto un nuovo impulso all’edilizia scolastica. Ogni edificio scolastico è, in fondo, il biglietto da visita con cui la Repubblica si presenta ai futuri cittadini. Se un edificio scolastico è cadente o inadeguato, anche l’istituzione pubblica e l’istruzione verranno considerate cadenti e inadeguate.
Il fronte sindacale sembrava fino a qualche giorno fa unito intorno alla proposta di sciopero generale; ora invece sembra che alcuni posizioni siano ancora aperte. È possibile secondo lei che si arrivi a trovare un accordo almeno con una parte del sindacato?
Io spero ancora che il richiamo alla ragionevolezza vinca sulla paura del cambiamento. E’ stato così per la vicenda Alitalia, del resto, dove le frange conservatrici del sindacato sono rimaste isolate. Capisco che sul terreno della scuola, che coinvolge milioni di persone, questo processo sia più complicato. Ma non mi arrendo e guardo con attenzione sia alle aperture del segretario generale della CISL Raffaele Bonanni che del segretario generale della Uil Angeletti. La scuola deve passare da essere terreno di scontro privilegiato a terreno di confronto privilegiato. Si tratterebbe di una vera rivoluzione culturale, per attuare la quale sarebbe necessario mettere da parte da un lato gli interessi corporativi e la difesa della situazione attuale, dall’altro di utilizzare la scuola per altri scopi: e cioè per dare fiato a una opposizione a tutt’oggi in crisi di idee e proposte. Ci sono due slogan che rendono difficile il processo riformatore in Italia. E cioè il benaltrismo (“ma la questione è ben altra!”) e il “piùsoldismo”, l’illusione che ogni problema si risolva concedendo più risorse. La storia italiana è piena di esempi dove “benaltrismo” e “piùsoldismo” hanno prodotto spreco di risorse e incancrenirsi dei problemi. Se un motore è guasto, è inutile e controproducente mettere più benzina nel serbatoio. Io dico aggiustiamo il motore, restituiamo alla scuola i compiti che le sono propri, innalziamo il livello di qualità avendo al centro i nostri ragazzi e il loro futuro.
Guardiamo al futuro, e alle prossime scelte che lei affronterà. In alcune dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi lei ha rilanciato il tema della trasformazione delle scuole in fondazioni: quale sarà il percorso concreto per arrivare a questo modello di governance delle scuole, la cui positività è testata a livello internazionale?
La possibilità di trasformare le scuole in fondazioni è attualmente oggetto di dibattito alla commissione cultura della camera dei deputati a partire dal progetto di legge presentato da Valentina Aprea. Io spero che il confronto metta per una volta da parte le lenti delle ideologie e affronti il dibattito nei suoi termini reali. Per intenderci, farneticare di fondazioni come forma di “privatizzazione” della scuola mi sembrerebbe assolutamente fuori tema e frutto della volontà di disinformare. La domanda giusta è un’altra. Si tratta o meno di una opportunità per le “scuole dell’autonomia”, una autonomia, peraltro, rimasta in larga parte sulla carta? E’ in grado di attrarre nuove risorse dalla società? Ci consente di creare un nuovo rapporto, anzi, di tornare a gettare un ponte tra scuola e società? Io credo di sì. Il presupposto per un dibattito sereno e costruttivo è che si parta dalla realtà, non dalle sovrapposizioni ideologiche o peggio dietrologiche.
Un aspetto positivo delle scuole paritarie è che in molti casi sono scuole costituite in fondazioni dove il dirigente ha il potere di decidere, dove gli insegnanti sono adeguatamente motivati. Guardo pragmaticamente alla realtà, agli esempi positivi per declinarli in tutto il paese.
Il discorso della governance delle scuole e dell’autonomia va di pari passo con quello della positiva concorrenza fra scuole e quindi della libera scelta da parte degli utenti. Lei ha più volte usato parole di apprezzamento per il sistema lombardo della “dote scuola”: come questo sistema può diventare un modello anche a livello nazionale?
La Regione Lombardia è da sempre una delle punte di lancia dell’innovazione. Vorrei ricordare quanto realizzato, in materia di secondo ciclo dell’Istruzione, da Marino Bassi, che arrivò a sperimentare in Lombardia quanto poi è confluito nella Legge Moratti: e cioè la possibilità reale di innalzare il livello di scolarizzazione valorizzando anche la formazione personale. Un approccio pragmatico che ho fatto mio, in base al principio che occorre valorizzare il talento di ognuno, cercare percorsi personalizzati che facciano sì che ogni ragazzo stia bene a scuola e trovi a scuola gli strumenti per realizzare il proprio progetto di vita. La dote scuola ha rappresentato una importante innovazione, partita dal precedente buono scuola e da un sistema di borse di studio e contributi assolutamente all’avanguardia. Si tratta di esperienze estremamente positive, soprattutto perché partono da due presupposti: la libertà di scelta delle famiglie e la loro valutazione “dal basso” dei servizi.
Quale percorso prevede invece per introdurre quella differenziazione di carriera per i docenti che può essere la sola base della valorizzazione di questa tanto importante quanto snobbata professione?
Uno dei miei obiettivi di legislatura è di ridare agli insegnanti uno status sociale ed economico all’altezza della loro missione. L’inverso di quanto purtroppo è successo in Italia, dove si è preferito dare poco a molti chiedendo poco in cambio. Nella scuola che ho in mente sarà del tutto normale che un docente preparato, impegnato e responsabile sia destinato ad avere un premio per il proprio lavoro. Io ritengo realistico pensare a riconoscimenti fino a 7 mila euro l’anno, per dare un ordine di grandezza, che verranno erogati gradualmente già a partire dal 2010-2011, a un numero di docenti inizialmente più limitato ma che entro la fine della legislatura coprirà una percentuale rilevante. Ai tantissimi docenti che in questi anni hanno mandato avanti la scuola, spesso anche con sacrifici, penso che dobbiamo guardare con riconoscenza, e non solo a parole, come si è fatto finora, ma finalmente con iniziative concrete. Le risorse necessarie deriveranno da un recupero di efficienza del sistema scolastico e amministrativo e dai risparmi, il 30 per cento dei quali - come ha previsto la recente legge n. 133 - verranno reinvestiti per lo sviluppo della carriera. In particolare attraverso l’eliminazione degli sprechi e la riqualificazione della spesa realizzeremo economie per 7. 8 miliardi di euro entro il 2012. Ne reinvestiremo oltre 2 miliardi di euro nel triennio 2010-2012, e in particolare 956 milioni a partire dal 2012. E in prospettiva ci poniamo l’obiettivo di arrivare a stipendi più elevati. Ma c’è un altro aspetto del problema da mettere al centro dell’agenda politica. Per troppo tempo si è ritenuto che chiunque potesse fare l’insegnante e per troppo tempo si sono riempite le graduatorie, creando sacche di centinaia di migliaia di precari. Occorre intervenire sui meccanismi di formazione degli insegnanti e di selezione, per impedire che persone inadeguate entrino in aula e mettere fine allo sconcio di docenti che entrano di ruolo a quarant’anni. E occorre dare agli insegnanti una prospettiva di carriera legata al merito e non agli scatti di anzianità. Il che non può essere fatto senza un sistema di valutazione serio e condiviso dei risultati della didattica, che tenga conto delle situazioni di partenza e misuri i progressi fatti.
Quali altre novità ci potranno essere nel prossimo futuro? Si è parlato anche di un cambio per quanto riguarda la maturità…
Una commissione ministeriale è già all’opera e attendo il risultato del loro lavoro. Le proposte, comunque, potranno vedere la luce a partire dalla maturità 2009/2010. C’è invece un aspetto su cui vorrei concentrami. E’ riassunto dalla parola semplificazione. Abbiamo meccanismi burocratici che appesantiscono la vita dei docenti. Il docente non è chiamato più solo a insegnare, ma ha una serie di incombenze, di riunioni, di adempimenti burocratici che non servono a nulla. E non parliamo dei dirigenti scolastici, soffocati dalle scartoffie. Allora diamo un taglio alla burocrazia, semplifichiamo il linguaggio anche delle circolari, riduciamo il numero delle norme che nel corso dei decenni si sono stratificate dando vita a una legislazione farraginosa, contraddittoria, spesso incomprensibile. Soprattutto, ricostruiamo un linguaggio comune alla comunità scolastica, comprensibile per i genitori e per gli stessi studenti.
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
martedì 14 ottobre 2008
Ore 9, lezione di corteo
Quando ieri la nostra Maria Sorbi ci ha portato la notizia - che potete leggere in tutti i dettagli a pagina 14 - abbiamo pensato a uno scherzo. Solo dopo le insistite rassicurazioni sue e del capocronista ci siamo rassegnati: non si trattava di uno scherzo ma di una realtà, non sappiamo se più esilarante o più preoccupante.
La notizia è la seguente: ieri, in due scuole medie superiori di Milano e all’Università Statale, si è tenuta un’ora abbondante di «lezione di corteo». I ragazzi hanno sfilato per i corridoi provando cori, striscioni e slogan in vista di venerdì, giorno della mega-manifestazione anti-Gelmini, o meglio Gelminator, come è già stata ribattezzata la ministra, a riprova dell’efficienza dei nuovi corsi.
Corsi che non sono affatto destinati a estinguersi dopo venerdì. D’ora in poi, a rotazione, in tutte le scuole di Milano ci sarà alle ore 9, al posto della lezione di chimica, la lezione di neomovimentismo studentesco, con la speranza che ci si fermi appunto ai cori e agli slogan, e non ci sia qualche «insegnante» che voglia riesumare i vecchi «servizi d’ordine» dei begli anni formidabili.
Naturalmente tutto questo non è né organizzato né autorizzato da presidi e professori, bensì da un gruppo che si fa chiamare «Coordinamento dei collettivi studenteschi», secondo una terminologia talmente nuova da essere presa paro paro dal vocabolario dei genitori. C’è però il sospetto, anzi qualcosa di più di un sospetto, che come negli anni Settanta buona parte del corpo docente chiuda un occhio, o meglio ancora tutti e due: un po’ perché sono d’accordo nel contestare chiunque metta mano allo status quo della scuola, un po’ per quieto vivere. Non si spiegherebbe altrimenti come sia possibile che gli studenti possano far cortei in corridoio anziché stare in aula.
Beata gioventù: per loro, il primo corteo è un po’ come il ballo delle debuttanti, è giusto che si facciano il trucco e si scelgano l’abito della festa. È la pavida quiescenza degli adulti, che preoccupa un po’: degli adulti che dovrebbero educare, e di quelli che venerdì parleranno di grande, democratica e spontanea mobilitazione di massa.
Michele Brambilla
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 14.10.2008
La notizia è la seguente: ieri, in due scuole medie superiori di Milano e all’Università Statale, si è tenuta un’ora abbondante di «lezione di corteo». I ragazzi hanno sfilato per i corridoi provando cori, striscioni e slogan in vista di venerdì, giorno della mega-manifestazione anti-Gelmini, o meglio Gelminator, come è già stata ribattezzata la ministra, a riprova dell’efficienza dei nuovi corsi.
Corsi che non sono affatto destinati a estinguersi dopo venerdì. D’ora in poi, a rotazione, in tutte le scuole di Milano ci sarà alle ore 9, al posto della lezione di chimica, la lezione di neomovimentismo studentesco, con la speranza che ci si fermi appunto ai cori e agli slogan, e non ci sia qualche «insegnante» che voglia riesumare i vecchi «servizi d’ordine» dei begli anni formidabili.
Naturalmente tutto questo non è né organizzato né autorizzato da presidi e professori, bensì da un gruppo che si fa chiamare «Coordinamento dei collettivi studenteschi», secondo una terminologia talmente nuova da essere presa paro paro dal vocabolario dei genitori. C’è però il sospetto, anzi qualcosa di più di un sospetto, che come negli anni Settanta buona parte del corpo docente chiuda un occhio, o meglio ancora tutti e due: un po’ perché sono d’accordo nel contestare chiunque metta mano allo status quo della scuola, un po’ per quieto vivere. Non si spiegherebbe altrimenti come sia possibile che gli studenti possano far cortei in corridoio anziché stare in aula.
Beata gioventù: per loro, il primo corteo è un po’ come il ballo delle debuttanti, è giusto che si facciano il trucco e si scelgano l’abito della festa. È la pavida quiescenza degli adulti, che preoccupa un po’: degli adulti che dovrebbero educare, e di quelli che venerdì parleranno di grande, democratica e spontanea mobilitazione di massa.
Michele Brambilla
Tratto dal quotidiano Il Giornale del 14.10.2008
Costruiamo insieme ai cittadini l’Unione Europea come una cattedrale
La Mostra dal titolo “Il realismo di Gaudì e la speranza dell’Europa” inaugurata mercoledì scorso al Parlamento europeo di Bruxelles è innanzitutto la storia di un’amicizia. Una storia che ha molti parallelismi, un percorso comune, un’amicizia appunto, che permette di vedere la realtà come punto di partenza.
Come Gaudì anche i padri fondatori dell’Europa unita Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi e Robert Schuman sono partiti dalla realtà per costruire qualcosa di unico e di geniale. La realtà di 50 anni fa era il disastro della seconda guerra mondiale. Hanno regalato all’Europa 50 anni di pace e sviluppo mettendosi insieme su ciò che fino a qual momento li aveva divisi: il Carbone e l’acciaio.
Come spiegare questa mostra e la tesi che intende dimostrare, il parallelismo tra una Chiesa, la Sagrada Familia, e un’istituzione, l’Unione europea? Come spiegare l’amicizia che mi ha unito, improvvisamente, con Etsuro Sotoo, conosciuto per caso durante una visita in Spagna? Come spiegare il momento in cui ci siamo guardati negli occhi e abbiamo intravisto lo stesso desiderio, a partire dall’indagine della realtà, di costruire qualcosa di buono? «Gli amici sono coloro che guardandosi negli occhi riconoscono la presenza di un Dio» (Platone, Convivio).
La mostra, bella, articolata, con spiegazioni teoriche, immagini, laboratori creativi, cerca di sintetizzare l’idea “Il realismo di Gaudì e la costruzione dell’Europa”.
La Sagrada Familia fu l’interpretazione straordinaria di un uomo fuori dal comune che ebbe la capacità di stupire i suoi contemporanei, e continua a stupire anche oggi; la Sagrada Familia è un'opera in cui in cui si avverte profondamente il distaccarsi dell'artista dalla tradizione storica, in favore di una invenzione formale estremamente libera e fantastica, nacque infatti dallo stravolgimento di un progetto di chiesa neogotica tradizionale per diventare un capolavoro unico nel suo genere.
Se l’idea rivoluzionaria alla base di tale edificio può essere paragonata alla nascita delle istituzioni comunitarie, nate anch’esse dall’idea azzardatissima di Konrad Adenauer, Alcide De Gaspari e Robert Schuman, le due “costruzioni” sono ancora più simili per il fatto che non sono ancora completate, ma sono in una continua, lenta evoluzione.
Entrambe procedono a piccoli passi, quasi per tentativi, con lunghe battute d’arresto e improvvise accelerate, un incendio, la bocciatura di un referendum, un nuovo architetto, un nuovo trattato….
Per entrambe un problema significativo è trovare persone che sappiano, con umiltà, riproporre, attualizzare e reinterpretare i disegni originali, lasciando però inalterato lo spirito iniziale.
Etsuro Sotoo è una di queste persone, che con le sue capacità tecniche, e la sua creatività, ma soprattutto con la sua umanità e la sua immensa forza morale, ha saputo cogliere lo spirito di Gaudì, ha saputo dirigere lo sguardo in alto, guardando, magari da un altro punto di vista, lo stesso obbiettivo.
Nella mia attività parlamentare ho spesso denunciato l’allontanamento dell’Europa dal pensiero dai padri fondatori, dalla propria natura, dalla propria radice culturale, dalla radice dell’esperienza di dialogo e di convivenza tra gli uomini, l’apostasia dall’Europa stessa, che per non scontentare nessuno, da garante del diritto si è trasformata in un supermarket dei diritti, dove è tutto dovuto e dove il relativismo la fa da padrone.
Dobbiamo guardare in avanti, anzi in alto, tutta la Sagrada Familia si basa su un progetto che non si espande in orizzontale, seppur con una planimetria di notevoli dimensioni, ma si lancia verso il cielo con torri, pinnacoli, guglie, forse dall’aspetto incerto, ma bellissimi. Anche l’Unione Europea si costruisce su pilastri, magari fragili, che necessitano di supporto, ma fondamentali per reggere l’architettura, su torri, una diversa dall’altra, su nazioni, ognuna con le sue necessità, le sue potenzialità, i suoi problemi, sulle persone, che come pietre vive, portano ognuna il suo piccolo ma indispensabile contributo nel sostenere il peso dell’intera struttura.
Gaudì prendeva le pietre da costruzione che gli capitavano, una diversa dall’altra, e da queste definiva molti particolari man mano che la costruzione avanzava, invece di averli teorizzati in precedenza nei suoi piani.
La facciata della Natività è di una bellezza intensissima, le sculture, la composizione della scena, il movimento delle figure trasmettono una sensazione di forte spiritualità. Etsuro Sotoo riesce a usare la pietra per trasformarla in qualcosa di vivo, quasi di reale, che però allo stesso tempo nasconde una moltitudine di significati profondi nascosti ad uno sguardo superficiale. Del resto tutto il tempio, dalla struttura generale al dettaglio più piccolo, racchiude una moltitudine di simboli che rimandano a un altro piano di significati. Anche la bandiera europea ha una doppia chiave di lettura, è emblema del progetto politico nato più di cinquant’anni fa, ma ha anche un significato profondamente cristiano: riprende l’immagine della cosiddetta Medaglia Miracolosa - quella Medaglia cioè che nella cultura cattolica rappresenta l'apparizione a Catherine Laburè a Parigi della Vergine nel 1837, quella stessa medaglia che portava Bernardette Soubirous nel momento dell’apparizione della Madonna a Lourdes - e che ripropone l’immagine dell’Apocalisse della Vergine come una Donna con sul capo una corona di dodici stelle e sulle spalle un manto del colore della notte.
L'edificio è ancora in costruzione e i lavori procedono, finanziati da donazioni private, purtroppo a rilento. Ma se si visita la chiesa, ancora un cantiere, ci si trova in mezzo a un brulichio di persone che lavorano, scelgono le pietre, le modellano... Anche l’Unione Europea sembra oggi aver rallentato il suo passo: la doppia bocciatura della Costituzione europea e del trattato di Lisbona sembra aver arrestato il processo d’integrazione, ma se si viene in visita al Parlamento, alla Commissione, allora si vedrà un incessante lavorio di persone che si danno da fare perché credono alla costruzione di un’Europa unita. Bisogna quindi sollecitare il contributo degli Stati membri e dei Governi, ma soprattutto dei cittadini europei, veri “costruttori” del progetto europeo.
La speranza è che questa mostra esemplificandoci il messaggio che c’è dietro alla costruzione della Sagrada Familia, ci riporti alla missione che sta davanti all’Unione Europea: non lasciarsi scoraggiare, ma proseguire a piccoli passi sulla strada indicataci dai padri fondatori, una strada di pace, giustizia e sviluppo.
Come ricorda nel suo commento Javier Prades, «guardando in azione i promotori di questa iniziativa si comprende meglio il criterio culturale di Benedetto XVI, quando parlava dei monaci medievali: “Bisogna ammettere con realismo che non era loro intenzione creare una cultura, né volevano conservare una cultura del passato. La loro motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era: quarere Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane per sempre. Cercavano, da uomini vivi, dentro la vita. Dietro le apparenze, le ricchezze, il potere e perfino l’‘erudizione’ fine a se stessa, nei monasteri medioevali si tendeva a ciò che apparenza non è, a ciò che è vero. Cercavano Dio”».
Mario Mauro
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Come Gaudì anche i padri fondatori dell’Europa unita Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi e Robert Schuman sono partiti dalla realtà per costruire qualcosa di unico e di geniale. La realtà di 50 anni fa era il disastro della seconda guerra mondiale. Hanno regalato all’Europa 50 anni di pace e sviluppo mettendosi insieme su ciò che fino a qual momento li aveva divisi: il Carbone e l’acciaio.
Come spiegare questa mostra e la tesi che intende dimostrare, il parallelismo tra una Chiesa, la Sagrada Familia, e un’istituzione, l’Unione europea? Come spiegare l’amicizia che mi ha unito, improvvisamente, con Etsuro Sotoo, conosciuto per caso durante una visita in Spagna? Come spiegare il momento in cui ci siamo guardati negli occhi e abbiamo intravisto lo stesso desiderio, a partire dall’indagine della realtà, di costruire qualcosa di buono? «Gli amici sono coloro che guardandosi negli occhi riconoscono la presenza di un Dio» (Platone, Convivio).
La mostra, bella, articolata, con spiegazioni teoriche, immagini, laboratori creativi, cerca di sintetizzare l’idea “Il realismo di Gaudì e la costruzione dell’Europa”.
La Sagrada Familia fu l’interpretazione straordinaria di un uomo fuori dal comune che ebbe la capacità di stupire i suoi contemporanei, e continua a stupire anche oggi; la Sagrada Familia è un'opera in cui in cui si avverte profondamente il distaccarsi dell'artista dalla tradizione storica, in favore di una invenzione formale estremamente libera e fantastica, nacque infatti dallo stravolgimento di un progetto di chiesa neogotica tradizionale per diventare un capolavoro unico nel suo genere.
Se l’idea rivoluzionaria alla base di tale edificio può essere paragonata alla nascita delle istituzioni comunitarie, nate anch’esse dall’idea azzardatissima di Konrad Adenauer, Alcide De Gaspari e Robert Schuman, le due “costruzioni” sono ancora più simili per il fatto che non sono ancora completate, ma sono in una continua, lenta evoluzione.
Entrambe procedono a piccoli passi, quasi per tentativi, con lunghe battute d’arresto e improvvise accelerate, un incendio, la bocciatura di un referendum, un nuovo architetto, un nuovo trattato….
Per entrambe un problema significativo è trovare persone che sappiano, con umiltà, riproporre, attualizzare e reinterpretare i disegni originali, lasciando però inalterato lo spirito iniziale.
Etsuro Sotoo è una di queste persone, che con le sue capacità tecniche, e la sua creatività, ma soprattutto con la sua umanità e la sua immensa forza morale, ha saputo cogliere lo spirito di Gaudì, ha saputo dirigere lo sguardo in alto, guardando, magari da un altro punto di vista, lo stesso obbiettivo.
Nella mia attività parlamentare ho spesso denunciato l’allontanamento dell’Europa dal pensiero dai padri fondatori, dalla propria natura, dalla propria radice culturale, dalla radice dell’esperienza di dialogo e di convivenza tra gli uomini, l’apostasia dall’Europa stessa, che per non scontentare nessuno, da garante del diritto si è trasformata in un supermarket dei diritti, dove è tutto dovuto e dove il relativismo la fa da padrone.
Dobbiamo guardare in avanti, anzi in alto, tutta la Sagrada Familia si basa su un progetto che non si espande in orizzontale, seppur con una planimetria di notevoli dimensioni, ma si lancia verso il cielo con torri, pinnacoli, guglie, forse dall’aspetto incerto, ma bellissimi. Anche l’Unione Europea si costruisce su pilastri, magari fragili, che necessitano di supporto, ma fondamentali per reggere l’architettura, su torri, una diversa dall’altra, su nazioni, ognuna con le sue necessità, le sue potenzialità, i suoi problemi, sulle persone, che come pietre vive, portano ognuna il suo piccolo ma indispensabile contributo nel sostenere il peso dell’intera struttura.
Gaudì prendeva le pietre da costruzione che gli capitavano, una diversa dall’altra, e da queste definiva molti particolari man mano che la costruzione avanzava, invece di averli teorizzati in precedenza nei suoi piani.
La facciata della Natività è di una bellezza intensissima, le sculture, la composizione della scena, il movimento delle figure trasmettono una sensazione di forte spiritualità. Etsuro Sotoo riesce a usare la pietra per trasformarla in qualcosa di vivo, quasi di reale, che però allo stesso tempo nasconde una moltitudine di significati profondi nascosti ad uno sguardo superficiale. Del resto tutto il tempio, dalla struttura generale al dettaglio più piccolo, racchiude una moltitudine di simboli che rimandano a un altro piano di significati. Anche la bandiera europea ha una doppia chiave di lettura, è emblema del progetto politico nato più di cinquant’anni fa, ma ha anche un significato profondamente cristiano: riprende l’immagine della cosiddetta Medaglia Miracolosa - quella Medaglia cioè che nella cultura cattolica rappresenta l'apparizione a Catherine Laburè a Parigi della Vergine nel 1837, quella stessa medaglia che portava Bernardette Soubirous nel momento dell’apparizione della Madonna a Lourdes - e che ripropone l’immagine dell’Apocalisse della Vergine come una Donna con sul capo una corona di dodici stelle e sulle spalle un manto del colore della notte.
L'edificio è ancora in costruzione e i lavori procedono, finanziati da donazioni private, purtroppo a rilento. Ma se si visita la chiesa, ancora un cantiere, ci si trova in mezzo a un brulichio di persone che lavorano, scelgono le pietre, le modellano... Anche l’Unione Europea sembra oggi aver rallentato il suo passo: la doppia bocciatura della Costituzione europea e del trattato di Lisbona sembra aver arrestato il processo d’integrazione, ma se si viene in visita al Parlamento, alla Commissione, allora si vedrà un incessante lavorio di persone che si danno da fare perché credono alla costruzione di un’Europa unita. Bisogna quindi sollecitare il contributo degli Stati membri e dei Governi, ma soprattutto dei cittadini europei, veri “costruttori” del progetto europeo.
La speranza è che questa mostra esemplificandoci il messaggio che c’è dietro alla costruzione della Sagrada Familia, ci riporti alla missione che sta davanti all’Unione Europea: non lasciarsi scoraggiare, ma proseguire a piccoli passi sulla strada indicataci dai padri fondatori, una strada di pace, giustizia e sviluppo.
Come ricorda nel suo commento Javier Prades, «guardando in azione i promotori di questa iniziativa si comprende meglio il criterio culturale di Benedetto XVI, quando parlava dei monaci medievali: “Bisogna ammettere con realismo che non era loro intenzione creare una cultura, né volevano conservare una cultura del passato. La loro motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era: quarere Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane per sempre. Cercavano, da uomini vivi, dentro la vita. Dietro le apparenze, le ricchezze, il potere e perfino l’‘erudizione’ fine a se stessa, nei monasteri medioevali si tendeva a ciò che apparenza non è, a ciò che è vero. Cercavano Dio”».
Mario Mauro
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
venerdì 10 ottobre 2008
Veltroni e Bersani si sono finalmente svegliati, sono costretti ad approvare il governo, e non sanno come fare con la manifestazione del 25
Con un ritardo di una quarantina di giorni, i vertici veltroniani del Pd si sono resi conto che è meglio smettere di guardare il proprio ombelico. Accortisi finalmente che tutti gli italiani, ma proprio tutti, erano preoccupati per la crisi mondiale in atto, hanno cercato di mettersi al corrente. Hanno avuto però la brutta soprpresa di constatare che il governo Berlusconi aveva visto bene negli ultimi mesi -sopratttutto con l'anticipazione della Finanziaria da loro avversata- e che i provvedimenti presi in queste ore sono assolutamente corretti. L'ha ammesso onestamente Linda Lanzillotta e anche l'ha dovuto ammetere Bersani, che ha comunque trovato modo di criticare l'assenza di provvedimenti sull'economia reale (finanziamenti alle imprese e agli artigiani). Critica infondata, perché questi si potranno prendere solo quando si comprenderà nel vivo della crisi quali conseguenze avrà avuto la tempesta sulle banche italiane, quante dovranno essere salvate e quante no e solo allora si potrà sapere quanti aiuti alle imprese dovrà mettere in campo il governo e soprattutto quante saranno le risorse economiche disponibili.
Detto questo, verificato che Berlusconi in questo momento sta effettivamente facendo quel che va fatto per salvare l'Italia, Veltroni & C. continuano a organizzare una manifestazione per ''salvare l'Italia'' da Berlusconi.
Una roba da matti, come notano molti commentatori dei principali quotidiani, che farà sì che la manifestazione parta demotivata, sottotono, con obbiettivi sbagliati. Magari nel momento in cui il Pd stesso sarà obbligato a votare provvedimenti presi del governo contro cui urla.
Il solito pasticcio veltroniano.
La fine ingloriosa del ''ma anche''.
Tratto dal sito www.carlopanella.it
Detto questo, verificato che Berlusconi in questo momento sta effettivamente facendo quel che va fatto per salvare l'Italia, Veltroni & C. continuano a organizzare una manifestazione per ''salvare l'Italia'' da Berlusconi.
Una roba da matti, come notano molti commentatori dei principali quotidiani, che farà sì che la manifestazione parta demotivata, sottotono, con obbiettivi sbagliati. Magari nel momento in cui il Pd stesso sarà obbligato a votare provvedimenti presi del governo contro cui urla.
Il solito pasticcio veltroniano.
La fine ingloriosa del ''ma anche''.
Tratto dal sito www.carlopanella.it
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«Famiglia Cristiana» torna alla carica
Pensavamo che certe sparate agostane fossero solo la conseguenza della calura estiva, e che, cambiato il clima e giunto infine l'autunno, di esse non sarebbe rimasta traccia. Invece no.
Famiglia Cristiana, il settimanale dei paolini che due mesi or sono sfornò una serie di editoriali di fuoco contro il governo Berlusconi, culminati nell'accusa di «fascismo» all'esecutivo targato Pdl-Lega, torna alla carica. E lo fa, ancora una volta, con il suo notista politico, Beppe Del Colle, che in un articolo pubblicato sul nuovo numero della rivista afferma che i timori estivi di Famiglia Cristiana erano più che fondati e che le ultime mosse del governo confermano in pieno l'analisi di allora. Secondo Del Colle, oggi starebbe venendo a galla in tutti i suoi contorni il disegno berlusconiano volto a svuotare, sino ad annullarla, l'opera del parlamento, concentrando tutti i poteri nelle mani dell'esecutivo.
Del Colle si rifà alla polemica che ha tenuto banco la scorsa settimana, scaturita dalle dichiarazioni di Berlusconi in merito al ricorso alla decretazione d'urgenza come strumento che garantisce al governo la possibilità di rendere immediatamente operativi provvedimenti riguardanti situazioni d'emergenza. Sulla vicenda sono intervenuti, come noto, dapprima il presidente della Camera, Gianfranco Fini, e poi il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che in una lettera inviata martedì al quotidiano torinese La Stampa ha affermato che sul tema dei decreti legge continuerà a «esercitare con rigore e trasparenza le prerogative attribuitemi dalla Costituzione».
Tra l'altro, le dichiarazioni del presidente del Consiglio hanno fornito agli schieramenti politici l'occasione per tornare a parlare della riforma dei regolamenti di Camera e Senato (il presidente Fini lo ha fatto in un intervento pubblicato su La Stampa ieri) al fine di renderne più snello il funzionamento. La necessità di addivenire ad una tale modifica - giova ricordarlo - è stata espressa in numerose occasioni dagli stessi partiti del centrosinistra, i quali, nella passata legislatura, avevano depositato una bozza di riforma poi non andata in porto a causa della prematura caduta del governo Prodi. Siamo di fronte, dunque, ad una esigenza bipartisan, che è augurabile possa trovare al più presto uno sbocco concreto. Come bipartisan, del resto, è la volontà di assegnare al presidente del Consiglio maggiori poteri, sia operativi che istituzionali - basta leggere i programmi elettorali del Pdl e del Pd per averne contezza.
Stando così le cose, stupisce che Famiglia Cristiana, su temi che potrebbero essere affrontati ragionevolmente e senza continui allarmi di lesa democrazia, organizzi una crociata all'insegna del più trito antiberlusconismo, mostrando un accanimento nei confronti del Cavaliere degno di miglior causa, soprattutto da parte di un settimanale cattolico. Che quella dei paolini sia una guerra preconcetta contra personam lo dimostra il fatto che non esistono, negli archivi di Famiglia Cristiana, editoriali in difesa della democrazia ai tempi di Romano Prodi: eppure anche il Professore faceva tranquillamente ricorso ai decreti legge ed il centrosinistra, come detto, aveva intenzione di modificare i regolamenti parlamentari nella stessa direzione nella quale, oggi, si incammina in centrodestra.
Tale è la foga nel voler a tutti i costi avvicinare Berlusconi al fascismo che Del Colle arriva persino a parlare di minaccia alla «democrazia parlamentare» insita nel «decisionismo» del presidente del Consiglio, confondendo dunque, come se niente fosse, forma di Stato (Repubblica democratica) e forma di governo (Repubblica parlamentare). Come il notista politica di Famiglia Cristiana saprà, la forma di governo può benissimo essere modificata senza che, per ciò stesso, muti anche la forma di Stato. Nel ragionamento di Del Colle, invece, sembra che la democrazia esista solo laddove esiste anche il parlamentarismo: ne dovremmo dedurre, ad esempio, che Francia e Stati Uniti non sono autentiche democrazie. Non c'è bisogno di aggiungere altro. Quando il preconcetto ha la meglio sulla ragione e l'ideologia sulla realtà, spesso si finisce per rasentare il ridicolo.
Gianteo Bordeo
Tratto dal sito www.ragionpolitica.it
Famiglia Cristiana, il settimanale dei paolini che due mesi or sono sfornò una serie di editoriali di fuoco contro il governo Berlusconi, culminati nell'accusa di «fascismo» all'esecutivo targato Pdl-Lega, torna alla carica. E lo fa, ancora una volta, con il suo notista politico, Beppe Del Colle, che in un articolo pubblicato sul nuovo numero della rivista afferma che i timori estivi di Famiglia Cristiana erano più che fondati e che le ultime mosse del governo confermano in pieno l'analisi di allora. Secondo Del Colle, oggi starebbe venendo a galla in tutti i suoi contorni il disegno berlusconiano volto a svuotare, sino ad annullarla, l'opera del parlamento, concentrando tutti i poteri nelle mani dell'esecutivo.
Del Colle si rifà alla polemica che ha tenuto banco la scorsa settimana, scaturita dalle dichiarazioni di Berlusconi in merito al ricorso alla decretazione d'urgenza come strumento che garantisce al governo la possibilità di rendere immediatamente operativi provvedimenti riguardanti situazioni d'emergenza. Sulla vicenda sono intervenuti, come noto, dapprima il presidente della Camera, Gianfranco Fini, e poi il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che in una lettera inviata martedì al quotidiano torinese La Stampa ha affermato che sul tema dei decreti legge continuerà a «esercitare con rigore e trasparenza le prerogative attribuitemi dalla Costituzione».
Tra l'altro, le dichiarazioni del presidente del Consiglio hanno fornito agli schieramenti politici l'occasione per tornare a parlare della riforma dei regolamenti di Camera e Senato (il presidente Fini lo ha fatto in un intervento pubblicato su La Stampa ieri) al fine di renderne più snello il funzionamento. La necessità di addivenire ad una tale modifica - giova ricordarlo - è stata espressa in numerose occasioni dagli stessi partiti del centrosinistra, i quali, nella passata legislatura, avevano depositato una bozza di riforma poi non andata in porto a causa della prematura caduta del governo Prodi. Siamo di fronte, dunque, ad una esigenza bipartisan, che è augurabile possa trovare al più presto uno sbocco concreto. Come bipartisan, del resto, è la volontà di assegnare al presidente del Consiglio maggiori poteri, sia operativi che istituzionali - basta leggere i programmi elettorali del Pdl e del Pd per averne contezza.
Stando così le cose, stupisce che Famiglia Cristiana, su temi che potrebbero essere affrontati ragionevolmente e senza continui allarmi di lesa democrazia, organizzi una crociata all'insegna del più trito antiberlusconismo, mostrando un accanimento nei confronti del Cavaliere degno di miglior causa, soprattutto da parte di un settimanale cattolico. Che quella dei paolini sia una guerra preconcetta contra personam lo dimostra il fatto che non esistono, negli archivi di Famiglia Cristiana, editoriali in difesa della democrazia ai tempi di Romano Prodi: eppure anche il Professore faceva tranquillamente ricorso ai decreti legge ed il centrosinistra, come detto, aveva intenzione di modificare i regolamenti parlamentari nella stessa direzione nella quale, oggi, si incammina in centrodestra.
Tale è la foga nel voler a tutti i costi avvicinare Berlusconi al fascismo che Del Colle arriva persino a parlare di minaccia alla «democrazia parlamentare» insita nel «decisionismo» del presidente del Consiglio, confondendo dunque, come se niente fosse, forma di Stato (Repubblica democratica) e forma di governo (Repubblica parlamentare). Come il notista politica di Famiglia Cristiana saprà, la forma di governo può benissimo essere modificata senza che, per ciò stesso, muti anche la forma di Stato. Nel ragionamento di Del Colle, invece, sembra che la democrazia esista solo laddove esiste anche il parlamentarismo: ne dovremmo dedurre, ad esempio, che Francia e Stati Uniti non sono autentiche democrazie. Non c'è bisogno di aggiungere altro. Quando il preconcetto ha la meglio sulla ragione e l'ideologia sulla realtà, spesso si finisce per rasentare il ridicolo.
Gianteo Bordeo
Tratto dal sito www.ragionpolitica.it
Eluana - Dopo il fallimento dei ricorsi di Camera e Senato la strada è una sola: colmare il vuoto
I giudici che hanno stabilito che Eluana può essere lasciata morire di fame e di sete non hanno interferito con il parlamento, ma si sono pronunciati come spettava loro: in fin dei conti il caso giudiziario non è ancora concluso, e niente impedisce al parlamento di varare una legge in materia che sia “fondata su adeguati punti di equilibrio fra i fondamentali beni costituzionali coinvolti'.
Questa in buona sostanza la motivazione con cui la Corte Costituzionale ha respinto il ricorso di Camera e Senato, che avevano ipotizzato uno sconfinamento dei giudici della Cassazione nelle competenze del parlamento: con la sentenza dell’ottobre scorso avevano stabilito che ad Eluana possono essere sospese idratazione e alimentazione se il suo stato vegetativo è diagnosticato come irreversibile, e qualora sia accertata, a posteriori, in base a testimonianze e ricostruita dagli “stili di vita”, la sua volontà di non essere sottoposta a nutrimento artificiale.
L’ennesima conferma del fatto che solo una legge in materia – come andiamo ripetendo da mesi – può arginare il crescente potere giudiziario: non c’è altro modo. D’altra parte la sentenza che lascia morire di stenti Eluana non nasce dal nulla, non è il risultato di un’improvvisa e isolata presa di posizione di un manipolo di giudici particolarmente spregiudicato. Ha origine invece da una interpretazione consolidata del consenso informato e dell’articolo 32 della Costituzione, intesi nel senso di una totale autodeterminazione del malato, che arriva fino al diritto a morire.
Questa è l’interpretazione che va corretta, e riportata nei termini di garanzie di tutela del malato nel pieno rispetto delle sue volontà, con una normativa dedicata.
Ieri mattina, inoltre, non è stata accolta la richiesta della Procura di Milano di sospensiva dell’autorizzazione a staccare il sondino con cui Eluana viene alimentata: non c’è nessuna urgenza, hanno stabilito i giudici, e poi il padre si è impegnato a non interrompere alcunché fino alla sentenza definitiva della Cassazione. E’ anche vero che finora Beppino Englaro non è riuscito a trovare dove far morire di fame e di sete sua figlia: nessuna struttura si è dichiarata disponibile a rendere esecutiva la sentenza, in Lombardia e altrove, e d’altra parte i giudici non hanno obbligato il padre a staccare il sondino a sua figlia, ne hanno solamente dato l’autorizzazione.
Intanto nei giorni scorsi alla Commissione Igiene e Sanità del Senato è iniziata la discussione sulle proposte di legge presentate fino ad ora. La rapidità con cui la maggioranza parlamentare si è dichiarata disposta ad una legge sul fine vita, grazie anche ad una chiara posizione di gran parte del mondo cattolico –favorevole ad una normativa in proposito solo dopo la sentenza Englaro – ha letteralmente spiazzato l’opposizione, che fino alla fine non ha dato credito alla reale volontà della maggioranza di legiferare a riguardo.
Fermo restando che, per essere efficace e non permettere più nuovi casi Englaro la legge dovrà entrare nel merito delle dichiarazioni anticipate, e non limitarsi a vietare espressamente l’eutanasia, fin da ora sono chiari i punti critici del confronto: idratazione ed alimentazione artificiale e obbligatorietà o meno per il medico di seguire le indicazioni del paziente.
Che la nutrizione artificiale sia un sostegno vitale, e non una terapia medica (e che quindi non può essere inclusa nelle dichiarazioni anticipate), e che le dichiarazioni anticipate non siano vincolanti per il medico, ma solo delle indicazioni di cui tenere conto: queste le due condizioni necessarie alla futura normativa per evitare nuovi casi Englaro.
Assuntina Morresi
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Questa in buona sostanza la motivazione con cui la Corte Costituzionale ha respinto il ricorso di Camera e Senato, che avevano ipotizzato uno sconfinamento dei giudici della Cassazione nelle competenze del parlamento: con la sentenza dell’ottobre scorso avevano stabilito che ad Eluana possono essere sospese idratazione e alimentazione se il suo stato vegetativo è diagnosticato come irreversibile, e qualora sia accertata, a posteriori, in base a testimonianze e ricostruita dagli “stili di vita”, la sua volontà di non essere sottoposta a nutrimento artificiale.
L’ennesima conferma del fatto che solo una legge in materia – come andiamo ripetendo da mesi – può arginare il crescente potere giudiziario: non c’è altro modo. D’altra parte la sentenza che lascia morire di stenti Eluana non nasce dal nulla, non è il risultato di un’improvvisa e isolata presa di posizione di un manipolo di giudici particolarmente spregiudicato. Ha origine invece da una interpretazione consolidata del consenso informato e dell’articolo 32 della Costituzione, intesi nel senso di una totale autodeterminazione del malato, che arriva fino al diritto a morire.
Questa è l’interpretazione che va corretta, e riportata nei termini di garanzie di tutela del malato nel pieno rispetto delle sue volontà, con una normativa dedicata.
Ieri mattina, inoltre, non è stata accolta la richiesta della Procura di Milano di sospensiva dell’autorizzazione a staccare il sondino con cui Eluana viene alimentata: non c’è nessuna urgenza, hanno stabilito i giudici, e poi il padre si è impegnato a non interrompere alcunché fino alla sentenza definitiva della Cassazione. E’ anche vero che finora Beppino Englaro non è riuscito a trovare dove far morire di fame e di sete sua figlia: nessuna struttura si è dichiarata disponibile a rendere esecutiva la sentenza, in Lombardia e altrove, e d’altra parte i giudici non hanno obbligato il padre a staccare il sondino a sua figlia, ne hanno solamente dato l’autorizzazione.
Intanto nei giorni scorsi alla Commissione Igiene e Sanità del Senato è iniziata la discussione sulle proposte di legge presentate fino ad ora. La rapidità con cui la maggioranza parlamentare si è dichiarata disposta ad una legge sul fine vita, grazie anche ad una chiara posizione di gran parte del mondo cattolico –favorevole ad una normativa in proposito solo dopo la sentenza Englaro – ha letteralmente spiazzato l’opposizione, che fino alla fine non ha dato credito alla reale volontà della maggioranza di legiferare a riguardo.
Fermo restando che, per essere efficace e non permettere più nuovi casi Englaro la legge dovrà entrare nel merito delle dichiarazioni anticipate, e non limitarsi a vietare espressamente l’eutanasia, fin da ora sono chiari i punti critici del confronto: idratazione ed alimentazione artificiale e obbligatorietà o meno per il medico di seguire le indicazioni del paziente.
Che la nutrizione artificiale sia un sostegno vitale, e non una terapia medica (e che quindi non può essere inclusa nelle dichiarazioni anticipate), e che le dichiarazioni anticipate non siano vincolanti per il medico, ma solo delle indicazioni di cui tenere conto: queste le due condizioni necessarie alla futura normativa per evitare nuovi casi Englaro.
Assuntina Morresi
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
giovedì 9 ottobre 2008
Formigoni: No a nostro ricorso su 194 non cambia nulla
Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, minimizza le conseguenze del no del Consiglio di Stato al ricorso del Pirellone contro la sentenza del Tar Lombardia di "sospensiva" delle linee di indirizzo sull'interruzione della gravidanza. "Non cambia nulla - scrive il presidente lombardo in una nota - per le nostre Aziende Ospedaliere, che hanno da tempo incominciato a muoversi in questa direzione (aborto terapeutico non oltre la 22ma settimana) sulla base dei deliberati dei propri comitati etici e continueranno a farlo".
"L'azione che come Regione Lombardia abbiamo intrapreso e continueremo a difendere - prosegue Formigoni - aveva ed ha lo scopo di fornire uno stimolo alla scienza medica ad andare avanti nella ricerca e di aprire un ulteriore spazio di modernizzazione al Paese. Conservatorismi e parrucconismi di vario tipo si sono opposti. E' sorprendente che si sospendano linee di indirizzo, peraltro non vincolanti, che fotografano una realtà già evidente non solo alla gran parte del mondo sanitario lombardo ma anche ad altre parti del Paese".
"L'ideologia - insiste Formigoni - si illude di aver vinto contro l'evidenza scientifica, che viene invocata solo quando fa comodo. E' una vittoria di Pirro perché negli ospedali lombardi tutto continuerà secondo quanto ampiamente condiviso con i medici. Il dibattito comunque non si ferma qui: la nostra azione e la realtà del progresso scientifico e di una cultura orientata alla vita lo faranno proseguire".
Tratto da Apcom del 8.10.2008
"L'azione che come Regione Lombardia abbiamo intrapreso e continueremo a difendere - prosegue Formigoni - aveva ed ha lo scopo di fornire uno stimolo alla scienza medica ad andare avanti nella ricerca e di aprire un ulteriore spazio di modernizzazione al Paese. Conservatorismi e parrucconismi di vario tipo si sono opposti. E' sorprendente che si sospendano linee di indirizzo, peraltro non vincolanti, che fotografano una realtà già evidente non solo alla gran parte del mondo sanitario lombardo ma anche ad altre parti del Paese".
"L'ideologia - insiste Formigoni - si illude di aver vinto contro l'evidenza scientifica, che viene invocata solo quando fa comodo. E' una vittoria di Pirro perché negli ospedali lombardi tutto continuerà secondo quanto ampiamente condiviso con i medici. Il dibattito comunque non si ferma qui: la nostra azione e la realtà del progresso scientifico e di una cultura orientata alla vita lo faranno proseguire".
Tratto da Apcom del 8.10.2008
L'Italia deve ripartire al più presto e Di Pietro fa ancora i referendum
Ieri è partito un referendum nazionale, quello ideato contro il lodo Alfano da Di Pietro e da una stravagante coalizione di urlatori giustizialisti e benpensanti antiveltroniani o antiberlusconisti.
Sarà con ogni probabilità un altro buco nell’acqua, sulla scorta di tutti i referendum nazionali dal 1999 ad oggi. Grazie al cielo, si può ben dire, vista la materia del contendere.
La giustizia è uguale per tutti, recita il mantra dei promotori, ma ai cittadini è abbastanza chiaro che vero oggetto della consultazione popolare è l’opposto: se cioè l’ingiustizia debba essere uguale per tutti, e colpire indiscriminatamente non soltanto i singoli malcapitati ma anche il funzionamento delle istituzioni. Ogni paese democratico si dà qualche salvaguardia per impedire che un solo potere possa abusare di tutti gli altri. In un modo o nell’altro si tutela l’indipendenza della magistratura da una parte, il potere legislativo ed esecutivo dall’altro. Da noi no (e nemmeno in Israele).
Che non sia più stagione di referendum lo dimostrano anche le consultazioni locali. A Vicenza, referendum autogestito ma ben gestito, con 32 gazebo sparsi in città in luogo dei 32 seggi ufficiali, domenica scorsa hanno votato in 24. 094 sull’allargamento della base Usa all'aeroporto Dal Molin, come richiesto dal centrosinistra. Il 28, 5% degli aventi diritto al voto, che erano 84. 349. Quorum comunque non raggiunto, perché se il referendum fosse stato formalmente valido avrebbero dovuto votare almeno 35 mila cittadini.
In Sardegna, sempre domenica scorsa, ha votato soltanto il 20, 4% dei 1. 471. 797 aventi diritto sui referendum abrogativi sull'acqua e sulla legge "salvacoste", nonostante la mobilitazione del centrodestra e dello stesso presidente del Consiglio. Era necessario il voto di almeno il 35, 5% degli elettori.
Insomma, nonostante l’antipolitica sbraitata nelle piazze e la saga letteraria della Casta, quando si tratta di assumersi una responsabilità comunitaria gli italiani si chiudono nelle quattro mura domestiche o vanno al mare.
Una funzione, però, il referendum di Di Pietro, Parisi e Segni, come quelli vicentini o sardi la conservano: col loro costante, ineluttabile, flop ci ricordano che l’Italia è l’unico paese democratico al mondo in cui il Parlamento non risponde agli eletti, il Governo non risponde al Parlamento, e gli elettori non rispondono neppure a se stessi.
Ad un’opposizione che parla di emergenza democratica, l’arma scarica dei referendum rammenta che da oltre un quindicennio c’è in Italia un arretrato di riforme costituzionali, regolamentari, elettorali così pesante da aver reso drammaticamente strutturale e per nulla emergenziale il “debito pubblico” democratico. E che l’opposizione da questa responsabilità voglia tirarsene fuori dopo aver sabotato riforme costituzionali e parlamentari di ogni genere è cosa grottesca.
Invece l’opposizione gioca in cortile. Fra marce di maestre in divisa nera e assemblee studentesche rosso fuoco si è aperta l’ennesima stagione dello “smantellamento della scuola pubblica” (tesi robustamente contestata da autorevoli esperti non governativi come l’ex ministro diessino dell’Istruzione Luigi Berlinguer o, cifre alla mano, da Luca Ricolfi). E, di fronte a una richiesta di voto di fiducia, riecco Veltroni a denunciare la vocazione autoritaria, cesarista, putinista, del grande capo. Eppure sa bene, avendo frequentato il piano nobile di palazzo Chigi, che ha mille volte ragione Berlusconi a denunciare i tempi impossibili delle decisioni del Parlamento.
Solo che né maggioranza né opposizione sanno probabilmente come rispondere al quiz dei quiz: come è possibile continuare a gestire un sistema politico dove il cittadino non conta nulla, il Parlamento non conta quasi nulla e il Governo non è messo in condizione di governare?
Marco Taradash
Tratto dal sito www.loccidentale.it
Sarà con ogni probabilità un altro buco nell’acqua, sulla scorta di tutti i referendum nazionali dal 1999 ad oggi. Grazie al cielo, si può ben dire, vista la materia del contendere.
La giustizia è uguale per tutti, recita il mantra dei promotori, ma ai cittadini è abbastanza chiaro che vero oggetto della consultazione popolare è l’opposto: se cioè l’ingiustizia debba essere uguale per tutti, e colpire indiscriminatamente non soltanto i singoli malcapitati ma anche il funzionamento delle istituzioni. Ogni paese democratico si dà qualche salvaguardia per impedire che un solo potere possa abusare di tutti gli altri. In un modo o nell’altro si tutela l’indipendenza della magistratura da una parte, il potere legislativo ed esecutivo dall’altro. Da noi no (e nemmeno in Israele).
Che non sia più stagione di referendum lo dimostrano anche le consultazioni locali. A Vicenza, referendum autogestito ma ben gestito, con 32 gazebo sparsi in città in luogo dei 32 seggi ufficiali, domenica scorsa hanno votato in 24. 094 sull’allargamento della base Usa all'aeroporto Dal Molin, come richiesto dal centrosinistra. Il 28, 5% degli aventi diritto al voto, che erano 84. 349. Quorum comunque non raggiunto, perché se il referendum fosse stato formalmente valido avrebbero dovuto votare almeno 35 mila cittadini.
In Sardegna, sempre domenica scorsa, ha votato soltanto il 20, 4% dei 1. 471. 797 aventi diritto sui referendum abrogativi sull'acqua e sulla legge "salvacoste", nonostante la mobilitazione del centrodestra e dello stesso presidente del Consiglio. Era necessario il voto di almeno il 35, 5% degli elettori.
Insomma, nonostante l’antipolitica sbraitata nelle piazze e la saga letteraria della Casta, quando si tratta di assumersi una responsabilità comunitaria gli italiani si chiudono nelle quattro mura domestiche o vanno al mare.
Una funzione, però, il referendum di Di Pietro, Parisi e Segni, come quelli vicentini o sardi la conservano: col loro costante, ineluttabile, flop ci ricordano che l’Italia è l’unico paese democratico al mondo in cui il Parlamento non risponde agli eletti, il Governo non risponde al Parlamento, e gli elettori non rispondono neppure a se stessi.
Ad un’opposizione che parla di emergenza democratica, l’arma scarica dei referendum rammenta che da oltre un quindicennio c’è in Italia un arretrato di riforme costituzionali, regolamentari, elettorali così pesante da aver reso drammaticamente strutturale e per nulla emergenziale il “debito pubblico” democratico. E che l’opposizione da questa responsabilità voglia tirarsene fuori dopo aver sabotato riforme costituzionali e parlamentari di ogni genere è cosa grottesca.
Invece l’opposizione gioca in cortile. Fra marce di maestre in divisa nera e assemblee studentesche rosso fuoco si è aperta l’ennesima stagione dello “smantellamento della scuola pubblica” (tesi robustamente contestata da autorevoli esperti non governativi come l’ex ministro diessino dell’Istruzione Luigi Berlinguer o, cifre alla mano, da Luca Ricolfi). E, di fronte a una richiesta di voto di fiducia, riecco Veltroni a denunciare la vocazione autoritaria, cesarista, putinista, del grande capo. Eppure sa bene, avendo frequentato il piano nobile di palazzo Chigi, che ha mille volte ragione Berlusconi a denunciare i tempi impossibili delle decisioni del Parlamento.
Solo che né maggioranza né opposizione sanno probabilmente come rispondere al quiz dei quiz: come è possibile continuare a gestire un sistema politico dove il cittadino non conta nulla, il Parlamento non conta quasi nulla e il Governo non è messo in condizione di governare?
Marco Taradash
Tratto dal sito www.loccidentale.it
Scuola - Ecco perché è stato giusto porre la fiducia sul decreto Gelmini
Il decreto Gelmini sulla scuola è passato, per ora alla Camera, con il voto di fiducia. Giusto così? Certo che sì. Se c’è emergenza educativa, lo dice la parola stessa, l’urgenza degli interventi per sostenere un processo positivo, è quasi una tautologia.
Sfioro appena la questione di metodo che sta dietro le proteste sull’uso di questo strumento. Non è affatto vero, come sostengono le opposizioni, che non sia stato possibile lavorare in Parlamento sui contenuti. In Commissione cultura e istruzione ci sono stati centinaia di emendamenti nel merito, preceduti da dibattiti sulla idea di scuola e di educazione sin dal mese di giugno. Sembra poco? Le proposte del ministro si sono scontrate, quando dagli alti cieli sono scese sulla terra, con un pregiudizio tremendo e ossessivo. Si è continuato a sostenere che l’unico intento della Gelmini fosse di fornire copertura con il grembiule e riccioli con l’educazione civica all’unica sostanza: cioè tagliare, licenziare, quasi punendo gli insegnanti e le famiglie dei bambini. Per cui il vero artefice del decreto sarebbe Tremonti. Verrebbe voglia di dire: e allora? Tremonti ha dimostrato di essere un uomo di cultura tra i più lungimiranti rispetto al destino della nostra Italia. Se ha lavorato con la Gelmini, tanto meglio. Tremonti non vuol dire tagli. Ma applicare ai conti del Paese le regole del buon padre di famiglia.
Il fatto è questo: che la sinistra italiana, in particolare il Partito democratico, si è gettata con furia contro la Gelmini non per difendere gli studenti ma per tutelare il loro leader, che ha bisogno di un terreno dove poter spostare masse urlanti. E la scuola è sempre stata un buon terreno per battaglie politiche esterne alla scuola stessa e al bene dell’educazione.
Così stavolta. Per non affrontare i problemi veri della scuola italiana si è disposti a tutto, persino a mettere a tema la scuola: però per finta.
Così negli accenti uditi ieri alla Camera non si è affermato un contenuto positivo, ma solo il contrasto, la contrapposizione. Elementi interessanti si sono ascoltati nell’intervento dell’onorevole Santolini dell’Udc, ma resi aspri dalla logica politica tutta tesa a negare la fiducia al governo.
Ribadisco qui i punti che mi inducono a ritenere positivo il decreto Gelmini.
1) La semplicità. Ci sono poche cose, molto chiare. Mariastella Gelmini non ha voluto proporre una riforma – lo ha ripetuto spesso – ma aggiustare, sistemare, riordinare quel che bastava per mettere al centro della Scuola non lo Stato, e neanche i problemi sociali: ma chi nella scuola va educato. L’alunno e poi lo studente.
2) L’idea di educazione. Qui siamo al centro del decreto. Il maestro prevalente. Non unico. Non si vuole eliminare l’insegnamento dell’inglese o dell’informatica, con il docente specifico, anche se è bene possa magari essere lo stesso insegnante dominante ad attrezzarsi al riguardo. Certo: questo provocherà risparmi. Libererà risorse in un bilancio per la scuola dove gli stipendi si prendono il 96, 98 per cento del budget. Il maestro prevalente obbedisce – ed è stato ribadito dal ministro, dal Pdl ma anche dalla Lega e, fino al momento del voto, dall’Udc – ad una concezione per cui l’educazione si fonda su un rapporto personale forte. I maestro modulari (tre ogni due classi, spesso di dieci alunni ciascuna) sono stati imposti per ragioni sindacali e di welfare (occupare giovani laureati) ma anche a causa della pedagogia del doppio o triplo punto di vista da proporre ai bambini, così che possano crescere nel dubbio…
3) Il principio di autorità. Il voto in condotta non è il toccasana contro il bullismo, ovvio. Ma fornisce uno strumento che permetta al ragazzo e alla famiglia di riconoscere in chi lo impugna un’autorità. Autorità nel senso etimologico di qualcuno che parla con certezza di che cosa sia il bene e il male, e su questa base chiede la disciplina.
4) L’educazione allo stare insieme. Si chiama Cittadinanza e Costituzione, nel decreto. Va intesa non come una sorta di educazione statale neutra. Ma la comunicazione dei caposaldi della vita comune. Anche qui: con semplicità. Il rispetto reciproco, la cura di chi è diverso, ma anche il non sporcare i muri. L’alzarsi in piedi quando in classe entra un adulto. E così via.
5) Il voto in decimali. Serve a ripulire dagli psicologismi e dagli sforzi espressivi spesso poverissimi i giudizi sull’italiano e la matematica.
Dinanzi a tutto questo l’opposizione sostiene che in tal modo si uccide la scuola, si toglie il tempo pieno, si licenziano i maestri. Tutte cose fasulle. Propaganda pura. Le famiglie potranno scegliere se lasciare i figli 24 o 27 o anche 40 ore a scuola. Non si capisce perché opporsi alla libertà di scelta. Possibile che tutti debbano essere inquadrati per inviare i figli a farsi indottrinare dalle scuole progressiste, che poi fanno progredire solo l’ignoranza?
Renato Farina
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Sfioro appena la questione di metodo che sta dietro le proteste sull’uso di questo strumento. Non è affatto vero, come sostengono le opposizioni, che non sia stato possibile lavorare in Parlamento sui contenuti. In Commissione cultura e istruzione ci sono stati centinaia di emendamenti nel merito, preceduti da dibattiti sulla idea di scuola e di educazione sin dal mese di giugno. Sembra poco? Le proposte del ministro si sono scontrate, quando dagli alti cieli sono scese sulla terra, con un pregiudizio tremendo e ossessivo. Si è continuato a sostenere che l’unico intento della Gelmini fosse di fornire copertura con il grembiule e riccioli con l’educazione civica all’unica sostanza: cioè tagliare, licenziare, quasi punendo gli insegnanti e le famiglie dei bambini. Per cui il vero artefice del decreto sarebbe Tremonti. Verrebbe voglia di dire: e allora? Tremonti ha dimostrato di essere un uomo di cultura tra i più lungimiranti rispetto al destino della nostra Italia. Se ha lavorato con la Gelmini, tanto meglio. Tremonti non vuol dire tagli. Ma applicare ai conti del Paese le regole del buon padre di famiglia.
Il fatto è questo: che la sinistra italiana, in particolare il Partito democratico, si è gettata con furia contro la Gelmini non per difendere gli studenti ma per tutelare il loro leader, che ha bisogno di un terreno dove poter spostare masse urlanti. E la scuola è sempre stata un buon terreno per battaglie politiche esterne alla scuola stessa e al bene dell’educazione.
Così stavolta. Per non affrontare i problemi veri della scuola italiana si è disposti a tutto, persino a mettere a tema la scuola: però per finta.
Così negli accenti uditi ieri alla Camera non si è affermato un contenuto positivo, ma solo il contrasto, la contrapposizione. Elementi interessanti si sono ascoltati nell’intervento dell’onorevole Santolini dell’Udc, ma resi aspri dalla logica politica tutta tesa a negare la fiducia al governo.
Ribadisco qui i punti che mi inducono a ritenere positivo il decreto Gelmini.
1) La semplicità. Ci sono poche cose, molto chiare. Mariastella Gelmini non ha voluto proporre una riforma – lo ha ripetuto spesso – ma aggiustare, sistemare, riordinare quel che bastava per mettere al centro della Scuola non lo Stato, e neanche i problemi sociali: ma chi nella scuola va educato. L’alunno e poi lo studente.
2) L’idea di educazione. Qui siamo al centro del decreto. Il maestro prevalente. Non unico. Non si vuole eliminare l’insegnamento dell’inglese o dell’informatica, con il docente specifico, anche se è bene possa magari essere lo stesso insegnante dominante ad attrezzarsi al riguardo. Certo: questo provocherà risparmi. Libererà risorse in un bilancio per la scuola dove gli stipendi si prendono il 96, 98 per cento del budget. Il maestro prevalente obbedisce – ed è stato ribadito dal ministro, dal Pdl ma anche dalla Lega e, fino al momento del voto, dall’Udc – ad una concezione per cui l’educazione si fonda su un rapporto personale forte. I maestro modulari (tre ogni due classi, spesso di dieci alunni ciascuna) sono stati imposti per ragioni sindacali e di welfare (occupare giovani laureati) ma anche a causa della pedagogia del doppio o triplo punto di vista da proporre ai bambini, così che possano crescere nel dubbio…
3) Il principio di autorità. Il voto in condotta non è il toccasana contro il bullismo, ovvio. Ma fornisce uno strumento che permetta al ragazzo e alla famiglia di riconoscere in chi lo impugna un’autorità. Autorità nel senso etimologico di qualcuno che parla con certezza di che cosa sia il bene e il male, e su questa base chiede la disciplina.
4) L’educazione allo stare insieme. Si chiama Cittadinanza e Costituzione, nel decreto. Va intesa non come una sorta di educazione statale neutra. Ma la comunicazione dei caposaldi della vita comune. Anche qui: con semplicità. Il rispetto reciproco, la cura di chi è diverso, ma anche il non sporcare i muri. L’alzarsi in piedi quando in classe entra un adulto. E così via.
5) Il voto in decimali. Serve a ripulire dagli psicologismi e dagli sforzi espressivi spesso poverissimi i giudizi sull’italiano e la matematica.
Dinanzi a tutto questo l’opposizione sostiene che in tal modo si uccide la scuola, si toglie il tempo pieno, si licenziano i maestri. Tutte cose fasulle. Propaganda pura. Le famiglie potranno scegliere se lasciare i figli 24 o 27 o anche 40 ore a scuola. Non si capisce perché opporsi alla libertà di scelta. Possibile che tutti debbano essere inquadrati per inviare i figli a farsi indottrinare dalle scuole progressiste, che poi fanno progredire solo l’ignoranza?
Renato Farina
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
mercoledì 8 ottobre 2008
Scuola - Quella passione educativa che supera anche i pugni in faccia
Il professor Luigi Sergi, di Novara, ha ricevuto un pugno al volto da un suo allievo di terza media (14 anni) al quale aveva (giustamente) negato di uscire di nuovo dalla classe dopo l’intervallo.
«Il ragazzo aveva dei problemi – ha detto il professore – e l’ho sempre aiutato; ora mi crolla il mondo addosso, proprio non mi aspettavo una tale reazione».
Grazie professore, coraggio professore. Non si demoralizzi, non demorda non abbandoni il campo. Sarebbe certamente comprensibile dopo un simile sfregio ad una onorata carriera: peraltro del tutto imprevedibile e non corrispondente a nessuna volontà vessatoria da parte sua. Tutt’altro! Quello che vorremmo dirle è che lei ci ha insegnato, pur nella drammaticità del caso, che cosa è la scuola oggi. Una realtà nella quale le categorie universali diventano, in ultima istanza, particolari. La classe non è formata da “alunni”, ma da quelle persone lì, nome e cognome. E oggi, tra l’altro, ai Mario e alle Caterine si affiancano a ritmo vorticoso gli Allam e le Jamile.
La scuola italiana di origine gentiliana, espressione di una cultura fondata sulla idea della sintesi si è rovesciata nel suo contrario: l’eccesso dell’analitico e la mancanza di punti di riferimento comuni. In questo guazzabuglio, nel quale l’insegnante talvolta si perde ed è tentato di gettare la spugna, ciò che resiste è l’idea che la professione docente poggia su una matrice che non deriva dall’organizzazione, ma da un impeto ideale. Si tratta di quella passione ad insegnare che si coglie a prima vista e per la quale il docente è attento non solo a ciò che comunica (abilità, saperi, competenze, ecc.), ma anche al perché lo comunica. La differenza non è da poco perché implica l’interesse profondo per la persona alla quale si insegna.
Il professor Sergi, rammaricato, ha detto che si era preso cura altre volte di quell’alunno. E questo è indice di una passione educativa che dà forma e significato alla cultura disciplinare. Ma tutto come abbiamo visto si gioca poi nel campo dell’incontro tra persone e non nell’astratto del general-generico.
Insegnare educando è rischioso. Ne va della faccia propria (in senso letterale) che deve misurarsi con la libertà altrui. Il ragazzo la sua libertà l’ha usata: male, povero ragazzo. Sarà punito, com’è giusto che sia. Ma il professor Sergi non potrà mai più togliersi dalla testa l’impressione che il pugno sia stato una maldestra risposta individuale ad una sua richiesta. Insomma, se non si fosse imposto non sarebbe arrivato il pugno. Era bene non chiedere? Era giusto sottrarsi all’incontro-scontro? No, perché se non si chiede nulla e nulla si pretende, la scuola diventa il camposanto delle buone intenzioni e delle perfette programmazioni (inutili).
Non si scoraggi dunque professore, lei ci ha insegnato cosa vuol dire rischiare dentro un rapporto: vuol dire attendersi sempre una risposta. A volte negativa, ma tante volte spalancata alla bellezza della conoscenza.
Recuperi fiducia in questa professione e, se vuole, recuperi fiducia nella possibilità di quel ragazzo di ritrovare in lei un adulto capace di introdurlo nel mondo. Magari fra qualche tempo.
Fabrizio Foschi
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
«Il ragazzo aveva dei problemi – ha detto il professore – e l’ho sempre aiutato; ora mi crolla il mondo addosso, proprio non mi aspettavo una tale reazione».
Grazie professore, coraggio professore. Non si demoralizzi, non demorda non abbandoni il campo. Sarebbe certamente comprensibile dopo un simile sfregio ad una onorata carriera: peraltro del tutto imprevedibile e non corrispondente a nessuna volontà vessatoria da parte sua. Tutt’altro! Quello che vorremmo dirle è che lei ci ha insegnato, pur nella drammaticità del caso, che cosa è la scuola oggi. Una realtà nella quale le categorie universali diventano, in ultima istanza, particolari. La classe non è formata da “alunni”, ma da quelle persone lì, nome e cognome. E oggi, tra l’altro, ai Mario e alle Caterine si affiancano a ritmo vorticoso gli Allam e le Jamile.
La scuola italiana di origine gentiliana, espressione di una cultura fondata sulla idea della sintesi si è rovesciata nel suo contrario: l’eccesso dell’analitico e la mancanza di punti di riferimento comuni. In questo guazzabuglio, nel quale l’insegnante talvolta si perde ed è tentato di gettare la spugna, ciò che resiste è l’idea che la professione docente poggia su una matrice che non deriva dall’organizzazione, ma da un impeto ideale. Si tratta di quella passione ad insegnare che si coglie a prima vista e per la quale il docente è attento non solo a ciò che comunica (abilità, saperi, competenze, ecc.), ma anche al perché lo comunica. La differenza non è da poco perché implica l’interesse profondo per la persona alla quale si insegna.
Il professor Sergi, rammaricato, ha detto che si era preso cura altre volte di quell’alunno. E questo è indice di una passione educativa che dà forma e significato alla cultura disciplinare. Ma tutto come abbiamo visto si gioca poi nel campo dell’incontro tra persone e non nell’astratto del general-generico.
Insegnare educando è rischioso. Ne va della faccia propria (in senso letterale) che deve misurarsi con la libertà altrui. Il ragazzo la sua libertà l’ha usata: male, povero ragazzo. Sarà punito, com’è giusto che sia. Ma il professor Sergi non potrà mai più togliersi dalla testa l’impressione che il pugno sia stato una maldestra risposta individuale ad una sua richiesta. Insomma, se non si fosse imposto non sarebbe arrivato il pugno. Era bene non chiedere? Era giusto sottrarsi all’incontro-scontro? No, perché se non si chiede nulla e nulla si pretende, la scuola diventa il camposanto delle buone intenzioni e delle perfette programmazioni (inutili).
Non si scoraggi dunque professore, lei ci ha insegnato cosa vuol dire rischiare dentro un rapporto: vuol dire attendersi sempre una risposta. A volte negativa, ma tante volte spalancata alla bellezza della conoscenza.
Recuperi fiducia in questa professione e, se vuole, recuperi fiducia nella possibilità di quel ragazzo di ritrovare in lei un adulto capace di introdurlo nel mondo. Magari fra qualche tempo.
Fabrizio Foschi
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Se si rinuncia alla libertà
In questi giorni che la crisi finanziaria mette in pericolo i nostri risparmi, siamo così preoccupati dei «rischi della libertà», e dei suoi «costi» — compresi l'opportunità di sbagliare, con i rischi che ci assumiamo, e il prezzo che dobbiamo pagare, per gli errori che commettiamo — che siamo disposti a rinunciare a una parte delle nostre libertà in cambio della promessa di un po' di sicurezza in più.
Ma non è solo un errore sotto il profilo concettuale; è anche, e soprattutto, un'illusione sotto quello politico. Due anni fa, il 7 ottobre 2006, Anna Politkovskaya, una giornalista della Novaja Gazeta di Mosca, veniva uccisa nell' ascensore del palazzo dove viveva. Stava per pubblicare un articolo imbarazzante per il potere politico. Il giorno dopo, la polizia sequestrava il suo computer e tutto il materiale dell'inchiesta cui stava lavorando. Il mandante è ancora oggi sconosciuto. Il mondo libero se ne è già dimenticato. Ma la Politkovskaya non è morta perché, nella Russia post-sovietica, ci fosse troppa libertà, bensì perché ce n'era ancora troppo poca. Non solo per il sistema informativo o, più genericamente, per gli intellettuali, ma per tutti i russi. Con i suoi articoli, essa non si limitava, infatti, a esercitare la propria libertà di giornalista, bensì soddisfaceva anche il diritto dei suoi concittadini a un'informazione libera, pluralista. È ciò che distingue la società «aperta», di democrazia liberale, dai sistemi chiusi e dispotici.
Nella società «aperta», a fondamento delle scelte dei cittadini, non c'è una Verità unica, e un potere che la impone, bensì c'è una pluralità (e una dispersione) di conoscenze fra milioni di Individui. In questi giorni, i nemici del capitalismo e del libero mercato — che non sanno neppure di che parlano — accusano i liberali di comportarsi come i comunisti di fronte al fallimento del comunismo. Come questi ultimi, attribuirebbero la crisi agli errori degli uomini (i banchieri) per non prendersela col fallimento del sistema, del mercato, del liberalismo. Ma il liberalismo — prima di essere la dottrina delle libertà e dei limiti del potere (politico, economico, sociale) — è una metodologia empirica della conoscenza. Che riconduce tutti i fenomeni attribuibili a soggetti collettivi — i sistemi politici, le istituzioni, il mercato, il capitalismo, eccetera — ai comportamenti individuali. I soggetti collettivi, a differenza dei singoli Individui, non hanno una personalità propria, non pensano, né agiscono. È, del resto, così che, nella dottrina liberale, il concetto di libertà è strettamente associato a quello di responsabilità. Ed è, perciò, anche evidente che a fallire, in una società «aperta», sono gli uomini — i soli cui far risalire la capacità di operare delle scelte — non il sistema, il capitalismo, il mercato. Nel marxismo- leninismo è, invece, il sistema che è fallito, proprio perché ha ignorato gli Uomini in carne e ossa, sostituendoli col proletariato, il Partito, l'«Uomo nuovo» dell'Utopia, e sollevandoli dalle loro responsabilità.
Pietro Ostellino
Tratto dal quotidiano Il Corriere della Sera
Ma non è solo un errore sotto il profilo concettuale; è anche, e soprattutto, un'illusione sotto quello politico. Due anni fa, il 7 ottobre 2006, Anna Politkovskaya, una giornalista della Novaja Gazeta di Mosca, veniva uccisa nell' ascensore del palazzo dove viveva. Stava per pubblicare un articolo imbarazzante per il potere politico. Il giorno dopo, la polizia sequestrava il suo computer e tutto il materiale dell'inchiesta cui stava lavorando. Il mandante è ancora oggi sconosciuto. Il mondo libero se ne è già dimenticato. Ma la Politkovskaya non è morta perché, nella Russia post-sovietica, ci fosse troppa libertà, bensì perché ce n'era ancora troppo poca. Non solo per il sistema informativo o, più genericamente, per gli intellettuali, ma per tutti i russi. Con i suoi articoli, essa non si limitava, infatti, a esercitare la propria libertà di giornalista, bensì soddisfaceva anche il diritto dei suoi concittadini a un'informazione libera, pluralista. È ciò che distingue la società «aperta», di democrazia liberale, dai sistemi chiusi e dispotici.
Nella società «aperta», a fondamento delle scelte dei cittadini, non c'è una Verità unica, e un potere che la impone, bensì c'è una pluralità (e una dispersione) di conoscenze fra milioni di Individui. In questi giorni, i nemici del capitalismo e del libero mercato — che non sanno neppure di che parlano — accusano i liberali di comportarsi come i comunisti di fronte al fallimento del comunismo. Come questi ultimi, attribuirebbero la crisi agli errori degli uomini (i banchieri) per non prendersela col fallimento del sistema, del mercato, del liberalismo. Ma il liberalismo — prima di essere la dottrina delle libertà e dei limiti del potere (politico, economico, sociale) — è una metodologia empirica della conoscenza. Che riconduce tutti i fenomeni attribuibili a soggetti collettivi — i sistemi politici, le istituzioni, il mercato, il capitalismo, eccetera — ai comportamenti individuali. I soggetti collettivi, a differenza dei singoli Individui, non hanno una personalità propria, non pensano, né agiscono. È, del resto, così che, nella dottrina liberale, il concetto di libertà è strettamente associato a quello di responsabilità. Ed è, perciò, anche evidente che a fallire, in una società «aperta», sono gli uomini — i soli cui far risalire la capacità di operare delle scelte — non il sistema, il capitalismo, il mercato. Nel marxismo- leninismo è, invece, il sistema che è fallito, proprio perché ha ignorato gli Uomini in carne e ossa, sostituendoli col proletariato, il Partito, l'«Uomo nuovo» dell'Utopia, e sollevandoli dalle loro responsabilità.
Pietro Ostellino
Tratto dal quotidiano Il Corriere della Sera
martedì 7 ottobre 2008
Scuola - La vera razionalizzazione del sistema? Puntare sulla libertà di scelta delle famiglie
Il dibattito parlamentare in corso sul decreto del Ministro Gelmini, con il possibile ricorso al voto di fiducia, rischia di avere conseguenze negative sul mondo della scuola.
Una situazione resa ancora più grave dal fatto che i mezzi di informazione, al posto di fare chiarezza, soffiano sul fuoco alimentandolo ideologicamente. Senza una decisa marcia indietro che riporti il confronto sulla questione scuola dentro i binari di una collaborazione critica e costruttiva, quelli che ci aspettano saranno mesi di muro contro muro; le conseguenze negative saranno gli studenti a pagarle, non certo i sindacati, e tanto meno gli editorialisti che parlano spesso di scuola senza sapere di che si tratta.
Urge chiarire che in gioco c'è il futuro della scuola, non come la voglia la destra né come la voglia la sinistra, ma della scuola in quanto tale con la sua funzione didattica ed educativa. Per lavorare per la scuola e non per la propria idea di scuola si impone una svolta decisiva: il mondo politico si deve mettere nell'ottica non di imporre la sua concezione pedagogica, come ha fatto per anni provocando un'altalena dannosissima, ma di fare in modo che dentro la scuola ci sia libertà per tutti.
La cosiddetta questione del maestro unico - di fatto maestro prevalente - è un esempio significativo in tal senso. Il mondo politico e sindacale non può continuare nella direzione di imporre l'una o l'altra scelta, gli uni sostenendo che la miglior pedagogia dell'universo sia il maestro unico, gli altri la pluralità di riferimenti e il tempo pieno come conquista popolar-democratica.
Altro grave errore è quello di voler indire referendum tra gli insegnanti chiedendo loro se sia meglio un riferimento o più riferimenti. È una strada vecchia, questa, ed è quella della pedagogia di stato che tanto male ha fatto alla scuola italiana. Bisogna da subito andare in direzione opposta e garantire ai genitori il tipo di scuola che preferiscono per i loro figli: tra loro c'è chi vuole il maestro unico, c'è chi vuole più riferimenti, c'è chi vuole un accorciamento del tempo scuola, chi vuole invece il tempo pieno. Ebbene, la politica non ha il diritto di stabilire quale sia la miglior scuola possibile, ma di garantire una pluralità di scelte così che i genitori che vogliono per i loro figli il maestro unico lo possano avere, come possano avere più maestri quei genitori che ritengano questa soluzione il meglio per i loro figli.
In tempi di razionalizzazione come quello cui stiamo andando incontro la scelta più ragionevole è quella di reimpostare la scuola in termini di libertà; altrimenti ci perderemo tutti.
Gianni Mereghetti
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
Una situazione resa ancora più grave dal fatto che i mezzi di informazione, al posto di fare chiarezza, soffiano sul fuoco alimentandolo ideologicamente. Senza una decisa marcia indietro che riporti il confronto sulla questione scuola dentro i binari di una collaborazione critica e costruttiva, quelli che ci aspettano saranno mesi di muro contro muro; le conseguenze negative saranno gli studenti a pagarle, non certo i sindacati, e tanto meno gli editorialisti che parlano spesso di scuola senza sapere di che si tratta.
Urge chiarire che in gioco c'è il futuro della scuola, non come la voglia la destra né come la voglia la sinistra, ma della scuola in quanto tale con la sua funzione didattica ed educativa. Per lavorare per la scuola e non per la propria idea di scuola si impone una svolta decisiva: il mondo politico si deve mettere nell'ottica non di imporre la sua concezione pedagogica, come ha fatto per anni provocando un'altalena dannosissima, ma di fare in modo che dentro la scuola ci sia libertà per tutti.
La cosiddetta questione del maestro unico - di fatto maestro prevalente - è un esempio significativo in tal senso. Il mondo politico e sindacale non può continuare nella direzione di imporre l'una o l'altra scelta, gli uni sostenendo che la miglior pedagogia dell'universo sia il maestro unico, gli altri la pluralità di riferimenti e il tempo pieno come conquista popolar-democratica.
Altro grave errore è quello di voler indire referendum tra gli insegnanti chiedendo loro se sia meglio un riferimento o più riferimenti. È una strada vecchia, questa, ed è quella della pedagogia di stato che tanto male ha fatto alla scuola italiana. Bisogna da subito andare in direzione opposta e garantire ai genitori il tipo di scuola che preferiscono per i loro figli: tra loro c'è chi vuole il maestro unico, c'è chi vuole più riferimenti, c'è chi vuole un accorciamento del tempo scuola, chi vuole invece il tempo pieno. Ebbene, la politica non ha il diritto di stabilire quale sia la miglior scuola possibile, ma di garantire una pluralità di scelte così che i genitori che vogliono per i loro figli il maestro unico lo possano avere, come possano avere più maestri quei genitori che ritengano questa soluzione il meglio per i loro figli.
In tempi di razionalizzazione come quello cui stiamo andando incontro la scelta più ragionevole è quella di reimpostare la scuola in termini di libertà; altrimenti ci perderemo tutti.
Gianni Mereghetti
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net
La “morte cerebrale” e il mistero della vita
L’intolleranza mediatica contro l’editoriale di Lucetta Scaraffia, I segni della morte, sull’“Osservatore Romano” del 3 settembre 2008, suggerisce alcune considerazioni sul tema delicato e cruciale della morte cerebrale.
Tutti possono consentire sulla definizione, in negativo, della morte come “fine della vita”. Ma che cos’è la vita? La biologia attribuisce la qualifica di vivente ad un organismo che ha in sé stesso un principio unitario e integratore che ne coordina le parti e ne dirige l’attività. Gli organismi viventi sono tradizionalmente distinti in vegetali, animali ed umani. La vita della pianta, dell’animale e dell’uomo, pur di natura diversa, presuppone, in ogni caso, un sistema integrato, animato da un principio attivo e unificatore. La morte dell’individuo vivente, sul piano biologico, è il momento in cui il principio vitale che gli è proprio cessa le sue funzioni. Lasciamo da parte il fatto che, per l’essere umano, questo principio vitale, definito anima, sia di natura spirituale e incorruttibile. Fermiamoci al concetto, unanimamente ammesso, che l’uomo può dirsi clinicamente morto quando il principio che lo vivifica si è spento e l’organismo, privato del suo centro ordinatore, inizia un processo di dissoluzione che porterà alla progressiva decomposizione del corpo.
Ebbene, la scienza non ha finora potuto dimostrare che il principio vitale dell’organismo umano risieda in alcun organo del corpo. Il sistema integratore del corpo, considerato come un “tutto”, non è infatti localizzabile in un singolo organo, sia pure importante, come il cuore o l’encefalo. Le attività cerebrali e cardiache presuppongono la vita, ma non è propriamente in esse la causa della vita. Non bisogna confondere le attività con il loro principio. La vita è qualcosa di inafferrabile, che trascende i singoli organi materiali dell’essere animato, e che non può essere misurata materialmente, e tanto meno creata: è un mistero della natura, su cui è giusto che la scienza indaghi, ma di cui la scienza non è padrona. Quando la scienza pretende di creare o manipolare la vita, si fa essa stessa filosofia e religione, scivolando nello “scientismo”.
Il volume Finis Vitae. La morte cerebrale è ancora vita?, pubblicato in coedizione dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e da Rubbettino (Soveria Mannelli 2008), con il contributo di diciotto studiosi internazionali, dimostra questi concetti in quasi cinquecento pagine. Non solo non può essere accettato il criterio neurologico che fa riferimento alla “morte corticale”, perché in essa rimane integro parte dell’encefalo e permane attiva la capacità di regolazione centrale delle funzioni omeostatiche e vegetative; non solo non può essere accettato il criterio che fa riferimento alla morte del tronco-encefalo, perché non è dimostrato che le strutture al di sopra del tronco abbiano perso la possibilità di funzionare se stimolate in altro modo; ma neppure può essere accettato il criterio della cosiddetta “morte cerebrale”, intesa come cessazione permanente di tutte le funzioni dell’encefalo (cervello, cervelletto e tronco cerebrale) con la conseguenza di uno stato di coma irreversibile. Lo stesso prof. Carlo Alberto De Fanti, il neurologo che vuole staccare la spina a Liliana Englaro, autore di un libro dedicato a questo argomento (Soglie, Bollati Boringhieri, Torino 2007), ha ammesso che la morte cerebrale può essere forse definita un «punto di non ritorno», ma «non coincide con la morte dell’organismo come un tutto (che si verifica solo dopo l’arresto cardiocircolatorio)» (“L’Unità”, 3 settembre 2008). È evidente come il “punto di non ritorno”, posto che sia realmente tale, è una situazione di gravissima menomazione, ma non è la morte dell’individuo.
L’irreversibilità della perdita delle funzioni cerebrali, accertata dall’“encefalogramma piatto”, non dimostra la morte dell’individuo. La perdita totale dell’unitarietà dell’organismo, intesa come la capacità di integrare e coordinare l’insieme delle sue funzioni, non dipende infatti dall’encefalo, e neppure dal cuore. L’accertamento della cessazione del respiro e del battito del cuore non significa che nel cuore o nei polmoni stia la fonte della vita.
Se la tradizione giuridica e medica, non solo occidentale, ha da sempre ritenuto che la morte dovesse essere accertata attraverso la cessazione delle attività cardiocircolatorie è perché l’esperienza dimostra che all’arresto di tali attività fa seguito, dopo alcune ore, il rigor mortis e quindi l’inizio della disgregazione del corpo. Ciò non accade in alcun modo dopo la cessazione delle attività cerebrali. Oggi la scienza fa sì che donne con encefalogramma piatto possano portare a termine la gravidanza, mettendo al mondo bambini sani. Un individuo in stato di “coma irreversibile” può essere tenuto in vita, con il supporto di mezzi artificiali; un cadavere non potrà mai essere rianimato, neppure collegandolo a sofisticati apparecchi.
Restano da aggiungere alcune considerazioni. Il direttore del Centro Nazionale Trapianti, Alessandro Nanni Costa, ha dichiarato i criteri di Harvard «non sono mai stati messi in discussione dalla comunità scientifica» (“La Repubblica”, 3 settembre 2008). Se anche ciò fosse vero, e non lo è, è facile rispondere che ciò che caratterizza la scienza è proprio la sua capacità di porre sempre in discussione i risultati acquisiti. Qualsiasi epistemologo sa che la finalità della scienza non è produrre certezze, bensì ridurre le incertezze. Altri, come il prof. Francesco D’Agostino, presidente onorario del Comitato Nazionale di Bioetica, sostengono che, sul piano scientifico, la tesi contraria alla morte cerebrale «è ampiamente minoritaria» (“Il Giornale”, 3 settembre 2008). Il prof. D’Agostino ha scritto belle pagine in difesa del diritto naturale e non può ignorare che il criterio della maggioranza può avere rilievo sotto l’aspetto politico e sociale, non certo quando si tratta di verità filosofiche o scientifiche. Intervenendo nel dibattito, una studiosa “laica” come Luisella Battaglia osserva che «il valore degli argomenti non si misura dal numero delle persone che vi aderiscono» e «il fatto che i dubbi siano avanzati da frange minoritarie non ha alcuna rilevanza dal punto di vista della validità delle tesi sostenute» (“Il Secolo XIX”, 4 settembre 2008). Sul piano morale poi l’esistenza stessa di una possibilità di vita esige l’astensione dall’atto potenzialmente omicida. Se esiste anche solo il dieci per cento che dietro un cespuglio vi sia un uomo, nessuno è autorizzato ad aprire il fuoco. In campo bioetico, il principio in dubio pro vita resta centrale.
La verità è che la definizione della morte cerebrale fu proposta dalla Harvard Medical School, nell’estate del 1968, pochi mesi dopo il primo trapianto di cuore di Chris Barnard (dicembre 1967), per giustificare eticamente i trapianti di cuore, che prevedevano che il cuore dell’espiantato battesse ancora, ovvero che, secondo i canoni della medicina tradizionale, egli fosse ancora vivo. L’espianto, in questo caso, equivaleva ad un omicidio, sia pure compiuto “a fin di bene”. La scienza poneva la morale di fronte a un drammatico quesito: è lecito sopprimere un malato, sia pure condannato a morte, o irreversibilmente leso, per salvare un’altra vita umana, di “qualità” superiore?
Di fronte a questo bivio, che avrebbe dovuto imporre un serrato confronto tra opposte teorie morali, l’Università di Harvard si assunse la responsabilità di una “ridefinizione” del concetto di morte che permettesse di aprire la strada ai trapianti, aggirando le secche del dibattito etico. Non c’era bisogno di dichiarare lecita l’uccisione del paziente vivo; era sufficiente dichiararlo clinicamente morto. In seguito al rapporto scientifico di Harvard, la definizione di morte venne cambiata in quasi tutti gli Stati americani e, in seguito, anche nella maggior parte dei paesi cosiddetti sviluppati (in Italia, la “svolta” fu segnata dalla legge 29 dicembre 1993 n. 578 che all’art. 1 recita: «La morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello»).
La natura del dibattito non è dunque scientifica, ma etica. Che questa sia la verità lo conferma il senatore del PD Ignazio Marino che, in un articolo su “Repubblica” del 3 settembre, definisce l’articolo dell’“Osservatore Romano” «un atto irresponsabile che rischia di mettere in pericolo la possibilità di salvare centinaia di migliaia di vite grazie alla donazione degli organi». Queste parole insinuano innanzitutto una menzogna: quella che il rifiuto della morte cerebrale porti alla cessazione di ogni tipo di donazione, laddove il problema etico non riguarda la maggior parte dei trapianti, ma si pone solo per il prelievo di organi vitali che comporti la morte del donatore, come è il caso dell’espianto del cuore. Ciò spiega come Benedetto XVI, che ha sempre nutrito riserve verso il concetto di morte cerebrale, si sia a suo tempo detto favorevole alla donazione di organi (cfr. Sandro Magister, Trapianti e morte cerebrale, l’“Osservatore Romano” ha rotto il tabù, www. chiesa.it).
Il vero problema è che il prezzo da pagare per salvare queste vite è quello tragico di sopprimerne altre. Si vuole sostituire il principio utilitaristico secondo cui si può fare il male per ottenere un bene, alla massima occidentale e cristiana secondo cui non è lecito fare il male, neppure per ottenere un bene superiore. Se un tempo i “segni” tradizionali della morte dovevano accertare che una persona viva non fosse considerata morta, oggi il nuovo criterio harvardiano pretende di trattare il vivente come un cadavere per poterlo espiantare. A monte di tutto questo sta quel medesimo disprezzo per la vita umana che dopo avere imposto la legislazione sull’aborto vuole spalancare la strada a quella sull’eutanasia.
Roberto de Mattei
Tratto dal mensile Radici Cristiane n. 38 ottobre 2008
Tutti possono consentire sulla definizione, in negativo, della morte come “fine della vita”. Ma che cos’è la vita? La biologia attribuisce la qualifica di vivente ad un organismo che ha in sé stesso un principio unitario e integratore che ne coordina le parti e ne dirige l’attività. Gli organismi viventi sono tradizionalmente distinti in vegetali, animali ed umani. La vita della pianta, dell’animale e dell’uomo, pur di natura diversa, presuppone, in ogni caso, un sistema integrato, animato da un principio attivo e unificatore. La morte dell’individuo vivente, sul piano biologico, è il momento in cui il principio vitale che gli è proprio cessa le sue funzioni. Lasciamo da parte il fatto che, per l’essere umano, questo principio vitale, definito anima, sia di natura spirituale e incorruttibile. Fermiamoci al concetto, unanimamente ammesso, che l’uomo può dirsi clinicamente morto quando il principio che lo vivifica si è spento e l’organismo, privato del suo centro ordinatore, inizia un processo di dissoluzione che porterà alla progressiva decomposizione del corpo.
Ebbene, la scienza non ha finora potuto dimostrare che il principio vitale dell’organismo umano risieda in alcun organo del corpo. Il sistema integratore del corpo, considerato come un “tutto”, non è infatti localizzabile in un singolo organo, sia pure importante, come il cuore o l’encefalo. Le attività cerebrali e cardiache presuppongono la vita, ma non è propriamente in esse la causa della vita. Non bisogna confondere le attività con il loro principio. La vita è qualcosa di inafferrabile, che trascende i singoli organi materiali dell’essere animato, e che non può essere misurata materialmente, e tanto meno creata: è un mistero della natura, su cui è giusto che la scienza indaghi, ma di cui la scienza non è padrona. Quando la scienza pretende di creare o manipolare la vita, si fa essa stessa filosofia e religione, scivolando nello “scientismo”.
Il volume Finis Vitae. La morte cerebrale è ancora vita?, pubblicato in coedizione dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e da Rubbettino (Soveria Mannelli 2008), con il contributo di diciotto studiosi internazionali, dimostra questi concetti in quasi cinquecento pagine. Non solo non può essere accettato il criterio neurologico che fa riferimento alla “morte corticale”, perché in essa rimane integro parte dell’encefalo e permane attiva la capacità di regolazione centrale delle funzioni omeostatiche e vegetative; non solo non può essere accettato il criterio che fa riferimento alla morte del tronco-encefalo, perché non è dimostrato che le strutture al di sopra del tronco abbiano perso la possibilità di funzionare se stimolate in altro modo; ma neppure può essere accettato il criterio della cosiddetta “morte cerebrale”, intesa come cessazione permanente di tutte le funzioni dell’encefalo (cervello, cervelletto e tronco cerebrale) con la conseguenza di uno stato di coma irreversibile. Lo stesso prof. Carlo Alberto De Fanti, il neurologo che vuole staccare la spina a Liliana Englaro, autore di un libro dedicato a questo argomento (Soglie, Bollati Boringhieri, Torino 2007), ha ammesso che la morte cerebrale può essere forse definita un «punto di non ritorno», ma «non coincide con la morte dell’organismo come un tutto (che si verifica solo dopo l’arresto cardiocircolatorio)» (“L’Unità”, 3 settembre 2008). È evidente come il “punto di non ritorno”, posto che sia realmente tale, è una situazione di gravissima menomazione, ma non è la morte dell’individuo.
L’irreversibilità della perdita delle funzioni cerebrali, accertata dall’“encefalogramma piatto”, non dimostra la morte dell’individuo. La perdita totale dell’unitarietà dell’organismo, intesa come la capacità di integrare e coordinare l’insieme delle sue funzioni, non dipende infatti dall’encefalo, e neppure dal cuore. L’accertamento della cessazione del respiro e del battito del cuore non significa che nel cuore o nei polmoni stia la fonte della vita.
Se la tradizione giuridica e medica, non solo occidentale, ha da sempre ritenuto che la morte dovesse essere accertata attraverso la cessazione delle attività cardiocircolatorie è perché l’esperienza dimostra che all’arresto di tali attività fa seguito, dopo alcune ore, il rigor mortis e quindi l’inizio della disgregazione del corpo. Ciò non accade in alcun modo dopo la cessazione delle attività cerebrali. Oggi la scienza fa sì che donne con encefalogramma piatto possano portare a termine la gravidanza, mettendo al mondo bambini sani. Un individuo in stato di “coma irreversibile” può essere tenuto in vita, con il supporto di mezzi artificiali; un cadavere non potrà mai essere rianimato, neppure collegandolo a sofisticati apparecchi.
Restano da aggiungere alcune considerazioni. Il direttore del Centro Nazionale Trapianti, Alessandro Nanni Costa, ha dichiarato i criteri di Harvard «non sono mai stati messi in discussione dalla comunità scientifica» (“La Repubblica”, 3 settembre 2008). Se anche ciò fosse vero, e non lo è, è facile rispondere che ciò che caratterizza la scienza è proprio la sua capacità di porre sempre in discussione i risultati acquisiti. Qualsiasi epistemologo sa che la finalità della scienza non è produrre certezze, bensì ridurre le incertezze. Altri, come il prof. Francesco D’Agostino, presidente onorario del Comitato Nazionale di Bioetica, sostengono che, sul piano scientifico, la tesi contraria alla morte cerebrale «è ampiamente minoritaria» (“Il Giornale”, 3 settembre 2008). Il prof. D’Agostino ha scritto belle pagine in difesa del diritto naturale e non può ignorare che il criterio della maggioranza può avere rilievo sotto l’aspetto politico e sociale, non certo quando si tratta di verità filosofiche o scientifiche. Intervenendo nel dibattito, una studiosa “laica” come Luisella Battaglia osserva che «il valore degli argomenti non si misura dal numero delle persone che vi aderiscono» e «il fatto che i dubbi siano avanzati da frange minoritarie non ha alcuna rilevanza dal punto di vista della validità delle tesi sostenute» (“Il Secolo XIX”, 4 settembre 2008). Sul piano morale poi l’esistenza stessa di una possibilità di vita esige l’astensione dall’atto potenzialmente omicida. Se esiste anche solo il dieci per cento che dietro un cespuglio vi sia un uomo, nessuno è autorizzato ad aprire il fuoco. In campo bioetico, il principio in dubio pro vita resta centrale.
La verità è che la definizione della morte cerebrale fu proposta dalla Harvard Medical School, nell’estate del 1968, pochi mesi dopo il primo trapianto di cuore di Chris Barnard (dicembre 1967), per giustificare eticamente i trapianti di cuore, che prevedevano che il cuore dell’espiantato battesse ancora, ovvero che, secondo i canoni della medicina tradizionale, egli fosse ancora vivo. L’espianto, in questo caso, equivaleva ad un omicidio, sia pure compiuto “a fin di bene”. La scienza poneva la morale di fronte a un drammatico quesito: è lecito sopprimere un malato, sia pure condannato a morte, o irreversibilmente leso, per salvare un’altra vita umana, di “qualità” superiore?
Di fronte a questo bivio, che avrebbe dovuto imporre un serrato confronto tra opposte teorie morali, l’Università di Harvard si assunse la responsabilità di una “ridefinizione” del concetto di morte che permettesse di aprire la strada ai trapianti, aggirando le secche del dibattito etico. Non c’era bisogno di dichiarare lecita l’uccisione del paziente vivo; era sufficiente dichiararlo clinicamente morto. In seguito al rapporto scientifico di Harvard, la definizione di morte venne cambiata in quasi tutti gli Stati americani e, in seguito, anche nella maggior parte dei paesi cosiddetti sviluppati (in Italia, la “svolta” fu segnata dalla legge 29 dicembre 1993 n. 578 che all’art. 1 recita: «La morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello»).
La natura del dibattito non è dunque scientifica, ma etica. Che questa sia la verità lo conferma il senatore del PD Ignazio Marino che, in un articolo su “Repubblica” del 3 settembre, definisce l’articolo dell’“Osservatore Romano” «un atto irresponsabile che rischia di mettere in pericolo la possibilità di salvare centinaia di migliaia di vite grazie alla donazione degli organi». Queste parole insinuano innanzitutto una menzogna: quella che il rifiuto della morte cerebrale porti alla cessazione di ogni tipo di donazione, laddove il problema etico non riguarda la maggior parte dei trapianti, ma si pone solo per il prelievo di organi vitali che comporti la morte del donatore, come è il caso dell’espianto del cuore. Ciò spiega come Benedetto XVI, che ha sempre nutrito riserve verso il concetto di morte cerebrale, si sia a suo tempo detto favorevole alla donazione di organi (cfr. Sandro Magister, Trapianti e morte cerebrale, l’“Osservatore Romano” ha rotto il tabù, www. chiesa.it).
Il vero problema è che il prezzo da pagare per salvare queste vite è quello tragico di sopprimerne altre. Si vuole sostituire il principio utilitaristico secondo cui si può fare il male per ottenere un bene, alla massima occidentale e cristiana secondo cui non è lecito fare il male, neppure per ottenere un bene superiore. Se un tempo i “segni” tradizionali della morte dovevano accertare che una persona viva non fosse considerata morta, oggi il nuovo criterio harvardiano pretende di trattare il vivente come un cadavere per poterlo espiantare. A monte di tutto questo sta quel medesimo disprezzo per la vita umana che dopo avere imposto la legislazione sull’aborto vuole spalancare la strada a quella sull’eutanasia.
Roberto de Mattei
Tratto dal mensile Radici Cristiane n. 38 ottobre 2008
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