domenica 18 settembre 2011

Il pericolo europeo - di Mario Mauro


Sono state usate parole forti, parole d’allarme e di preoccupazione durante il dibattito avvenuto mercoledì scorso a Strasburgo alla presenza del Presidente della Commissione europea Barroso e di Jan Rostowski, ministro delle Finanze polacco, che detiene la presidenza di turno dell’Unione. 
Quest’ultimo ha addirittura parlato di rischio di “una guerra nel giro di pochi anni”, come conseguenza del fallimento dell’Unione europea. “L’Europa è in pericolo - ha dichiarato a Strasburgo - se la zona euro si spacca l’Unione europea non riuscirà a sopravvivere, con tutte le conseguenze che si possono immaginare”. Anche Barroso ha voluto sottolineare la criticità del momento: “Siamo di fronte alla sfida più grave di questa generazione, si tratta di una lotta per il futuro politico dell’Europa, per l’integrazione europea in quanto tale”.

Per quanto possiamo amare od odiare l’Unione europea, per quanto possiamo continuamente evidenziarne le storture e i difetti, dobbiamo fare i conti con una realtà che ci impone di stare insieme se vogliamo uscire dalla crisi. Proprio come 60 anni fa ci siamo messi insieme per uscire dalle ceneri della Seconda guerra mondiale, anche oggi siamo chiamati all’unità come unico metodo possibile. (continua)

Formigoni: nel Pdl troppi estremisti Bisogna fermarli

Stracquadanio? Non ha mai preso un voto e parlava di Alfano come uno estraneo e defilato nel partito

MILANO - «È uno che non ha mai preso un voto, non m' interessa rispondergli». Roberto Formigoni ( foto ), recordman democristiano di preferenze una decina d' anni prima che nascesse Forza Italia, ha incassato pochi giorni fa l' attacco portato, a nome di tutti gli ultrà berlusconiani, da Giorgio Stracquadanio. Il governatore e gli altri «frondisti»? «Solo patetici smemorati». Formigoni, il capo d' accusa è preciso. Siete degli ingrati. «Le ripeto che non m' interessa quello che dice Stracquadanio, che dal punto di vista politico non è nessuno. Era quello, per dire, che qualche tempo fa in un' intervista proprio al Corriere parlava di Alfano come di uno "estraneo e molto defilato" nella vita del Pdl. Lasciamo perdere, quindi. Invece mi preme, e molto, mettere in guardia rispetto a una tendenza estremista che si sta facendo strada nel mio partito. È una tendenza che ci sta danneggiando. Anzi che ci ha già danneggiato. A Milano, per esempio. Nella corsa a sindaco tra la Moratti e Pisapia? «Esattamente. In campagna elettorale abbiamo visto in azione questi estremisti. Sono loro che hanno "inventato" la candidatura di Lassini. E che hanno tirato fuori quei manifesti sui giudici brigatisti. I pasdaran, i guardiani dell' ortodossia. Gli stessi che hanno rivendicato il metodo Boffo contro gli oppositori di Berlusconi». Voi però non fate altro che criticare. Sulla manovra poi, sempre a protestare... «Il nostro è un elettorato moderato e democratico che apprezza il confronto tra idee diverse. La psicologia del bunker sotto assedio invece non aiuta nessuno».

giovedì 26 marzo 2009

Tutte le bugie che si raccontano sulle staminali embrionali

Da un po’ di tempo quando si parla delle frontiere della cosiddetta biomedicina sembra divenuto obbligatorio parlare di cellule staminali.

In particolare, il tema è ritornato di interesse a seguito della decisione di Obama di utilizzare fondi federali per la ricerca sulle cosiddette cellule staminali embrionali. Infatti, di questo si tratta (dell’uso dei fondi federali, quindi pubblici) perché negli Usa non è vietato utilizzare embrioni per derivare cellule se ciò avviene con fondi privati.

L’occasione permette di intervenire brevemente per chiarire alcuni aspetti che spesso chi “non è addetto ai lavori” non ha affatto chiari e che alcuni “addetti ai lavori” preferiscono lasciare confusi o addirittura confondere deliberatamente.

La prima questione è che (contrariamente a quanto riportato in molti siti cosiddetti informativi-educational) le cosiddette “cellule staminali embrionali” che vengono coltivate in vitro non sono il risultato di un delicato (per quanto assai pericoloso) prelievo di cellule da un embrione che seguirà il suo iter naturale fino alla nascita. Se così fosse, fatti salvi gli aspetti gravissimi di rischio cui l’embrione verrebbe sottoposto nell’intervento, di certo il problema etico si porrebbe in ben altro modo. Deve essere invece chiaro a tutti che l’embrione viene distrutto per disaggregarne le cellule che sono “tout court” cellule embrionali (e non staminali) e che vengono coltivate in vitro dove poroliferano con caratteristiche di pluripotenza. È evidente a tutti che tale operazione coincide con “l’uccisione” di un essere umano, mentre è nel suo stadio più iniziale, allo scopo di ricavarne cellule da coltivare in una bottiglia.

Un secondo elemento su cui fare chiarezza (solo apparentemente più tecnico) riguarda appunto la natura di queste cellule che non sono quindi cellule “di per sé” staminali.

Le cellule “propriamente” definibili come staminali sono, per fisiologia e scopo, quelle di un organismo adulto del quale hanno proprio il compito di garantirne prima la crescita, poi il rinnovo e la riparazione di organi e tessuti. Lo zigote non è una cellula staminale e l’embrione che ne deriva non è quindi un pool di cellule staminali. Un feto ha già una riserva di cellule staminali fetali, un embrione ha solo cellule embrionali. Il termine “cellula staminale embrionale” è quindi inesatto e comunque ambiguo e contraddittorio innanzitutto per ciò che riguarda la natura propriamente biologica-funzionale di queste cellule. Il termine “embrionale” sembra voler accentuare il grado di plasticità di queste cellule (che nella blastocisti possono essere totipotenti) ma il termine “staminale” è applicabile alle sole cellule ottenute in vitro che sono solo pluripotenti. Non basta che cellule embrionali siano messe in vitro per poterle definire cellule staminali. In questa sede non è possibile riportare e dettagliare la miriade di caratteri per cui una cellula embrionale è completamente diversa da una cellula staminale (tra i quali le modalità della divisione cellulare, l’espressione genetica differenziale, ecc). Le cellule dell’embrione hanno una plasticità, una natura ed una fisiologia cellulare uniche in biologia. Ad esse venne arbitariamente dato il nome di ESC (embryo stem cells della terminologia anglosassone) per alcune ragioni tecniche che non è possibile dettagliare qui.

È tuttavia evidente a tutti che quando l’unità anatomico-funzionale (data dalla struttura embrionale) viene distrutta e le cellule sono coltivate in una bottiglia da laboratorio, esse non possono originare un organismo completo (funzionalmente ed anatomicamente) pur mantenendo la capacità di originare vari tipi di tessuti (da cui la pluripotenza e non la totipotenza).

Quanto sopra descritto non è una banale questione di linguaggio tecnico e dalla confusione di comunicazione su questi aspetti ne derivano storture assai gravi non solo nella percezione della gente ma anche in chi ha il compito di regolare con leggi adeguate l’utilizzo delle staminali in medicina.

Per esempio, nella comunicazione circa l’uso delle cellule staminali si parla spesso dei successi ottenuti in clinica, ma non si precisa a sufficienza che ci si riferisce alle “staminali da adulto” (per esempio alle cellule staminali mesenchimali utilizzate già in clinica in varie situazioni patologiche). Così, viene spesso sottaciuto che le cellule embrionali sono assai difficili da controllare e che in clinica (oltre che nella sperimentazione animale) hanno prodotto tumori come recentemente riportato dalla rivista PlosMedicine. Da ultimo è anche importante ricordare che chi propugna la cosiddetta “clonazione terapeutica” per ottenere “cellule staminali”, intende proporre la produzione di embrioni umani da “sacrificare” per ottenere cellule pluripotenti.

Di fronte a queste cose, da uomini ancor prima che da ricercatori, viene spontaneo chiedersi se possiamo chiamare progresso il dare la vita ad esseri umani per metterli in una bottiglia e farne cellule per il mercato biomedico.

Augusto Pessina
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net

giovedì 19 marzo 2009

Benarrivato Di Pietro

Antonio Di Pietro è un duro, lo sanno tutti. Uno che quando dice una cosa, quella è. E se dice – come sempre ha fatto – che l'IdV non candiderà indagati nelle proprie liste, c'è da credergli.

Poi ieri leggiamo dell'annuncio della candidatura dell'indagato De Magistris nelle liste dell'IdV. Sobbalziamo. Per fortuna che lo stesso Presidente dell'Italia dei Valori si affretta a spiegare ai microfoni dell'Agr l'apparente contraddizione rispetto a quella che fino a ieri sembrava una regola aurea. "Rispettiamo gli atti dovuti della procura di Roma – ha detto l'ex PM - e affrontiamo col sorriso quel che abbiamo messo in preventivo". "Anche gli atti dovuti - ha spiegato Di Pietro - nascono quando comincia la campagna elettorale e sono sparati per attutire la notizia di una candidatura di qualità. Il tentativo e' vecchio come il cucco, e anche questo ci fa solo sorridere".

Questa sì che è una notizia: Di Pietro ritiene che l'iscrizione di De Magistris nel registro degli indagati vada messa in relazione con la candidatura dello stesso nelle liste dell'IdV? Abbiamo letto bene?

Varrebbe forse a dire che taluni atti della magistratura inquirente sarebbero influenzati, quando non addirittura indirizzati, dalle vicende politiche del Paese? Benvenuto, Onorevole Di Pietro.

E' quello che diciamo da almeno una quindicina d'anni, regolarmente registrando da parte sua una difesa ad oltranza ed a spada tratta dell'operato della magistratura, sempre, a suo dire, al di sopra di ogni sospetto. Se finalmente s'è convinto del contrario, non possiamo che darle il benvenuto ed augurarci che questa inedita chiave di lettura indirizzi anche lei nel leggere i fatti che hanno caratterizzato gli ultimi diciassette anni di vita politico-democratica del Paese.

Alessio di Carlo
Tratto dal sito www.giustiziagiusta.info

Istruzione - Accordo Gelmini-Formigoni: il modello lombardo fa scuola

La notizia dell’accordo tra ministero dell’Istruzione e Regione Lombardia, siglato l’altro ieri dal ministro Gelmini e dal Governatore Roberto Formigoni, ha un duplice valore:

da una parte prevede il ritiro del ricorso incrociato alla Corte Costituzionale tra Ministero della Pubblica Istruzione e Regione Lombardia sui rispettivi provvedimenti in materia di Istruzione e Formazione Professionale; ma soprattutto rilancia la prospettiva di una collaborazione tra le istituzioni regionali e ministeriali per realizzare percorsi sperimentali che rilascino il diploma tecnico al quarto anno e permettano agli studenti della Istruzione e Formazione Professionale di accedere a un quinto anno e sostenere l’esame di stato. Tutto questo ha una portata grande, realmente in grado di modificare l’assetto ormai ottuagenario della scuola superiore italiana.

Una reale chance per recuperare la dispersione
Il dare piena dignità ai percorsi di Istruzione e Formazione professionale non può esaurirsi nel riconoscimento del fatto che questi sono una modalità per l’assolvimento dell’obbligo di istruzione. Quarantamila studenti lombardi, recuperati dalla dispersione, in larga misura rimotivati e riorientati, rimangono però su un binario chiuso – dal punto di vista scolastico – finché la prospettiva di una uscita verso i livelli superiori di istruzione non diventa istituzionale, come finalmente accade per effetto dell’accordo tra il ministro Gelmini e il presidente della Regione Lombardia Formigoni.

Il sistema scolastico e formativo lombardo, possibile apripista per tutta l’Italia, ha uno strumento efficace in più per contrastare uno dei più grossi problemi che affliggono la scuola, ovvero la mancanza di una reale diversificazione di percorsi che corrispondano alla pluralità delle esigenze formative dei giovani. Spesso i ragazzi, dopo la scuola media, avvertono il bisogno di uscire dall’astrattezza del sapere disciplinare e sono attratti dal mondo del lavoro come luogo in cui mettere alla prova le proprie capacità, uscendo dall’inerzia della vita studentesca.

Una scuola della società
Il modello lombardo di istruzione e formazione professionale non nasce nel chiuso di un ministero o di un assessorato, né tanto meno dalle analisi di un centro studi. E’ un modello che è sperimentato, in una cornice normativa e regolamentare comune, da ormai più di cinque anni da centinaia di enti in tutta Lombardia: enti pubblici, come le Aziende speciali, le Agenzie formative e i Consorzi delle diverse province; enti privati storici, eredi degli ordini religiosi che hanno fatto il cattolicesimo sociale tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, oppure di quelle esperienze laiche di cui la società lombarda è ricca; enti di recente costituzione - o che hanno da pochi anni rinnovato la propria impostazione educativa - nati da esperienze di formazione professionale, di orientamento al lavoro, di accoglienza di ragazzi in difficoltà, di recupero sociale; enti legati al lavoro, o perché espressione delle parti sociali, o perché sostenuti da imprenditori o associazioni di categoria. Il fatto che sia offerto agli Istituti Professionali di Stato lombardi (170) come opzione per sperimentare un loro rinnovamento indica alla scuola statale un altro ruolo, non più articolazione di una amministrazione, ma istituzione autonoma, in un’ottica di rapporto sussidiario tra società e stato.

Una nuova sfida
La realtà dell’IeFP, in questi anni di sperimentazione, si è modificata. Comincia a farsi strada l’idea di non avere solo una funzione di assistenza sociale a situazioni difficili - che pure continuano come e più di prima ad essere accolte - ma un ruolo educativo di trasmissione di sapere e di esperienza, di cultura del lavoro. Questa trasformazione passa attraverso un lavoro di rinnovamento culturale e didattico e gestionale che non è scevro di fatiche, di empasse, di contraddizioni e di sfide per:
- accogliere e valorizzare le “intelligenze operative” dei ragazzi;
- sperimentare nuove forme di docenza, sia dal punto di vista didattico sia dal punto di vista dello status giuridico;
- creare una alleanza tra scuola e società civile che - attraverso le sue forze vive, quali quelle del mondo del lavoro - prenda responsabilmente parte all’educazione delle giovani generazioni.

Mariella Ferrante
Tratto dal sito www.ilsussidiario.net

Perchè sul “fine vita” gli ex radicali sono in prima linea

Con la consueta arguzia, sul Foglio di qualche giorno fa, Giuliano Ferrara si soffermava su un dato politico apparentemente paradossale. Il dibattito sul “fine vita” ed in generale i temi della c. d. biopolitica (termine per la verità inquietante) vedono, in entrambi gli schieramenti politici, in posizione di assoluto protagonismo soggetti che hanno il comune denominatore di aver militato fra le fila del Partito Radicale.

Se, prevedibilmente, sul fronte iper – laico troviamo compattamente schierata l’attuale dirigenza radicale, sul fronte pro-life troviamo esponenti del centro - destra come Gaetano Quagliariello o Eugenia Roccella anch’essi con una formazione giovanile radicale. Ed anche la posizione di coloro che guardano ad una (improbabile) terza via ha trovato in Francesco Rutelli (già delfino del lidér maximo radicale). La stessa fronda dissenziente laica intera al PdL è capeggiata da Benedetto Della Vedova.

La circostanza è effettivamente curiosa, ma non è affatto causale e merita di essere approfondita. Per comprendere appieno le ragioni del fenomeno occorre in primo luogo sgombrare il campo da una tesi superficiale che ogni tanto fa capolino. La tesi è che la posizione della Roccella o di Quagliariello sia il frutto di un mero calcolo tattico di convenienza politica, ascrivibile alla categoria del “voltagabbanismo”. La tesi non sta in piedi per due motivi: perché non corrisponde a nessuna buona ragione pratica e perché al contrario alla base della posizione di quanti, di formazione laica, decidono di assumere sui temi “eticamente sensibili” posizioni non ortodosse rispetto al pensiero politico “laicamente corretto” vi sono solide ragioni teoriche (che naturalmente possono essere condivise o meno).

Dal punto di vista della ragion pratica, non v’è dubbio che per Quagliariello o la Roccella sarebbe stato assai più agevole guadagnare spazi politici e visibilità concentrandosi su altri filoni. Immaginiamo, infatti, che l’attivismo sui temi eticamente sensibili avrà procurato loro non pochi problemi anche all’interno del proprio schieramento, se non altro per la prevedibile diffidenza che avranno incontrato tra le fila dei politici cattolici d. o. c. che nel nostro Paese sicuramente non scarseggiano.

Ma più interessante è il piano della ragion pura. Sforzandosi di leggere i fatti della politica in modo meno superficiale, meno attento alla polemica usa e getta delle agenzie di stampa e dei quotidiani, è possibile rintracciare un forte legame fra i valori profondi della cultura liberale (della quale la vicenda radicale è stata una delle traduzioni più nobili) e le posizioni in materia di inizio e di fine vita. Temi come quello della fecondazione assistita, dell’aborto, del testamento biologico e dell’eutanasia rimandano in modo diretto al rapporto fra l’individuo e la sua capacità di autodeterminazione e lo Stato e la sua capacità di etero - determinazione. In tutti questi casi, l’attenzione verso soggetti in posizione di estrema debolezza (quali l’embrione, il feto, il soggetto gravemente handicappato o il malato terminale) altro non è se non l’ennesimo capitolo dell’eterno dramma di Antigone, del permanente conflitto fra la ragione degli individui e la Ragion di Stato. Naturalmente, in alcuni di questi casi, partendo da premesse politiche schiettamente liberali, è ben possibile dissentire dalle soluzioni di merito proposte. Ciò che non è invece accettabile è archiviare tali posizioni come rigurgiti oscurantisti o tentazioni neo – clericali.

Che le posizioni “teo - con” di politici di provenienza radicale destino stupore è forse comprensibile, ma solo da parte di chi ha una lettura statica e superficiale della vicenda radicale. Una lettura ferma agli elementi superficiali e folcloristici e che invece trascura i fattori culturali di fondo della stessa. Il vero lascito politico di Marco Pannella è stata la sua straordinaria capacità di rimanere sempre fedele ai propri principi anche quando ciò comporta una vera e propria sovversione dell’ordine linguistico consolidato, dei luoghi comuni del politicamente corretto. Del resto, non era proprio Pierpaolo Pasolini, grande poeta comunista, ad invitare i “compagni radicali” ad essere sempre “semplicemente voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili”.

Antonio Mambrino
Tratto dal sito www.loccidentale.it

mercoledì 18 marzo 2009

Perché con la Robin tax il Pd è caduto nel ridicolo

Dario Franceschini, con la sua trovata da Robin Hood del Pd è caduto nel ridicolo. Dopo avere inventato 4 miliardi di nuove spese per ammortizzatori sociali con un sussidio generale ai disoccupati, che avrebbe come copertura la lotta all’evasione fiscale e l’utilizzo di plusvalenze della Cassa Depositi e Prestiti, adesso ha escogitato una Robin tax “sui ricchi “, consistente in una addizionale all’Irpef, del 2 per cento che dovrebbe dare 0, 5 miliardi di euro, che i comuni e le non profit di tutta Italia erogherebbero ai poveri.

Poiché il 2 per cento su coloro che nella dichiarazione dei redditi denunciano oltre 120 mila euro annui dà solo 0, 5 miliardi, Franceschini dovrebbe capire che non si tratta di una “tassa sui ricchi”, ma solo su di colletti bianchi pubblici e privati, per una parte dei loro redditi, in quanto gli altri redditi sono tassati con trattenute secche alla sorgente o stanno nelle società di comodo e nei fondi di investimento nei paradisi fiscali. Con 60 milioni di italiani, 500 milioni distribuiti pro capite diventano di 8, 30 euro per abitante. Posto che i poveri fossero il 5 per cento degli abitanti si tratterebbe di venti volte 8, 3 euro per povero, cioè di 166 euro annui per ciascuno: 13 euro al mese, al lordo dei costi di gestione.

Franceschini non ha specificato chi applicherebbe questa addizionale: lo stato, le Regioni o le Province? I “ricchi” tassati si concentrano in alcune grandi città del Nord e a Roma in quanto si tratta dei dirigenti delle amministrazioni pubbliche, delle banche, delle grandi imprese che ivi risiedono. Invece i “poveri” spesso vivono o sopravvivono altrove. Così se l’addizionale fosse delle Regioni o addirittura dei comuni a cui compete la spesa, ci sarebbe una grande ingiustizia, perché molti comuni di molte regioni non riceverebbero sullo o quasi.

Se lo stato applicasse l’addizionale per darla ai comuni, con quale criterio lo dovrebbe fare? Se distribuisse questo mezzo miliardo ai comuni, in base al loro reddito pro capite presunto, ciò comporterebbe 8 mila 300 euro per i comuni di mille abitanti con un costo amministrativo sproporzionato, trattandosi di oltre 8 mila comuni. Rivoli di denaro sparpagliati, di improbabile gestione e impossibile controllo.

Dunque il piano di Robin Hood di Franceschini fa fiasco. E lui è reduce da un fiasco ipotetico ancora maggiore. Infatti la copertura dei 4 miliardi di assegni ai disoccupati da lui proposta consisteva nella lotta all’evasione (senza dire con quali strumenti tecnici e verso quali aree di evasione), nel prelievo sul patrimonio della Cassa Depositi e Prestiti che serve per finanziare gli investimenti degli enti locali e nelle opere pubbliche gestite dalle imprese, con la finanza di progetto per darli ai disoccupati. I quali, riducendo il credito all’investimento aumenterebbero.

La Marcegaglia, presidente della Confindustria chiede “soldi veri”contro la crisi e il Pd annuisce "ma i soldi veri” per rilanciare la nostra economia non sono quelli del governo, che non si può indebitare oltre un certo limite. Sono nelle famiglie e nelle imprese, nei fondi europei per l’Italia. Si tratta di mobilitarli con un aiuto limitato della finanza pubblica utilizzando stanziamenti per investimenti già a bilancio e con una azione dello stato che riguarda soprattutto il suo compito di regolatore e di garante delle iniziative valide di lungo termine. E ciò viene fatto con ì due grandi piani di investimento del governo, rivolti al sistema di mercato: quello riguardante la casa di Berlusconi consistente nell’aumento delle cubature degli edifici esistenti e nella autocertificazione delle licenze a costruire e quello delle grandi opere. Due piani che non comportano nuovi oneri per il bilancio pubblico, che riguardano investimenti e non consumi, e hanno entrambi una grande valenza sociale.

Emma Marcegaglia che si trovava a Palermo avrebbe dovuto pronunciarsi per l’immediata operatività del piano grandi opere e quindi del progetto del Ponte sullo stretto, un investimento di 7 miliardi di euro basato sulla finanza di progetto delle imprese che comporta solo una quota limitata di spesa pubblica. E avrebbe dovuto accompagnarvi la richiesta di accelerare la Tav da Lione a Torino e da Milano a Trieste e da Milano a Genova finanziata in gran parte dalle Ferrovie dello stato, e dall’Unione europea. Ci sono altre opere per il Sud e le Isole che possono essere cofinanziate dai privati, dai fondi dell’Unione europea e dall’operatore pubblico senza nuovi stanziamenti di bilancio. Emma Marcegaglia non ne ha parlato, ma si è pronunciata a favore del “piano casa”. Berlusconi dà una risposta corretta agli assistenzialismi. Da un lato le grandi opere, gestite dalle grandi imprese e riguardanti le infrastrutture di cui l’Italia ha bisogno finanziate in parte dallo stato, sul suo bilancio, in parte dall’Unione europea, in parte dal credito sulla base dei futuri ricavi dell’investimento. Dall’altro lato le piccole opere di edilizia abitativa gestite dalle piccole e medie imprese assieme alle famiglie, mobilitando il loro risparmio, al fine di ridurre il problema della casa. Questi due grandi canali di rilancio dell’investimento contengono grandi messaggi positivi riguardanti un futuro migliore in un periodo in cui la fiducia nel futuro diminuisce.

Si consideri il Ponte sullo stretto. Tutta la discussione ora verte sul fatto se i pedaggi del traffico che vi passerà, di auto, autocarri, autobus, treni basterà a ripagarlo. Il costo dell’opera per le imprese viene ridotto dal fatto che al termine di 30 anni la società che la costruisce e la gestirà, avrà dallo stato che ne diverrà proprietario un pagamento del 50 per cento del suo costo storico in moneta di costante potere d’acquisto. Ciò comporta che il costo dell’ammortamento si dimezza. Lo stato la ridarà in concessione. Certamente, allora il provento del traffico sarà maggiore, quindi l’impegno futuro dello stato può essere aumentato al 100 per cento del valore di costo dell’opera che esso recupererà con una nuova sua concessione di gestione. Così voce di costo per ammortamento per l’impresa che gestirà il Ponte si annulla. Quindi basterà un utile netto sui costi di esercizio del 3 per cento in termini reali, 210 milioni annui, per rendere l’iniziativa conveniente. Al ricavo andranno anche due contributi pubblici che non implicano un nuovo costo per il bilancio statale: una sovvenzione sostitutiva di quella che verrà meno delle navi traghetto e un’altra sostituiva del contributo alle Ferrovie dello stato per il traghetto dei suoi treni.

Ad Emma Marcegaglia presidente degli industriali, in gran parte del Nord, la problematica del Sud sembra importare poco. Ma a Dario Franceschini segretario del più grande partito di sinistra dovrebbe competere la problematica economica, sociale di tutta l’Italia. Ha proposto in due settimane, 4, 5 miliardi di nuove spese per assegni ai disoccupati, e ai poveri. Ma la parola “Mezzogiorno”, non la ha mai pronunciata. Gli squilibri regionali, per lui non sono squilibri sociali. Non pensa alle prospettive di sviluppo economico e turistico che si possono creare collegando la Sicilia alla Calabria, in una unica grande regione mediterranea, ai posti di lavoro che si generano in questo modo, agli sviluppi tecnologici che la attuazione di questo progetto può suscitare. E il fatto che il piano anticrisi di Berlusconi, oltre ché per mobilitare il risparmio e il lavoro serva per la casa delle famiglie e ne mobiliti il risparmio per tale scopo, sembra importargli poco. Eppure la famiglia è la principale unità sociale. E la casa è il centro di questa socialità, fondata sul diritto di proprietà.

Francesco Forte
Tratto dal sito
www.loccidentale.it